DayByDay

19 luglio   -166

La notizia del giorno.

L’uccisione di Paolo Borsellino nella strage di via d’Amelio: 25 anni di “depistaggi” e “menzogne”.

Strage_di_Via_d'Amelio(Via D’Amelio subito dopo l’attentato)

Sono passati 25 anni da quel tragico 19 luglio 1992, quando, dopo soli cinquantasette giorni dalla morte di Giovanni Falcone, in via Mariano d’Amelio, sotto la casa della madre di Paolo Borsellino, una Fiat 126 imbottita di tritolo esplose uccidendo il giudice e la sua scorta. Oggi il Consiglio Superiore della Magistratura, che ha votato all’unanimità la desecretazione degli atti del fascicolo personale del giudice, lo ha ricordato con un Plenum presieduto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha denunciato troppe incertezze e troppi ritardi nella ricerca della verità e si è così espresso: “La tragica morte di Paolo Borsellino, insieme a coloro che lo scortavano con affetto, deve ancora avere una definitiva parola di giustizia. Troppe sono state le incertezze e gli errori che hanno accompagnato il cammino nella ricerca della verità sulla strage di via D’Amelio, e ancora tanti sono gli interrogativi sul percorso per assicurare la giusta condanna ai responsabili di quel delitto efferato … Paolo Borsellino ha combattuto la mafia con la determinazione di chi sa che la mafia non è un male ineluttabile ma un fenomeno criminale che può essere sconfitto …” Di indegno depistaggio dopo le due stragi parla il presidente della Cassazione Giovanni Canzio, secondo il quale gli organi dello Stato hanno “il dovere morale di accertare e far conoscere alla comunità da chi e perché, dopo la strage di via D’Amelio, fu costruita una falsa verità giudiziaria.” Alla seduta del Csm è intervenuta anche Lucia Borsellino, figlia del magistrato, che ha denunciato l’occultamento della verità su quel drammatico evento: “Abbiamo constatato che la verità non è stata pienamente trovata e che giustizia non è stata fatta dopo 25 anni. Facendo eco alle parole di mia sorella Fiammetta chiedo di fronte a questo altissimo contesto istituzionale che, a fronte delle anomalie emerse e riconducibili verosimilmente al comportamento di uomini delle istituzioni, si intraprendono iniziative necessarie per fare luce e chiarezza su quello che accadde veramente nel corso delle indagini che precedettero i processi Borsellino 1 e Borsellino bis.” Ancora più dura la denuncia dell’altra figlia del magistrato, Fiammetta, che all’audizione alla Commissione Antimafia dice che “sono stati buttati via 25 anni, anni di pentiti costruiti con lusinghe o torture.” In un’intervista al Corriere della sera aveva affermato “consegnerò inconfutabili atti processuali dai quali si evincono le manovre per occultare la verità”, parlando di “25 anni di schifezze e menzogne.” Fiammetta ha consegnato alla presidente Rosy Bindi una serie di documenti processuali e investigativi depositati nel corso nei vari dibattimenti celebrati sull’attentato. Tra questi anche la lettera dell’allora pm Ilda Boccassini, applicata alla Procura di Caltanissetta, che esprimeva dubbi sull’attendibilità di Vincenzo Scarantino, poi rivelatosi un falso pentito. Al termine dell’audizione Fiammetta Borsellino, dopo aver chiesto scusa “pubblicamente e anche per conto di chi non l’ha fatto e avrebbe dovuto, per uno dei più colossali errori giudiziari commessi. Chiedo scusa a innocenti che sono stati condannati all’ergastolo”, ha ricordato l’interesse investigativo del padre sulle commistioni mafia-appalti e ha detto: “Mi aspetto ora che ognuno faccia la propria parte.”

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

Edgar Degas.

Edgar Hilaire Germain de Gas (poi modificato in Degas) nasce a Parigi il 19 luglio 1834. Suo padre, discendente da una nobile famiglia di origine bretone, si era trasferito a Napoli durante la rivoluzione francese ed era ritornato a Parigi, dove dirigeva una succursale della banca di proprietà della famiglia. Nel 1855 Degas abbandona gli studi di legge: frequenta lo studio di Louis Lamothe, allievo di Ingres; e viene ammesso all’Ecole des Beaux-Arts. Tra il 1856 e il 1861 compie il suo primo viaggio di studio in Italia, in particolare a Roma. Nel 1862 stringe amicizia con Manet e dal 1866 inizia a frequentare il caffè Guerbois, dove si riuniscono i giovani del gruppo di Batignolles, capitanati da Brazille, che dissentono dall’arte accademica in nome di un rinnovamento della pittura. Nel 1870, allo scoppio, della guerra franco-prussiana, si arruola nella Guardia Nazionale. Alla fine del conflitto riprende i contatti con gli altri pittori, che ora si riuniscono al caffè Nouvelle Athènes. Nel 1874 presenta dieci opere alla prima mostra degli impressionisti e d’ora in poi prenderà parte a tutte le edizioni successive a eccezione di quella del 1882. A partire dal 1880 comincia ad avere i primi problemi di vista, che lo rendono quasi completamente cieco e lo spingono ad accostarsi alla scultura. Nel 1893 il gallerista Paul Durand-Ruel organizza la sua prima e unica mostra personale. Negli ultimi anni di vita si isola sempre più, conducendo vita appartata, fino alla morte che lo coglie a Parigi, il 26 dicembre 1917.

image002(Carrozza alle corse. 1870-1873, olio su tela, Boston, Museum of Fine Arts)

Degas comincia ad appassionarsi ai cavalli e alle corse nel 1860, durante un soggiorno in Normandia, a Mesnil Hubert, ospite di Paul Valpincon. Questi è figlio di Edouard, che era stato amico di Ingres e ne possedeva uno dei quadri più celebri, “La bagnante” (oggi al Louvre di Parigi). Proprio la famiglia Valpincon è la protagonista di questo dipinto, che stupisce per il soggetto insolito. L’artista ha infatti relegato in secondo piano, sullo sfondo a sinistra, l’arrivo concitato dei due cavalli da corsa, stilizzati con poche rapide pennellate. Al contrario, tutta la parte destra della tela è occupata dalla carrozza, sulla quale Madame Valpincon, riparata dal sole da un ombrellino e del tutto incurante di quanto si svolge alle sue spalle, ha appena finito di allattare il secondogenito, Henri, sotto gli occhi premurosi della figlia maggiore, Hortense, del cocchiere e di un cane, appollaiato in cassetta.

image001 (La classe di ballo. 1873-1875, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay)

Nel 1873 Degas comincia a interessarsi al mondo delle ballerine, tema che diventerà uno dei più amati e noti della sua produzione artistica. Il primo gruppo di ballerine è datato tra il 1873 e il 1878: in quel periodo frequenta le scene dell’Opéra, a cui può accedere grazie all’amicizia con gli orchestrali; visita inoltre le classi di danza, prendendo appunti, che poi traduce in opere finite su tela. Probabilmente questo dipinto è ambientato nel ridotto di Rue Le Pelletier, prima dell’incendio che in quell’anno distrugge il teatro. Il maestro di danza, Jules Perrot, sta impartendo alcuni consigli a un’allieva, mentre le altre ballerine assistono, in attesa del loro turno. Nel 1875 Degas riprende questa tela, apportandovi significative varianti nella posizione dei personaggi: aggiunge per esempio la fanciulla con il nastro verde in primo piano, per aumentare la profondità dello spazio.

image004(Cavalli da corsa davanti alle tribune. 1879 circa, olio su tela, Parigi, Musée d’Orsay)

Questo dipinto può essere identificato con quello apparso alla quarta mostra impressionista del 1879, con il titolo “Cavalli da corsa: olio raffinato”. L’artista infatti si è servito di oli raffinati per produrre effetti di luminosità e trasparenza superiori a quelli che avrebbe potuto ottenere con gli oli tradizionali. Anche se alcuni disegni preparatori, specialmente quelli per i fantini, sono stati iniziati nel 1866, il dipinto mostra già una notevole perizia, tipica della serie matura eseguita tra il 1877 e il 1890. In questi anni si nota una maggiore attenzione ai dettagli, in particolare alla precisione anatomica dei cavalli, una accurata distribuzione delle ombre e un più accentuato dinamismo dell’intera composizione. Così lo spettatore ha la sensazione di partecipare direttamente alla scena che si svolge davanti ai suoi occhi.

image003(L’assenzio. 1876, olio su tela, Parigi, Musée d’ Orsay)

Il locale è la Nouvelle Athénes in Place Pigalle, nuovo ritrovo degli impressionisti dopo il caffè Guerbois. Il personaggio maschile è interpretato dal pittore e incisore Marcellin Desboutin, nello stesso abbigliamento e atteggiamento bohémien con cui l’aveva ritratto Manet nel 1875: davanti a sé ha un bicchiere di mazagran, un rimedio contro i postumi dell’ubriachezza. La modella per la fanciulla è la nota attrice Ellen Andrée, con il tipico bicchiere d’assenzio davanti a sé. Il liquore di assenzio è una bevanda popolare tra la classe operaia parigina di fine secolo, una mistura di anice e menta, con l’aggiunta di estratto della pianta dalle note proprietà tossiche, evidenziate dallo sguardo vuoto e attonito della donna. L’atmosfera richiama i temi sociali dei romanzi di Emile Zola, in particolare “L’ammazzatoio”. In primo piano una scatola di fiammiferi e un giornale, sempre a disposizione dei clienti.

image005 (Ritratto di Diego Martelli. 1879, olio su tela, Edimburgo, National Gallery of Scotland)

Grande amico, teorico e sostenitore dei macchiaioli, Diego Martelli viene ritratto durante il soggiorno a Parigi da Degas e da Zandomeneghi. Il viaggio nella capitale francese, dal 1878 al 1879, è molto importante per il critico, perché gli dà la possibilità di conoscere gli impressionisti e di apprezzare la loro arte, di cui, una volta tornato in Italia, diventa il primo sostenitore e diffusore. Ancora una volta Degas preferisce una posa non ufficiale, informale, con l’uomo visto di fianco, quasi in secondo piano, mentre la scena sembra dominata dalla massa disordinata delle carte e degli attrezzi per l’incisione. Pur essendo vicino alla cecità e scoraggiato per le liti che avrebbero portato alla dissoluzione del movimento impressionista, Degas raggiunge in questi anni la piena sicurezza espressiva e una totale padronanza della luce e dei colori.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) idem. Balkh (Afghanistan, Asia) sereno +34Nkongsamba (Camerun, Africa) per lo più nuvoloso +23. Eden Prairie (Minnesota, Stati Uniti d’America) parzialmente nuvoloso +24Faa’a (Polinesia Francese, Oceania) parzialmente nuvoloso +24.


La notizia del giorno.

Valtellina: 30 anni fa l’alluvione.

Alluvione_valtellina_condominio_tartano

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è arrivato ad Aquilone, frazione del comune di Valdisotto, per partecipare alla commemorazione delle vittime dell’alluvione in Valtellina, avvenuta il 18 luglio 1987. In alta Lombardia pioveva da giorni, durante la notte il fragile territorio della Valtellina non riuscì più a contenere tutta quell’acqua e cominciarono le frane. Sarebbero terminate solo dieci giorni dopo, il 28 luglio, con la frana più grave, quella che in Val Pola fece scomparire in un colpo solo due interi paesi, Sant’Antonio Morignone e Aquilone. Dopo un periodo di forti piogge, che interessarono tanto il fondovalle come i ghiacciai più alti, il 18 luglio, alle 17.30 nel paese di Tartano un’enorme massa d’acqua e fango si abbatté sul condominio La Quiete tranciandolo a metà. L’evento interessò anche la strada sottostante e l’albergo Gran Baita, dove persero la vita 11 turisti. Lo stesso giorno il fiume Adda ruppe l’argine settentrionale poco a ovest di San Pietro di Berbenno, allagandolo e coinvolgendo anche Ardenno, Fusine, Selvetta e Cedrasco. Il fatto causò l’interruzione dei collegamenti stradali e ferroviari con la parte orientale della Provincia di Sondrio, molte persone dovettero lasciare le loro case. Nel capoluogo di Sondrio, il torrente Mallero fu sul punto di straripare, così come il torrente Bitto a Morbegno, mentre il fiume Adda straripò allagando tutto il fondo valle nella zona industriale tra i comuni di Talamona e Morbegno. Fu evacuato l’abitato di Torre di Santa Maria, dove il torrente Torreggio travolse parecchie abitazioni e, all’imbocco dell’alta Valtellina, i paesi di Chiuro e Sondalo. Anche i collegamenti con la Svizzera furono interrotti: la dogana di Piattamala era difatti completamente inagibile. Alla fine della tragedia ci furono 53 morti, paesi interi furono cancellati, 341 abitazioni andarono distrutte, 1.545 furono danneggiate, circa 25mila furono gli sfollati, 4mila miliardi di lire i danni. Secondo il cerimoniale istituzionale, alle 11:00 c’è stata la deposizione della corona alle vittime della catastrofe, seguita dai saluti delle autorità, poi la lettura da parte di una bambina di una poesia dedicata alle giovani vittime. A mezzogiorno la messa presieduta dal vescovo di Como Oscar Cantoni. Al termine della cerimonia commemorativa è in programma, a Lovero, l’inaugurazione del centro di formazione di protezione civile, realizzato dall’associazione volontari di Protezione civile del gruppo A2A. Il Presidente della Repubblica, passando davanti alla lapide che ricorda le persone travolte dalla frana ad Aquilone, ha detto: “Ho visto le foto delle vittime di Aquilone e vederle mi ha riempito di dolore, soprattutto quelle dei bambini sono particolarmente commoventi. Queste comunità sono state però capaci di ricostruire la loro vita e di rilanciarla per il futuro”.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

Nelson Mandela: uomo simbolo dell’uguaglianza e dell’antirazzismo.

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Il 18 luglio 1918 è il giorno in cui nasce una leggenda del Novecento, il simbolo del Sudafrica e dell’Apartheid: Nelson Mandela. Leader dell’African National Congress, Mandela guida per anni la lotta contro il regime di segregazione razziale imposto alla popolazione nera del Sud Africa. Il termine “apartheid” significa “separazione” e deriva dalla lingua dei boeri (o afrikaners), i primi colonizzatori, di origine olandese, del Sudafrica, da sempre favorevoli ad una politica razzista. Essi costituivano la maggioranza della popolazione boera ed ebbero, sin dall’inizio dell’Ottocento, forti contrasti con gli inglesi, anche per una diversa concezione dei rapporti con gli indigeni. L’apartheid nacque formalmente con l’intento di offrire ai vari gruppi razziali la possibilità di vivere seguendo le proprie culture, ma di fatto impose la volontà di dominio della classe al potere, desiderosa di attuare una decisa politica razzista. Tale politica, non solo era di natura xenofoba ma finalizzava il suo interesse all’arricchimento, sempre più costante, dei bianchi attraverso lo sfruttamento dei minatori neri impiegati nell’estrazione di preziosi minerali, di cui era ricco il territorio, a partire dall’oro. Il termine apartheid fu utilizzato, in senso politico, per la prima volta nel 1917 dal primo ministro sudafricano Jan Smuts, ma solo dopo la vittoria del Partito nazionale nelle elezioni del 1948, l’idea venne trasformata in un sistema legislativo compiuto. I principali ideologici furono i primi ministri: Daniel Francois Malan (in carica dal 1948 al 1954), Johannes Gerhardus Strijdom (dal 1954 al 1958) e Hendrik Frensch Verwoerd (vero e proprio “architetto dell’apartheid”, in carica dal 1958, fino al suo accoltellamento nel 1966). Verwoerd definiva l’apartheid come “una politica di buon vicinato”. È dunque nel secondo dopoguerra che l’apartheid prende definitivamente forma con l’entrata in vigore di una serie di leggi che negano ogni diritto politico, sociale ed economico ai neri come, ad esempio, la separazione dei bianchi dai neri nelle zone abitate da entrambi rispetto all’uso di mezzi e strutture pubbliche o l’istituzione dei bantustan, i territori semi-indipendenti in cui molti neri furono costretti a trasferirsi. Tra le vergognose leggi che costituivano il sistema dell’apartheid c’erano ad esempio la proibizione dei matrimoni interrazziali; la legge secondo la quale avere rapporti sessuali con una persona di “razza” diversa diventava un fatto penalmente perseguibile; la legge che proibiva alle persone di colore di entrare in alcune aree urbane, di utilizzare le stesse strutture pubbliche (fontane, sale d’attesa, marciapiedi, ecc.); la legge che prevedeva una serie di provvedimenti tutti tesi a rendere più difficile, per i neri, l’accesso all’istruzione, quella che sanciva la discriminazione razziale in ambito lavorativo; la legge che istituiva i bantustan, ghetti per la popolazione nera, nominalmente indipendenti ma in realtà sottoposti al controllo del governo sudafricano; la legge che privava della cittadinanza sudafricana e dei diritti a essa connessi gli abitanti dei bantustan; la legge che costringeva la popolazione nera a poter frequentare i quartieri della gente “bianca” solo con speciali passaporti, pena l’arresto. Negli anni ’60 milioni di neri, chiamati bantu, furono sfrattati con la forza dalle loro case e deportati nelle “homeland del sud”. I neri potevano frequentare solo l’istituzione di scuole agricole e commerciali speciali. I negozi dovevano servire tutti i clienti bianchi prima dei neri e così via nella negazione di ogni diritto politico e civile. Fu solo dopo la liberazione di Nelson Mandela, avvenuta nel 1990, dopo 27 anni di prigionia e la sua successiva elezione a capo dello Stato a decretare la fine dell’apartheid e l’inizio di una nuova era. Mandela, nel ’41, da giovane studente di legge, fu coinvolto nell’opposizione al regime sudafricano. Si unì, nel ’42, all’African National Congress e due anni dopo fondò l’associazione giovanile Youth League, insieme ad altri. Nel ’52 si distinse nella campagna di resistenza organizzata dall’ANC, ed ebbe un ruolo importante nell’assemblea popolare del ’55, la cui adozione della Carta della Libertà stabilì il fondamentale programma della causa anti-apartheid. Durante questo periodo Mandela e il suo compagno avvocato Oliver Tambo fondarono l’ufficio legale “Mandela e Tambo” fornendo assistenza gratuita o a basso costo a molti neri che sarebbero rimasti altrimenti senza rappresentanza legale. Nel marzo del ’60, dopo l’uccisione di manifestanti disarmati a Sharpeville e la successiva interdizione, Mandela e i suoi colleghi appoggiarono la lotta armata. Nel ’61 divenne il comandante dell’ala armata dell’ANC della quale fu cofondatore, coordinò la campagna di sabotaggio contro l’esercito e gli obiettivi del governo ed elaborò piani di una possibile guerriglia per porre fine all’apartheid. Raccolse anche fondi dall’estero per i MK (Lancia della nazione”, MK, l’ala armata dell’ANC) e dispose addestramenti paramilitari, visitando vari governi africani. Nell’agosto del ’62 fu arrestato dalla polizia sudafricana, in seguito a informazioni fornite dalla CIA, notizie che però lo stesso Mandela, nella sua biografia, ritiene non attendibili e fu imprigionato per 27 anni, nella prigione di Robben Island, con l’accusa di viaggi illegali all’estero e incitamento allo sciopero. Nel discorso pronunciato di fronte ai giudici del tribunale, prima del verdetto, Mandela affermò: “Più potente della paura per l’inumana vita della prigione è la rabbia per le terribili condizioni nelle quali il popolo è soggetto fuori della prigione, in questo paese … non ho dubbi che i posteri si pronunceranno per la mia innocenza e che i criminali che dovrebbero essere portati di fronte a questa corte sono i membri del governo”. Mandela, dal carcere riescì a rimanere la testa e il simbolo della lotta. Liberato nel 1990, l’anno successivo sarà eletto presidente dell’ANC e insignito del Premio Nobel per la Pace, inoltre, sarà eletto Presidente della Repubblica sudafricana alle prime elezioni libere del suo Paese, nel 1994, fino al 1999. Diventato Presidente, Mandela si trovò a gestire un’eredità pesantissima dovendo garantire il passaggio dal regime di Apartheid alla democrazia. Il suo capolavoro politico fu quello di aver favorito la nascita della famosa, ormai, “Commissione per la verità e la riconciliazione” che lavorò tre anni, in modo intenso e drammatico, con l’obiettivo di raccontare la verità, tutta la verità possibile su quello che era successo in Sudafrica negli anni del regime di Apartheid. A tal fine vennero chiamati i carnefici e le vittime a confrontarsi, in pubblico, per giudicare i crimini di quel regime segregazionista e, questa grande riflessione collettiva sulla violenza ha aiutato il Sudafrica a lenire le ferite di un passato lacerante, pieno di lutti e sofferenza. Nelson Mandela muore il 5 dicembre 2013, all’età di 95, nella sua casa a Johannesburg.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +31. Livorno (Italia, Europa) soleggiato +28. Nagasaki (Giappone, Asia) sereno +27. Borama (Somalia, Africa) pioggia +19. Belo Horizonte (Minas Gerais, Brasile, Sud America) per lo più soleggiato +18Huonville (Tasmania, Australia) per lo più nuvoloso +5.


17 luglio   -168

La notizia del giorno.

Ancora incendi nel Lazio e in Campania.

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Dopo la tromba d’aria, che ieri sulla spiaggia Amerigo Vespucci di Ostia ha travolto lettini e ombrelloni, causando 12 feriti, un nuovo incendio, dopo quello dello scorso 7 luglio, è divampato nella pineta di Castelfusano e ha richiesto l’intervento degli elicotteri dell’anti-incendio. Le fiamme si sono sviluppate all’interno della pineta all’altezza dell’Infernetto, un altro rogo si è acceso lungo la Cristoforo Colombo e un terzo sulla Litoranea, chiusa al traffico. Anche un tratto della Cristoforo Colombo, all’altezza di via della Villa di Plinio a Ostia è stato interdetto alle auto. Il fumo è visibile anche da lontano, dalla città come dalla spiaggia di Ostia, le fiamme stanno lambendo alcune abitazioni che sono state evacuate. Vigili del fuoco e carabinieri sono al lavoro per mettere in sicurezza la zona colpita dal rogo e le persone che stanno fuggendo dalle loro case. La pineta di Castelfusano fu devastata nell’estate del 2000 da un incendio di vaste dimensioni che compromise in parte la vegetazione formata da pini secolari. Anche a Roma roghi di sterpaglie: nella tarda mattinata un vasto incendio si è sviluppato in via di Grottarossa, in un campo proprio di fronte all’ospedale Sant’Andrea. Per permettere le operazioni di spegnimento delle fiamme la strada è stata chiusa. Sono intervenuti i Vigili del Fuoco, due elicotteri e squadre di volontari della Protezione civile regionale. I primi ad adoperarsi sono stati gli addetti dell’ospedale che hanno cercato di arginare le fiamme con gli estintori della struttura ospedaliera. L’incendio ora risulta spento. Fiamme anche a Napoli, sulla collina di Posillipo: la vegetazione sta bruciando in più punti e i roghi lambiscono le strade soprastanti. Sul posto i vigili del fuoco e anche la polizia municipale. Secondo le prime notizie sarebbe stata danneggiata una casa immersa nel verde, al momento vuota. Il fronte del fuoco, lungo quattro-cinquecento metri, si sviluppa nella zona panoramica di via Petrarca, dai balconi delle abitazioni soprastanti la gente lancia acqua sulle fiamme. Numerose abitazioni sono state evacuate per un incendio anche ad Agropoli (Salerno), in località Colle San Marco. Le operazioni di spegnimento sono ostacolate dal forte vento che spazza la zona.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

17 luglio1944: la strage di piazza Tasso.

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Nel pomeriggio del 17 luglio 1944 un camion pieno di militi repubblichini e agenti in borghese, guidati da Giuseppe Bernasconi, braccio destro del famigerato comandante delle SS italiane Mario Carità, arriva improvvisamente in Piazza Tasso e si ferma all’angolo tra via Giovanni Villani e viale Francesco Petrarca: i fascisti, armati di mitragliatori, aprono il fuoco sulle persone che sono in piazza, seminando morte e terrore. In quel pomeriggio d’estate molti abitanti del quartiere fiorentino di San Frediano erano in piazza, si trattava in gran parte di donne, anziani e bambini, dato che i giovani e gli uomini validi erano quasi tutti nascosti per evitare i rastrellamenti. Sotto il fuoco degli uomini di Bernasconi caddero cinque persone: Ivo Poli, di soli otto anni, Aldo Arditi, Igino Bercigli, Corrado Frittelli e Umberto Peri; si contarono inoltre numerosi feriti più o meno gravi. La retata si concluse con l’arresto di alcuni sospetti gappisti, che saranno inclusi nel drappello di diciassette uomini fucilati alle Cascine il 23 luglio. Solo molti anni dopo, nel 1952, furono ritrovati i loro corpi sul greto del fiume Arno, nei pressi del parco delle Cascine. Stando alle testimonianze disponibili, in quella occasione furono effettuati altri arresti, ma non è chiaro se le persone fermate siano state poi rilasciate o inviate al lavoro coatto in Italia o nel Reich. I repubblichini non erano stati molestati o fatti segno di atti ostili, l’eccidio fu verosimilmente una sanguinosa ritorsione contro la popolazione del quartiere di San Frediano, di solide tradizioni antifasciste e sostenitrice della Resistenza. A condurre l’azione non sono dunque forze tedesche, ma italiane: si tratta di elementi appartenenti alla cosiddetta “banda Carità”, ovvero al Reparto servizi speciali, fondato dal “seniore” Mario Carità nell’autunno 1943 e formalmente inquadrato nella Guardia nazionale repubblicana. La banda aveva in realtà assunto un ruolo autonomo, in stretta connessione con i reparti investigativi tedeschi, e si era macchiata di numerosi crimini nella sua attività repressiva contro i gruppi antifascisti e nella caccia agli ebrei. Dato che Carità ha abbandonato Firenze i primi di luglio alla volta di Padova, è Giuseppe Bernasconi, uno dei suoi più stretti collaboratori, a condurre il rastrellamento di piazza Tasso. Il pluripregiudicato Bernasconi è un esempio di quei militanti della prima ora, posti ai margini durante la fase di normalizzazione del regime, che hanno poi trovato nuovi spazi di manovra nei mesi della Repubblica Sociale. L’eccidio di piazza Tasso è esemplificiativo dei numerosi episodi di angherie e soppressioni di civili, attribuibili solo in parte ai reparti tedeschi: dalle esecuzioni di antifascisti, o sospetti tali, fino a una serie di eccidi mossi dalla volontà di infliggere l’ultima punizione a una popolazione ritenuta ostile. Nelle settimane che precedono la liberazione, a Firenze domina il terrore: avvengono improvvisi rastrellamenti, mancano i generi alimentari e i servizi essenziali. Mentre le residue autorità della Repubblica Sociale Italiana (RSI) si disarticolano ed i militanti predispongono l’esodo verso il Nord, la condotta delle numerose unità tedesche di passaggio, ma anche delle residue forze repubblichine, è improntata ad una discrezionalità e ad un arbitrio sempre più evidenti. Nell’area fiorentina l’attività repressiva solo in alcuni casi si condensa in vere e proprie stragi, come quella del padule di Fucecchio, il 23 agosto 1944, in cui persero la vita 174 civili (uomini, donne e bambini), ma si moltiplicano le violenze, le confessioni estorte con le torture, le intimidazioni. Molte persone vengono arrestate per strada e portate in via Bolognese al civico 67, a “villa Loria” conosciuta con il famigerato appellativo di “villa Triste”, nell’attuale Largo Fanciullacci. Era lì, infatti, il quartier generale del reparto speciale del maggiore Carità, tristemente noto per sevizie e torture. Le contestazioni all’operato di Carità erano giunte da più parti e significativa era in particolare l’avversione del filosofo Giovanni Gentile, il quale minacciò di parlare con Mussolini per denunciarne “i metodi della polizia politica”. Gli stessi tedeschi nei loro rapporti interni sottolinearono come in alcuni casi si eccedesse la misura con i prigionieri. Nonostante le denunce di cui fu fatto oggetto, Carità mantenne l’incarico a dimostrazione di come l’azione di alcuni reparti autonomi fossero pienamente inseriti nelle strategie dell’esercito tedesco e nell’organizzazione repressiva della RSI. La banda Carità fu processata nel 1951 dalla Corte d’Assise di Lucca e nel 1953 dalla Corte d’assise d’appello di Bologna. La strage è ricordata da un monumento e da una targa posta all’angolo tra la piazza ed il viale Francesco Petrarca.

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) idem. Abovyan (Armenia, Asia) per lo più soleggiato +31. Huambo (Angola, Africa) per lo più soleggiato +26. Soldotna (Alaska, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +13Merizo (Guam, Oceania) parzialmente nuvoloso +27.


16 luglio   -169

La notizia del giorno.

Roma: gli U2 infiammano l’Olimpico.

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“La più bella notte di sempre”, urla Bono dal palco dello Stadio Olimpico all’inizio della prima serata dei due concerti, tenuti dagli U2 a Roma il 15 e 16 luglio, per i 30 anni di The Joshua Tree. Il concerto, del resto, in tutta la parte centrale, è tutto costruito attorno all’album, pietra miliare nella storia degli U2 e della musica, suonato per intero e con i brani nello stesso ordine in cui sono stati pubblicati 30 anni fa. L’introduzione è il riassunto della loro storia pre-Joshua e in omaggio agli inizi la band suona con i maxischemi spenti su un palco in mezzo al pubblico, sul quale i 4 ragazzi di Dublino arrivano alla spicciolata, senza farsi annunciare: Sunday Bloody Sunday, New Year’s Day, Bad, Pride. Quando parte Where The Streets have no names, sull’enorme maxischermo alle spalle della band appare l’inconfondibile sagoma del Joshua Tree su un sanguinario sfondo rosso. Il palco si accende e lo schermo gigantesco rimanda le immagini che accompagnano l’esecuzione integrale di tutto l’album della svolta, ancora oggi attuale e potente, quel Joshua Tree ispirato all’albero americano dal nome biblico che cresce nei deserti dell’Arizona, un simbolo perfetto della vita che resiste, dell’albero che cerca l’acqua dove non c’è, ma cresce, l’albero, che su suggerimento dell’amico fotografo Anton Corbijn diventò la foto della copertina e il titolo del disco del 1987. Il disco racconta le contraddizioni dell’America con la bellezza “straziante” dei suoi paesaggi e la brutalità della politica ed esalta parole come giustizia, comunità, pace, compassione, che Bono scandisce tra un pezzo e l’altro. Ci sono, soprattutto nei numerosi bis, anche richiami ai diritti civili, alla democrazia negata, ai cambiamenti climatici, alle migrazioni (con un ringraziamento all’Italia per il suo impegno nell’accoglienza ai migranti), l’omaggio alle donne con una sfilata di foto di figure femminili da Rosa Parks a Patti Smith, ad Angela Merkel e Christine Lagarde. Miss Sarajevo nel 2017 diventa Miss Syria, con un video che racconta la storia di una bambina in un campo profughi. Il finale è un crescendo con Beautiful Day, Elevation, Vertigo, Ultraviolet, One, un inno dalle molteplici sfaccettature, che può essere vissuto come una canzone d’amore, di amicizia, di fratellanza tra popoli. “Siete fantastici, siete una famiglia”, ringrazia Bono in italiano e in italiano prova ad esprimersi più volte durante le serate. Quello verso il pubblico romano, oltre 60.000 fan in ognuna delle due serate, del resto, è un amore, ricambiato, di lunga data. Quando poco prima di salire sul palco, la band incontra alcuni giornalisti, privilegio riservato finora solo all’Italia, Adam Clayton spiega: “Il concerto è più o meno lo stesso che abbiamo presentato a Vancouver, ma la differenza la fa il pubblico, e quello italiano è sempre stato speciale”. Si va fino in fondo, fino a Exit e Mother of disappeared, per completare l’esibizione integrale del capolavoro anni Ottanta, del disco che stabilì una volta per tutte il ruolo degli U2, eroi impavidi e senza macchia, desiderosi ancora oggi di cambiare il mondo.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

La critica alla superficialità sociale e l’impegno civile di Böll.

22.12.1981 Pressekonferenz mit Heinich Böll und den emegrierten Prof. Juliusz Stronynowski (Polen) und Even Etkind (UDSSR) im Restaurant Tulpenfeld, Bonn.

“Heinrich Böll era appena noto a pochi lettori tedeschi per alcuni racconti pubblicati in riviste di limitata tiratura, quando di colpo divenne un caso letterario con l’uscita in volume del suo breve romanzo “Il treno era in orario”. Era il 1949 e la letteratura tedesca pareva ancora un deserto dopo la distruzione quasi totale causata dal nazismo e dalla guerra. Böll reduce da diversi fronti, ferito non volle “parlare d’altro” e rituffò i suoi connazionali nella grande tragedia che li aveva travolti e che pochi avevano capito in tutta la sua gravità”. “Il vero volto della guerra per me” diceva Böll “fu il bombardamento della città. Quella fu una vera follia. Le donne e i bambini nelle città soffrirono molto, molto di più dei soldati al fronte”. Heinrich Böll era nato a Colonia nel 1917. Cresciuto in un ambiente cattolico, pacifista e progressista, si oppose al partito nazista e negli anni trenta rifiutò l’iscrizione nella Gioventù hitleriana. “Ma i sei anni di guerra Boll se li era fatti tutti”, come racconta Italo Chiusano su Repubblica, “scampando spesso per un pelo alla distruzione personale. Ma quella degli altri, anche in massa, l’ha vista, l’ha assorbita fino alla nausea. E la Germania in cui è tornato, nel 1945, la sua natia Colonia, odorava di morte come un cadavere, in un paesaggio di rovine, di polvere e di silenzio che è poi rimasto, per sempre, il suo … “paesaggio interiore”. Si veda che cosa è stata per lui la guerra nei libri che lo hanno rivelato al mondo … in un continuo rincorrere di sequenze insieme fredde e allucinate, attraverso quasi tutti i romanzi e i racconti via via, sino ad alcune scene intensissime del libro che, nel 1972 gli ha meritato il Premio Nobel “Foto di gruppo con signora” (1971). Si veda come egli ha visto e fatto vedere la Germania delle macerie, la vita inconcepibile dei sopravvissuti nei libri che hanno consolidato la sua fama “Viandante, se vieni a Spa … (1950), “E non disse nemmeno una parola” (1953) … e in moltissimi racconti in volume, fino alla grande silloge del 1966. Poi ci fu il “miracolo economico”, il boom della Germania di Adenauer, con la lunga coda della Germania socialdemocratica. Forse Böll ha visto la morte più ancora in quel benessere, in quell’arroganza dimenticata del passato, che nella tragedia precedente. Lo rivela anche lo stile: nella prima fase crudo, austero, sobriamente rilevato, più tardi cattivo, sornione, sarcastico, a volte amaramente malandrino. Emerge, con gli anni, il Böll “coscienza della Germania”, lo scrittore che, anche a costo di comporre qualche libro poco riuscito … non può fare a meno di mettere ogni due o tre anni, davanti alla faccia sempre più soddisfatta del suo popolo, soprattutto dei suoi ricchi e dei suoi potenti, uno specchio dove ancora domina, ma senza alcuna grandezza, la morte, la morte come indegnità di essere vivi. Si comincia con un racconto precoce, “Le pecore nere” (1951) …” e in seguito per tutta la sua prolifica produzione letteraria. La sua opera è stata definita Trummerliteratur (letteratura delle macerie”), con implicito riferimento alle rovine della Germania post-bellica. Böll era un artista di grande valore, considerato uno dei massimi esponenti della letteratura tedesca del secondo dopoguerra “però era anche un cronista,” prosegue Chiusano “a volte minuto e puntiglioso, della  sua Germania, amata e odiata: sarà difficile, in avvenire, anche per lo storico, scrivere sulla Germania dal 1939 in poi senza leggere i romanzi, i racconti, i radiodrammi, le poesie, le brevi o sterminate interviste di Heinrich Böll … Era un feroce utopista. E anche un bambino. Chi non ha mai riso con lui, ingenuamente, delle cose più semplici, davanti a un bicchiere di vino, a un pezzo di pane croccante (uno dei suoi “sacramenti”), chi non lo ha visto divertirsi disarmato davanti alla goffaggine anche di un personaggio che pubblicamente combatteva, non può sapere fino a che punto la componente ludica, fosse in lui robusta. Böll amava moltissimo la vita, ne era ghiotto, anche se ha sempre guardato in faccia la morte. Fumare, andare al cinema, viaggiare, coccolare e abbracciare la sua donna (si, al singolare, bisogna sempre tornare alla sua impareggiabile Anne-Marie), passeggiare all’aperto, erano per lui cose sacre. I suoi libri ne sono pieni, di queste cose sacre, ed è lì che il suo cristianesimo spicca meglio, assai più che nelle polemiche teologiche. Anche la politica la concepiva così: uno stare insieme tra fratelli, tra amici, in un mondo pieno d’aria pulita, di verde non venduto ai soli ricchi, di tranquillità ilare, non minacciata né dal terrore né dallo sfruttamento. Questo il suo socialismo anarchico e francescano …”. Böll morì il 16 luglio 1985, nella sua casa di Langenbroich, nel Nordreno-Westfalia, dove nel 1974 aveva ospitato il dissidente sovietico Alexander Solzhenitsyn. La motivazione del Nobel conferito a Böll è: “per la sua scrittura che attraverso la combinazione di una prospettiva ampia sul proprio tempo e l’importante sensibilità nella caratterizzazione dei personaggi ha contribuito alla rinascita della letteratura tedesca”.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) ventoso e soleggiato +30. Livorno (Italia, Europa) soleggiato +28. Chuncheon (Gangwon, Corea del Sud, Asia) per lo più nuvoloso -28. Tozeur (Tunisia, Africa) per lo più soleggiato +31Kingsport (Tennessee, Stati Uniti d’America) sereno +16. kaitaia (Northland, Nuova Zelanda, Oceania) nuvoloso +13.


15 luglio   -170

La notizia del giorno.

Turchia: un anno dopo il fallito golpe nuove epurazioni.

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Alla vigilia dell’anniversario del fallito golpe oltre 7mila, tra poliziotti, personale dei ministeri e accademici, sono stati cacciati dai posti che occupavano con l’accusa di avere “agito contro la sicurezza dello Stato” o perché “membri di una organizzazione terrorista.” Lo scrive la Bbc online citando un decreto del 5 giugno, pubblicato oggi sulla Gazzetta ufficiale governativa. Tra le persone sospese dalle loro funzioni figurano tra gli altri 2.303 ufficiali di polizia e diverse centinaia di accademici universitari. Il presidente, giunto a Istanbul scortato da jet da guerra, nel suo discorso per le celebrazioni del primo anniversario del fallito golpe dello scorso anno, che causò, in gran parte tra gli insorti, oltre 260 morti e centinaia di arresti, ha così esordito: “Taglieremo le teste dei traditori.” Il discorso presidenziale è stato diffuso in tutto il paese grazie ai maxischermi ed è stato seguito da centinaia di migliaia di persone confluite sin dal primo pomeriggio in prossimità del ponte sul Bosforo, ribattezzato “il ponte dei Martiri”. Erdogan ha anche aggiunto che i ribelli in prigione dovrebbero indossare una “uniforme”, “come a Guantanamo.” È passato un anno dalla notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, quando una parte dell’esercito turco tentò di rovesciare il governo di Erdoğan con un colpo di stato durante il quale morirono almeno 260 persone e ci furono oltre 2.000 feriti. In quella notte ci fu una videochiamata di Erdoğan, trasmessa in diretta, per invitare i cittadini a difendere le istituzioni contro i golpisti scendendo in strada e un momento in cui l’aereo sul quale stava viaggiando Erdoğan arrivò a tiro dei jet dei ribelli, che non fecero fuoco. A tarda notte, stando alle notizie che arrivavano, sembrava che i golpisti ce l’avessero fatta: la mattina la situazione era completamente diversa: le forze fedeli a Erdoğan avevano ripreso il totale controllo della situazione. Erdoğan usò il tentato colpo di stato per reprimere non solo i ribelli, ma anche il dissenso nel paese. La Turchia oggi è divisa non solo tra i sostenitori di uno stato di ispirazione islamica e quelli di una nazione laica, ma anche tra i diversi gruppi etnici e le diverse classi sociali, è divisa a metà anche sulla figura di Erdoğan, come ha dimostrato il referendum costituzionale di aprile vinto di misura dallo stesso Erdoğan con il 51,4 per cento dei consensi: una parte del paese reputa Erdoğan un difensore delle classi più povere e un leader forte a livello internazionale, l’altra ritiene sia responsabile di una pericolosa deriva autoritaria.

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) idem. Zibo (Shandong, Cina, Asia) per lo più nuvoloso +31Kiffa (Mauritania, Africa) sereno +31. Fray Bentos (Dipartimento di Río Negro, Uruguay, America del Sud) sereno +2. Broken Hill (Nuovo Galles del Sud, Australia, Oceania) sereno con nuvolosità sparsa +14.


14 luglio   -171

La notizia del giorno.

Egitto, Hurghada: attentato in un resort, accoltellate sei turiste.

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Due turiste tedesche sono state accoltellate a morte ed altre quattro straniere sono rimaste ferite in un resort nella nota località di Hurghada, sul Mar Rosso. A compiere l’assalto è stato un ventenne arrivato a nuoto sulla spiaggia e poi intrufolatosi nell’albergo, dove ha seminato morte e paura prima di essere arrestato. L’uomo, secondo le forze dell’ordine e i testimoni, ha colpito all’hotel Zahabia di Hurghada, affacciato sul Mar Rosso, e poi è andato a nuoto in una spiaggia vicina per attaccare almeno altre due persone nel villaggio Sunny Days El Palacio prima dell’arresto. “Aveva un coltello con lui e ha pugnalato ognuno di loro tre volte nel petto, sono morti sulla spiaggia”, ha detto il responsabile della sicurezza dell’hotel El Palacio, Saud Abdelaziz, a Reuters. “Ha saltato un muro tra gli alberghi e ha nuotato verso l’altra spiaggia”. La dinamica è simile alla strage avvenuta a Sousse in Tunisia nel giugno del 2015, quando 38 turisti furono massacrati da un terrorista giunto anche in questo caso nel resort via mare. “Non voglio gli egiziani, non è voi che cerchiamo”, avrebbe urlato in arabo l’assalitore secondo quanto ha raccontato un testimone. Queste frasi, se confermate dagli inquirenti, che lo hanno interrogato per ore, potrebbero avallare la pista jihadista: da anni, infatti, l’Isis e gruppi terroristi affiliati esortano i loro combattenti a colpire il più alto numero di ‘infedeli’ nelle località turistiche dell’Egitto, da Sharm el Sheikh, perla del Sinai, a Luxor e Hurghada, già presa di mira nel gennaio del 2016, con tre turisti feriti, un assalitore ucciso e un altro ferito. In quell’occasione le autorità, preoccupatissime per i contraccolpi sul turismo, parlarono di una rapina, ma i testimoni dell’attacco riferirono che gli assalitori gridarono “Allah è grande”. L’uomo sui vent’anni, alto circa un metro e ottanta, t-shirt nera e jeans, è stato arrestato e sottoposto ad interrogatorio per ore, ma gli inquirenti non hanno rivelato la sua identità. L’attacco di Hurghada è seguito ad un attentato non ancora rivendicato, avvenuto in mattinata alla periferia del Cairo vicino alle Piramidi – altro luogo meta di turisti – con un bilancio di cinque poliziotti uccisi. Dopo aver compiuto il massacro, i terroristi hanno rubato le armi alle vittime e hanno cercato di dar fuoco ai corpi prima di darsi alla fuga. Da anni l’Isis e gruppi terroristi affiliati esortano i loro combattenti a colpire il più alto numero di “infedeli” nelle località turistiche del paese dei Faraoni, da Sharm el Sheikh, perla del Sinai, a Luxor.

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) per lo più soleggiato +29. Ulaangom (Mongolia, Asia) parzialmente nuvoloso +25. Gamba (Gabon, Africa) per lo più nuvoloso +25New Braunfels (Texas, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +25. lalomanu (Samoa, Oceania) per lo più nuvoloso +25.


13 luglio   -172

La notizia del giorno.

Morto lo storico inglese Mack Smith.

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L’11 luglio scorso è morto, a 97 anni, lo storico inglese Denis Mack Smith, che nei suoi libri ha ricostruito la storia d’Italia dal Risorgimento in poi da angolazioni spesso controverse che hanno innescato ogni volta reazioni vivaci. Nato a Londra il 3 marzo 1920, laureatosi a Cambridge con una tesi sul nostro Risorgimento, nel 1962 lo storico inglese è diventato docente presso il prestigioso All Souls College dell’Università di Oxford, dove ha insegnato fino al suo ritiro nel 1987. Sotto la guida di Mack Smith si sono formati nel tempo parecchi studiosi britannici specialisti del nostro Paese, le cui opere sono state pubblicate anche in Italia. Tra i più noti si possono ricordare Christopher Duggan (prematuramente scomparso nel 2015 a neppure 58 anni), biografo di Crispi, lo storico della mafia John Dickie e Lucy Riall, autrice di saggi importanti sul Risorgimento, Garibaldi e la spedizione dei Mille. Grande esperto di storia italiana, è vissuto a lungo in Italia, dove avvenne l’incontro con Benedetto Croce che segnò una svolta nella sua carriera di studioso e lo introdusse nel nostro ambiente culturale. Nel 1959 vide la luce la “Storia d’Italia dal 1861 al 1997”, che, edita da Laterza e stampata in oltre 150 mila copie, lo pose al centro dell’attenzione, facendone il bersaglio di molte polemiche: Rosario Romeo accusò il professore di Oxford di ridurre la storia d’Itala ad aneddoto e di essere un antitaliano. Altre polemiche accolsero poi la sua “Storia della Sicilia medievale e moderna”, uscita nel 1970 sempre per Laterza. Giuseppe Laterza, addolorato per la perdita del grande storico, ne difende la capacità di raccontare la storia con estrema chiarezza: “Mack Smith ha giustamente sempre pensato che la storia sia fatta di circostanze e che per questo debba essere anche aneddotica. Ed è proprio questo che gli fu rimproverato”. Per esempio a parere degli accademici italiani dimostra una spiccata benevolenza verso Garibaldi, descritto come un po’ rozzo, ma straordinariamente coraggioso e sincero nel suo idealismo, mentre rimprovera a Cavour, un abile politico ma nel contempo «… disonesto … maldestro … sbagliato …», uno «scaltro opportunismo» che lo fa apparire «ingannevole e infido». Tra gli altri controversi saggi di Mack Smith ci furono: una biografia su Vittorio Emanuele II (Laterza, 1972), in cui il re appare tutt’altro che galantuomo, un libro altrettanto scomodo sui Savoia (I Savoia re d’Italia, Rizzoli 1990) e più saggi su Mussolini (“Le guerre del duce”, Laterza, 1976; “Mussolini”, Rizzoli 1981; “A proposito di Mussolini”, Laterza 2004). Del Duce tratteggiò ossessioni, retorica e manie narcisiste, ritratto che gli procurò un celebre contrasto con Renzo De Felice. Nonostante le critiche di questi studiosi italiani, i suoi libri, molto accessibili e divulgativi, hanno ottenuto un ragguardevole successo di pubblico tra i lettori italiani e rimangono i più venduti dopo quelli di Indro Montanelli.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

Nadine Gordimer. (Nobel, 1991. Motivazione della giuria: “per esser stata di enorme beneficio all’umanità grazie alla sua scrittura magnifica”).

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All’indomani della morte di Nadine Gordimer, la grande scrittrice sudafricana vincitrice del Premio Nobel la cui prosa, intensa e intima, ha aiutato a mostrare l’apartheid ai lettori di tutto il mondo una lunga serie di articoli della stampa internazionale ne commentava la biografia e le opere con toni commossi e pieni di stima. La Gordimer minuta, elegante e decisa ha sempre lottato in prima linea, insieme a Mandela, contro il razzismo nel suo paese e per i diritti umani fino a qualche settimane prima di morire, il 13 luglio 2014, all’età di 90 anni. Stephanie Hanes, del Washington Post la ricorda così: “Gordimer, che era bianca, fu una precoce e attiva militante del partito dell’African National Congress, ma non partecipò alla scrittura dei suoi documenti politici. Il suo ruolo da autrice, diceva, era solo “scrivere a mio modo più onestamente che posso e profondamente quanto riesco della vita intorno a me”. I suoi personaggi dai nobili ideali avevano spesso limiti personali; gli uomini d’affari razzisti e indifferenti avevano la stessa complessità e profondità dei combattenti per la libertà. “Il conservatore”, il romanzo che vinse il Booker Prize nel 1994, racconta uno dei personaggi meglio definiti di Gordimer, un industriale bianco che ha acquistato una grande fattoria fuori Johannesburg, anche per usarlo come sede di appuntamenti con la sua amante sposata e politicamente radicale. Un altro romanzo famoso, “La figlia di Burger”, pubblicato nel 1979, segue le fatiche personali e politiche di Rosa Burger, figlia di un medico carismatico e attivista anti-apartheid afrikaner che morì in carcere. In un paese definito dalla propria intensità politica, Rosa conclude che “il vero significato della parola solitudine” è “vivere senza responsabilità sociali”. Il romanzo, del 1981, “Luglio” racconta la storia di una famiglia bianca liberal che scappa da un’immaginaria rivoluzione violenta contro l’apartheid e finisce nel villaggio del suo ex servitore, Luglio. Dal romanzo del 1958 “Un mondo di stranieri”, che descrive i futili tentativi di un giovane uomo d’affari inglesi di conservare dei legami tra i bianchi e i neri in Sudafrica, a “Ora o mai più” del 2012, che segue una coppia interraziale che cerca di affrontare la problematica società post-apartheid, Nadine Gordimer ha sempre scritto, senza risparmiarsi, della razza, dell’identità e dei luoghi e, di come i sistemi politici repressivi incidono sulle vite e sulle relazioni delle persone. “Sa rendere visibili le condizioni di vita terribilmente disumane ed estremamente complicate in un sistema di segregazione razziale”, disse il segretario dell’Accademia Svedese Sture Allen nel consegnare a Godimer il premio Nobel per la letteratura nel 1991. “In questo modo, si fondono arte e etica”. Stephen Clingman, professore all’Università del Massachusets ed esperto del lavoro di Gordimer, spiega che per la scrittrice “la politica è carattere psicologico”. “Sapeva che se vuoi capire qualunque personaggio, bianco o nero, devi saper comprendere il modo in cui la politica entra nell’individuo”. Il governo segregazionista, che imponeva la censura, vietò quattro dei suoi romanzi con differenti accuse di sovversione. Nel suo discorso per il Nobel Gordimer disse: “Questa nostra impresa estetica diventa sovversiva quando i vergognosi segreti del nostro tempo sono esplorati in profondità, con l’integrità ribelle dell’artista nei confronti della vita attorno a sé. E allora i temi e i personaggi dell’autore sono inevitabilmente formati dalle pressioni e distorsioni della società, così come la vita del pescatore è determinata dalla potenza del mare”. Nadine Gordimer era stata la fondatrice del Congress of South Africa Writers, a maggioranza nera e aveva  tra i suoi più intimi amici intellettuali come Edward Said, Susan Sontag e molti altri ancora. Per quanto leale amica e maestra di coloro che riteneva meritevoli della sua attenzione, era anche nota per la sua impazienza con chi trovava noioso. Era insofferente alle prudenti sensibilità dei “bianchi liberal” e preferiva definirsi una “radicale”, mostrandosi infastidita dalle ansiose attenzioni alle fatiche dei bianchi nel Sudafrica post-apartheid, anche dopo essere stata derubata con la forza del suo anello di nozze e chiusa in un ripostiglio durante una rapina nella sua casa nel 2006. Dopo ciò riconobbe la gravità del problema della criminalità nella sua città, ma espresse anche comprensione per i rapinatori. “Penso che dobbiamo guardare le ragioni del crimine”, disse al “Guardian”: “Ci sono giovani che vivono in miseria e senza prospettive. Hanno bisogno di istruzione, formazione e lavoro”. Gordimer era alta un metro e cinquantacinque ma aveva quella che qualcuno definì’ “la fierezza attentamente curata di chi è fragile”. Malgrado la sua piccola statura, sapeva infliggere uno sguardo pungente e intimidatorio a chi suggeriva che i suoi libri parlassero di persone o eventi reali, ripetendo che le sue storie erano pura finzione, e che secondo lei proprio questo rendeva la sua scrittura più “vera”. Le storie, spiegava, danno sguardi più chiari sulle politiche e le scelte e sul loro duraturo impatto sulle vite delle persone: più delle biografie o dei saggi giornalistici. “Ci faceva vedere cose della politica che la politica non avrebbe saputo descrivere”, dice Clingman. Nadine Gordimer era nata il 20 novembre 1923 fuori Joannesburg, nella città mineraria di Spings, un posto di “praterie bruciate, discariche minerarie e colline di carbone”, nelle sue parole “Non un luogo romantico”, disse durante una presentazione a Cape Town, nel 1977 intitolata “Cosa è per me il Sudafrica”. “Non un panorama che gli europei riconoscerebbero come Africa. Ma è Africa. Per quanto lo trovi duro e brutto e per quanto l’Africa per me sia diventata molte altre cose, quello è il mio primo impatto con la vita; tutto quello che ho visto e conosciuto dopo è cresciuto da lì”. I suoi genitori erano immigrati ebrei, sua madre era inglese, suo padre lituano, non praticanti e, diceva lei, terribilmente borghesi. Da bambina prese lezioni di danza, frequentò la scuola di un convento e fu avvisata di stare attenta alle baracche dove vivevano i minatori neri, quando attraversava la parateria per andare a scuola. A 11 anni le fu scoperto quello che più tardi risultò un problema al cuore non grave. Ma sua madre, che lei descrisse come una donna energica ma annoiata dalla sua vita, la tolse da scuola e dalle sue amate lezioni di danza e assunse un tutore tenendola “a riposo” per anni. “Di questo misterioso male ora posso parlare”, disse in un’intervista del 1976: “Dopo essere cresciuta capì che aveva a che fare con l’atteggiamento di mia madre nei miei confronti, che lei allevò quello che probabilmente era una cosa passeggera e ne fece una lunga malattia, per tenermi a casa, per tenermi con sé. Fu in questo strano isolamento forzato, sempre con gli adulti e passando pomeriggi a leggere con sua madre, che Gordimer cominciò a scrivere. Pubblicò racconti nella sezione per ragazzi di un giornale adulto. Catturata dall’idea di diventare una scrittrice, Gordimer si trasferì a Johannesburg. Frequentò corsi all’Università e per circa un anno imparò di più frequentando la scena artistica del multirazziale quartiere di Sophiantown. Antony Sampson, direttore della rivista per neri “Drum”, diventò uno dei suoi più stretti e fidati amici. C’è una seconda nascita che poteva accadere ai sudafricani, disse una volta Gordimer parlando all’Università di Cape Town: la presa di coscienza che l’apartheid non è un ordine del mondo di natura divina, fisso e immutabile. Spiegò diversi momenti attraverso i quali lei aveva iniziato ad aprire gli occhi sulla terribile natura dell’apartheid: i disumani raid nell’alloggio della sua tata nera, dietro casa dei suoi genitori e di fronte ai quali loro rimanevano impassibili e silenti; la scoperta che i minatori neri che frequentavano negozi gestiti da persone come suo padre non erano autorizzati neanche a toccare la merce prima di averla comperata; la sua amicizia con diversi scrittori neri, che lei considerava più bravi ma che non avevano le sue stesse possibilità di intraprendere la carriera da scrittori. Gordimer pubblicò la sua prima collezione di storie brevi, “Faccia a Faccia”, nel 1949. Poco dopo cominciò a collaborare con la sezione di narrativa del New Yorker. Il suo primo romanzo, “I giorni della menzogna” fu pubblicato nel 1953 e racconta di Helen Shaw, figlia di genitori e borghesi che vivono in una città di miniere d’oro che comincia a realizzare le condizioni di vita dei neri intorno a lei. Col suo paese nei problemi del post-apartheid del nuovo millennio, le fu chiesto se la democrazia avrebbe tolto ispirazione alla letteratura sudafricana. “Al contrario”, rispose: “siamo pieni di problemi”. A chi le criticava un’esistenza privilegiata, accusandola di aver usato come musa le sofferenze del suo paese guardandole dal suo comodo quartiere bianco senza patirne le conseguenze, rispose dicendo che non capivano il suo lavoro: “La tensione tra assistere ed essere completamente coinvolti è ciò che fa uno scrittore”.

Mary Titton

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Roma (Italia, Europa) soleggiato +32. Livorno (Italia, Europa) soleggiato +30. Ridder (Kazakistan, Asia) per lo più nuvoloso +24. Zuara (Libia, Africa) per lo più soleggiato +29Grand Prairie (Texas, Stati Uniti d’America) sereno +26. Shepparton (Victoria, Australia) pioggia +10.


12 luglio   -173

La notizia del giorno.

Antartide: distacco di un gigantesco iceberg.

800px-Antarctica_6400px_from_Blue_Marble(Antartide visto dal satellite)

In Antartide si è staccato uno dei più grandi iceberg mai visti, si chiama A68 ed è il risultato del distacco di una parte dalla piattaforma di ghiaccio Larsen C, lungo la costa orientale della penisola antartica. La sua superficie è più grande della Liguria, quasi 5.800 chilometri quadrati, è spesso tra i 200 e i 600 metri e pesa circa 1000 miliardi di tonnellate. Per gli esperti è un nuovo campanello d’allarme per lo stato di salute dei ghiacci antartici. Adrian Luckman, dell’Università di Swansea, ha detto che i ricercatori continueranno a “monitorare il destino di questo enorme iceberg” che emerge dalla superficie dell’oceano per circa 30 metri: l’acqua che contiene è pari a tre volte quella del lago di Garda ed equivale all’acqua consumata in media nel mondo nell’arco di cinque anni. Per Massimo Frezzotti, glaciologo dell’Enea e presidente del Comitato glaciologico italiano “il distacco di questo iceberg di per sé non è un evento catastrofico, ma è il segnale significativo di un processo che si è avviato da tempo e bisognerà vedere l’andamento della situazione nei prossimi anni”. Il distacco che è avvenuto finora corrisponde infatti a circa il 10% dell’intera piattaforma di ghiaccio, della quale restano ancora integri circa 50.000 chilometri quadrati. L’evento si è verificato, secondo i ricercatori, tra il 10 e il 12 luglio e sarebbe confermato dalle osservazioni del satellite Aqua della Nasa, utilizzando il sensore a infrarossi che riesce a ‘vedere’ anche nella lunga notte antartica. Negli ultimi giorni il monitoraggio della zona si era fatto più intenso perché la spaccatura aveva mostrato un avanzamento molto veloce. L’ultima curva, a 90°, generatasi di recente, secondo gli studiosi era il preludio alla separazione definitiva. Ora il gigantesco frammento è libero di galleggiare nell’oceano. La piattaforma Larsen C è la quarta più grande tra i ghiacci dell’Antartide, misura 50.000 chilometri quadrati. Ciò indica che, dopo il distacco definitivo dell’iceberg, ha perso oltre il 12% della sua estensione cambiando per sempre il profilo della penisola antartica. Il distacco e il futuro scioglimento dell’iceberg “non avrà effetti immediati sull’innalzamento dei mari” perché stava già galleggiando. Comunque “lo scioglimento dei ghiacci in Antartide – come ricorda Paul Johnston, capo della Science Unit di Greenpeace International – è stato sempre riconosciuto come un ammonimento a tutto il Pianeta sui pericoli dei cambiamenti climatici e il collasso di questa calotta di ghiaccio, il terzo registrato in questa regione negli ultimi anni, è verosimilmente un altro segnale dell’impatto globale del clima che cambia.” Secondo Greenpeace siamo ancora in tempo per evitare le più disastrose conseguenze dei cambiamenti climatici, ma occorre agire rapidamente. Per Greenpeace la strada da seguire per invertire la tendenza è una sola: implementare l’Accordo di Parigi, accelerando la transizione verso il 100% di energie rinnovabili e lasciando sottoterra i combustibili fossili.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

Pablo Neruda.

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Pablo Neruda è stato una delle voci più celebrate della poesia del Novecento. Il cantore più appassionato dell’amore: “Amo l’amore che si suddivide / in baci, letto e pane. / Amore che può essere eterno / e può essere fugace. / Amore che vuol liberarsi / per tornare ad amare:” (Farewell, in Crepuscolario). Neruda era convinto di poter cambiare il mondo con la forza della poesia. Insidiatasi la dittatura in Cile, i militari cominciarono a vessarlo con le perquisizioni ordinate da Pinochet; durante una di queste, Neruda avrebbe detto ai militari: “Guardatevi in giro, c’è una sola forma di pericolo per voi qui: la poesia”. “La poesia è sempre un atto di pace. Il poeta nasce dalla pace come il pane nasce dalla farina”. (da Confesso che ho vissuto). Neruda era un uomo che veniva dal popolo e per tutta la vita ha dimostrato il suo impegno sociale in difesa delle popolazioni martirizzate dalle dittature e dai totalitarismi esprimendo, nei suoi versi e nelle sue azioni, un forte desiderio di pace e di uguaglianza tra i popoli. “Questa foglia sono tutte le foglie, / questo fiore sono tutti i petali / e una menzogna è l’abbondanza. / Perché ogni frutto è lo stesso, / gli alberi sono uno solo / ed è un solo fiore la terra”. (Pablo Neruda. “Unità”, Fine del mondo). Per vedere così il mondo bisogna amare. “Due amanti felici fanno un solo pane, / una sola goccia di luna nell’erba, / lasciano camminando due ombre che s’uniscono, / lasciano un solo sole vuoto in un letto”. L’amore per la Donna, spinse il giovane Neruda a scrivere, e l’amore per l’Uomo lo fece continuare, l’obbligò a muoversi, per conoscere e per innamorarsi di nuovo. La vita stessa di Neruda, ricchissima di eventi drammatici e le moltissime esperienze, gli incontri con i più grandi personaggi della cultura del suo tempo, l’amore, la passione, la politica, concepita come realtà universale è testimonianza della sua forza e della sua vitalità: “Ma perché chiedo silenzio / non crediate che io muoia: mi accade tutto il contrario: / accade che sto per rinascere.” 

Eliécer Neftalí Reyes Basoalto nasce il 12 luglio a Parral, nel Cile centro-meridionale. Un mese dopo sua madre muore. Nel 1906 il padre, dipendente delle ferrovie, si risposa e si trasferisce in Araucania col figlio. Neruda manifesta molto precocemente interesse per la scrittura e la letteratura incoraggiato dalla poetessa Gabriela Mistral, futura vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 1945, sua insegnante durante il periodo di formazione scolastica. Il suo primo articolo appare in un giornale locale e fino al 1919, sotto svariati pseudonimi, appaiono in molti giornali diverse sue poesie. Nel 1920 il poeta adotta il nome d’arte Pablo Neruda in onore dello scrittore e poeta cecoslovacco Jan Neruda. L’anno successivo si iscrive a Santiago al corso di lingua e letteratura francese. Nel ’23 pubblica la sua prima raccolta, “Crepuscolario” e nel ’25 dirige la rivista letteraria “Caballo de Bastos”. In quel periodo, a Santiago, si ritrova in una condizione di povertà che lo costringe ad abbandonare l’Università e ad accettare nel ’27 un incarico di console onorario in Birmania. Scrive le prime poesie di “Residencia en la tierra”. I successivi anni fino al ’32 sarà Console a Ceylon, a Calcutta, dove incontra Gandhi, in Indonesia e a Singapore. Nel ‘32 ritorna in Cile dove completa nella versione definitiva di “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”. Quest’ultima e “Crepuscolario” tuttora sono tra le sue opere maggiormente apprezzate. Ottiene altre destinazioni diplomatiche; nel ’33 è Console a Buenos Aires; l’anno dopo a Barcellona, dove conosce García Lorca e tiene Conferenze all’Università di Madrid. Si trasferisce a Madrid dove nel ’36 scoppia la guerra civile in Spagna e viene ucciso, a Granada, l’amico García Lorca dai falangisti di Franco. Durante la guerra civile spagnola, Neruda, sostiene la causa del Fronte Repubblicano contro Franco e dopo l’assassinio di Lorca, s’iscrive al Partito Comunista. Inizia “España en el corazón”. Nel ’39 il governo cileno lo incarica di organizzare l’emigrazione in Cile dei rifugiati spagnoli dopo la vittoria del franchismo. Dopo un soggiorno in Messico e negli Stati Uniti, ritorna in Cile attraverso Colombia e Perù, dove la vista del Machu Picchu gli ispira la famosa poesia “Canto General”. Nel ’45, viene eletto senatore della repubblica nelle liste del partito comunista e vince il premio nazionale di Letteratura. Nel ’46 il candidato ufficiale del partito radicale per le elezioni presidenziali, Gabriel Videla, gli chiede di assumere la direzione della sua campagna elettorale: a questo incarico Neruda si dedica con fervore contribuendo alla sua nomina a presidente, ma rimanendo deluso per l’inaspettato voltafaccia di Videla nei confronti proprio del partito comunista subito dopo le elezioni. La violenta repressione di Videla verso i minatori in sciopero nella regione di Bio-Bio, a Lota, nell’ottobre del ’47, in cui i manifestanti vennero imprigionati in carceri militari e in campi di concentramento, provocheranno la disapprovazione di Neruda che culminerà nel drammatico discorso del 6 gennaio del ’48 davanti al senato cileno, chiamato in seguito “Yo acuso”, in cui il poeta lesse all’assemblea l’elenco dei minatori tenuti prigionieri. Il governo Videla si era rapidamente trasformato in un governo autoritario, da cui il poeta prese completamente le distanze. Subito dopo Neruda viene destituito dalla carica di senatore e colpito da mandato di cattura. Costretto a vivere in clandestinità varca a cavallo la cordigliera delle Ande e si reca per la prima volta in Unione Sovietica. L’anno dopo esce in Messico “Canto General”, subito tradotto in svariati paesi. Nello stesso anno Neruda si reca a Roma e poi in India a incontrare Nehru. Al Secondo Congresso mondiale dei partigiani della Pace riceve il Premio internazionale della Pace insieme a Picasso. Nel ’51 attraversa l’Italia e compie letture pubbliche a Firenze, Torino, Genova, Roma e Milano. Salvatore Quasimodo tiene una conferenza a Miliano su di lui. Nel ’52 trascorre sei mesi a Capri col suo nuovo amore, la cantante cilena Matilde Urrutia che diventerà la sua terza moglie. A lei sono dedicate le poesie di “Los versos del Capitan”, stampate anonime per difendere il segreto della sua passione. La prima edizione viene stampata a Napoli e le singole copie vengono autografate e dedicate singolarmente ai suoi nuovi amici italiani tra cui Palmiro Togliatti, Elsa Morante, Renato Guttuso, Giorgio Napolitano, Salvatore Quasimodo, Carlo Levi, Luchino Visconti. Rientrato in Cile pubblica a Santiago due volumi antologici: “Todo el amor” e “Poesia politica”. Riceve il Premio Lenin per la pace. Nel ’54 avvengono grandi festeggiamenti per i suoi cinquant’anni, con famosi ospiti da tutto il mondo. Dona all’Università la sua biblioteca e nasce la Fondazione Neruda. Quattro anni dopo partecipa alla campagna elettorale di Salvador Allende, candidato alla presidenza del Cile e nel ’60, dopo un viaggio in Europa, si ferma a Cuba, dove conosce Fidel Castro ed Ernesto Guevara. Nel ’67 sulla morte del “Che” in Bolivia, scrive molti articoli sulla perdita del “grande eroe della rivoluzione”, dalla cui stima era del resto ricambiato, come testimonia la composizione, da parte di Guevara, di un piccolo saggio elogiativo sul libro di Neruda “Canto General”. Nel ’64 esce il “Memorial de la Isla negra”. In seguito il comitato centrale del Partito comunista lo nomina candidato alla presidenza. Nel ’70 con il trionfo dell’unità popolare Salvador Allende diviene presidente della repubblica e Neruda ambasciatore del Cile in Francia. Nel ‘71 gli viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura e l’anno dopo comincia a scrivere le sue memorie, “Confieso que he vivido”. L’11 settembre del ’73 un colpo di stato rovescia il governo di Unità popolare e Salvador Allende muore tra le fiamme del palazzo presidenziale. Dodici giorni dopo muore Pablo Neruda, ufficialmente di tumore ma in circostanze ritenute dubbie, mentre stava per partire per un nuovo esilio. I suoi funerali diventano occasione di una immensa manifestazione di dolore e di coraggio ideologico: uno dei primissimi momenti di opposizione alla dittatura poiché avvenne nonostante la presenza ostile e intimidatoria dei militari a mitra spianato che guardavano a vista i partecipanti, come testimonia un filmato clandestino girato all’epoca. I partecipanti inneggiarono ad Allende, ma i soldati non osarono intervenire. Parecchi tra i presenti finirono poi “desaparecidos”. Fu, inoltre, un gesto di solidarietà e di ribellione contro l’ultimo sfregio nei confronti di Neruda, compiuto mentre giaceva nel letto d’ospedale: la devastazione, sempre per ordine di Pinochet, delle sue proprietà.

Mary Titton

 

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11 luglio   -174

La notizia del giorno.

Il massacro di Srebrenica 22 anni dopo.

Bosnian Muslim family weep together as they sit among the coffin of Srebrenica victims during the funeral ceremony at the Memorial center of Potocari near Srebrenica, 120 kms northeast of Sarajevo on Friday, July 11, 2008.  The bodies of 307 people were excavated from mass-graves in Eastern Bosnia and were identified as Muslims killed by Bosnian-Serb forces in the Srebrenica area. Bosnian Serb troops massacred up to 8,000 Bosnian Muslim men after capturing Srebrenica on July 11, 1995, during the 1992-1995 war in Bosnia-Herzegovina. The 307 identified victims will be buried today in the Memorial Center Potocari, next to some 3,200 victims of the massacre already buried there. (AP Photo/Amel Emric)(AP Photo/Amel Emric)

Nel 22mo anniversario del massacro di Srebrenica, migliaia di persone – bosniaci, ma anche tanti provenienti da altri Paesi – stanno affluendo da stamane al cimitero-memoriale di Potocari, alle porte di Srebrenica, per rendere omaggio alle 8.372 vittime del genocidio compiuto nel 1995 dai serbo-bosniaci di Ratko Mladic e per partecipare ai funerali di altre 71 vittime identificate nell’ultimo anno. A Potocari sono giunti anche i 5.000 partecipanti alla Marcia della pace e numerosi gruppi provenienti da varie città, ciclisti, motociclisti e maratoneti. Tra le 71 vittime, che saranno seppellite quest’anno accanto alle 6.504 tombe esistenti, vi sono anche sette minorenni, il più giovane Damir Suljic, ucciso a soli 15 anni. Le 6.662 vittime del genocidio finora identificate col metodo del Dna, delle quali 233 per volere delle famiglie non sono sepolte a Potocari, sono state trovate in 81 fosse comuni, di cui solo 8 sono fosse “primarie”, mentre le altre sono fosse “secondarie”, dove le vittime sono state trasferite nel tentativo di occultare le prove del massacro. Si cercano ancora i resti di 1.100 vittime del genocidio, ufficialmente considerate “disperse”. Nel luglio 1995 l’Europa ha vissuto una delle pagine più tragiche della sua storia recente: le truppe serbo-bosniache agli ordini del generale serbo Ratko Mladic conquistarono la cittadina di Srebrenica, assediata da tre anni, e in pochi giorni massacrarono più di 8 mila musulmani – 8.372 la cifra ufficiale – per lo più uomini e ragazzi, mentre i caschi blu olandesi non intervennero ad impedire il massacro: il giorno precedente la caduta di Srebrenica, avvenuta l’11 luglio a causa dei bombardamenti, circa diecimila musulmani cercarono rifugio a Potocari, a sei chilometri da Srebrenica, nella base dei caschi blu olandesi; il 12 luglio gli olandesi costrinsero i rifugiati a lasciare la base, consegnandoli così ai carnefici; al tramonto i serbi rastrellarono gli uomini che avevano cercato rifugio in un edificio di fronte all’accampamento dell’Onu; il 13 luglio avvenne il massacro. Le Nazioni Unite non fecero nulla per impedire la strage e il comandante del battaglione olandese, Thom Karremans venne ripreso dalle telecamere mentre brindava con Mladic alla “brillante operazione militare” per la conquista di Srebrenica. Nel 2002 il governo olandese di Wim Kok presentò le dimissioni dopo che l’Istituto per la documentazione di guerra riconobbe la responsabilità dei politici e dei caschi blu olandesi nel non aver fermato il massacro. Nel 2013 un verdetto della Corte suprema dei Paesi Bassi ha confermato la responsabilità dell’Olanda nella causa intentata dall’ex interprete del battaglione olandese, Hasan Nuhanovic, per la morte del padre e del fratello. Secondo il britannico The Observer, da alcuni documenti recenti emergono gravissime responsabilità dei governi dell’epoca di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna e delle stesse Nazioni Unite, che di fatto preferirono non irritare i serbi pur di raggiungere un accordo di pace, che fu poi concluso nel novembre del 1995, a Dayton. Il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, oggi, nel giorno della commemorazione delle vittime, afferma: “Invece di giocare cinicamente con la sofferenza umana, i leader politici e gli opinion maker dovrebbero abbracciare il bisogno di giustizia, di sostegno e soprattutto di riconoscimento delle vittime. Mentre rendiamo omaggio agli innocenti uccisi brutalmente non dobbiamo dimenticare la sofferenza dei familiari delle vittime e dei sopravvissuti a questo genocidio.”

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

11 luglio 1982, un sogno divenuto realtà: la vittoria dell’Italia ai Mondiali in Spagna.

Italia82(L’Italia di Enzo Bearzot)

Sono passati 35 anni dal giorno in cui gli azzurri allenati da Enzo Bearzot divennero campioni del mondo, battendo in finale la Germania al Bernabeu di Madrid. L’11 luglio 1982 si svolse la finale fra Germania Ovest e Italia, diretta dall’arbitro brasiliano Arnaldo César Coelho (primo caso di fischietto sudamericano in una finalissima mondiale). Bearzot dovette riadattare la squadra in seguito alla indisponibilità di Antognoni e all’infortunio, dopo appena otto minuti di gioco, occorso a Graziani a causa di uno scontro con la difesa tedesca. Prevalenza italiana nel primo tempo, anche se Cabrini perse l’occasione per passare in vantaggio sbagliando un rigore. La ripresa vide un calo della squadra tedesca, di cui approfittò per primo Rossi su cross di Gentile. Dopo un tentativo di pareggio di Hrubesch, gli azzurri raddoppiarono con un tiro dal limite dell’area di Tardelli, il cui urlo di gioia divenne una icona di quei Campionati del Mondo e delle successive avventure della nazionale italiana. Altobelli segnò la rete del 3-0, seguita dal punto d’onore di Breitner, già realizzatore di un rigore nella finale mondiale del 1974. Altobelli laciò poi il posto all’88’ a Causio, ricompensato con la passerella mondiale per i suoi meriti. «Palla al centro per Müller, ferma Scirea, Bergomi, Gentile, è finito! Campioni del mondo, Campioni del mondo, Campioni del mondo!!!» Nando Martellini, telecronista RAI, scandì per tre volte consecutive la proclamazione del terzo titolo di campione del mondo della Nazionale italiana. Le immagini televisive che giunsero da Madrid mostrarono l’arbitro brasiliano Coelho prendere il pallone calciato da Bergomi in direzione di Gentile e sollevarlo con le braccia in alto mentre emetteva il triplice fischio finale. Fu un’esplosione unanime di sollievo e di gioia nello stadio e in Italia. Rimasero impresse nella mente degli italiani immagini indimenticabili: il citato urlo di Tardelli, Zoff che prende la Coppa del Mondo dalle mani del re di Spagna e la alza fiero (Renato Guttuso ne farà poi un quadro), il Presidente della Repubblica Sandro Pertini che esulta con entusiasmo a ogni rete degli Azzurri, lasciandosi scappare un “non ci prendono più” dopo il gol del 3-0, lo stesso Presidente che gioca a scopone scientifico in coppia con Zoff contro Causio e e il commissario tecnico Bearzot sull’aereo del ritorno dalla Spagna, con la Coppa del Mondo appena vinta dagli azzurri. Una patita rmozionante ed indimenticabile per la presenza del presidente Pertini a fare palesemente il tifo per l’Italia e per quello che sembra quasi un miracolo. Le previsioni per gli azzurri, alla vigilia dei Mondiali, infatti, erano nere, i giornali avevano pubblicato un sondaggio dell’Istituto Gallup, svolto in 19 Paesi del mondo: avevamo l’1% di probabilità di successo finale, come Perù e Cile. Favorito il Brasile: “La coppa del Mondo è quasi sua” scrivevano. “L’Italia è attesa nel “girone della morte”. Ci aspettano l’Argentina campione del mondo e l’immenso Brasile. Previsioni? Nerissime: subito a casa. E invece battiamo l’Argentina, poi il Brasile contro Zico e Falcao. E qui spunta Pablito, il meraviglioso Paolo Rossi. Tre gol, fantastica Italia, shock Brazil. Pablito batte anche la Polonia di Boniek in semifinale 2-0, due gol. “Quella vittoria per 2-1 ci rese invece consapevoli della nostra forza, che potevamo lottare con tutti. Ricorda ancora oggi, dopo 35 anni paolo Rossi, che continua: “Quello del 1982 era un gruppo straordinario, unito e coeso proprio come lo voleva Bearzot. Raggiungemmo la vittoria tutti insieme, i 22 giocatori della rosa e tutti quelli che erano intorno a noi. Passammo insieme 50 giorni e dopo avere acquisito consapevolezza eravamo un treno in corsa che nulla poteva fermare.” Un successo inatteso quello degli azzurri, giunto dopo un avvio difficile, le polemiche, il silenzio stampa, una vittoria e una notte indimenticabili non solo per i tifosi, ma per tutti gli italiani.

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10 luglio   -175

La notizia del giorno.

Decapitato il busto di Falcone davanti alla scuola dello Zen.

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Si è verificato un grave atto vandalico davanti alla scuola Falcone-Borsellino, a Palermo: alla statua di Falcone è stata staccata la testa e un pezzo del busto; i due pezzi della statua sarebbero stati utilizzati successivamente come ‘ariete’ per sfondare il vetro superiore della porta d’ingresso dell’istituto scolastico, che è andato in frantumi. Immediatamente sulla vicenda è stata aperta una indagine da parte della Polizia: secondo le prime informazioni, si tratterebbe di un atto vandalico compiuto da “ignoti”. Non è la prima volta che la scuola intitolata ai magistrati uccisi dalla mafia 25 anni fa è oggetto di episodi di questo genere. Nel 2015 si era registrato un altro raid vandalico. Daniela Lo Verde, preside dell’Istituto comprensivo Giovanni Falcone, dove si è verificato l’atto vandalico, dice: «Esprimo la mia amarezza per tutto quello che è successo. Appena sono arrivata, lo sconforto e il dolore sono stati grandi. Perché atti di vandalismo ce ne possono essere tanti ma questo va al di là. Perché è stato colpito il simbolo, l’ideale in cui si incarnano tutti i valori che portiamo avanti e impartiamo a questi ragazzi». Qualche ora dopo il Comune di Palermo ha reso noto un altro simile episodio di vandalismo, sempre a Palermo: ignoti hanno bruciato un cartellone con una immagine di Giovanni Falcone, posizionato davanti ai cancelli della scuola Alcide De Gasperi e che faceva parte di un gruppo di altri cartelloni che erano stati realizzati nei giorni scorsi dagli studenti della scuola di piazza Papa Giovanni Paolo II.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

La Pittura metafisica di Giorgio De Chirico.

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La Pittura metafisica è una corrente pittorica del XX secolo che vuole rappresentare ciò che è oltre l’apparenza fisica della realtà, al di là dell’esperienza dei sensi. Il termine metafisica (letteralmente “metà” tà “phisikà”) tradotto significa “dopo la fisica e venne usato per la prima volta dal filosofo greco Andronico da Rodi a proposito delle teorie di Aristotele che, per l’appunto, andavano al di là della realtà empirica. E proprio in Grecia a Volos, Capitale della Tessaglia nasceva, il 10 luglio 1888, Giorgio De Chirico, il principale esponente di questa nuova corrente. De Chirico, per i suoi primi diciassette anni di vita visse tra Atene e Volos; lì prese le sue prime lezioni di disegno e, circondato dalle forme archetipiche dell’arte classica dei Greci, trasse “nutrimento” per realizzare in seguito le sue famose e celeberrime opere. La genesi della sua pittura Metafisica è individuabile nel quadro “L’enigma di un pomeriggio d’autunno”, del 1910 come egli stesso racconta in un suo manoscritto del 1912: “…, dirò come ho avuto la rivelazione di un quadro che ho esposto quest’anno al Salon d’Automne e che ha per titolo: “L’enigma di un pomeriggio d’autunno”. Durante un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su una panca in mezzo a Piazza Santa Croce a Firenze. Non era certo la prima volta che vedevo questa piazza. Ero appena uscito da una lunga e dolorosa malattia intestinale e mi trovavo in uno stato di sensibilità quasi morbosa. La natura intera, fino al marmo degli edifici e delle fontane, mi sembrava convalescente. In mezzo alla piazza si leva una statua che rappresenta Dante avvolto in un lungo mantello, che stringe la sua opera contro il suo corpo e inclina verso terra la testa pensosa coronata d’alloro. La statua è in marmo bianco, ma il tempo gli ha dato una tinta grigia, molto piacevole a vedersi. Il sole autunnale, tiepido e senza amore illuminava la statua e la facciata del tempio. Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito; ed ogni volta che guardo questo quadro rivivo quel momento. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile: perciò mi piace chiamare enigma anche l’opera che ne deriva”.

image002(L’enigma di un pomeriggio d’autunno, 1909)

A Parigi De Chirico entra in contatto con gli esponenti delle avanguardie artistiche del Novecento e con le sue opere  del 1912, 1913 e 1914 contribuisce ad anticipare la crisi che avrebbe condotto all’enorme cambiamento di clima intellettuale ed estetico che prese corpo durante la prima guerra mondiale. Nel 1913 Guillaume Apollinaire su “Intransigeant” del 9 ottobre scrive: “Il signor De Chirico espone nel suo studio al 115 di Rue Nôtre-Dame-des Champs una trentina di tele la cui arte interiore non deve lasciarci indifferenti: l’arte di questo giovane pittore è un’arte interiore e cerebrale che non ha alcun rapporto con quella dei pittori che si son rivelati in questi ultimi anni. Non viene né da Matisse né da Picasso e non deriva dagli impressionisti. Questa originalità è talmente nuova che merita di essere segnalata. Le sensazioni molto acute e molto moderne del signor De Chirico prendono in genere una forma architettonica. Sono stazioni ornate da un orologio, torri, statue, grandi piazze deserte; all’orizzonte passano treni delle ferrovie. Ecco alcuni titoli singolari per questi dipinti stranamente metafisici: “L’énigme del l’oracle”, “La tristesse du départ”, “L’énigme de l’héure”, “La solitude” e “Le sifflement de la locomotive”. La Metafisica, come movimento dichiarato, sorse solo nel 1917, a Ferrara, dall’incontro tra De Chirico e Carlo Carrà. Quest’ultimo proveniva dalle file del futurismo, ma se ne era progressivamente distaccato. L’incontro con de Chirico lo convinse al recupero della figura e all’esplorazione di quel mondo arcaico e fisso che caratterizza la pittura metafisica di De Chirico. Rispetto al Futurismo, che nasce nel 1909, la Metafisica si colloca decisamente agli antipodi. “Nel Futurismo è tutto dinamismo velocità; nella Metafisica predomina l’immobilismo. Non solo non c’è la velocità, ma tutto sembra congelarsi in un istante senza tempo, dove le cose e gli spazi si pietrificano per sempre. Il Futurismo vuol rendere l’arte un grido alto e possente; nella Metafisica predomina invece la dimensione del silenzio più assoluto. Il Futurismo vuole totalmente rinnovare il linguaggio pittorico; la Metafisica si affida invece agli strumenti più tradizionali della pittura: soprattutto la prospettiva. Si potrebbe pensare che la Metafisica sia alla fine solo un movimento di retroguardia fermo a posizioni accademiche. Ed invece riesce a trasmettere messaggi totalmente nuovi, la cui carica di suggestione è immediata ed evidente. Le atmosfere magiche ed enigmatiche dei quadri di De Chirico colpiscono proprio per l’apparente semplicità di ciò che mostrano. Ed invece le sue immagini mostrano una realtà che solo apparentemente assomiglia a quella che noi conosciamo dalla nostra esperienza. Uno sguardo più attento ci mostra che la luce è irreale e colora gli oggetti e il cielo di tinte innaturali. La prospettiva, che sembrava costruire uno spazio geometricamente plausibile è invece quasi sempre volutamente deformata, così che lo spazio acquista un aspetto inedito. Le scene urbane, che sono protagoniste indiscusse di questi quadri, hanno un aspetto dilatato e vuoto. In esse predomina l’assenza di vita e il silenzio più assoluto. Le rappresentazioni di De Chirico superano la realtà, andando in qualche modo “oltre”. Ci mostrano una nuova dimensione del reale. Le immagini di De Chirico sono il contesto ultimo a cui può pervenire la realtà creata dal nostro vivere.” (Francesco Morante). I quadri di De Chirico ritraggono spesso piazze italiane considerate misteriose e romantiche: i personaggi presenti in queste piazze sono spesso statue greche o manichini. Nelle opere tutta l’attenzione va alla scena descritta, una scena immobile senza tempo (come un sogno), spesso un luogo silenzioso e misterioso, un palcoscenico teatrale senza emozioni. Attraverso questo nuovo linguaggio pittorico, allusivo di un’altra dimensione immanente e non solo fisica, De Chirico fornì elementi importanti per la nascita della successiva corrente artistica del Surrealismo.

image003(Melanconia e Mistero in strada, 1914)

 Mary Titton

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9 luglio   -176

La notizia del giorno.

Formula Uno: in Austria vince Bottas, Vettel secondo.

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Il pilota della Mercedes Valtteri Bottas vince il gran premio di Austria di Formula Uno, secondo Vettel su Ferrari, poi Ricciardo sulla Red Bull, quarto posto per Lewis Hamilton, quinta la Ferrari di Raikkonen. La gara è decisa alla partenza: all’inizio aleggia il sospetto che lo scatto del finlandese sia il frutto di una partenza anticipata, quindi irregolare, ma i giudici di gara, dopo aver esaminato il caso, la convalidano. Per il pilota della Mercedes è la seconda vittoria in carriera, un successo ottenuto quasi sul filo di lana, poiché Vettel, dopo un lunghissimo inseguimento, quasi lo raggiunge, ancora un giro e l’avrebbe potuto superare. Valtteri Bottas dopo la vittoria, è felice e dichiara “ero proprio sul pezzo. Finora è una bella stagione. Ho un buon bottino di punti, c’è la lotta per il titolo, non siano ancora nemmeno a metà stagione, io ci credo, il mio team crede in me. Abbiamo un lungo anno davanti, stiamo continuando a crescere. Sono sicuro che andrà bene.” Resta il rimpianto di Vettel per il secondo posto: “Come mi sento? Come uno che è arrivato a mezzo secondo dal vincitore”, ha detto dal podio il pilota tedesco della Ferrari, arrivato secondo. “Sono più soddisfatto della seconda parte della gara, ho cambiato le gomme, con le slim avevano un buon ritmo: un altro giro, e avrei preso Bottas. Purtroppo, il doppiaggio di Perez mi ha fatto perdere qualche secondo di troppo.” Grazie al secondo posto conquistato oggi nel gp d’Austria, il pilota della Ferrari Sebastian Vettel consolida il suo primato nella classifica del mondiale piloti, con il risultato di oggi, infatti, va a 171 punti, seguito da Hamilton 151, poi Bottas 136 e Ricciardo 107. Dopo la nona gara del Mondiale i numeri giocano tutti a favore della Ferrari: Vettel si porta a +20 punti su Hamilton e domenica prossima altro round a casa dell’inglese, a Silverstone. Nel mondiale costruttori, invece, al primo posto c’è la Mercedes con 287 punti, seconda la Ferrari 254, poi la Red Bull 152.

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Roma (Italia, Europa) sereno +32. Livorno (Italia, Europa) sereno +30. Isola di Gan (Maldive, Asia) sereno con nuvolosità periodica +28. Gelib (Somalia, Africa) parzialmente nuvoloso +27Layton (Utah, Stati Uniti d’America) parzialmente nuvoloso +29. Città di Mount Isa QLD (Queensland, Australia) sereno con nuvolosità sparsa +18.


8 luglio   -177

La notizia del giorno.

È morta Elsa Martinelli,  famosa diva degli anni 50.

La_notte_brava1(1959, La notte brava)

Dopo una lunga malattia, è morta a Roma, nella sua casa di via Flaminia, oggi 8 luglio, nel primo pomeriggio, l’attrice Elsa Martinelli, aveva 82 anni. Era nata a Grosseto il 30 gennaio del 1935 da una famiglia numerosa, sei sorelle e un fratello, il padre ex contadino maremmano si era trasferito a Roma a fare l’usciere delle Ferrovie, quando lei aveva nove anni. Si era fermata con gli studi alla quinta elementare, poi subito al lavoro. Prima in un negozio di cappelli, poi come commessa in un bar del centro, poi cassiera in un altro bar, dalle parti di via Po. Ma qualcosa in lei la destinava a un futuro diverso da quello di tante ragazze dell’epoca: un giorno, per il suo fisico longilineo e la naturale eleganza, venne notata, in una boutique di via Frattina, dallo stilista Roberto Capucci e fu da lui lanciata nel mondo della moda, divenendo un’indossatrice e una fotomodella conosciuta in tutto il mondo. Negli anni cinquanta arrivò anche il cinema con il film western “Il cacciatore di indiani” accanto a Kirk Douglas, che la scelse personalmente dopo aver visto una sua foto sulla rivista Life. Viene scoperta dopo poco anche dalla critica, vincendo l’Orso d’Argento per la migliore attrice al Festival di Berlino nel 1956 grazie all’interpretazione nel film “Donatella” di Mario Monicelli, in cui è una ragazza romana la cui vita cambia radicalmente grazie all’incontro con una ricchissima signora americana. Un anno dopo, nel 1957, sposa il conte Franco Mancinelli Scotti di San Vito dal quale ha una figlia, Cristiana, nata nel 1958, anche lei attrice. Poi divorzia e dieci anni dopo ha un nuovo marito, il fotografo e designer Willy Rizzo. In mezzo, una vita di viaggi, eventi internazionali, mondanità, serate di champagne con Gary Cooper, notti di passione con Frank Sinatra. Lavora in Italia, in Francia e negli Stati Uniti d’America con molti registi importanti, come Orson Welles e Howard Hawks, ed accanto a grandi attori come Marcello Mastroianni, John Wayne e Robert Mitchum. È infatti una delle poche attrici italiane ad aver recitato con successo anche a Hollywood, incantando l’America. Nel 1995 scrive la sua auto-biografia: “Sono come sono. Dalla Dolce vita e ritorno.” Dopo una lunga assenza (l’ultimo film fino ad allora era stato “Sono un fenomeno paranormale”, 1985, regia di Sergio Corbucci), nel 2005 torna in tv, in prima serata su RaiUno nella terza stagione della miniserie” Orgoglio”, dove è una duchessa cattivissima, tessitrice di intrighi terribili. “D’altronde – raccontò – ho il fisico del ruolo: sono così alta, così magra, così altera, non potevo certo fare la suora o la nonna.” Elsa Martinelli era elegante, di un fascino un poco altero e misterioso, che ha resistito negli anni anche quando il successo è scemato, una diva al contempo raffinata e naturalmente sofisticata.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

La poesia di Percy Bysshe Shelley.

 

La musica quando

La musica, quando

voci lievi svaniscono, vibra

nella memoria.

I profumi, quando

le dolci viole appassiscono,

vivono dentro i sensi che ridestano.

Quando la rosa è morta, i petali di rosa

sono raccolti sul letto dell’amata;

quando te ne sarai andata,

con il pensiero di te anche l’Amore

si addormenterà.

 

I pellegrini del mondo

Tu Stella dimmi, che ali di luce

ti sospingono rapida a un volo di fiamma,

dentro quale caverna della notte

si chiuderanno ora le tue piume?

E tu Luna che vai, pallida e grigia

pellegrina del Cielo, per vie senza riparo,

in quali abissi del giorno e della notte

stai ora ricercando il tuo riposo?

Vento ormai stanco, che passi vagabondo

come l’ospite esule del mondo,

possiedi ancora un tuo nido segreto

in vetta a un albero, in mezzo alle onde?

 

Il tempo passato

Come il fantasma d’un amico amato

è il tempo passato.

Un tono che ora è per sempre volato

via, una speranza che ora è per sempre andata

un amore così dolce da non poter durare

fu il tempo passato.

 

Ci furon dolci sogni nella notte

del tempo passato.

Di gioia o di tristezza, ogni

giorno un’ombra avanti proiettava

e ci faceva desiderare

che potesse durare

quel tempo passato.

 

C’è rimpianto, quasi rimorso, per

il tempo passato.

È come il cadavere d’un bimbo molto

amato che il padre veglia, sinché

alla fine la bellezza è un

ricordo, lasciato cadere

dal tempo passato.

 

Ti amerei

Ti amerei nel vento

Sotto il cielo terso in primavera

Tra la dolcezza delle rose …

 

Ti amerei nel canto degli uccelli

All’ombra della vegetazione

Sulle pietra calda e nuda

Sotto il solo bruciante,

 

Nella frescura dell’erba

E con il canto degli insetti …

Ti amerei il giorno e la notte,

Nella calma e nella tempesta

 

Sotto le stelle che brillano

Sotto la rugiada della notte

E la mattina all’alba

Con il sorriso e con le lacrima,

 

Ti amerei con tutte le mie forze …

800px-Percy_Bysshe_Shelley_by_Alfred_Clint(Shelley ritratto da Alfred Clint, 1819)

Sono queste alcune poesie del poeta inglese Percy Bysshe Shelley, uno dei più celebri lirici romantici, nato nel Sussex, il 4 agosto 1792. Appartenente alla seconda generazione romantica inglese, divenne famoso anche per la sua amicizia con i contemporanei John Keats e Lord Byron e, come loro, per la sua morte prematura, avvenuta in giovane età. Shelley, infatti, dopo una vita errabonda, tragica e avventurosa, all’età di circa trent’anni, l’8 luglio 1822 annegò nel mare di fronte a Lerici, in Italia. Il mare restituì il suo corpo sulla spiaggia di Viareggio il 18 luglio 1822, dieci giorni dopo il naufragio della sua goletta. Shelley è inoltre noto per l’ amore e il sodalizio letterario che lo legò a Mary Wollstonecraft Shelley, autrice del romanzo Frankenstein, figlia di Mary Wollstonecraft e William Godwin, filosofo anarchico, il quale influì molto sulle idee politiche libertarie di Shelley. È famoso per aver scritto opere da antologia quali Ozymandias, l’Ode al vento occidentale (Ode to the West Wind), A un’allodola (To a Skylark), e La maschera dell’anarchia (The Masque of Anarchy), ma quelli che vengono considerati i suoi capolavori furono i poemi narrativi visionari come il Prometeo liberato (Prometheus Unbound) e l’Adonais (Adonais). Shelley influenzò profondamente la poesia successiva, dai decadenti agli intellettuali degli anni sessanta e divenne l’idolo di due-tre generazioni di poeti, tra cui Robert Browning, Alfred Tennyson, Dante Gabriel Rossetti, Algernon Swinburne e William Butler Yeats; fu apprezzato anche da Karl Marx. La poesia e la vita fuori dagli schemi, a volte rappresentata più anticonfomista di quanto lo fu in realtà, lo fecero divenire uno dei simboli stessi del periodo romantico.

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +28. Fujaira (Abu Dhabi – Emirati Arabi Uniti, Asia) parzialmente nuvoloso +34. Las Anod (Somalia, Africa) soleggiato +32. Bucaramanga (Dipartimento di Santander, Colombia, Sud America) per lo più nuvoloso +21Scottsdale (Tasmania, Australia) sereno +5.

Auguri Tommaso!


7 luglio   -178

La notizia del giorno.

Premio Strega 2017: stravince Paolo Cognetti.

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Paolo Cognetti, confermando i pronostici, si è aggiudicato con 208 voti il premio Strega con “Le otto montagne”. Un trionfo larghissimo. Al secondo posto si è classificata Teresa Ciabatti con 119 voti per “La più amata” (Mondadori) e al terzo Wanda Marasco con 87 voti per “La compagnia delle anime finte” (Neri Pozza). Al quarto Matteo Nucci con “È giusto obbedire alla notte” (Ponte alle Grazie) con 79, al quinto Alberto Rollo con “Un’educazione milanese” (Manni) con 52 voti. Con il suo romanzo sul valore dell’amicizia e degli incontri e sull’amore per le alte vette “Le otto montagne” (Einaudi) ha conquistato i ragazzi che gli hanno assegnato il Premio Strega Giovani, poi a Villa Giulia, a Roma, la vittoria finale con 208 voti e un grande stacco dagli altri autori. Cognetti sorridente ha spiegato: “attorno a questo libro si sono raccolte tante forze diverse, dai lettori agli intellettuali. E il libro è arrivato a 100 mila copie e siamo tradotti in 33 paesi all’estero. Diventerà anche un film. Ha comprato i diritti Wild Side e mi piacerebbe collaborare alla sceneggiatura.” Il romanzo racconta la storia di Pietro, un ragazzino di città, solitario e un po’ scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia pronta a farsi carico degli altri. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune: la montagna, in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati, ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre e Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo “chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso,” ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lì, ad aspettarlo, c’è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età, ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, “la cosa più simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui”, perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: “Eccola lì, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino.” L’ultima parte torna a focalizzarsi sui due ragazzi, ormai adulti: con Pietro spinto a cercare il suo posto nel mondo viaggiando in Nepal, mentre Bruno non si muoverà mai da Grana. Il libro è un romanzo di formazione, la storia di un’amicizia, mentre la montagna è il luogo nel quale ciascuno trova la propria identità e il senso al proprio esistere.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

La poesia rivoluzionaria di Majakovskij.

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Il 7 luglio di 124 anni fa nasceva Vladimir Majakovskij, cantore della rivoluzione d’ottobre e maggior interprete del nuovo corso intrapreso della cultura russa post-rivoluzionaria. La sua formazione avvenne negli anni che fanno seguito al fallimento della rivoluzione del 1905. Massimo Gorkij ha definito questo periodo, che va sino al 1917, come il periodo “dell’assoluto arbitrio del pensiero irresponsabile, della completa libertà di creazione dei letterati … il più vergognoso e svergognato decennio nella storia degli intellettuali russi”. Mario De Micheli, storico delle Avanguardie artistiche del Novecento ne commenta così il contesto culturale: “La sconfitta della rivoluzione aveva generato panico, scoraggiamento e disgregazione in mezzo a quei gruppi d’intellettuali che si erano avvicinati al movimento operaio nei suoi momenti d’impetuosa ascesa. La brutalità della reazione zarista fece crollare molti sogni umanitari e spinse questi figli prodighi della borghesia a disertare la lotta, a rifugiarsi in se stessi a cercare puntelli in dottrine mistiche o in altre forme d’evasione quando non addirittura a passare dalla parte dell’avversario. Di questo triste periodo, più tardi, Majakovskij dirà:

“Inferociva la reazione e gli intellettuali

da tutto si distaccarono e insudiciarono tutto,

comprarono delle candele e si rinchiusero in casa

e incensavano i cercatori di Dio.

Majakovskij reagiva dunque con accesa violenza alla situazione letteraria creatasi durante il deflusso rivoluzionario seguito alla disfatta del 1905. È questo senso dell’insufficienza del mondo poetico decadente a portarlo verso il 1911 a dare la sua adesione al futurismo che già da due anni aveva fatto sentire la sua voce, benchè il manifesto programmatico, “Schiaffo al gusto del pubblico” dovesse uscire solo nel 1912. L’occasione fu la conoscenza con David Burljuk. “Fuggendo insieme da un concerto che li riempiva di noia, i due amici, in un dialogo concitato che dalla noia dei concerti di Rachmaninov passa alla noia del classico, dell’accademia e di ogni altra concezione vincolata all’indolenza del passato, si convincono definitivamente di dar vita ad un’arte inedita, moderna, espressione adeguata del presente e di ciò che nel presente è gravido d’avvenire: “David ha la collera del maestro che ha sorpassato i contemporanei, io il phatos del socialista che è sicuro dell’inevitabile crollo del vecchiume. Il futurismo russo è nato”. (Dall’Autobiografia che Majakovskij scrisse nel 1922, poi completata nel ’28). Fare un’arte socialista. Il “crollo del vecchiume “ non significa soltanto la distruzione di qualche vecchia regola poetica, ma la fine della vecchia società, l’abbattimento dello zarismo e la liberazione del popolo russo. Per queste ragioni la poesia di Majakovskij, sin dall’inizio “si alzava con ala forte e larga dalle steppe oppresse e dalle fabbriche dove si preparava ad esplodere la rivoluzione”:

Là dove monco s’arresta l’occhio dell’uomo,

alla testa di orde affamate

con la corona di spine delle rivoluzioni,

avanza il millenovecentosedici.

Questi versi fanno parte di un famoso componimento di Majakovskij, “La nuvola in calzoni”, apparso nel 1915. Si tratta di un’opera carica di tensione drammatica, di vitalità, di slanci, di toni patetici e d’invettive; un’opera che nella storia della poesia europea contemporanea occupa un posto di estrema importanza per la prepotenza dell’invenzione formale, la novità, la veemenza dell’ispirazione. In questi versi incandescenti la requisitoria di Majakovskij contro tutto ciò che egli odiava è diventata implacabile, cosmica, densa di sarcasmi, di umori sfrenati e sacrileghi. Nell’autunno del 1915, dopo averla ascoltata dalla viva voce dell’autore, che era andato a trovarlo in Finlandia, Massimo Gorkij esclamò emozionato: “Ecco una vera conversazione con Dio! Già da molto tempo non gli era toccata una simile lavata di testa”. Con questa poesia la personalità di Majakovskij è già completamente definita. Egli non sarebbe diventato un poeta “puro”. Anche l’amore, ne “La Nuvola in calzoni”, si amplifica in un ritmo di immagini strepitose che investono la vita dell’uomo in tutti i suoi rapporti, in tutti i suoi problemi. La poesia di Majakovskij gettava le basi di un linguaggio poetico nuovo, fuori delle formule consacrate dalla tradizione letteraria: un linguaggio plastico, oggettivo e, al tempo stesso concitato, smisurato, iperbolico. Da questo momento lo sviluppo della poesia majakovskiana non conosce né stasi né stanchezza”. Egli mise la sua arte, così ricca di pathos, al servizio della rivoluzione bolscevica, sostenendo la necessità d’una propaganda che attraverso la poesia divenisse espressione immediata della rivoluzione in atto, in quanto capovolgimento dei valori sentimentali ed ideologici del passato. Propose testi letterari concepiti con un forte senso finalistico (la poesia non aveva senso per lui senza una finalità precisa ed un pubblico definito) che, con rivoluzionarie scelte stilistiche, espose nel suo scritto “Come far versi”, del 1926. Insieme ad altri fondò il giornale “Iskusstvo Kommuny”, organizzò discussioni e letture di versi nelle fabbriche e nelle officine, al punto che alcuni quartieri operai formarono gruppi “comunisti-futuristi”. I suoi tentativi, però, trovarono opposizioni e censure da parte prima del regime zarista e poi della dittatura staliniana. Elsa Triolet, nel suo libro su Majakovskij, racconta: “L’hanno perseguitato sino al giorno della sua morte. Le sue opere erano pubblicate con tirature insufficienti, i suoi libri e i suoi ritratti erano tolti dalla biblioteche … Un piccolo funzionario, nel 1934, al Congresso degli scrittori di Mosca, per averlo io rimproverato d’aver tagliato senza giustificazione il nome di Majakovskij in un mio articolo, come se questo nome fosse un disonore, disse: “Esiste un culto di Majakovskij e noi lottiamo contro questo culto”. Nei momenti di angoscia che egli attraversò in questo periodo esistono alcune dichiarazioni nelle quali il poeta rivendicava il suo diritto ad esistere come scrittore della rivoluzione, per la rivoluzione; il diritto a non restare da parte. Il 14 aprile 1930, con un colpo di rivoltella al cuore, Majakovskij si toglieva la vita.

Mary Titton
 

LA BLUSA DEL BELLIMBUSTO

Io mi cucirò neri calzoni
di velluto della mia voce.
Una blusa gialla di due metri di tramonto.
Lungo il Nevskij del mondo e le sue lucide parti,
andrò col passo di un Don Giovanni e di un bellimbusto.

Che la terra gridi, effeminata e tranquilla:
“Tu vai a violentare le verdi primavere!”
Io urlerò al sole, con un ghigno insolente:
“Sul liscio asfalto mi piace grandeggiare!”

Non perché il cielo è blu,
e la terra mi è amante in questo lindore festivo,
io vi dono versi, allegri, come burattini
e pungenti e necessari, come stuzzicadenti!”

Donne che amate la mia carne, e la ragazza
che mi rivolge lo sguardo come a un fratello,
lanciate i vostri sorrisi a me, il poeta, –
io li cucirò come fiori sulla mia blusa di bellimbusto!

1914

L’INFERNACCIO DELLA CITTÀ

Le finestre frantumarono l’infernaccio della città
in minuscoli infernucci succhianti con le luci.
Rossicci diavoli, si impennavano le automobili,
facendo esplodere le trombe proprio sull’ orecchio.
E là, sotto l’ insegna con le aringhe di Kerc,
un vecchietto stravolto cercava tastoni i suoi occhiali
e ruppe in lacrime quando, nel tifone del vespro,
un tram di rincorsa sbatté le pupille.
Nei buchi dei grattacieli, ove ardeva il minerale
e il ferro dei treni ingombrava il passaggio,
un aeroplano lanciò un grido e cadde
là dove al sole ferito colava l’occhio.
E allora ormai – sgualcite le coltri dei lampioni –
la notte si diede al piacere, oscena e ubriaca,
mentre dietro i soli delle vie in qualche luogo zoppicava,
non necessaria a nessuno, la flaccida luna.

1913

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) idem. Dudinka (Territorio di Krasnojarsk, Russia, Asia) per lo più nuvoloso +16. Bondoukou (Costa d’Avorio, Africa) per lo più nuvoloso +25. Gilbert (Arizona, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +31. Glenelg (Australia Meridionale) sereno con nuvolosità sparsa +8.


6 luglio   -179

La notizia del giorno.

Scoperta al Cern la particella Xi.

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È stata scoperta al Cern la particella Xi: inseguita da decenni, potrà aiutare a studiare la ‘colla’ che tiene unita la materia, ossia il comportamento delle forze che agiscono nel mondo dell’infinitamente piccolo. La maggior parte della materia che vediamo intorno a noi è composta da barioni, particelle comuni composte da tre quark. I più noti sono protoni e neutroni, ma poiché in natura esistono sei tipi di quark diversi, teoricamente le combinazioni di barioni possibili sono molto numerose. Non tutte, però, sono state osservate nella realtà. La particella appartiene alla famiglia dei barioni, la stessa di cui fanno parte protoni e neutroni che costituiscono la materia visibile, e come tutti i barioni è composta da tre quark, come prevede la teoria di riferimento della fisica chiamata Modello Standard, tuttavia nei barioni finora noti si trova al massimo un solo quark pesante, mentre la particella Xi ha due quark pesanti. La scoperta, annunciata nella conferenza della Società Europea di Fisica in corso a Venezia e in via di pubblicazione sulla rivista Physical Review Letters, è avvenuta grazie all’acceleratore più grande del mondo, il Large Hadron Collider (Lhc). Per il nuovo coordinatore della collaborazione Lhcb, l’italiano Giovanni Passaleva, c’è grande speranza nelle nuove conoscenze che la particella Xi potrà rendere possibili. “Trovare un barione con due quark pesanti – ha rilevato – è di grande interesse perché può fornire uno strumento unico per approfondire la cromodinamica quantistica”, ossia il campo di ricerca che studia come l’intensità delle forze si riduce quando le distanze tra le particelle diventano molto piccole e che si chiama così in riferimento alle otto cariche che prendono il nome dai tre colori che descrivono i quark: rossi, gialli e blu. È un campo di ricerca molto importante, nato grazie alle ricerche inaugurate 1963 fa dal fisico Nicola Cabibbo con il teorema che porta il suo nome, l’Angolo di Cabibbo, e che ha gettato le basi per comprendere come i mattoni della materia, i quark, si mescolano dando origine alle particelle elementari. Aver trovato Xi “è di grande interesse – precisa Passaleva – perché aiuta ad approfondire la teoria che descrive la forza forte, una delle quattro forze fondamentali”. Le altre sono la forza debole (responsabile della radioattività) e che assieme a quella forte (tiene insieme protoni e neutroni): entrambe agiscono all’interno del nucleo atomico. Poi c’è la forza elettromagnetica (attrattiva e repulsiva) prodotta dalle cariche elettriche e infine c’è la forza gravitazionale espressa da tutta la materia e che provoca l’attrazione fra i corpi: la forza gravitazionale ci tiene con i piedi sulla Terra. Ma la natura di questa importante forza non è nota e infatti adesso la caccia al gravitone che dovrebbe essere il suo costituente è la sfida maggiore dopo la scoperta del bosone di Higgs. Il terzo componente della nuova particella (il cui nome completo è Xicc++) è un quark up. “Trovata questa particella, ora cercheremo di osservare anche le sue due sorelle” aggiunge il fisico fiorentino che guida LHCb. “Quella con il terzo quark di tipo down oppure di tipo strange”.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

 Bill Haley.

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Bill Haley, all’anagrafe William John Clifton Haley, nato il 6 luglio 1925, è stato il primo grande divo del rok’n’roll “bianco”.

Aprile 1954: viene inciso un brano da Bill Haley & His Comets per la Decca, (la casa discografica di Bing Crosby, Pat Boone e Fats Domino. La stessa che nel ’62 rifiutò i Beatles). Ha la struttura di un blues in 12 misure ed inizia così: one, two, three o’ clock, four o’ clock. Five, six, seven o’clock, eight o’ clock e il mondo impazzisce! Siiiiiii è proprio “Rock Aroud The Clock” e Bill Haley, bandleader del gruppo Bill Haley & His Comets è il primo ad interpretarla passando alla storia, universalmente riconosciuto, come il primo re e padre fondatore del rock and roll. “Rock Around the Clock” è uno dei brani più conosciuti della storia della musica. Nine, ten, eleven o’ clock, twelve o’clok, rock. We’re gonna rock around the clock tonight; si dice che in ogni minuto, in qualche parte del mondo, qualcuno stia cantando “Rock Around The Clock”. La canzone venne scritta nel 1952 da Max C. Freedman, un signore di 59 anni e co-firmata da James E. Myers con lo pseudonimo di Jimmy De Knight. Inizialmente pubblicata come lato B di “Thirteen Women (and Only One Man in Town)” raggiunse il successo quando, l’anno successivo, fu inserita nella colonna sonora del film “Il seme della violenza” (con Glen Ford e Sidney Poitier alle prese con un gruppo di studenti ribelli) vendendo più di un milione di dischi e arrivando al primo posto nelle classifiche statunitensi, del Regno Unito e in Germania per parecchi settimane di seguito. Come racconta Katia Ricciardi nel suo articolo su Repubblica: “L’assolo di chitarra elettrica è considerato tra i più famosi del rock. È eseguito da Danny Cedrone. Secondo quanto riportato da Jim Dawson nel libro “Rock Around the Clock”, Cedrone non aveva partecipato alle prove della band. Aveva suonato solo una sera a casa sua, un dopo cena come tanti altri a Philadelphia, almeno così ricordano la moglie Millie e la figlia Marie. Quando arrivò il giorno della registrazione non sapeva cosa sarebbe venuto fuori. Qualcuno tra i Comets gli suggerì di ripetere l’assolo di “Rock the Joint”. Ma lui improvvisando registrò un capolavoro. Fu pagato 21 dollari per quella session. Haley non voleva assumere nessun chitarrista stabile nella band ma collaborò ancora con Cedrone il 7 giugno del 1954 per “Shake, Rattle and Roll”. Dieci giorni dopo, il 17 giugno, il chitarrista morì cadendo dalle scale rompendosi l’osso del collo. Al suo posto la band prese Franny Beecher che divenne un membro ufficiale. Cedrone non vide mai quello che causò il suo assolo di chitarra”. Il successo fu devastante. “Un’onda d’urto che investì la gioventù d’allora e “Rock Around the Rock” divenne il manifesto della ribellione di quei bravi ragazzi anni Cinquanta che a colpi d’anca disarcionarono la generazione precedente con tutti i suoi tabù. Nuovi ragazzi, posseduti, dai capelli impomatati fuori posto, con le gonne sollevate da un ballo senza mattoni e senza più regole. Gente scomposta”.

 

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METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +33. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +28. Ahmedabad (Gujarat, India, Asia) parzialmente nuvoloso +33. Axum (Etiopia, Africa) parzialmente nuvoloso +22Gainesville (Florida, Stati Uniti d’America) soleggiato +23. Tarawa Sud (Oceania) nubi sparse +26.


5 luglio   -180

La notizia del giorno.

È morto Joaquin Navarro Valls: “lo storico portavoce” di papa Giovanni Paolo II.  

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È morto oggi a Roma, all’età di ottant’anni, dopo una lunga malattia, Joaquin Navarro Valls, medico e giornalista, per oltre vent’anni direttore della sala stampa vaticana, che trasformò in una macchina a totale servizio dell’immagine pubblica del “suo” Papa, a cui lo legava un anche uno stretto rapporto di stima e di affetto reciproco. Nato a Cartagena il 16 novembre 1936, si laureò “summa cum laude” in Medicina e chirurgia nel 1961, continuando gli studi per il dottorato in Psichiatria e insegnando nello stesso periodo come assistente alla Facoltà di medicina; nel 1968, si laureò in giornalismo e nel 1980 ottenne la laurea in Scienze della comunicazione. Poliglotta, appassionato di sport, elegante, carismatico, da reporter fu corrispondente per Nuestro Tiempo, poi per il quotidiano di Madrid ABC inviato in Egitto, Grecia, Israele, Algeria, Turchia, nei paesi dell’Africa Equatoriale, in Giappone e nelle Filippine, fino alla Polonia comunista, guadagnandosi la stima dei colleghi. Giovanni Paolo II lo chiamò in Vaticano nel 1984, quando Navarro era presidente della Stampa estera in Italia. “Qualcuno, non so chi, mi chiamò. La segretaria mi disse: ‘l’hanno chiamata dal Vaticano per andare a pranzo con il Papa’. Wojtyla già era un tipo affascinante ma da vicino affascinava ancora di più” raccontò Joachin Navarro Valls, anni dopo, in un’intervista alla Rai. “Ricordo che mi disse: ‘Vorrei migliorare il modo con cui la Santa Sede informa il mondo su quell’universo di rapporti umani di cui la struttura centrale della chiesa è depositaria. Mi disse che mi avrebbero lasciato tempo per pensarci. Io credevo che dopo tre mesi sarei tornato per dire quale fosse la mia decisione. Allora chiesi: ‘quanto tempo ho per pensarci?’, ‘Faccia con calma. Domani mattina ci dà la risposta’”. “Ma come si fa dire di no a un Papa?” ricordò in seguito lo stesso Navarro. La sua giornata di lavoro, soprattutto all’inizio, non conosceva tregua: “Sono in contatto con tutto il mondo 24 ore su 24 – amava raccontare -. Di giorno mi chiamano da Europa e Africa, di sera e di notte dall’America, prima dell’alba da Giappone e Asia”. Ma non era solo l’intermediario tra il Vaticano e i giornalisti: era uno dei più stretti collaboratori del Papa, anche un consigliere. Navarro non ha mai mancato di rimarcare i suoi successi: l’aver dato alle stampe il libro più letto di Giovanni Paolo II: “Varcare le soglie della speranza”, il viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba nel gennaio del 1998, che ha sempre descritto come il proprio capolavoro diplomatico, quando, raccontava, fece breccia nel cuore di Fidel Castro con un interminabile colloquio notturno all’Avana in cui i due parlarono di tutto, fino alla vita su altri pianeti. Navarro ha svolto un ruolo fondamentale negli ultimi sei mesi del pontificato di Giovanni PaoloII, quando la sua competenza di medico si rivelò fondamentale per comunicare alla stampa le condizioni di salute di Wojtyla. Senza mai nascondere la debolezza e la fatica fisica di un papa malato, Navarro Valls ha insegnato a centinaia di milioni di cattolici nel mondo la dignità della malattia. Indimenticabili le sue lacrime davanti ai giornalisti di tutto il mondo il giorno in cui riferì dell’ultimo bollettino medico di un Papa ormai agonizzante che sarebbe morto di lì a poche ore. Durante la veglia al Circo Massimo, a Roma, alla vigilia della beatificazione di papa Woitjla, durante la sua testimonianza, un morso alle labbra gli impedì di non piangere. “Di fronte alla beatificazione di Giovanni Paolo II ho gli stessi sentimenti che ho provato immediatamente dopo la sua morte: un grande senso di ringraziamento a questa persona, a questo Papa che aveva detto di sì a Dio in tutta la sua vita”.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

Jean Cocteau.

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Jean Cocteau, nato a Maisons-Laffitte, il 5 luglio 1889 fu uno dei più significativi e originali personaggi della cultura francese del ‘900. Artista eclettico fu poeta, drammaturgo, romanziere, critico, pittore, ceramista, attore, regista, animatore dei più esclusivi salotti parigini e figura emblematica di dandy. Cocteau svolse la sua effervescente attività accanto a poeti come Apollinaire e Jacob, romanzieri come Radiguet e Cendras, pittori come Picasso, de Chirico e Dufy, compositori come Poulenc, Satie, Milhaud, Honegger e Stravinsky. Pubblica il suo primo libro di poesie “La lampada di Aladino” nel 1909 e, nel contempo, fonda, insieme a Lucien Daudet, Reynaldo Hahn, Catulle Mendès e Maurice Rostand, una rivista, “Schéhérazade”. Quando nel 1912 ha occasione di assistere al primo spettacolo in assoluto dei balletti russi di Serge Diaghilev, “Pavillon d’Armide”, conosce di persona Diaghilev che gli commissiona il soggetto di “Le Dieu bleu”, balletto su musica di Reynold Hahn, presentato al Théatre du Chatelet. Nel frattempo ha pubblicato altre due raccolte di poesie e ha fatto un viaggio in Algeria. I suoi scritti non passano inosservati, tanto che il 20 giugno 1912 Marcel Proust gli scrive: “Crepo di gelosia nel vedere come nei suoi straordinari pezzi su Parigi lei sappia evocare delle cose che io ho sentito e che son riuscito ad esprimere solo in modo assai pallido”. Alloggia all’Hotel Byron, lo stesso nel quale risiedono Reiner Maria Rilke e Auguste Rodin. A Montmartre stringe amicizia con altri pittori ed intellettuali come Roland Garros, Max Jacob, Amedeo Modigliani, quest’ultimo lo ritrarrà in un famoso dipinto.

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Come intellettuale controcorrente e di carattere esuberante, versatile ed instancabile, ebbe grande influenza sui lavori di altri artisti, ad esempio il circolo musicale di Montparnasse, conosciuto come “Gruppo dei Sei”. Ne scrisse il manifesto intitolato “Le Coq et l’Arlequin”, edito per Les Éditions de la Sirène, casa editrice fondata da Cocteau e da Blaise Cendras, che dal 1917 pubblicava volumi illustrati da Marie Laurencin, André Lhote, Picasso e Raoul Dufy. Prosegue, intanto, la sua attività letteraria con continuità ed entusiasmo lavorando a diversi progetti insistendo nell’affermare di essere, prima di tutto un poeta, e che tutti i suoi lavori sono soprattutto espressioni poetiche. Nel 1929 scrive “I ragazzi terribili”, tra le sue opere più note. Il romanzo è uno dei punti fermi della narrativa contemporanea europea: “Il valore medianico dei colori, il rapporto evocativo delle condizioni più che il soggetto narrativo in se stesso renderanno possibile afferrare tutto il fascino, le intense vibrazioni, le intelligenti eleganze, i giochi e i prodigi delle pagine quanto mai tragiche del romanzo”. Insieme a Raymond Radiguet, con il quale ha una liaison d’amore, fonda la rivista “Le Coq”. La scomparsa prematura del suo compagno (Raymond Radiguet muore ventenne per tifo) lo getta in uno stato di profondo sconforto avvicinandolo ad una dipendenza da oppio con cui lotterà per il resto della vita. Questa esperienza darà forma al famoso diario “Opium” in cui l’autore descrive il rapporto che lo lega con il consumo dell’oppio. Il diario descrive soprattutto la storia di una cura disintossicante ma è anche una raccolta di ritratti, interventi polemici, meditazioni, critica letteraria, romanzo, album di suoi disegni che, senza entrare nella drammaticità della tossicodipendenza rivela, da parte di Cocteau, un controllo mentale lucidissimo e forse un connubio illusorio tra droga e letteratura. In seguito viaggerà molto: nel 1935 fa una crociera nel Mediterraneo e pubblica i “Portraits-Souvenir”. L’anno successivo lascia Parigi per un giro che tocca Roma, Atene, Il Cairo, Bombay, Singapore, Hong-Kong (dove incontra Charlie Chaplin), Tokio, Honolulu, San Francisco, Hollywood e New York. Nel 1937 collabora a “Ce soir”, giornale di Louis Aragon e conosce l’attore francese Jean Marais, con il quale viaggia a Montargis, dove scrive in otto giorni “Les Parents Terribles”. Cocteau dedica a Marais il poema “L’incendie” e lo scrittura per il film “La bella e la bestia” e avrà con lui una relazione durata fino alla morte. Nel 1940 “Le Bel indifferent”, riduzione de “La Voix Humaine” scritta per Edith Piaf, è un enorme successo. Si trasferisce di nuovo a Parigi, in rue Monpensier, vicino a casa di Colette. Nel 1947 acquista una casa a Milly-la Forêt, segue la realizzazione dell’episodio che lo riguarda de “L’amore”, di Roberto Rossellini con Anna Magnani, girato a Parigi, e gira a sua volta a Vizille “L’Aigle à deux tetes”. Scrive la sceneggiatura di “Ruy Blas” e nello steso periodo è entusiasmato dalla visione del cortometraggio sperimentale “Fireworks” del regista underground americano Kenneth Anger che inviterà a lavorare con lui per il decennio successivo. I film di Cocteau, il grosso dei quali scrive e dirige in collaborazione, sono molto importanti perché introducono l’immaginario surrealista nel cinema francese e influenzeranno in un certo grado i futuri cineasti francesi della “Nouvelle Vague”. Nel 1950 il film “Orfeo” vince il premio della critica al festival di Venezia. L’anno dopo viene organizzata in Germania la prima mostra importante di disegni e dipinti a Monaco e nel 1953 è presidente di giuria al festival di Cannes (nel corso della sua vita Cocteau fu commendatore, presidente, laureato honoris causa, cittadino onorario e presidente onorario di varie Accademie d’Arte e Festival). Negli ultimi anni disegna vetrate e decora cappelle, realizza costumi, scenografie, ceramiche e mosaici. Cocteau fu apertamente gay, sebbene avesse avuto brevi e complicate relazioni con donne (tra cui la principessa Natalia Pavlovna Paley, sorella del gran duca Romanov, ex moglie del sarto Lucien Lelong). Morì d’infarto nel 1963, poche ore dopo aver appreso la notizia della morte di Edith Piaf, per la quale aveva scritto l’elogio funebre. Geniale artigiano, proteiforme e brillante, dal gusto raffinato e sicuro, il suo nome resterà certamente legato, più che alla sua copiosa, camaleontica e funambolica produzione (guidata dalla fede nella libertà e nella sacralità dell’arte), alla storia del costume letterario del Novecento.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30 Livorno (Italia, Europa) sereno +28. Lucknow (Uttar Pradesh, India, Asia) foschia +28. Rabaul (Papua Nuova Guinea, Africa) nuvoloso +24. Daytona Beach (Florida, Stati Uniti d’America) parzialmente nuvoloso +31. Nuku’alofa (Tonga, Oceania) per lo più nuvoloso +21.


4 luglio   -181

La notizia del giorno.

Ilaria Alpi: dopo 23 anni “sconcerto e rabbia”.

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La procura di Roma ha chiuso con una richiesta di archiviazione l’inchiesta sull’uccisione dell’inviata del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, avvenuta il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in Somalia.  Ha firmato la richiesta di archiviazione, previo visto del procuratore Giuseppe Pignatone, il pm Elisabetta Ceniccola, magistrato che assunse la titolarità degli accertamenti dopo che il gip Emanuele Cersosimo, nel dicembre 2007, respinse un’analoga richiesta di archiviazione sul duplice omicidio, disponendo ulteriori accertamenti. Nel provvedimento, circa 80 pagine, ci sono le risposte ai quesiti posti all’epoca dal gip Cersosimo e l’indicazione degli elementi, a cominciare dall’impossibilità di attivare indagini in Somalia, che impediscono di accertare il movente e gli autori del duplice delitto. In particolare è citata la sentenza della Corte di appello di Perugia che il 19 ottobre scorso, a conclusione del processo di revisione, ha assolto l’unico condannato, il somalo Hashi Omar Hassan, con riferimento all’assenza di qualsiasi indicazione su movente e killer. La parte di inchiesta dedicata ai presunti depistaggi aveva preso le mosse proprio dalle motivazioni della sentenza di Perugia, nella parte in cui si parlava delle presunte anomalie legate alla gestione di un testimone, rivelatosi falso, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, anch’egli somalo. Fu proprio quest’ultimo a chiamare in causa Hassan; poi, alla fine del 1997, sparì, fino a quando fu rintracciato in Inghilterra da “Chi l’ha visto”. All’inviata del programma di Federica Sciarelli, Gelle ammise di aver dichiarato il falso, ossia che non si trovava sul luogo del duplice omicidio e di aver accusato Hassan in quanto “gli italiani avevano fretta di chiudere il caso”. Il somalo aggiunse che in cambio della sua testimonianza aveva ottenuto la promessa che avrebbe lasciato il paese africano, dove la situazione sociale era tesissima. L’avvocato Domenico D’Amati, legale della famiglia Alpi, manifesta stupore per la decisione della Procura e ricorda “che sulla stessa vicenda la corte di appello di Perugia, nella sentenza depositata nel gennaio 2017, aveva dichiarato che ci si trova di fronte a condotte che generano ‘sconcerto’ riferendosi al modo in cui sono state condotte le indagini sul duplice omicidio”. Secondo il legale della famiglia Alpi “ci sono stati tentativi di depistare le indagini da parte di apparati dello Stato italiano: in particolare è stato pagato un informatore per far accusare una determinata persona (il somalo) e questa persona ha ammesso di essere stata pagata per mentire e far condannare un innocente, Hashi Omar Hassan, questo è emerso a Perugia”. In una nota di Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana e Usigrai (Unione Sindacale Giornalisti Rai) si legge: “Sconcerto e rabbia. Sentimenti aggravati dalla recente sentenza emessa dal tribunale di Perugia che ha scagionato l’unico imputato e ha di fatto confermato l’impressionante serie di depistaggi e bugie che hanno caratterizzato questa vicenda”.

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Roma (Italia, Europa) sereno +29. Livorno (Italia, Europa) per lo più soleggiato +28. Thakhek, (Laos, Asia) pioggia +25. Opuwo (Namibia, Africa) soleggiato +24Henderson (Nevada, Stati Uniti d’America) soleggiato +36. Papara (Polinesia Francese, Oceania) parzialmente nuvoloso +22.


3 luglio   -182

La notizia del giorno.

È scomparso “il ragionier Fantozzi”.

Fantozzi_(1975)_-_Liù_Bosisio,_Paolo_Villaggio,_Plinio_Fernando(Ugo Fantozzi tra la moglie Pina e la figlia Mariangela sul set di Fantozzi, 1975 di Luciano Salce)

È morto a Roma, a 84 anni, Paolo Villaggio. Ne ha dato notizia la figlia Elisabetta su Facebook dove, su una foto del padre giovanissimo, scrive: “Ciao papà ora sei di nuovo libero di volare”. Elisabetta, insieme al fratello Pierfrancesco, erano con lui nella clinica Paideia dove era ricoverato e hanno spiegato che il padre è morto per le complicanze del diabete che “aveva curato poco e male”. Paolo Villaggio, interprete di numerosi personaggi grotteschi come il famoso Giandomenico Fracchia, è divenuto noto al grande pubblico soprattutto per la creazione letteraria del ragionier Ugo Fantozzi, “uomo senza qualità”, mediocre “travet”, su cui Villaggio scrive ben 9 libri, maschera, da cui è nata una saga cinematografica di ampio e duraturo successo, in cui accanto al ragioniere appaiono gli ineludibili comprimari: la remissiva e disillusa signora Pina Fantozzi, la mostruosa figlia Mariangela, il compagno di lavoro ragionier Filini, l’eterna fiamma signorina Silvani, lo sbruffone geometra Calboni e il Megadirettore Galattico che incombe col suo potere assoluto sulle vite dei suoi dipendenti. Come scrive Villaggio, «Fantozzi è debole e servile come sa esserlo solo il piccolo-borghese, sempre terrorizzato dai superiori, timido e impacciato fino al catastrofico, si presenta come vittima naturale dei mass media, del consumismo e della pubblicità televisiva, tragicamente incapace di adeguarsi ai modelli sociali che mitizza quotidianamente». Da alcuni anni il personaggio è stato accostato da numerosi sociologi, come Domenico De Masi, a casi di mobbing, termine che indica, in ambito lavorativo, una precisa condizione di persecuzione psicologica adottata dal datore di lavoro nei confronti di colleghi e subalterni. È nato pure l’aggettivo fantozziano, neologismo proposto da molti dizionari della lingua italiana, come lo Zingarelli, per indicare: «Persona che ricorda i modi goffi e impacciati del ragionier Fantozzi» o anche «vicenda o situazione fantozziana», vista come sinonimo di «tragicomica o grottesca». «Nasce così una nuova maschera, l’ultima, dopo quella di Totò, ad attingere le proprie radici nella commedia dell’arte»: «fisicamente tozzo e sgraziato, con la pelle color topo e i capelli giallo sabbia, il Villaggio-Fantozzi si presenta sullo schermo sempre in maniera improbabile, con giacca da ragioniere, pantaloni ascellari e sulla testa il simbolico e caratteristico basco». L’attore, nativo di Genova, dove ha vissuto l’infanzia e la giovinezza, stringendo una grande amicizia con il cantautore Fabrizio De Andrè, ha recitato anche in parti drammatiche, partecipando a film di registi come Federico Fellini, Marco Ferreri, Lina Wertmüller, Ermanno Olmi e Mario Monicelli. Nel 1990 ha ricevuto il David di Donatello per il miglior attore protagonista per La voce della Luna, di Federico Fellini, nel 1992, in occasione della 49ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è stato insignito del Leone d’oro alla carriera.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

Franz Kafka.

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“Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un pò la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati”. Inizia così “La Metamorfosi”, uno dei capolavori più noti e famosi dello scrittore boemo Franz Kafka, ritenuto una delle maggiori figure della letteratura del XX secolo. Il testo descrive la vicenda di un uomo, Gregor Samsa, che una mattina si sveglia e scopre di aver assunto le fattezze di uno scarafaggio: la causa che ha portato ad una tale mutazione non viene mai rilevata. Tutto il seguito del racconto narra dei tentativi compiuti dal giovane Gregor per cercar di regolare, per quanto possibile, la propria vita a questa sua nuova particolarissima condizione, soprattutto nei riguardi dei genitori e la sorella. Attraverso la condizione ripugnante del protagonista e la sostanziale incapacità dei parenti di instaurare con lui un rapporto umano, Kafka vuole rappresentare l’emarginazione alla quale il “diverso” viene tragicamente condannato nella società. L’insetto non simboleggerebbe altro che questo “diverso”. La metafora dell’insetto rappresenta la dipendenza dell’autore dalla famiglia e la negazione della sua libertà artistico-espressiva nella letteratura. Già in una lettera alla sorella Elli, Kafka aveva definito la famiglia come un “contesto veramente animale”, che soffoca la libera espressione dell’individuo con l’egoismo oppressivo di un amore “assurdo e bestiale”. Nonostante la famiglia di Gregor tenti, almeno inizialmente, di mantenere un contatto con lo sventurato, si percepisce quasi subito il ribrezzo che suscita in loro la vista della condizione ributtante nella quale egli versa. Nemmeno lo stretto grado di parentela e il ricordo di un passato normale e felice, riescono a salvare Gregor dalla condanna alla quale sembra, fin dalle prime battute, destinato. Dapprima, scoperta la nuova condizione dell’uomo, i familiari provano raccapriccio; poi paura di avere contatti diretti con esso, tant’è che il poveretto decide di nascondersi, quando gli viene portato il cibo, per non suscitare spavento; poi insofferenza (che si manifsta nel lancio di mele, da parte del padre, a Gregor, che viene gravemente ferito), e infine rassegnazione. Gregor è diventato un peso, i familiari stessi si augurano che muoia. La madre, il padre e la sorella ne sono comprensibilmente affranti, tuttavia sanno che quella è l’unica via d’uscita da una situazione divenuta ormai insostenibile.

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Franz Kafka, per i temi che spesso ricorrono nelle sue opere (l’alienazione e spersonalizzazione dell’individuo che la società impone; il rapporto problematico padre-figlio; il senso di angoscia; il senso dell’ambiguità; lo spiazzamento; la continua ricerca dell’allegoria e della metafora usate in tutta la loro enigmaticità e ambivalenza; il rifiuto da parte dei familiari per le sue sembianze; la mutazione dei comportamenti, quando Gregor lavora e sostiene la famiglia viene trattato con rispetto ma, quando diventa un peso, lo disprezzano e sono sollevati della sua morte) è considerato un importante esponente del modernismo e anticipatore dell’esistenzialismo. Albert Camus, ne “Il mito di Sisifo”, sostiene che “La metamorfosi” sia una rappresentazione dell’etica della lucidità, che può trasformare facilmente l’uomo in una bestia. Tale interpretazione fa pensare anche a “La metamorfosi” come ad un’anticipazione dell’olocausto, anche se certamente il testo trascende una lettura storica peraltro successiva alla scrittura del racconto. Franz Kafka nacque il 3 luglio 1883 a Praga da una famiglia di agiati commercianti ebrei. La prima parte della sua vita è dedicata, senza entusiasmo, agli studi di giurisprudenza che gli permettono di ottenere un lavoro nel settore delle assicurazioni. Frequenta attivamente i circoli culturali praghesi ed esordisce senza fortuna nel 1908 come scrittore in lingua tedesca. Dal 1910 comincia a tenere un diario che lo accompagnerà per tutta la vita e oggi costituisce una tesimoninza preziosa delle sue riflessioni e dei continui fermenti del suo spirito. Gli anni successivi al 1910 sono caratterizzati da lunghi e ripetuti ricoveri in case di cura per una grave forma di tubercolosi (1910-12 a Riva del Garda, 1920 a Merano), ma anche dalla sua più fervida produzione letteraria. Rimase scapolo nonostante ripetuti fidanzamenti. A partire dal 1917 si dedica sempre più intensamente alla questione ebraica, meditando addirittura un suo trasferimento in Palestina. Fu invece costretto a entrare in un sanatorio nei pressi di Vienna, dove morì nel 1924. Per volontà testamentaria, Kafka avrebbe voluto che tutti i suoi manoscritti fossero distrutti. Il suo amico Max Brod decise invece di pubblicare quelli che erano scampati all’eliminazione da lui stesso operata, salvando così alcune delle opere più importanti. Degli inizi dell’attività ci restano le prime pagine dei “Preparativi di nozze in campagna” e la “Descrizione di una battaglia”, un lungo racconto di intenso lirismo che costituisce il nucleo attorno al quale si svilupperà la poetica degli anni successivi. Dal 1913 cura personalmente la stampa delle “Meditazioni”, raccolta di prose brevi e di capolavori quali “La condanna” (1916), “Nella colonia penale”, “Un medico di campagna” (1919) e “Un digiunatore” (1924). Contemporaneamente scrive opere altrettanto importanti che saranno edite solo dopo la sua morte, quali “America”, incompiuta,  a cui comincia a lavorare nel 1912, “Il processo”, scritta in gran parte nel 1914 e “Il castello”, del 1922, anch’essa non terminata. Tra i temi ricorrenti e centrali dell’opera di Kafka vanno ricordati l’ossessivo rapporto col padre, “uomo d’affari, enorme, egoista e prepotente” (così descritto dal biografo Stanley Corngold) che anima la “La lettera al padre”, del 1919 altri temi, oltre a quelli già riportati, sono l’incubo di condanne irrevocabili, che concludono processi basati su accuse palesemente ingiuste; lo sconvolgimento improvviso, attraverso trasformazioni inspiegabili di esistenze fino a quel momento tranquille; la solitudine dell’uomo nella moderna società industriale. La trasposizione letteraria di queste tematiche si svolge attraverso una narrazione realistica e uno stile scorrevole che trasportano progressivamente il lettore in un mondo di incubi, di allucinazioni, di riferimenti a una realtà trascendente e difficile da identificare.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) idem. Sinjar (Iraq, Asia) soleggiato +42Benguela (Angola, Africa) per lo più soleggiato +23. Manassas (Virginia, Stati Uniti d’America) nuvoloso +23. Porirua (Wellington, Nuova Zelanda, Oceania) nuvoloso +8.


2 luglio   -183

La notizia del giorno.

Il concerto a Modena di Vasco Rossi: “la tempesta perfetta.”

Vasco_1989(Vasco in un concerto alla fine degli anni ’80)

“È stata la tempesta perfetta.” Così Vasco Rossi ha definito la lunga e magica serata al Modena Park per i suoi 40 anni di carriera. “E’ una grandissima soddisfazione. Ma soprattutto devo sempre grazie a questa mia combriccola pacifica che ha invaso Modena, capitale del rock per un giorno. Abbiamo portato un po’ di gioia”, ha commentato il cantante soddisfatto per la magica serata per i suoi 40 anni di carriera e per i milioni di visualizzazioni delle foto su Facebook della marea umana che ha invaso il parco Ferrari. Il grande concerto è a Modena, perché tutto è cominciato qui, con il primo concorso canoro vinto a 10 anni, con il primissimo concerto, che lui non ricorda neanche più. E allora proprio da qui la rockstar è ripartita per fare il punto di una carriera unica, ma anche per andare avanti, perché il Komandante a fermarsi non ci pensa proprio. Quaranta canzoni per quaranta anni: alle 21:00 in punto, anche per le esigenze televisive di Rai 1 che ha dedicato all’evento uno speciale condotto da Paolo Bonolis, il via con Colpa d’Alfredo, preceduto da un saluto al sole virtuale, che nasce e muore sugli enormi schermi sulle note di Così parlò Zarathustra di Strauss, tratta da Odissea 2001 nello spazio di Stanley Kubrick. “Benvenuti alla festa epocale di Modena park. Benvenuti al concerto che non avrà mai fine. Benvenuti nella leggenda, nel record mondiale”, è il saluto di Vasco, giacca gialla e cappellino nero, ai 220 mila che lo attendono da ore, senza farsi scoraggiare dal clima o dalle imponenti misure di sicurezza. Una galoppata lunga tre ore e mezzo, che ha unito nel segno di Vasco intere generazioni e conquistato vaste fasce di pubblico, con i successi degli anni Ottanta come Alibi e Blasco Rossi, poi con i grandi classici come Bollicine, Ogni volta, Siamo soli, Vivere, fino alle hit più recenti: Rewind, Un mondo migliore, Un senso. E in chiusura, come da tradizione Albachiara, tra i fuochi d’artificio e il saluto al cielo, all’amico Massimo Riva, ancora e sempre presente.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

Per chi ama il Jazz.

image001(Manifesto di un concerto del 1955 del Jazz at the Philharmonic a Cleveland)

Il 2 luglio 1944, a Los Angeles, al Philharmonic Auditorium, un evento chiamato “Jazz at the Philharmonic” o “JATP” consacra la musica Jazz. All’epoca il jazz godeva di una contrastante considerazione: idolatrato da alcuni, che vi vedevano segnali di avanguardia, tacciato di cacofonia da altri, che non lo comprendevano. Ma fu il grande lancio, organizzato dal mitico Norman Granz, una delle figure fondamentali della musica moderna, in particolare della musica jazz americana a richiamare l’attenzione del grande pubblico. Il concerto era la prima rappresentazione jazzistica in un auditorium classico, la prima ammissione di valore musicale autonomo per il “genere musicale più oscuro” fino ad allora relegato a ruoli di sottofondo o di accompagnamento di corredo ad altre arti. Il concerto fu registrato e l’incisione fu il primo disco Jazz destinato a un pubblico più vasto ad avere successo sul mercato principale della discografia. I musicisti che vi suonarono, Ray Brown, Coleman Hawkins, Charlie Parker (“The Bird”), Sonny Criss, Nat King Cole, (come pianista, non come cantante), Hanks Jones, Shelley Mann, Fats Navarro, Flip Phillips e Tommy Turk, fecero poi insieme un paio di tournée l’anno, dal 1946 al 1949, ma il successo di JATP sarebbe continuato anche in seguito, con esibizioni fino al 1957, più uno special event nel 1967. Granz divenuto in seguito un produttore discografico e imprenditore, noto per aver creato la casa discografica Verve Records, fin dall’inizio si propose tre scopi nella vita: lottare contro il razzismo (a Houston, nel ’56, tolse personalmente le etichette “bianchi” e “negri” destinate a separare il pubblico dell’auditorium in cui si sarebbero dovuti esibire, fra gli altri, la Fitzgerald e Gillespie; Graz fu anche fra i primi datori di lavoro americani a garantire uguale salario ai lavoratori di colore, rispetto ai bianchi, oltre ad uguali trattamenti accessori, come ad esempio i camerini), dare agli ascoltatori buoni prodotti musicali, guadagnare solo da buona musica. Egli firmò la sua prima etichetta indipendente (Clef Records) con la quale voleva sviluppare e seguire il progetto di JAPT. Creò anche la Norgran Records e la Down Records, riservate al jazz tradizionale. La maggior parte dei nomi che hanno fatto la storia nel jazz del periodo hanno firmato un contratto, almeno una volta, con una delle sue etichette, compresi, ma non solo, Cannonball Adderly, Louis Armstrong, Count Basie, Bud Powel, Louie Bellson, Benny Carter, Buck Clayton, Buddy De Franco, Tal Farlow, Stan Getz, Dizzy Gillespie, Lionel Hampton, Roy Eldridge, Billie Holiday, Illinois Jacquet, Barney Kessel, Gene Krupa, Howard McGhee, Thelonious Monk, Gerry Mulligan, Charlie Parker, Joe Pass, Oscar Peterson, Flip Phillips, Bud Powell, Sonny Stitt, Nina Simone, Ben Webster e Lester Young.

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Nel 1956 Ella Fitzgerald, già celeberrima, raggiunse finalmente “la Comunità” di Granz, dopo che il suo contratto di lunga durata con Decca Records era spirato, e Granz, progettando di dedicarle grande e impegnativa attenzione, riunì le sue attività sotto l’etichetta comune di Verve Records. L’etichetta raccolse una popolarità assai vasta grazie alla serie memorabile di “songbooks” (i più importanti dei quali sono quelli dedicati a George Gershwin e a Cole Porter), insieme alla serie dei “duetti” (fra i quali Armstong-Peterson, Fitzgerald-Basie, Fitzgerald-Pass e Getz-Peterson). La Verve fu venduta nel 1960 alla Metro-Goldwyn-Mayer (che nel 1972 l’avrebbe poi ceduta alla PolyGram). Il mondo della musica deve molto a Norman Granz, grazie alla sua sensibilità musicale ed umana ha contribuito a diffondere bellezza nel mondo. Adorato dai suoi artisti, in seguito, Norman Graz si ritirò in Svizzera, dove fondò la sua ultima etichetta (Pablo Records, nel 1973) e dove, nel 2001, morì.

Mary Titton

 METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +28. Livorno (Italia, Europa) sereno +27. Kunming (Yunnan, Cina, Asia) nuvoloso +14. Boussé (Burkina Faso, Africa) lievi rovesci di pioggia +30. Decatur (Georgia, Stati Uniti d’America) nuvoloso +25. Blenheim (Marlborough, Nuova Zelanda, Oceania) sereno con nuvolosità sparsa +7.


1 luglio   -184

La notizia del giorno.

Hong Kong: fuochi d’artificio e grida di protesta.

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Nel ventesimo anniversario della riconsegna di Hong Kong alla Cina sono sempre più evidenti le fratture tra Pechino e una parte consistente della popolazione. Tre anni dopo le proteste di massa che per settimane avevano paralizzato Hong Kong e per la prima volta da quando ha assunto la carica di presidente cinese nel 2013, Xi Jinping decide di visitare l’ex colonia britannica per il ventesimo anniversario dell’handover (la restituzione dell’ex colonia inglese alla Cina, il 1 luglio 1997). Oggi, 1 luglio, a Hong Kong, da un lato si svolgono le celebrazioni ufficiali per il ventesimo anniversario del passaggio dell’ex colonia dalla Corona inglese alla madrepatria, a cui partecipa il presidente della Cina Xi Jinping, venuto da Pechino per la ricorrenza e per l’insediamento di Carrie Lam, la nuova chief executive, la prima donna eletta a marzo dai 777 membri dei 1194 delegati del comitato elettorale, a loro volta selezionati dalla Cina; dall’altro crescono le proteste di piazza, gli scontri tra attivisti pro-democrazia e sostenitori di Pechino: 9 gli arresti tra cui quello di Joshua Wong, il leader ventenne della protesta degli ombrelli, che, nell’autunno 2014, per quasi 80 giorni occupò le strade di Hong Kong, rivendicando una riforma elettorale sempre negata dalla Cina. Una marcia di protesta dovrebbe portare in piazza centinaia di migliaia di persone nel primo pomeriggio, ma succede tutto già all’alba, quando i ragazzi si ripromettono con la loro azione di oscurare l’alzabandiera. È tutto pronto per il sit in pacifico al 103 di Hennessy Road, nel cuore di Wan CHai, a due passi dal Convention & Exhibition Center e dagli alberghi Grand Hyatt e Renaissance, scelti da Xi e dal suo entourage come blindatissimo quartiere generale, quando il gruppo di manifestanti – dicono i ragazzi di Demosisto, il partito di Joshua – viene assaltato dai militanti della parte opposta, gli honkonghini che stanno con Pechino. Uno dei volti più noti della prote-sta di Hong Kong, Leung Kwok-hung, meglio noto come Longhair, il capellone che esibisce sempre la t-shirt con Che Guevara, viene arrestato. Viene fermato anche Wong, che era stato appena liberato dopo 33 ore di detenzione per un’altra clamorosa azione di protesta. Il leader della rivolta di tre anni fa rischia così di non poter partecipare alla grande manifestazione pacifica. “Ci hanno circondati e hanno bloccato la nostra manifestazione” racconta Wong dopo essere stato rilasciato. “Stavamo chiedendo come sempre più democrazia, stavamo lottando per chiedere la liberazione di Liu Xiaobo”, il dissidente Premio Nobel liberato con la condizionale dopo sette anni di prigione solo perché malato terminale di tumore. “Siamo stati circondati dai gangster pro-China e la polizia non solo non ha fatto niente ma ci ha al contrario fermati e trattenuti per impedirci di manifestare all’alzabandiera. Hanno abusato di noi, io sono stato ammanettato, altri sono stati addirittura assaltati dagli agenti che ci avevano prelevato in auto.” Sono ore di confusione e certamente l’immagine del leader in manette non è un bello spot per Xi Jinping che continua a dire che Hong Kong “deve credere in se stessa e nel paese”. Le parole del presidente sono un richiamo, per lui, all’unità appunto del paese, nel segno di quel One Country Two Systems, Un paese Due Sistemi, che dovrebbe governare l’ex colonia fino a al 2047. Xi insiste sul concetto di “armonia, che porta buona fortuna”: ma è ovviamente l’armonia di Pechino, perché Hong Kong non deve superare “la linea rossa” della sovranità cinese e anzi nessuno deve “usare Hong Kong per attuare attività di infiltrazione o sabotaggio contro la Cina continentale”. Hong Kong è il secondo partner commerciale della Cina, dopo gli Stati Uniti, e rappresenta da sola più del 8% del commercio globale della Cina. Il 70 per cento delle banche di tutto il mondo sono presenti e fanno affari in città.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

L’Aliano di Carlo Levi.

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In questo inizio di un’estate assolata e torrida, alla ricerca dei mari e delle spiagge rocciose o di sabbia bianca e fine del sud Italia, può capitare d’inoltrarsi tra i calanchi aridi e deserti del materano e di trovarsi davanti uno dei paesini tutti bianchi per le casette dai muri a calce: è Aliano e non ci si può non fermare, perché qui ha soggiornato, dal 18 settembre 1935 al 26 maggio 1936, Carlo Levi, condannato dal regime fascista al confino in questo territorio isolato e quasi inaccessibile, a quel tempo, a causa della mancanza di vie di comunicazione. Lo scrittore e pittore torinese, che uscirà trasformato da questa esperienza, ispiratrice dell’opera “Cristo si è fermato a Eboli”, il romanzo che Levi scrisse tra il dicembre del 1943 e il luglio del 1944, a Firenze e fu pubblicato da Einaudi nel 1945, fu profondamente turbato al suo arrivo ad Aliano: «Tutto mi era sgradevole» in questo strano paese circondato da «precipizi di argilla bianca […] scavata dalle acque in buche, coni, piagge di aspetto maligno». Ancora: “… ad Aliano la strada finisce. Il paese, a prima vista, non sembra un paese, ma un piccolo insieme di casette sparse, bianche. Non è in vetta al monte, come tutti gli altri, ma una una specie di sella irregolare, in mezzo a profondi burroni pittoreschi; e non ha, a prima vista, l’aspetto severo e terribile di tutti gli altri paesi di qui … le case stavano come librate nell’aria che parevano in bilico all’abisso, pronte a crollare. Come un verne intorno ad un’unica strada in forte discesa sullo stretto ciglione di due burroni, e poi risaliva e ridiscendeva tra due altri burroni, e terminava nel vuoto”. Ancora oggi, a chi vi arriva, Aliano si presenta allo stesso modo di come l’ha descritto Levi 80 anni fa: “… e da ogni parte non c’erano che precipizi di argilla bianca, senz’alberi e senz’erba, scavata dalle acque in buche, in coni, piagge di aspetto maligno, come un paesaggio lunare …”. A 80 anni di distanza i luoghi della memoria sono rimasti intatti e oggi ognuno ha sulla facciata una piccola targa che riporta la descrizione fattane da Levi nella sua opera: ed ecco la chiesa “…uno stanzone inbiancato a calce, sporco e trasandato, … i muri pieni di crepe …”, le case degli americani, che “avevano un primo piano, un balcone e la porta …”, la casa della vedova, che “ aveva una camera per i rari viandanti di passaggio; … migliaia di mosche annerivano l’aria e coprivano le pareti..”, la casa dell’arciprete: “… Don Traiella abitava con la madre in uno stanzone, una specie di spelonca … contro il muro giaceva per terra in disordine un gran mucchio di libri; sul mucchio stavano posate delle galline,” la bottega del barbiere, “… quella dove si rasavano i signori.” Percorrendo le vie del paese sembra che nulla sia mutato dai tempi di Levi e le targhe con le parole del romanzo indicano il municipio, la scuola elementare, il pisciatoio, la piazza, la casa del podestà, l’ufficio postale, la macelleria, la fontanella. Poi all’estremità del paese si trova la casa che Levi affittò per viverci e che egli così descrive: “ Costruita dal predecessore di Don Traiella, era composta di tre stanze, l’una in fila all’altra … aveva un piccolo orticello, un albero di fico nel mezzo … una terrazza da cui la vista spaziava sui più lontani orizzonti. Lo studio e la terrazza avevano un pavimento a scacchi colorati. Il defunto prete aveva dotato la mia casa di un bene inestimabile: c’era un gabinetto, senz’acqua naturalmente, ma un vero gabinetto, col sedile in porcellana. Era il solo esistente in Gagliano.” Oggi la casa dove lo scrittore ha abitato è visitabile e ospita il Museo della civiltà contadina, che ricostruisce il tempo non molto lontano, in cui si viveva in un’unica stanza insieme con gli animali, mentre la pinacoteca permette di ripercorrere, attraverso una carrellata di foto, la vita dello scrittore, che fu anche pittore e ritrasse con grande realismo il pesaggio aspro ed unico dei calanchi e i volti immobili e gli sguardi intensi della gente del luogo. Il tempo vissuto ad Aliano, un paese fuori dal mondo e dalla cosiddetta civiltà, segnò profondamente Levi, perché grazie alla sua sensibilità umana ed artistica, come uomo e come medico, si accostò con grande rispetto a una cultura a lui estranea, intrisa di sconcertanti superstizioni e di riti magici, ma anche di solidi valori, come quelli della famiglia, del lavoro, della solidarietà. Nel “Cristo si è fermato a Eboli” si coglie, oltre la denuncia sociale non sempre compresa, all’inizio neppure dagli stessi alianesi, il suo profondo amore per il paese con le case con gli occhi (le piccole finestre su alcune facciate), per la gente lucana, tanto che nell’incipit del romanzo scrive: “Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte.” E nel silenzioso cimitero di Aliano, nell’immobilità del tempo, lo scrittore pittore torinese riposa. Val la pena di riscoprire la sua opera letteraria e pittorica.

METEO

Roma (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +28. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +27. Distretto di Bamiyan (Afghanistan, Asia) sereno +20. Catumbela (Angola, Africa) per lo più soleggiato +22. Laredo (Texas, Stati Uniti d’America) per lo più soleggiato +32Munda (Isole Salomone, Oceania) parzialmente nuvoloso +26.


30 giugno   -185

La notizia del giorno.

Francia: morta Simone Veil.

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È morta, a 89 anni, Simone Veil, prima Presidente del parlamento europeo e storica ministra francese. Per Macron: “Era la Francia migliore.” Nata a Nizza il 13 luglio 1927, di religione ebraica, durante l’occupazione nazista subì dure persecuzioni e nel marzo 1944 fu deportata insieme alla famiglia nel campo di concentramento di Auschwitz, da cui uscirono vive solo lei e la sorella, liberate il 27 gennaio 1945, attuale Giorno della Memoria in tutti gli Stati dell’Unione europea. È stata, quindi, tra i soci fondatori e Presidente onorario della Fondation pour la Mémoire de la Shoah, organizzazione no-profit che si occupa della promozione della memoria e degli studi sulla tragedia della Shoah. Laureata in giurisprudenza e divenuta magistrato, sposa nel 1946 Antoine Veil, da cui ha preso il cognome e ha avuto tre figli. Con un orientamento politico di centro destra, nel 1974 lascia la carriera di magistrato e, dopo l’elezione di Valéry Giscard d’Estaing a presidente della Repubblica francese, viene nominata ministro della sanità nel governo di Jacques Chirac e riconfermata nell’incarico in quello successivo di Raymond Barre. Simone Veil diventa così una delle prime donne ministro. Nel luglio 1979 lascia il governo Barre per guidare la lista dell’Unione per la Democrazia Francese alle prime elezioni a suffragio universale per il Parlamento Europeo. È la capofila dello schieramento europeista, liberale e centrista, sostenuto apertamente da Giscard d’Estaing. Nella prima riunione del Parlamento europeo a Strasburgo, nel luglio del 1979, è eletta Presidente dell’assemblea, carica che ricoprirà fino al gennaio 1982. È rieletta al Parlamento Europeo nel 1984, stavolta con la lista unitaria di centro-destra RPR-UDF capeggiata da lei, in qualità di illustre esponente dell’UDF, e da Jacques Chirac, in qualità di leader del RPR. In prima linea nella lotta per i diritti delle donne, quando era ministro della Salute sotto il governo di Valérie Giscard d’Estaing, presentò all’Assemblea Nazionale il progetto di legge sull’aborto, ottenendone l’approvazione l’anno successivo e subendo violenti attacchi da parte dei deputati più oltranzisti. Nel marzo 1993 fu nominata ministro di Stato, ministro della Sanità, degli Affari Sociali e delle Aree Urbane nel governo di Édouard Balladur, carica che ricoprì fino al maggio 1995. Nel marzo 1998 fu nominata membro del Consiglio costituzionale dal presidente del Senato René Monory. Il suo mandato durò nove anni ed è scaduto nel marzo 2007. Nel febbraio 2007 ha espresso il suo sostegno alla candidatura di Nicolas Sarkozy alla Presidenza della Repubblica, il 20 novembre 2008 è stata eletta all’Académie française al primo turno dello scrutinio, con 22 voti su 29 (5 schede bianche e 2 nulle), occupando il seggio che fu di Pierre Messmer, deceduto il 29 agosto 2007. Simone Veil rimane una importante figura di riferimento per la sua opera a favore dei diritti delle donne e per la costruzione dell’Europa unita.

Avvenimenti e Protagonisti del Passato.

Czesław Miłosz: Poeta.

“A chi, con voce lungimirante e senza compromessi, ha esposto la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti”. (Motivazione del Premio Nobel per la letteratura, 1980).

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“Non ho alcuna esitazione nell’affermare che Czesław Miłosz è uno dei grandi poeti del nostro tempo e forse il più grande” scriveva un altro poeta, Iosif Brodskij, anche lui polacco, come Milosz, e Premio Nobel per la Letteratura nel 1987. Poi giunse, nel 1980, il Premio Nobel e, molti lettori in tutto il mondo cominciarono a scoprire l’opera complessa e intensa di questo scrittore, che da anni si trovava nella paradossale condizione di essere circondato da persone che non leggevano la sua lingua, mentre i suoi libri erano proibiti a coloro che la leggevano. Nato in Lituania il 30 giugno 1911, esule dalla Polonia sin dal 1951, Milosz “ha ricevuto quella che si potrebbe definire l’educazione standard dei paesi dell’Europa orientale, che ha incluso, fra l’altro, l’esperienza del cosiddetto Olocausto, già da lui profetizzata nelle liriche della seconda metà degli anni Trenta”. E “la sua terra, dopo essere stata devastata fisicamente, gli venne sottratta e distrutta spiritualmente” (Brodskij). Milosz poeta, ma anche saggista e traduttore nel 1953 pubblicò “la mente prigioniera”, denuncia della passività degli intellettuali polacchi, ma anche dei francesi marxisti conosciuti a Parigi, di fronte al totalitarismo staliniano; nel 1977 “La terra di Ulro”, riflessione sulla poesia e sull’attività dello scrittore; nel 1998 “Il cagnolino lungo la strada”, autobiografia con aforismi e poesie. Milosz era una voce contro i totalitarismi, si dichiarava amico di antifascisti come Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone e i suoi versi vennero trascritti nelle piazze dagli operai di Solidarnosc per onorare i lavoratori uccisi dal regime comunista nel 1981. Intanto Milosz insegnava poesia in California e scriveva i suoi versi ispirandosi a Simone Weil, Selma Lagerlof, William Blake, Emanuel Swedenborg. Tornato in patria dopo la caduta del regime morì a Cracovia il 14 agosto 2004. Aveva 93 anni.

Mary Titton

Il Senso

Quando morirò, vedrò la fodera del mondo.

L’altra parte, dietro l’uccello, il monte e il tramonto del sole.

Letture che richiamano il vero significato.

Ciò che non corrispondeva, corrisponderà.

Ciò che era incomprensibile, sarà compreso.

Ma se non c’è la fodera del mondo?

Se il tordo sul ramo non è affatto un indizio

Soltanto un tordo sul ramo, se il giorno e la notte

Si susseguono non curandosi del senso

E non c’è niente sulla terra, tranne questa terra?

Se così fosse, resterebbe tuttavia

La parola una volta destata da effimere labbra,

Che corre e corre, messo instancabile,

Verso campi interstellari, nel mulinello delle galassie

E protesta, chiama, grida.

(1934)

METEO

Roma (Italia, Europa) coperto +28. Livorno (Italia, Europa) idem. Pune (Maharashtra, India Asia) per lo più nuvoloso +25. Addis Auasa (Etiopia, Africa) per lo più nuvoloso +21. Tallahassee (Florida, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +31. Nausori (Figi, Oceania) nuvoloso +18.


29 giugno   -186

La notizia del giorno.

Festa di San Pietro e Paolo, patroni di Roma.

maxresdefault(La Girandola, rievocazione storica in Piazza del Popolo, Roma)

Oggi, 29 giugno, la Capitale celebra San Pietro e Paolo con molti eventi: mostre, manifestazioni tradizionali, sagre, concerti. Oltre alle celebrazioni religiose nella basilica di San Paolo, sono previsti momenti di intrattenimento nell’area circostante tra giochi, sport e stand. Ci sarà anche l’infiorata, il tradizionale evento che vede in piazza Pio XII oltre mille maestri fiorai provenienti da diversi paesi del mondo. I preparativi per la VII Edizione dell’Infiorata Storica di Roma inizieranno già dal pomeriggio del 28 di giugno con i volontari infioratori che allestiranno nottetempo i quadri floreali, regalando ai visitatori, la mattina seguente, lo spettacolo dei loro coloratissimi tappeti. L’impareggiabile bellezza di San Pietro e del colonnato del Bernini faranno da cornice alle opere realizzate da gruppi di infioratori provenienti da tutto il mondo, che fanno rivivere nella Capitale una tradizione a lungo dimenticata. La prima infiorata storica venne realizzata in occasione della festa patronale nel lontano 1625, per opera del responsabile della Floreria Vaticana Benedetto Drei e di suo figlio Pietro, sotto il pontificato di Papa Urbano VI: piazza San Pietro venne ammantata di “fiori fondati e minuzzati ad emulazione dell’opere del mosaico”, dedicati ai Ss. Pietro e Paolo. Morto Drei, a succedergli fu il grande Gian Lorenzo Bernini, principale artefice delle feste barocche, ed è in questo periodo che “quest’arte floreale da Roma si divulgò”, ai Castelli Romani, poi a Genzano e a Genazzano. La tradizione delle infiorate iniziò così a propagarsi a partire da Roma, ma proprio a Roma scomparve già alla fine del XVII secolo ed è ripresa da sette anni grazie all’impegno di Pro Loco Roma. È tornata anche a Piazza del Popolo la rievocazione storica della Girandola di Roma, il tradizionale spettacolo di fuochi d’artificio, che invita il pubblico a guardare lo spettacolare fuoco La Girandolad’artificio da Piazza del Popolo con lo sguardo rivolto verso il Pincio. Sulle banchine del Tevere poi bancarelle e stand tra performance artistiche, percorsi enogastronomici ed esposizioni artigianali.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

La furia predatrice dei Conquistadores spagnoli.

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Oggi ricorre la data di morte dell’imperatore azteco Montezuma ucciso, nel 1520, sembra mediante l’ingestione forzata di oro fuso su ordine di Hernán Cortés. Con la scoperta dell’America del 1492 si verifica l’incontro più straordinario della storia occidentale: la scoperta dell’altro, del diverso da noi, di un “Nuovo Mondo”. “La letteratura sugli Aztechi è vastissima. Sembra che non ci sia un periodo della loro vita che non sia stato indagato, analizzato e descritto: le loro origini, la loro storia e la loro scrittura indecifrabile, la loro religione ed il loro calendario, sono stati studiati continuamente e ciò che rimane dei loro scritti geroglifici è stato ampiamente pubblicato. Innumerevoli scavi sono stati via via portati a termine nel tradizionale territorio dell’ “Impero Azteco” e fuori di esso; per molti anni relazioni documentatissime ed erudite sono state pubblicate continuamente e in quantità sbalorditiva. Alcuni dei grandi nomi della letteratura hanno scritto sugli Aztechi e sui popoli loro vicini. Ma il fatto che gli Aztechi siano giunti tanto tardi sulla scena Messicana (vi furono moltissime civiltà prima della loro) e che essi siano stati legati alla magia in ogni momento della loro vita, tanto da popolare il loro mondo di dèi e di simboli, fa sì che nella letteratura che li riguarda siano rimaste molte incertezze. Inoltre, dato che la storia degli Aztechi (che comprende la mitologia, l’astronomia, l’etnologia e la ricerca di tutto ciò che avvenne nelle migliaia di anni trascorsi prima della loro scomparsa) è complessa, essa non è sempre un soggetto facile su cui scrivere e del quale leggere. I conquistatori spagnoli del Messico erano per la maggior parte uomini istruiti e letterati, per cui sentirono la “storicità” del momento. Hernán Cortés, che narrò la storia mentre la faceva, per il suo tempo era considerato un uomo di cultura, avendo studiato all’Università di Salamanca. Oltre a lui anche altri narrarono della Conquista mentre il corso della Storia era ancora in atto. Il più colto tra i cronisti, Francisco de Gòmara, scrisse una “Cronica de la Nueva Espana” ma con tanta parzialità in favore di Cortès da spingere Bernal Díaz del Castillo a dettare la sua “Historia verdadera del la conquista de la Nueva Espana”, opera meravigliosa e senz’età. Ai conquistadores seguirono i missionari, che ripresero il racconto là dove i soldati lo avevano interrotto. Nel loro sforzo di realizzare all’interno del Messico il passaggio da una mitologia ad un’altra, essi furono costretti a studiare le lingue, i miti e la vita quotidiana di quei popoli. Il più instancabile fu Bernardino di Sahagún che arrivò in Messico nel 1529 e che, dopo decenni di studi appassionati, lasciò una storia della vita e dei momenti storici più salienti di quel popolo, opera di valore inestimabile per chiunque voglia indagare sugli Aztechi”. E così via risalendo i secoli, con i successivi rinvenimenti archeologici ed altri approfondimenti da parte di illustri studiosi e ricercatori, oggi, di quella civiltà scomparsa, si hanno numerose informazioni.

image002-1(Diego Rivera)

Ciò che è importante, inoltre, analizzare della “Conquista”, vista l’attualità dell’argomento a giudicare dalle guerre in corso, ancora oggi dopo oltre 500 anni da allora, è l’incapacità dell’uomo di confrontarsi con mondi e culture diversi. A questo proposito è di particolare interesse l’analisi del filosofo e saggista bulgaro Tzvetan Todorov che ha condotto un’approfondita ricerca sugli aspetti antropologici, culturali e le relative problematiche connesse al rapporto con “l’altro” verificatesi con la conquista spagnola del continente americano. Lo studioso ha esposto l’esito delle sue ricerche nel celebre saggio intitolato “La conquista dell’America. Il problema dell’“altro”, uscito in Francia nel 1982. La distruzione dell’impero azteco da parte di un pugno di “conquistadores” ha sempre suscitato la curiosità e la riflessione degli storici e non: come si spiega che Cortés, alla testa di poche centinaia di uomini, sia riuscito ad impadronirsi del regno di Montezuma, straordinariamente tanto più numeroso di guerrieri da contarne in termini di milioni? Tra le varie risposte ce ne sono alcune come le seguenti: gli spagnoli sarebbero stati avvantaggiati dalle divisioni tra le popolazioni indigene e, in particolare, dall’ostilità verso gli Aztechi dei popoli a loro sottomessi; l’equipaggiamento più attrezzato degli spagnoli che comprendeva l’impiego dei cavalli e l’uso di armi più potenti come archibugi e cannoni (sconosciuti agli indigeni) e che su di loro avevano un effetto paralizzante. Gli Aztechi non conoscevano la lavorazione dei metalli, le loro spade, seppur taglienti, erano più fragili. Nei loro spostamenti, gli spagnoli, erano molto più rapidi, si muovevano a cavallo o, come nella fase finale dell’assedio di Città del Messico l’impiego dei loro brigantini, contro le lente canoe indiane, ebbe un ruolo decisivo. Inoltre gli Aztechi vennero decimati a migliaia dalle malattie infettive, come il vaiolo ed altre sconosciute alle popolazione mesoamericane portate dagli europei spagnoli. Altri aspetti di tipo culturale giocarono, come spiega Todorov, un ruolo importante: la diversa concezione del tempo e della comunicazione. Gli Aztechi avevano una concezione ciclica del tempo rappresentata graficamente dalla ruota. Il tempo si ripete secondo frequenze immodificabili. Il futuro altro non è che la ripetizione del passato perciò, per gli Aztechi, conoscere il futuro significava osservare il passato. Montezuma non capiva come poteva prodursi un avvenimento completamente nuovo, come era l’esistenza di  “quello strano essere”, un uomo a cavallo, se non pensare che gli spagnoli, in realtà dovevano essere gli dèi, da tempo annunciati dai presagi degli antenati. L’imperatore azteco accolse perciò con tutti gli onori gli “invasori” offrendo loro, a profusione, monili d’oro, alimentando peraltro la loro cupidigia. Gli spagnoli ebbero la meglio ma sicuramente la loro civiltà di allora non si può ritenere più civilizzata rispetto a quella azteca. Riflettendo sui costumi ripugnanti, come i noti sacrifici umani compiuti dai sacerdoti Aztechi sui prigionieri, ai quali incidevano il petto ed estirpavano il cuore ancora pulsante in offerta agli déi, in cima ai Templi sacri, si trova difficile conciliare la loro esistenza con una qualsiasi forma di governo o con un progresso nella civiltà. “Eppure, i messicani hanno molte caratteristiche per potersi definire una comunità civilizzata. Si può forse comprendere meglio questa anomalia, riflettendo sulla condizione di qualcuna delle più progredite regione d’Europa, nel XVI, dopo la fondazione della moderna Inquisizione: una istituzione che ogni anno distruggeva migliaia di uomini con una morte più penosa dei sacrifici aztechi; che armava il fratello contro il fratello e, che, imprimendo il suo suggello rovente sulle labbra, ha contribuito ad arrestare il cammino del progresso, più di ogni altro sistema escogitato da umana astuzia”. (William Prescott, “La conquista del Messico”, 1839).  Sahagún, dopo la conquista, così racconta: “Offrirono agli Spagnoli insegne d’oro, di piume di Quetzal e collane d’oro. Quando videro tutto questo, le loro facce erano sorridenti ed erano assai contenti e soddisfatti. Quando presero l’oro cominciarono a comportarsi come scimmie, stavano seduti proprio come loro, ed era come se avessero dei nuovi cuori, risplendenti. Perché la verità è, che quello era ciò che più bramavano. I loro toraci si ingrossavano e la bramosia li faceva impazzire. Bramavano l’oro, come maiali affamati”.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +27 Livorno (Italia, Europa) coperto +28. Nagarkot (Nepal, Asia) lievi rovesci di pioggia +20. Mansa (Zambia, Africa) soleggiato +23Salisbury (Maryland, Stati Uniti d’America) per lo più soleggiato +32. Yaté (Nuova Caledonia, Oceania) parzialmente nuvoloso +15.


28 giugno   -187

La notizia del giorno.

La “casa sull’albero”.

hospice pediatrico fondazione seràgnoli disegnato da Renzo Piano rendering

Renzo Piano ha disegnato il progetto dell’hospice pediatrico voluto dalla Fondazione Hospice “Maria Teresa Chiantore Seragnoli” che sorgerà a Bologna accanto all’ospedale Bellaria. Piano ha ipotizzato una struttura di 4500 metri quadrati, che si sviluppa in più padiglioni connessi, con quattordici camere singole e otto appartamenti, a disposizione dei familiari dei piccoli degenti. La struttura sorgerà all’interno di un bosco con 390 alberi, sia sempreverdi sia a foglia caduca, e 5mila piante di arbusto. Sul tetto saranno collocate delle cellule fotovoltaiche che produrranno il 20% dell’energia necessaria. L’inizio dei lavori è previsto per la fine del prossimo autunno: la struttura dovrebbe essere pronta entro tre anni. “Si è fatta subito strada – spiega Piano – l’idea di una casa sull’albero, perché richiama quello che è il sogno di ogni bambino. Gli alberi sono poi metafora di guarigione, danno l’idea del ‘sollevare’, che ha la stessa radice di ‘sollievo’, cioè tolgono peso al dolore. Vita e sofferenza si mescolano, l’elemento comune è la compassione in senso etimologico”. La casa sull’albero accende la fantasia di ogni bambino, lo proietta nel sogno, nella fiaba, per un bambino malato è di grande aiuto essere immerso nella bellezza ed evadere dalla triste realtà dell’hospice e delle terapie. Ancora Renzo Piano alla presentazione del progetto dell’hospice pediatrico al Mast di Bologna: “In questo progetto si ritrovano due dimensioni che si alleano: quello della scienza medica, sana e importante, e tocca ripeterlo in un momento in cui la gente non si fida, e quello della scienza umana, che fa immergere i bambini nella bellezza.”

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +28. Livorno (Italia, Europa) idem. Shenzhen (Guangdong, Cina, Cina, Asia) sereno con nuvolosità sparsa +27. Yola (Nigeria, Africa) sereno +34. San Luis Obispo (California, Stati Uniti d’America) nuvoloso +14. Hawke’s Bay (Nuova Zelanda, Oceania) sereno +6.   


27 giugno   -188

La notizia del giorno.

Attacco hacker globale partito dalla Russia.

140px-Glider.svg(Il Glider, simbolo della comunità Hacker, ideato dall’informatico e blogger Eric Steven Raymond)

Un cyberattacco senza precedenti ha colpito l’Ucraina e la Russia, compreso anche il sistema informatico della centrale nucleare di Chernobyl, dove sono interessati i sistemi di monitoraggio dell’aria, ma senza suscitare preoccupazione. Il virus ha attaccato i computer del governo ucraino, della metropolitana e dell’aeroporto di Kiev, dei negozi Auchan, degli operatori di telecomunicazione e della ucraina Privatbank. Il premier ucraino Volodomyr Groysman è intervenuto su Facebook: “Un attacco hacker senza precedenti ha colpito l’Ucraina ma i nostri specialisti informatici fanno il loro lavoro e proteggono le infrastrutture cruciali. I sistemi vitali non sono stati danneggiati, l’attacco verrà respinto e i responsabili saranno individuati.” L’attacco hacker che ha colpito l’Ucraina e la Russia si è successivamente esteso ad altre società europee e americane: colpiti il colosso del trasporto marittimo danese Maersk, il gigante della pubblicità britannico Wpp e la società francese Saint-Gobain. Il gruppo farmaceutico Merck è la prima azienda americana ad avere confermato di essere stata colpita dal cyber-attacco iniziato in Russia e Ucraina. Andrea Zapparoli Manzoni, esperto di sicurezza, in merito al massiccio attacco hacker in corso in tutto il mondo ha dichiarto: “La situazione è complicata, non è facile individuare i responsabili e le loro intenzioni mentre l’attacco è in corso, quello che possiamo dire è che l’uso del virus Petya è atipico per una azione cybercriminale su questa scala.” Petya è un ransomware, una tipologia di virus che cifra i dati con finalità di estorsione, perchè per rientrare in possesso dei propri dati viene chiesto un riscatto agli utenti. La sua particolarità è quella di bloccare non solo singoli file, ma l’intero hard disk del computer, cioè la memoria che archivia file, programmi e sistemi operativi. “Questo particolare ransomware potrebbe essere stato usato come mezzo distruttivo – aggiunge Zapparoli all’Ansa – per la sua caratteristica di cifrare l’intero disco del computer, che quindi diventa inutilizzabile. Confondendo così le acque perché si tratta di un ransomware e non, strettamente parlando, di una cyber-arma. Perfetto quindi per coprire un attacco con finalità geopolitiche.”

Avvenimenti e protagonisti del passato.

La Strage di Ustica: un “vulnus” alla Verità.

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27 giugno 1980: un aereo DC-9 dell’Itavia, volo IH870, decollato alle 20.08 dall’Aeroporto di Bologna e diretto all’Aeroporto di Palermo, scompare misteriosamente nei cieli tra Ponza e Ustica. Nessun superstite tra le 81 persone a bordo, 77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio. L’aereo si squarciò in volo all’improvviso e cadde nel braccio di mare compreso tra le isole tirreniche di Ustica e Ponza, chiamato posizione Condor. Quella sera molti radar di controllo del traffico aereo, tra i quali quello di Ciampino e quello di Poggio Ballone in provincia di Grosseto, seguono il percorso del DC9. Il primo registra uno spostamento di rotta e un successivo riallineamento. Contemporaneamente due piloti militari Ivo Nutarelli e Mario Naldini, in volo con un Phantom F4 sulla Toscana, lanciano, per due volte, un segnale di allarme generale: hanno notato qualcosa di insolito nel cielo, eppure al DC-9 non arriva nessuna comunicazione ufficiale. Alle cinque della mattina del giorno seguente l’aereo viene dato ufficialmente per disperso. Nella notte numerosi elicotteri, aerei e navi partecipano alle ricerche nella zona. Solo alle prime luci dell’alba, un elicottero di soccorso individua ad alcune decine di miglia a nord di Ustica alcuni detriti. Poco dopo raggiunge la zona un Breguet Atlantic dell’Aeronautica, che avvista una grossa chiazza di carburante; nel giro di qualche ora cominciano ad affiorare altri detriti e i primi cadaveri dei passeggeri. Ciò conferma che il velivolo è precipitato nel mar Tirreno, in una zona in cui la profondità dell’acqua supera i tremila metri. Nei 5 giorni successivi si recupereranno solo i pezzi dell’aereo rimasti a galla e i corpi di 39 passeggeri su 81. Dal complesso del materiale si evidenzia fin dall’inizio una disintegrazione in volo per cause difficilmente individuabili. Il relitto verrà riportato in superficie solamente diversi anni dopo, in due distinte operazioni di recupero, nel 1987 e nel 1991. Con la prima operazione viene ritrovata anche la scatola nera; nel Flight Data Recorder dell’aereo si riscontrano dati di volo assolutamente regolari e un clima a bordo disteso: il comandante Domenico Gatti e il copilota infatti si raccontano barzellette, ma il dialogo, come regista il Cockpit Voice Recorder, s’interrompe improvvisamente, senza alcun segnale allarmante che preceda l’nterruzione della registrazione. Il DC-9 verrà ricostruito per circa l’80% della superficie esterna, in un hangar dell’aeroporto militare di Pratica di Mare, presso Roma. La Procura di Palermo apre subito un’inchiesta e il Ministro dei trasporti, Rino Formica, nomina una Commissione d’Inchiesta parlamentare. Molti aspetti di questo disastro, a partire dalle cause stesse, non sono ancora stati chiariti. Le principali ipotesi sulle quali gli inquirenti hanno indagato sono: il DC-9 sarebbe stato abbattuto da un missile aria-aria sparato da un aereo militare; il DC-9 sarebbe precipitato dopo essere entrato in collisione (o in semicollisione) con un aereo militare; il DC-9 sarebbe precipitato per un cedimento strutturale; sarebbe esplosa una bomba a bordo. Esistono, poi, una quindicina di morti sospette legate alla strage di Ustica. Ci sono, tra queste, molti sospetti di “suicidi in ginocchio”. Anche se è impossibile provare che si tratta di omicidi, nella sua sentenza del 1999 il giudice Priore scrive: “Se qualcuno si vuole impiccare, non lo fa con i piedi per terra. Gli atti di costoro, se davvero suicidi, furono determinati comunque da stati psichici di profonde prostrazioni connesse con gli eventi». Il lungo elenco delle “morti sospette” si apre il 3 agosto 1980 con l’incidente stradale in cui perde la vita il colonnello dell’Aeronautica militare Pierangelo Tedoldi (41 anni), comandante dell’aeroporto di Grosseto. Il 23 gennaio 1983 muore in un altro incidente stradale il sindaco di Grosseto, Giovanni Battista Finetti: aveva raccolto le confidenze di alcuni ufficiali dell’Aeronautica secondo cui due caccia italiani si erano levati in volo dalla base toscana per abbattere un MiG libico. Il 28 agosto 1988, a Ramstein, in Germania, durante un’esibizione aerea delle Frecce Tricolori, muoiono invece due piloti, Mario Naldini (41 anni) e Ivo Nutarelli (38 anni), proprio coloro che la sera del 27 giugno ’80, decollati da Grosseto, avevano lanciato segnali di emergenza. Il 1 febbraio del 1991 il maresciallo dell’Aeronautica, Antonio Muzio, viene freddato con tre colpi di pistola a Vibo Valentia: nell’80 prestava servizio alla torre di controllo di Lamezia Terme. Il 2 febbraio 1992, il maresciallo Antonio Pagliara è invece vittima di un incidente stradale: nell’80 era in servizio a Otranto con funzioni di controllore per la Difesa Aerea. Il 12 gennaio 1993, è il turno di un testimone-chiave: a Bruxelles viene ammazzato l’ex generale Roberto Boemio. Le modalità dell’omicidio coinvolgono secondo la magistratura belga i “servizi segreti internazionali”: l’alto ufficiale aveva cominciato a collaborare su Ustica con la magistratura. La vicenda della strage di Ustica sembra essersi conclusa il 10 gennaio 2007, quando la Prima sezione penale della Corte di Cassazione si pronuncia definitivamente sul processo confermando la sentenza di assoluzione, con formula piena, per i generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri – all’epoca della tragedia rispettivamente Capo e Sottocapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica – dall’accusa di alto tradimento: nessun colpevole è quindi stato individuato. Nell’informare il Ministero della Difesa sulla situazione nei cieli italiani la sera del 27 giugno 1980, Bartolucci e Ferri avevano escluso il coinvolgimento di altri aerei italiani o della NATO, militari o civili, nel disastro di Ustica, ma nel febbraio del 2008, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga sostiene ai microfoni della RAI che l’aereo sia stato abbattuto da un missile lanciato da un jet militare francese: in seguito a queste dichiarazioni la Procura della Repubblica di Roma decide il 21 giugno 2008 di aprire una nuova inchiesta. Al tempo della strage, nel Mediterraneo sta crescendo la tensione internazionale nei confronti della Libia. Il colonnello Gheddafi è in quel momento il nemico numero uno degli USA e minaccia di mettere in moto una vera e propria offensiva. L’Italia cerca di portare avanti una politica su due fronti: da una parte è ufficialmente tra i Paesi Nato, e quindi alleata degli USA e della Francia, mentre dall’altra mantiene un rapporto privilegiato con i Paesi arabi e, in primo luogo, proprio con la Libia. Gheddafi possiede una serie di aerei sovietici che per la manutenzione si recano nella ex Iugoslavia: passano perciò sull’Italia, vicino le basi francesi della Corsica e quelle americane. Il 10 settembre 2011, dopo tre anni di dibattimento, una sentenza emessa dal giudice civile Paola Proto Pisani, ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di oltre 100 milioni di euro in favore di 42 familiari delle vittime della Strage di Ustica. Alla luce delle informazioni raccolte durante il processo, i due ministeri sono stati condannati per non aver fatto abbastanza per prevenire il disastro (il tribunale ha stabilito che il cielo di Ustica non era controllato a sufficienza dai radar italiani, militari e civili, talché non fu garantita la sicurezza del volo e dei suoi occupanti) e fu ostacolato l’accertamento dei fatti. Infatti, secondo le conclusioni del giudice di Palermo, nessuna bomba esplose a bordo del DC-9, bensì l’aereo civile fu abbattuto durante una vera e propria azione di guerra che si svolse nei cieli italiani senza che nessuno degli enti controllori preposti intervenisse. Inoltre, secondo la sentenza, vi sono responsabilità e complicità di soggetti dell’Aeronautica Militare Italiana che impedirono l’accertamento dei fatti attraverso una innumerevole serie di atti illegali commessi successivamente al disastro. Il 28 gennaio 2013 la Corte di Cassazione, respingendo i ricorsi dell’avvocatura dello Stato ha confermato la precedente condanna, sentenziando che il DC-9 Itavia cadde non per un’esplosione interna, bensì a causa di un missile o di una collisione con un aereo militare, essendosi trovato nel mezzo di una vera e propria azione di guerra. Dopo 37 anni ancora si attende la verità completa su quanto avvenne e sui responsabili di quella strage di vittime innocenti. Mattarella: “Le istituzioni hanno il dovere di dare risposta.”

METEO

Roma (Italia, Europa) nuvoloso +30. Livorno (Italia, Europa) pioggia +25. Shenyang (Liaoning, Cina, Asia) sereno con nuvolosità sparsa +24Bondoukou (Costa d’Avorio, Africa) per lo più nuvoloso +31. Worcester (Massachusetts, Stati Uniti d’America) soleggiato +21Taioha’e (Polinesia Francese Oceania) sereno +25.


26 giugno   -189

La notizia del giorno.

Elezioni amministrative 2017: esito ballottaggi.

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In una tornata elettorale che fa registrare un’alta disaffezione dell’elettorato (affluenza al 46%, tredici punti in meno rispetto al primo turno) la novità è l’imporsi di quell’alleanza Fi-Lega-Fdi che, fino a qualche giorno fa, vedeva proprio Matteo Salvini e Silvio Berlusconi tra i più scettici. Il ballottaggio per l’elezione dei sindaci in 111 Comuni dà la vittoria al centrodestra, che conquista 16 città, tra cui Genova, L’Aquila e Pistoia, mentre il Pd si afferma solo in 6 comuni capoluogo, tra cui Padova, Taranto e Lecce. Mentre il M5s parla di “Caporetto per il Pd”, il segretario Matteo Renzi ammette che le consultazioni potevano andare meglio e posta un grafico per dare la sua lettura: “67 a 59 per il centrosinistra”. Risultati a “macchia di leopardo” definisce quelli appena usciti dalle urne, sottolinea le differenze tra amministrative e politiche e in un post su Facebook scrive: “Nel numero totale di sindaci vinti siamo avanti noi del PD, ma poteva andare meglio: il risultato complessivo non è granché. Ci fanno male alcune sconfitte, a cominciare da Genova e l’Aquila, ma siamo felici delle affermazioni di Sergio a Padova, di Rinaldo a Taranto, di Carlo a Lecce.” Gli stessi Dem ammettono attraverso il capogruppo alla Camera Ettore Rosato: “Abbiamo perso, ha vinto la destra” e Andrea Orlando, leader della minoranza, dichiara: “Il Pd isolato politicamente perde. Cambiare linea e ricostruire il centrosinistra subito. Tra i risultati più sorprendenti c’è certamente Genova, dove il manager Marco Bucci è il nuovo sindaco, avendo sconfitto Gianni Crivello del centrosinistra. A Verona Federico Sboarina trionfa su Patrizia Bisinella, compagna dell’ex sindaco Flavio Tosi, sostenuta anche dal Pd. “Ora vado fino in fondo, a governare. I prossimi sono Renzi, Gentiloni e Boschi”, esulta Salvini vedendo le affermazioni leghiste, ma Berlusconi, forte del risultato ottenuto dal centrodestra, frena e invoca una coalizione con profilo liberale-moderato: “Da questi risultati il centro-destra può partire in vista della sfida decisiva per tornare a guidare il paese, sulla base di un programma condiviso, che in larga parte già abbiamo, e di una coalizione fra forze politiche diverse, caratterizzata da un chiaro profilo liberale, moderato, basato su radici cristiane, secondo il modello di centro-destra vincente in tutt’Europa e oggi anche in Italia.” Rieletto a Parma Pizzarotti, che trionfa su Scarpa e con il suo “effetto Parma”, potrebbe dare vita ad una formazione ex M5S anche a livello nazionale. Il M5S strappa Carrara al centrosinistra con Francesco De Pasquale, dopo 70 anni di governo “rosso” e avanza nel Lazio, dove vince a Ardea e Guidonia, Luigi Di Maio afferma: “Siamo in crescita inesorabile.”

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

… Quando a Napoli la Repubblica, nel giugno del 1799, fu rovesciata e la Monarchia restaurata. …

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Ci sono uomini disposti a morire in difesa dei propri ideali, nel nome della libertà; oggi, invece, si parlerà di una donna nata “marchesa” e morta da rivoluzionaria sul patibolo di piazza Mercato a Napoli. Lenòr da Fonseca Pimentel Chaves, in italiano Eleonora de Foseca Pimentel, di famiglia portoghese, originaria di Lisbona ma nata a Roma nel 1752 è stata molte cose: fanciulla prodigio, poetessa, scienziata, giornalista, vittima degli abusi del marito, protagonista della scena politica di fine XVIII secolo ed una delle figure più rilevanti della breve esperienza della Repubblica Napoletana del 1799. Un romanzo, “Il resto di niente”, di Enzo Striano pubblicato quasi clandestinamente nel 1986 da un piccolo editore napoletano e rimasto per anni un oggetto di culto noto a pochi, oggi, considerato tra i migliori del Novecento, narra la breve e fulgida vita della nobile portoghese Lenòr, in cui si incarna l’effimera parabola della Repubblica Napoletana. La sua lettura è “come aprire le porte di un mondo. Subito si è travolti dalla cupa vitalità della capitale del Sud, colta in un momento di trapasso, con le sue abissali contraddizioni: la raffinata corte borbonica e la plebe vulcanica dei vicoli, il fervore delle utopie giacobine e il fanatismo religioso. Da questo sfondo si erge vivida la figura della protagonista, anch’essa divisa fra un’esistenza inutile di ricevimenti e baciamano e la scoperta che ci sono idee per cui vale davvero la pena di vivere e di morire. In nome del suo sogno di libertà, Lenòr rinnega coraggiosamente il destino di dama di corte e combatte accanto agli eroi della rivoluzione. Poi tutto accade in un attimo: il sogno si realizza, viene soffocato e quasi dimenticato. Di tanto entusiasmo, di tanti ideali, non rimane più niente, “il resto di niente”, come si dice a Napoli”. Invece resta l’esempio commovente di una donna coraggiosa che seppe, in un mondo dominato dagli uomini, confrontarsi con loro sul piano culturale e su quello dell’azione, ne condivise le idee di uguaglianza, giustizia e libertà. Partecipò alla formazione del Comitato centrale che favorì l’entrata dei francesi a Napoli.

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Divenne direttore del periodico bisettimanale il “Monitore napoletano”, nel tentativo di propagandare, verso i meno colti, gli ideali repubblicani. Propose di scrivere gli articoli in dialetto perché, in maggioranza, il popolo napoletano non conosceva la lingua italiana. Pur essendo, ovviamente, giacobina non esitò a scontrarsi con i francesi in occasione di comportamenti men che corretti, conscia della responsabilità che gli intellettuali si erano assunti con l’istituzione della repubblica. Lo stesso popolo napoletano che, fedele alla monarchia “La plebe diffida dei patrioti perché non gl’intende…”, diceva Lenòr, si contrapponeva all’esperienza della Repubblica Napoletana e diffondeva dopo la sua morte una satira che recitava: “A signora’ onna Lionora / che cantava ‘ncopp’ o triato / mo abballa mmiez’ O mercato / Viva ‘o papa santo / ch’ha mannato ‘e cannuncine / pe’ caccià li giacubine / Viva ‘a forca ‘e Mastu Donato! / Sant’ Antonio sia priato”. I suoi tentativi di rendere popolare il nuovo regime ebbero scarso successo; l’unico effetto palese fu quello di acuire il malanimo dei Borbone nei suoi confronti e di attirarle addosso la loro vendetta quando la Repubblica, nel giugno del 1799, fu rovesciata e la Monarchia restaurata. “Leonòr che si infervorava leggendo la poesia del Metastasio, ormai settantaquattrenne, con il quale aveva uno scambio epistolare fra il 1770 e il 1776, di cui restano dodici lettere conservate nella sua corrispondenza. Lo stesso Voltaire, anche lui corrispondente con Eleonora, le dedicherà alcuni versi databili intorno al 1775: “Beau rossignol de la belle Italie … / Auprès de vous à Naples il va se rendre / S’il peut vous voir, s’il peut vous entendre / Il réprendera tout ce qu’il a perdu”. (Diego Davide). Lenòr intellettualmente precoce e molto vivace era capace di leggere e scrivere in latino e greco, si dedicò allo studio delle lettere e si cimentò nella composizione di versi (sonetti, cantate, epitalami). Era inoltre in grado di parlare diverse lingue moderne e, ancor giovane, fu ammessa all’Accademia dei Filaleti, ove assunse il nome di “Epolnifenora Olcesamante (anagramma del suo vero nome) e all’Accademia dell’Arcadia, con il nome di “Altidora Esperetusa”. Si dedicò in seguito allo studio delle discipline storiche, giuridiche ed economiche. Fin dall’adolescenza partecipò ai salotti di Gaetano Filangeri frequentati dagli intellettuali del tempo. Scrisse un testo di argomento finanziario e tradusse dal latino all’italiano, commentandola, la dissertazione dell’avvocato napoletano Nicola Caravita sui pretesi diritti dello Stato pontificio sul regno di Napoli. Per i suoi meriti letterari venne ricevuta a Corte e le fu concesso un sussidio come bibliotecaria della regina, ruolo che occuperà per molti anni. Nel febbraio 1778 il padre la diede in sposa, con una cospicua dote, al quarantaquattrenne Pasquale Tria de Solis, tenente dell’esercito napoletano. Nell’ottobre dello stesso anno nacque un figlio, Francesco, che morì dopo otto mesi; resterà l’unico figlio da lei avuto anche a causa dei maltrattamenti subiti dal marito che le causeranno due aborti. Per il figlio scrisse cinque sonetti pervasi di disperato amore materno. Dopo sette anni, il 26 giugno 1785, aiutata dal padre ottenne la separazione dal marito. Il ritrovamento degli atti della separazione, attualmente conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, ci consentono di apprendere maggiori dettagli sulla sua drammatica esperienza coniugale: “passai a marito” racconta Eleonora “pensando, che avrei avuto l’affetto, se non l’amore che tanto spesso mi ha sfuggita… In quella casa avvertii subito le torbide maniere inurbane di mio marito. Era un uomo con le mani bucate e malgrado la dote assegnatami rifiutava di pagare financo lo spillatico, pattuito nel contratto matrimoniale”. (Diego Davide). E prosegue raccontandone la violenza. All’arrivo della flotta francese a Napoli, nel 1792 per il riconoscimento della neonata repubblica francese, Eleonora è tra gli ospiti dell’ammiraglio Treville insieme ad altri intellettuali. E’ probabile che l’attenzione poliziesca sulla De Fonseca si sia appuntata proprio a seguito di tale frequentazione ma, di certo, già nel 1794, il suo nome risulta iscritto tra i “rei di Stato” per un tentativo di rivolta giacobina interrotta con la condanna a morte dei colpevoli. Infine Eleonora fu arrestata, incarcerata a lungo senza le più elementari condizioni igieniche ed infine condannata a morte. Venne impiccata, a 47 anni, insieme a moltissimi altri patrioti. Il meridionalista Giustino Fortunato ricorda così i giustiziati della Repubblica Napoletana: “Parlo di quella vera ecatombe, che stupì il mondo civile e rese attonita e dolente tutta l’Italia: l’ecatombe de’ giustiziati nella sola città di Napoli dal giugno 1799 al settembre 1800 per decreto della giunta Militare e della Giunta di Stato. Il mondo, e l’Italia specialmente, sa i nomi e l’eroismo di gran parte di quegli uomini, sente ancor oggi tutto l’orrore di quelle stragi, conosce di quanto e di quale sangue d’imbevve allora quella piazza del mercato, in cui al giovinetto Corradino fu mozzo il capo il 29 ottobre del 1268, e il povero Masaniello tradito e crivellato di palle il 16 luglio del 1647; ma purtroppo, ignora ancora tutti i nomi di quei primi martiri della libertà napoletana!”. Sul patibolo le ultime parole di Eleonora, pronunciate con dignitosa compostezza, furono una citazione virgiliana: “Forsan et haec olim meminisse iuvabit”, (Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo).

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) idem. Sisophon (Cambogia, Asia) per lo più nuvoloso +27. Abéché (Ciad, Africa) parzialmente nuvoloso +37. Tallahassee (Florida, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +26. Port Adelaide (Australia Meridionale) parzialmente nuvoloso +9.


25 giugno   -190

La notizia del giorno.

Fine del Ramadan per i musulmani.

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L’avvistamento della luna nuova ha stabilito la conclusione del mese del Ramadan per un miliardo e mezzo di musulmani nel mondo, da Mosca a Bali. Il Ramadan è il mese nel quale i musulmani praticano il digiuno (in arabo: رمضان‎, ramaḍān), è, secondo il calendario musulmano, il nono mese dell’anno, ha una durata di 29 o 30 giorni e celebra l’annuncio della Rivelazione fatta dall’angelo Gabriele a Maometto. Dato che il calendario islamico è composto da 354 o 355 giorni (10 o 11 giorni in meno dell’anno solare), il mese di Ramadan, di anno in anno, cade in un momento differente dell’anno solare, quindi man mano retrocede, fino a cadere in una stagione diversa. È il mese sacro del digiuno dedicato alla preghiera, alla meditazione e all’autodisciplina, il digiuno è un obbligo per tutti i musulmani praticanti adulti e sani che, dalle prime luci dell’alba fino al tramonto, non possono mangiare, bere, fumare e praticare sesso. Dal digiuno sono esentati i minorenni, i vecchi, i malati, le donne che allattano o in gravidanza. Le donne durante il ciclo mestruale e chi è in viaggio sono solo temporaneamente esentati. Chi è impossibilitato a digiunare (perché malato o in viaggio) può anche essere sollevato dal precetto, ma successivamente, appena possibile, dovrà recuperare i giorni del mese in cui non ha digiunato. Le donne incinte o che allattano, i bambini e i malati cronici sono esentati dal digiuno e dovrebbero al suo posto, secondo le loro possibilità, fare la carità: ad esempio nutrire le persone bisognose indipendentemente dalla loro religione, gruppo etnico o dalle loro convinzioni. Quando tramonta il sole, il digiuno viene interrotto. La tradizione vuole che si preferisca mangiare un dattero, perché così faceva il Profeta, in alternativa si può bere un bicchiere d’acqua. Il mese sacro del Ramadan quest’anno è stato segnato da guerre, violenze e sangue dal Medioriente al Califfato di Mosul. Al sorgere della luna nuova il tempo del digiuno e della preghiera si conclude oggi con la festa dell’Eid al-Fitr. Anche in Italia gli islamici celebrano questa festa e nelle più grandi città si ono riuniti per la preghiera: a Torino sedici moschee hanno invitato i torinesi per il Ramadan, migliaia di fedeli provenienti da tutto il Sud si sono ritrovati in piazza Garibaldi a Napoli tra la curiosità di cittadini e turisti. A Milano unico punto di ritrovo collettivo, il Palasharp, dove si sono presentati in migliaia per la celebrazione della festa di Eid al Fitr. Nei giorni scorsi, proprio in occasione di questa celebrazione, il cardinale Angelo Scola aveva scritto una lettera alla comunità islamica milanese per chiedere, citando il Corano e le Sacre Scritture, che il dialogo tra le religioni possa proseguire per il bene comune.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

William Hope Hodgson … e il “suo” Mare dei Sargassi …

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Tra le letture estive, intrappolati nelle soffocanti città arse dal caldo, bagnate da un’umidità che sempre più rimanda alle condizioni climatiche dei paesi tropicali, nelle pause di relax strappate a un lavoro compulsivo, anch’esso peggiorato rispetto al passato recente, è piacevole ritrovarsi tra le mani un libro d’avventura, abbandonarsi a letture di evasione che eccitano la mente e l’immaginazione. “L’orrore del mare”, di William Hope Hodgson, uscito nel giugno del’93 per la Newton Compton editori è, tra questi, uno degli esempi più affascinanti e suggestivi, sui racconti di mare e altro, della letteratura, a cavallo tra ‘800 e ‘900. Nel libro l’autore, genio visionario, fa sorgere dalle profondità del mare degli esseri mostruosi e soprannaturali che non è possibile in alcun modo controllare; i personaggi cui dà vita Hodgson sono costretti ad affacciarsi ogni volta sul baratro dell’ignoto dove la realtà e i simboli si fondono in un insieme terrorizzante. Durante la sua vita, William Hope Hodgson fu definito “uno scrittore su cui si è posato il manto di Poe”. H.P. Lovecraft, il più importante scrittore americano di Horror dopo Poe, lo definì secondo solo ad Algernon Blackwood nel delineare l’irrealtà. “Pochi lo eguagliano”, scrisse Lovegraft, “nell’adombrare la vicinanza di forze sconosciute e di mostruose entità attraverso accenni casuali e particolari insignificanti, oppure nel comunicare le sensazioni dello spettrale e dell’anormale legati ai luoghi”. Così scrive Gianni Pilo nella prefazione che presenta il libro e prosegue: “Lovecraft, poco prima della sua morte, avvenuta nel 1937, scrisse di essere rattristato dal fatto che le opere di Hodgson fossero “conosciute molto meno di quanto meriterebbero”. Solo negli ultimi anni, dopo la ristampa dei suoi racconti, ad Hodgson è stata tributata la fama che non ottenne quando era ancora vivo”. La vita stessa di Hodgson è un racconto d’avventura, piena di pericoli, di viaggi, di esperienze portate al limite e di azioni temerarie e coraggiose. Un uomo dalla tempra d’acciaio, forgiato da indicibili difficoltà e fatiche fisiche che condivideva con la maggioranza dell’umanità comune di allora, condizioni di vita per noi, oggi, inimmaginabili. “Egli nacque nell’Essex, in Gran Bretagna, nel 1877. Figlio di un pastore protestante, alla morte del padre, a soli quattordici anni, William andò a Liverpool e s’imbarcò come mozzo su un veliero mercantile che compiva traversate oceaniche. Era una vita difficile e qualche anno dopo, in un’intervista al Blackburn Times egli ricordò: “Ero un ragazzino dal fisico non molto robusto, ed ebbi la sfortuna di essere alle dipendenze di un Secondo Ufficiale del tipo peggiore che mi potesse capitare. Era brutale e, sebbene possa dire in tutta sincerità di non avergliene mai dato motivo, mi puniva spesso. Rese la mia vita così miserabile che alla fine raccolsi il coraggio sufficiente per ribellarmi ed attaccarlo”. Fu in tutto e per tutto come una lotta tra un mastino ed un terrier, perché il Secondo Ufficiale era forte e sapeva come punirmi. Naturalmente, mi toccò una misericordiosa fustigazione”. L’incidente avviò William al suo hobby più importante. Divenne un cultore dello judo e fu ossessionato dallo sviluppo del corpo. Studiò la scienza dell’interazione dei muscoli, un interesse che gli procurò una certa notorietà. Nell’ottobre del 1902, il grande contorsionista, Harry Houdini, si esibì al Blakburn Theatre. Aveva sconcertato la Polizia di Blackburn, scappando con facilità dalla prigione per fare pubblicità alla propria esibizione. Il 24 ottobre, Houdini lanciò una sfida al pubblico in sala: qualcuno doveva legarlo in modo che non potesse liberarsi. Hodgson saltò sul palcoscenico. Aveva dei lacci speciali che gli aveva prestato la polizia locale. Questi lacci e la sua perfetta conoscenza dell’interazione dei muscoli, gli permisero di legare Houdini in modo tale che il contorsionista impiegò due ore a liberarsi. Nessun altro è mai riuscito a tenere imprigionato Houdini per tanto tempo. Quando era imbarcato, Hodgson si era dedicato anche alla fotografia che prediligeva fin da quando era ragazzino. Divenne un noto cultore di quest’arte, fotografando cicloni e uragani. Dopo otto anni trascorsi in mare decise che era “una vita da cani”. Nel frattempo aveva ottenuto il grado di terzo ufficiale ed era stato insignito dalla Royal Human Society della medaglia per atti di eroismo. Infatti, al largo delle coste della Nuova Zelanda, si era tuffato nelle acque infestate da squali per salvare il Primo Ufficiale della sua nave dall’annegamento. A ventidue anni tornò a Blackburn dove aprì la “Scuola di Cultura Fisica W.H. Hodgson”; gli agenti della Polizia locale divennero i suoi migliori clienti. Ben presto, Hodgson si guadagnò anche la fama di essere il personaggio più eccentrico della città a seguito di una prodezza che fece affrontando una ripidissima scalinata in bicicletta. Il “Telegraph” riferisce: “La prudenza, naturalmente, avrebbe richiesto una deviazione. Ma ci sono uomini per i quali la paura è una qualità sconosciuta e il pericolo è solo un elemento da conquistare. Uno di questi uomini è il signor W.H. Hodgson, il noto professore di cultura fisica che, questa mattina, ha disceso in bicicletta la ripida scalinata, senza rompersi il collo!”.

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Nel 1903, Hodgson fece il suo primo tentativo di scrivere … articoli di cultura fisica e di fotografia, per i quali trovò un mercato favorevole. L’anno seguente, passò alla narrativa e scrisse un breve racconto dal titolo “La Dea della Morte” che venne pubblicato dal “Royal Magazine”. Fu la seconda storia a far guadagnare a Hodgson fama e rispetto da parte degli scrittori professionisti e degli editori. S’intitolava: “A Tropical Horror” e fu pubblicata dal “Grand Magazine” (fondato per emulare il più popolare “Strand”). J. Greenhough Smith, editore e noto critico letterario del tempo, scrisse: “Benché questa storia, un racconto del terrore sul mare, possa essere troppo raccapricciante per il gusto di qualcuno è scritta con grande maestria e con un certo realismo che attira e trattiene l’attenzione del lettore in un modo che ricorda le cose migliori di Defoe”. Hodgson chiuse la Scuola di Cultura Fisica e si trasferì a Revidge. Cominciò a guadagnarsi da vivere con il giornalismo e l’attività di conferenziere. Scrisse anche degli articoli di denuncia sulle condizioni di vita e di lavoro a bordo delle navi mercantili. Sul “The Grand Magazine”, nel settembre del 1905, scrive: “ Non mi sono imbarcato perché disapprovo il cattivo trattamento, il cibo cattivo, la paga cattiva e le prospettive ancora peggiori. Non sono imbarcato perché ho scoperto molto presto che sulle navi si vive una vita scomoda, stancante e ingrata, una vita così piena di difficoltà e di squallore che la gente a terra può difficilmente immaginarsela. Non sono imbarcato perché non mi piace essere una pedina con il mare come scacchiera e gli armatori come giocatori”. In seguito pubblicò molti altri racconti e romanzi: “Dal mare senza maree” fu una pietra miliare nella sua carriera di scrittore perché fu la prima storia sulle leggende del “Mar dei Sargassi”. La maggior parte dei suoi racconti d’orrore sul mare sono ispirati alle leggende del Mar dei Sargassi. In questo modo Hodgson creò tutto un mondo, immaginario ma vivido, di terrore. La sua “geniale” letteratura proseguì con “L’equipaggio del Glen Carrig”, del 1907, “… È ricco di un’immaginazione che ci ricorda quella di H.G. Wells …” scrisse il Daily Telegraph. “La Voce nella Notte”; “La Casa sull’abisso”, del 1908, Lovecraft, che fu molto influenzato da Hodgson, lo considerava il migliore dei suoi lavori e ad esso s’ispirò per ideare il suo “Ciclo di Cthulhu”; “I Pirati Fantasma”, del 1909, “Non c’è nessun altro libro che possa paragonarsi a questo, in tutta la letteratura contemporanea”, osservò il critico del Bookman. Ma i racconti non gli procuravano denaro, Hodgson passò perciò ai racconti polizieschi, in un periodo in cui decine di scrittori cercavano di emulare il successo di Sherlock Holmes di Conan Doyle. Nella rivista “The Idler”, lo scrittore inventò un nuovo tipo di detective, Carnacki. Era un “investigatore dell’occulto”, un detective psichico che lottava con forze provenienti dall’Altro Mondo. “La Strada per il Mondo”, del 1910 fu il primo racconto. L’ultima storia di Carnacki apparve nel 1912 e, nel 1913, “Nash” pubblicò tutte le storie di Carnacki, con il titolo: “Carnacki: il Cacciatore di Fantasmi. Tra il 1910 e il 1911, Hodgson scrisse quella che considerava la sua opera migliore “La Terra della Eterna Notte” che la critica commentò in maniera entusiasmante: “Notevole sotto ogni aspetto … una volta che si comincia a leggerlo non si riesce più a smettere”; “Un romanzo di notevole immaginazione e di originalità sorprendente”; “Un serio contributo alla storia della letteratura”; e lo stesso Lovecraft lo descrisse come: “Una delle opere più potenti di immaginazione macabra mai scritte.” Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Hodgson, benché avesse quasi quarant’anni si offrì per il servizio militare offrendosi volontario per il servizio attivo. In seguito venne congedato per le gravi conseguenze di una caduta da cavallo durante l’addestramento da Ufficiale di artiglieria; due anni dopo, guarito e nonostante non avesse più alcun obbligo militare, chiese nuovamente di potersi arruolare e partì per il fronte francese. Morì in combattimento in Francia, durante un bombardamento di artiglieria, nell’aprile del 1918. Per tutta la vita aveva scritto poesie. Nel 1920, Selwyn e Blount pubblicarono due collezioni di suoi versi. In uno di questi poemi Hodgson aveva scritto:

“Sto morendo, e il mio lavoro mi è davanti

Come una matita spezzata da un coltello. Così mi ha spezzato il filo crudele

Del pensiero dalla lama affilata, che foggiò la mia vita,

E che mi rese pronto e avido di parlare davanti a Te.

Ed ora muoio, preparato tanto da cantare.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) per lo più soleggiato +31. Livorno (Italia, Europa) soleggiato +28. Novosibirsk (Oblast’ di Novosibirsk, Russia, Asia) sereno con nuvolosità sparsa +19. Korhogo (Costa d’Avorio, Africa) per lo più nuvoloso +31. Rio De Janeiro (Brasile) per lo più soleggiato +26. Hawke’s Bay (Nuova Zelanda, Oceania) parzialmente nuvoloso +4.


24 giugno   -191

La notizia del giorno.

Addio a Stefano Rodotà.

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Si è spento ieri, 23 giugno, all’età di 84 anni, a Roma, dopo una breve malattia, il giurista, politico e accademico italiano di etnia arbëreshe Stefano Rodotà, oggi l’ultimo omaggio nella camera ardente aperta nella sala Aldo Moro di Montecitorio fino a domenica sera. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, profondamente colpito dalla scomparsa, in un messaggio alla famiglia ne ricorda “le alte doti morali e l’impegno di giurista insigne, di docente universitario, di parlamentare appassionato e di prestigio e di rigoroso garante della Privacy … La sua lunga militanza civile al servizio della collettività è stata sempre contrassegnata dalla affermazione della promozione dei diritti e della tutela dei più deboli”. Intellettuale di valore, ha speso, infatti, tutta la sua vita per l’affermazione dei diritti, quelli individuali e sociali, perché “è da quelli che si misura la qualità di una società”. E poi la laicità dello Stato, i valori della Costituzione, da far conoscere e da preservare, il rapporto tra Stato e Chiesa, quello tra democrazia e religione, la bioetica, la libertà di stampa, temi su cui si è ritrovato spesso in minoranza. “Viviamo in uno stato di diritto, ma nessuno ci crede”, dirà un giorno con amarezza. Ha insegnato in molte università italiane ed europee, negli Stati Uniti, in America Latina, Canada, Australia e India. I suoi contributi maggiori sono soprattutto nel campo del diritto costituzionale, con riferimento al rapporto tra i diritti costituzionali fondamentali e quelli relativi alle tecnologie dell’informazione. La sua attività accademica si è intrecciata con quella politica: dopo essere stato iscritto al Partito Radicale, è eletto deputato, nel 1979, come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, diventando membro della Commissione Affari Costituzionali. Nel 1983 viene rieletto e diventa presidente del gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente. Deputato per la terza volta nel 1987, viene confermato nella commissione Affari Costituzionali e fa parte della prima Commissione bicamerale per le riforme istituzionali. Nel 1989 è nominato Ministro della Giustizia nel governo ombra creato dal PCI di Achille Occhetto e, dopo il XX Congresso del partito comunista e la svolta della Bolognina, aderisce al Partito Democratico della Sinistra, del quale sarà il primo presidente del Consiglio nazionale, carica che ricoprirà fino al 1992. Nell’aprile del 1992 torna alla Camera dei deputati tra le file del PDS, viene eletto vicepresidente e fa parte della nuova Commissione Bicamerale, nel 1994, al termine della legislatura durata solo due anni, Rodotà decide però di non ricandidarsi, preferendo tornare all’insegnamento universitario. Nel 1997, durante il primo governo Prodi, diventa Garante della Privacy, ruolo che ricopre con equilibrio fino al 2005, in un momento storico in cui, grazie all’esplosione della rete, ogni certezza sui dati personali sembra saltata. Riceve 80 ricorsi al giorno. Nel 2013 Rodotà è stato candidato, votatissimo sul web, ma non eletto, per l’elezione del Presidente della Repubblica: è stato votato dal Movimento 5 Stelle, da Sinistra Ecologia Libertà e da alcuni parlamentari del Partito Democratico che, alla fine, hanno preferito puntare su altri e hanno rieletto Napolitano. Già nel 2000 aveva affermato: “C’è un impoverimento culturale che si fa sentire, la cattiva politica è figlia della cattiva cultura.”

Avvenimenti e protagonisti del passato.

Le apparizioni di Medjugorje tra fede e perplessità.

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Il 24 giugno 1981 a Medugorje, cittadina dell’attuale Bosnia-Erzegovina, iniziò una serie di apparizioni e presunti fenomeni sovrannaturali tuttora in corso, oggetto d’indagine all’interno della Chiesa e di discussione fuori. Tutto comincia il pomeriggio del 24 giugno 1981: Ivanka Ivanković, allora quindicenne, e Mirjana Dragičević, sedicenne, stanno passeggiando ai piedi della collina del Podbrdo quando, alle quattro del pomeriggio, vedono una figura femminile su una piccola nube. Spaventate, le due ragazze fuggono e ritornano al villaggio. Poco dopo, verso le 18:30 decidono di tornare sulla collina accompagnate da Vicka Ivanković, cugina di Ivanka. Le tre ragazze vedono di nuovo la figura femminile con un bambino in braccio e la identificano subito con la Madonna. Il giorno dopo salgono nuovamente sulla collina accompagnate da Marja Pavlović, cugina di Mirjana, da Jakov Čolo, di 10 anni, e da Ivan Dragičević, di 16 anni. La Madonna sarebbe apparsa di nuovo all’intero gruppo e avrebbe avuto un breve dialogo con Ivanka in merito alla madre, scomparsa pochi mesi prima. Il 26 giugno il gruppo sale di nuovo sulla collina e ha di nuovo un breve dialogo con la Vergine, che invita i veggenti a pregare per la pace. La notizia delle apparizioni inizia a diffondersi, suscitando l’irritazione della polizia jugoslava. Il 27 giugno i ragazzi vengono arrestati e sottoposti a esame psichiatrico. Vengono dichiarati sani di mente e rilasciati. Al tramonto avrebbero avuto un nuovo dialogo con la Madonna. Sul luogo preciso delle apparizioni la gente del paese pone una pietra segnata da una croce bianca. Il 28 giugno si contano almeno diecimila persone che assistono all’apparizione serale della Vergine. Il 29 giugno i veggenti sono nuovamente prelevati dalla polizia jugoslava e condotti per esami all’ospedale psichiatrico di Mostar. La perizia conferma la loro sanità mentale e vengono rilasciati in serata; tornati sulla collina assistono a una nuova apparizione. Il 30 giugno due collaboratrici dei servizi segreti convincono i ragazzi ad allontanarsi da Medjugorje, mentre la collina viene chiusa dalla polizia. In serata, all’ora dell’apparizione, i veggenti sono su un’automobile fra Ljubuski e Citluk e vedono la Vergine venire loro incontro sulla strada. Il 1 luglio i veggenti sono nuovamente portati via dalla polizia, l’apparizione avviene sul furgone della polizia dove sono tenuti prigionieri. Il 2 luglio, per sfuggire alla polizia, i ragazzi si nascondono nella canonica dei francescani e qui hanno una nuova apparizione della Madonna. A metà luglio la notizia delle presunte apparizioni appare su un giornale cattolico di Zagabria, dando così rilevanza internazionale agli eventi. Iniziano a recarsi a Medjugorje anche i primi pellegrini dall’estero. Le autorità jugoslave ordinano nuovamente la chiusura del Podbro, mentre il 12 agosto viene arrestato padre Jozo Zovko, capo della comunità francescana di Medjugorje, ritenuto dalla polizia il reale mandante delle apparizioni. Padre Jozo verrà condannato a otto anni per il reato di “attentato alla sicurezza e all’unità della patria”. Intanto Medjugorje viene visitata da un numero sempre crescente di visitatori, curiosi e pellegrini che affermano di vedere segni e figure luminose nel cielo. Diciassette mesi dopo l’inizio delle visioni, padre Jozo viene rilasciato e le autorità decidono di non ostacolare più il flusso dei pellegrini o le attività dei veggenti. Tali eventi hanno trasformato per sempre questi ragazzi, che sono stati sottoposti a nuerose indagini psico-fisiche da parte di comissioni mediche specialistiche e, ormai adulti, vivono in diverse parti del mondo continuando a ricevere i messaggi. Fra il 1984 e il 1985 la Madonna avrebbe rivelato ai veggenti dieci segreti che, come quelli di Fatima, conterebbero rivelazioni su avvenimenti futuri. Il 25 giugno 1985, la veggente Mirjana ha affermato di aver ricevuto dalla Madonna una pergamena contenente i dieci segreti. Tale pergamena, a detta della veggente, sarebbe composta di uno speciale materiale sul quale ognuno legge una cosa diversa, ad eccezione dei tre veggenti che vi leggono i segreti. I dieci segreti, sempre secondo quanto affermato dai veggenti, saranno resi noti al mondo intero tre giorni prima che accadano dal francescano padre Petar Ljubičić, il quale sarà informato dieci giorni prima dalla stessa Mirjana. Uno dei segreti sarà un segno permanente e visibile sulla collina delle apparazioni. A partire dal 1º marzo 1984 i veggenti hanno iniziato a diffondere messaggi per l’umanità da parte della Vergine Maria. In quella data, infatti, la Madonna apparve alla veggente Marja affidando a lei e alla parrocchia di Medjugorje questo compito. Inizialmente i messaggi venivano rivelati ogni giovedì, poi a partire dal 1987 ogni 25 del mese. Un messaggio viene affidato anche alla veggente Miriana alla quale la Madonna appare, invece, il secondo giorno di ogni mese. Secondo i veggenti, nelle presunte apparizioni i fedeli sarebbero invitati alla conversione, alla preghiera e alla pace. Il messaggio principale è la pace con Dio, con gli uomini, ma anche interiore da raggiungere attraverso cinque strumenti (“le cinque pietre” paragonate ai ciottoli scelti da Davide, armato solo di fionda e bastone, per abbattere Golia): la preghiera, il digiuno il mercoledì e il venerdì, la lettura quotidiana della Bibbia, la Confessione, l’Eucaristia, preferibilmente tutti i giorni. A 36 anni dalla prima apparizione, con 2milioni di fedeli che arrivano ogni anno e gli oltre 47mila messaggi – alcuni controversi – che la Madonna avrebbe inviato e continua a inviare, il fenomeno continua a suscitare perplessità sui sei «veggenti» e a interrogare per l’intenso clima di preghiera che si respira in quel luogo, oltre che per le seicento vocazioni alla vita consacrata germogliate. Ora il dossier Medjugorje è nelle mani di papa Francesco, che ha più volte espresso giudizi fortemente critici su Medugorje e il 15 maggio 2017, rendendo note le conclusioni della commissione Ruini, ha affermato di essere più “cattivo” rispetto alle conclusioni stesse: “Preferisco la Madonna madre, nostra madre, e non la Madonna capo-ufficio telegrafico che tutti i giorni invia un messaggio a tale ora … questa non è la mamma di Gesù. E queste presunte apparizioni non hanno tanto valore. E questo lo dico come opinione personale.”

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +30. Livorno (Italia, Europa) idem. Cheongju (Chungcheong Settentrionale, Corea del Sud, Asia) parzialmente nuvoloso +32. Kisangani (Repubblica Democratica del Congo, Africa) arzialmente nuvoloso +32. Trinidad (Cuba, Sudamerica) parzialmente nuvoloso +28. Omarama (Otago, Nuova Zelanda, Oceania) nuvoloso +2.


23 giugno   -192

La notizia del giorno.

Italia: caldo record e siccità.

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In Italia è emergenza caldo: sono 10 le città contrassegnate con il bollino rosso del ministero della Salute, che indica un’emergenza caldo con il massimo livello di rischio per tutta la popolazione. Domani, in particolare, l’allarme è scattato per Bologna, Bolzano, Brescia, Perugia e Torino, mentre domenica riguarderà Ancona, Campobasso, Firenze, Perugia e Pescara. Il primo bollino rosso è già stato “assegnato” oggi a Bolzano, che appunto lo conserverà anche per domani. Per fronteggiare l’afa e il caldo, il ministero fornisce una serie di consigli: evitare l’esposizione diretta al sole nelle ore più calde (dalle 11 alle 18); evitare le zone trafficate per il rischio ozono; non svolgere attività fisica intensa all’aperto e utilizzare correttamente il condizionatore. L’alimentazione, poi, sempre secondo le indicazioni del ministero della Salute, deve essere leggera ed è necessario bere molti liquidi (moderando bevande gassate o zuccherate, tè e caffè). Attenzione, inoltre, alle eventuali terapie farmacologiche che potrebbero dover essere modificate. Infine importante è la giusta conservazione dei farmaci. All’emergenza caldo si aggiunge quella della siccità. Da nord a sud, l’Italia risente della furia dell’anticiclone, il vento caldo che soffia dal deserto algerino-tunisino, e produce siccità. Dopo un inverno poco piovoso, in cui anche la neve ha tardato a farsi vedere, le risorse idriche stanno ora diminuendo. A rischio sono i raccolti, il bestiame, ma anche la vita quotidiana, perché, se l’acqua manca, bisogna razionarla con l’uso predisposto a giorni alterni o con la chiusura del servizio in alcune fasce orarie. E le temperature record previste per i prossimi giorni non lasciano ben sperare. A Roma la sindaca Virginia Raggi ha stabilito che sino a settembre l’acqua comunale dovrà essere usata solo per servizi strettamente personali, mentre per le province di Parma e Piacenza il Governo ha dichiarato lo stato d’emergenza e ha già stanziato otto milioni e 650 mila euro per far fronte alla crisi. Il Po in Emilia Romagna è in secca: letto quasi prosciugato, rive trasformate in spiagge per bagnanti improvvisati. Un fiume che tra poco potrebbe non sembrare più tale nemmeno in Piemonte. In base ai dati diffusi dal Noaa, il National Climatic Data Centre, si capisce che il problema non è solo italiano. A livello planetario, la temperatura media registrata sulla superficie della terra e degli oceani è stata la seconda più elevata mai registrata, addirittura superiore di 0,29 gradi rispetto a quella del ventesimo secolo. “Un problema da non sottovalutare”, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. L’acqua è un bene prezioso: prima di combattere per il petrolio, l’uomo combatteva – e continua a farlo – per accaparrarsi le risorse idriche. Se un terreno è arido non dà vita, costringe le persone a spostarsi e a ingrossare i numeri di quella che l’Oim ha definito “migrazione ambientale”.

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +32. Livorno (Italia, Europa) sereno +30. Tartus (Siria, Asia) soleggiato +27. Ouallah (Comore, Africa) sereno +26. Denver (Colorado, Stati Uniti d’America) per lo più soleggiato +23. Lalomanu (Samoa, Oceania) per lo più nuvoloso +28.


22 giugno   -193

La notizia del giorno.

Mosul: distrutta la storica moschea al-Nouri.

800px-Hadba-16207v(Il famoso minareto in una foto del 1932)

Scambio di accuse tra Isis e Coalizione guidata dagli Usa sulla responsabilità della distruzione di una delle più importanti moschee dell’Iraq, il tempo di Al Nouri, dove venerdì 29 giugno 2014 il leader dello Stato Islamico, Abu bakr al Baghdadi, tenne il primo discorso e annunciò la rinascita del Califfato. Secondo i militari iracheni, la Grande Moschea di Mosul è stata fatta saltare in aria, proprio mentre gli attaccanti stavano per superare le ultime difese. “I nostri soldati erano a soli cinquanta metri e si preparavano all’attacco, quando all’improvviso c’è stata una serie di scoppi”, ha dichiarato il generale Abdulamir Yarallah: “Hanno distrutto tutto, anche il minareto. È un altro grande crimine che hanno commesso.” Amaq, uno dei siti web dell’Isis, accusa invece gli americani: “Sono stati i loro bombardieri a raderla al suolo.” La smentita della Coalizione guidata dagli Usa non si è fatta attendere: nessun attacco aereo nell’area di Mosul in cui si trova la storica moschea. La Grande Moschea di al-Nuri, famosa per il suo minareto pendente, che ha dato alla città il suo soprannome “il gobbo”, fu costruita per la prima volta nel tardo XII secolo, poi ha subito due grandi ristrutturazioni: una nel XVI secolo, durante la dominazione persiana; l’altra nel 1942, ad opera del governo iracheno. Solo il minareto era rimasto nel suo stato originario, anche se alcuni bombardamenti del conflitto con l’Iran nel 1981 avevano imposto restauri per fermarne l’inclinazione. La distruzione della moschea rappresenta l’ennesima ferita al patrimonio storico della Mesopotamia, dopo le devastazioni delle aree archeologiche in particolare di Palmira. La moschea al-Nouri, con il suo minareto, alto 45 metri e leggermente inclinato, era uno dei monumenti più famosi del Medio Oriente, ora non esiste più, restano solo rovine.

Avvenimenti e protagonisti del passato.

Anne Spencer Morrow Lindberg, la prima donna pilota.

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“Perfino ora considero il volo come un rifugio: scivolare con gli uccelli sulle correnti d’aria, il cielo una vasta cattedrale silenziosa che mi circonda”. (Anne Morrow Lindbergh).
Avventuriera intrepida, la scrittrice Anne Morrow, moglie del leggendario aviatore Charles Lindbergh, è stata la prima donna ad ottenere, nel 1930, la licenza di pilota di aviazione. Vestita di tuta bianca e con una fascia bianca intorno al capo, al comando di un Albatros Bowlus Modello A, fu lanciata, nei dintorni di San Diego, da un monte di 800 metri; attraversò la strada che si trovò di fronte per due volte e poi atterrò: in tutto sei minuti di volo ma sufficienti per ottenere la licenza che le fu consegnata poche ore dopo. Anne nasceva il 22 giugno 1906, nel New Jersey in una famiglia ricca. Il padre, prima socio di una famosa finanziaria divenne in seguito ambasciatore statunitense in Messico e senatore repubblicano del New Jersey. La madre era una scrittrice, educatrice e presidente del Saint Smith College. Nel 1927, Anne conobbe Charles Lindbergh, durante una visita dell’aviatore all’Ambasciata degli Stati Uniti a Città del Messico, subito dopo la celeberrima attraversata dell’ Atlantico: per primo tra il 20 e il 21 maggio, Lindbergh volò senza scalo da New York a Parigi percorrendo 5.750 Km. in 33 ore e 29 minuti a bordo dello “Spirit of St. Louis”, un piccolo monoplano, pesante poco più di mille chili. L’anno successivo, la scrittrice, si laurea in letteratura e nel 1929 convola a nozze con il celebre aviatore. Nel 1932 il primo figlio della coppia, Charles A. Lindbergh III, viene rapito e, nonostante il pagamento del riscatto, attraverso un’ingente somma, il piccolo, di soli venti mesi, viene trovato morto dopo qualche settimana. Il rapimento e il successivo processo Hauptmann ebbero amplissima risonanza nell’opinione pubblica statunitense; la linea telefonica e il radiotelegrafo vennero potenziati per soddisfare le esigenze della stampa. Il caso Lindbergh divenne perciò uno dei fatti di cronaca nera più clamorosi del Novecento tanto che anche Agatha Christie si ispirò ad esso per descrivere il rapimento di Daisy Armastrong nel suo bestseller “Assassinio sull’Orient Express”. Nel 1934, Anne riceve dalla National Geographic Society, unica donna, la Hubbard Gold Medal per aver effettuato 40.000 miglia di esplorazione aerea sui cinque continenti insieme al marito, come copilota e per la passione con cui coltivava lo spirito di conoscenza e avventura. Si rivelerà un’instancabile annotatrice di bordo e, i libri di memorie sulle loro pioniristiche avventure di volo, la consacreranno una romanziera di successo: “North to the orient, del ’35 riceve il National Booksellers Award come il più notevole libro di nonfiction dell’anno, nel ’38 “Listen! The wind” diventa un bestseller nonostante la crescente impopolarità del marito tra gli antifascisti americani e il rifiuto di alcuni librai ebrei di tenere il libro in negozio. In questo periodo i Lindbergh, trasferitisi in Europa, saranno al centro di uno scandalo; Anne alimenta pettegolezzi e cronache rosa invaghendosi di Antoine de Saint-Exupéry, autore-aviatore che la seduce coi suoi progetti d’avventure. I Lindbergh, comunque, non divorzieranno. Anne nel ’44, ormai madre di quattro figli, pubblica “The steep ascent”; è il primo insuccesso editoriale, in gran parte dovuto all’ostilità verso la politica prebellica della famiglia Lindebergh. Il ritorno in America non fu facile: peserà, inoltre, la pubblicazione di “The wave of the future” che la scrittrice pubblicò durante il periodo prebellico e bellico dichiarandosi, insieme al marito, completamente contro la politica americana interventista convinta che, solo il nazismo potesse bloccare l’espansione sovietica. Anne continuerà a scrivere anche dopo la morte del marito avvenuta alle Hawaii nel 1974; pubblicherà altri nove libri, tra cui autobiografie, romanzi e raccolte di poesie. Negli anni ’90, l’intraprendente Anne Morrow è stata inserita nella National Women’s Hall of fame ed è stata iscritta all’albo internazionale Delle Donne dei pionieri dell’Aviazione. Muore nel 2001, all’età di 94 anni, nella sua casa in Vermont.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +32. Livorno (Italia, Europa) sereno +30. Ulaangom (Mongolia, Asia) parzialmente nuvoloso +24. Lastoursville (Gabon, Africa) per lo più nuvoloso +28New Braunfels (Texas, Stati Uniti d’America) nuvoloso +25. Pago Pago (Samoa, Oceania) per lo più nuvoloso +28.


21 giugno   -194

La notizia del giorno.

Maturità, tracce prima prova: Caproni per l’analisi del testo, poi natura, robot, progresso, disastro e ricostruzione.

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Fallite le previsioni del giorno prima, le tracce proposte per la prima prova degli Esami di Stato hanno suscitato commenti contrastanti tra docenti e scrittori e lasciato delusi i maturandi, soprattutto l’analisi del testo: “Versicoli quasi ecologici” di Giorgio Caproni, poesia contenuta nella raccolta postuma «Res Amissa», sicuramente attuale e significativa, ma una sorpresa per gli studenti cimentatisi tutto l’anno nello studio degli autori più noti della letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Una bocciatura con poche eccezioni. Questo, per esempio, il commento dell’insegnante e giornalista Alex Corlazzoli: “Hanno scelto tracce che non entusiasmano i nostri ragazzi. Tracce deludenti e senza appeal sull’opinione pubblica. Basta pensare a Giorgio Caproni, chi lo conosce? Forse i livornesi, forse i genovesi. Gli studenti non se lo aspettavano”. Le altre tracce con cui i ragazzi si sono dovuti confrontare sono: il miracolo economico italiano per il tema storico; la natura tra minaccia e idillio in arte e letteratura per il saggio breve artistico e letterario; disastri e ricostruzione per il saggio storico politico; le implicazioni dell’automazione nel mondo del lavoro per il saggio breve socio-economico; per l’ambito scientifico la robotica; per il tema di attualità il progresso partendo da una citazione di Edoardo Boncinelli (“Per migliorarci serve una mutazione”). Le tracce “affrontano tutte questioni attuali e importanti” afferma Federico Niglia, professore di storia contemporanea alla Luiss, ma quasi tutti i docenti e gli scrittori interpellati avanzano riserve, perché gli argomenti scelti dal Ministero fanno parte di quella coda finale dei programmi didattici che molto spesso le classi finiscono per trascurare a causa della mancanza di tempo e dell’avvicinarsi degli esami. La ministra Fedeli: “Sono tracce molto attuali, in linea con le sfide che la società contemporanea pone a cittadine e cittadini sul piano dello sviluppo, del benessere da costruire, dell’innovazione, della relazione con l’ambiente e la comunità in cui viviamo, della sostenibilità, nell’ottica dell’attuazione dell’Agenda 2030 dell’Onu.”

Avvenimenti e protagonisti del passato.

Jean-Paul Sartre e il suo esistenzialismo.

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“Jeane-Paul Sartre, una delle menti più acute del Novecento per le idee anticonformiste e anti-borghesi divenne un punto di riferimento della contestazione del Sessantotto e un’icona giovanile universale. Nato a Parigi, il 21 giugno 1905 e qui morto nell’aprile del 1980 si accreditò tra i maggiori esponenti dell’esistenzialismo riprendendone nei suoi testi la solitudine dell’Io di fronte al mondo e il senso di precarietà dell’esistenza. Fautore del ruolo di intellettuale impegnato e di idee socialiste, diffuse le proprie convinzioni attraverso la rivista da lui fondata nel 1945, “Les Temps Moderns”, tuttora considerata tra le più autorevoli riviste francesi a livello internazionale. Insignito nel 1964 del Nobel per la letteratura “per la sua opera, ricca di idee e pregna di spirito di libertà e ricerca della verità ha esercitato un’influenza di vasta portata nel nostro tempo”, lo rifiutò convinto che “nessun uomo merita di essere consacrato da vivo” e lo stesso fece per la “Legion d’onore” e per la cattedra al Collège de France”. L’etichetta di “esistenzialista”, come è noto, non se l’era scelta Sartre, il quale anzi protestò subito appena si accorse che i giornalisti l’avevano affibbiata alla sua ideologia. Ma finì ben presto per accettarla, rendendosi conto che non aveva nessun diritto di rifiutare il modo in cui gli altri lo vedevano e di cui, alla fin fine, egli era il solo responsabile. Così nel 1945 pronuncia una conferenza, l’“esistenzialismo è un umanesimo”, nella quale si preoccupa di precisare in che senso vada inteso il termine, che era diventato in breve tempo così generico “da non significare più nulla” o meglio, “da significare le cose più assurde”. La manifestazione fu annunciata con grande pubblicità sui principali quotidiani; gli organizzatori avevano però delle inquietudini riguardo al suo successo. Ma questa serata superò ogni speranza. Boris Vian ne fece un riassunto su “L’Écume des jours”: spintoni, sedie rotte, svenimenti di donne, Sartre costretto ad aprirsi un varco a gomitate per raggiungere il palco. L’esistenzialismo era nato. Sartre e Simone de Beauvoir sarebbero divenuti gli idoli di una generazione intera. Tuttavia non era previsto di farne una pubblicazione. Questa fu intrapresa dall’editore Nagel, nel 1946, senza l’accordo di Sartre. Nella pubblicazione Sartre vi presentò il suo esistenzialismo e rispose alle critiche avanzate da pensatori cristiani o marxisti e in particolare dai comunisti a cui desiderava riavvicinarsi. Costituisce un’introduzione “estremamente chiara”, benché semplice, all’esistenzialismo e può essere letto senza la minima difficoltà anche da persone non abituate a testi filosofici più complessi. Tuttavia la troppa semplicità di questo testo ha condotto Sartre a rinnegarlo filosoficamente. A rigore, non può costituire altro che una introduzione al suo pensiero. “L’Uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso e pur tuttavia libero perché una volta gettato nel mondo è responsabile di tutto ciò che fa”. (da “L’esistenzialismo  è un umanesimo”). Il pensiero di Sartre rappresenta il vertice dell’esistenzialismo del Novecento e resta interessante per il suo sforzo di coniugare il marxismo e il comunismo con il rispetto della libertà di tipo umanistico, l’individualismo con il collettivismo e il socialismo, ideali spesso infranti con la realtà storica. Oltre ad Husserl ed Heidegger, Karl Marx esercita una forte influenza su di lui soprattutto nella fase successiva al 1950. “Lungi dall’essere esaurito, il marxismo è ancora giovanissimo, quasi nell’infanzia: ha appena cominciato a svilupparsi. Esso rimane dunque la filosofia del nostro tempo: è insuperabile perché le circostanze che l’hanno generato non sono ancora superate”. Pur mantenendo, durante la terza fase del suo pensiero, lo storicismo dialettico e il materialismo storico, Sartre sostiene la preminenza del libero arbitrio sul determinismo. L’esistenzialismo sartriano può essere definito una filosofia della libertà, della scelta e della responsabilità. L’uomo deve inventare la propria vita e il proprio destino, deve costruire i propri valori, non c’è un’essenza dell’uomo che prefiguri la sua esistenza, non ci sono norme, leggi, autorità che predeterminano il suo comportamento. Solo i benpensanti, i farisei, i “salaudos” che rifiutano la responsabilità di un’esistenza libera, credono in una necessità esterna all’uomo, in una stabilità delle cose, in un ordine metafisico che presiede alla vita della natura e della società. I benpensanti rifiutano le esperienze radicali e rivelatrici del nulla, della nausea, dell’angoscia che Sartre ritiene fondamentali per provocare nell’uomo la crisi da cui emerge l’esigenza della libertà e dei valori. Nell’impegno politico, Sartre è sempre stato generoso sino al rischio completo. Nel 1947 aveva persino tentato di fondare un partito, il “Rassemblement Démocratique Révolutionnaire”: era naturalmente un partito d’accento marxista, ma privo d’impostazione classista, ed ebbe vita effimera. Comunque Sartre continuò a manifestarsi uomo coraggioso e leale, nella varia e difficile contingenza politica della Francia e del mondo contemporaneo, lottando senza quartiere contro ogni razzismo e ogni oppressione. In queste occasioni, Simone de Beauvoir è sempre rimasta al suo fianco come compagna, seguace, amica, interlocutrice, “complice”. Sartre si schiera via via contro le guerre d’Indocina e di Algeria, a favore degli insorti ungheresi nella rivolta di Budapest, e della causa castrista nella Rivoluzione cubana. Dopo un lungo declino fisico prematuramente logorato per la sua costante iperattività letteraria e politica, oltre che a causa del tabacco, dell’alcool assunto in grandi quantità e delle droghe che lo mantengono in forma e gli permettono di mantenere il suo ritmo di lavoro, Sartre muore di edema polmonare a Parigi, il 15 aprile 1980: il presidente Valéry Giscard d’Estaing propose i funerali di stato e la tumulazione immediata al Pantheon ma la famiglia rifiutò non ritenendo ciò in linea con la personalità di Sartre. Nella sua autobiografia “Le parole”, del 1964, Sartre commentava: “la scrittura non redime. La cultura non salva gli esseri umani, non giustifica la loro presenza sulla terra”.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +30. Livorno (Italia, Europa) sereno con nuvolosità sparsa +28. Esfahan (Iran, Asia) Sereno con nuvolosità sparsa +30Cabinda (Angola, Africa) per lo più nuvoloso +27. Charlottesville (Virginia, Stati Uniti d’America) soleggiato +22Blenheim (Marlborough, Nuova Zelanda) sereno +2.


20 giugno   -195

La notizia del giorno.

Il Papa nei luoghi in cui vissero don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, due “Preti scomodi.”

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Papa Francesco si è recato prima a Bozzolo, il paese del Mantovano, dove ha pregato sulla tomba di don Primo Mazzolari, il prete partigiano e antifascista, che “camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro.” Il suo pensiero anticipò alcune delle istanze dottrinarie e pastorali del Concilio Vaticano II relativamente alla “Chiesa dei poveri”, alla libertà religiosa, al pluralismo, al “dialogo coi lontani”, alla distinzione tra errore ed erranti, tanto da venire definito “carismatico e profetico”. “Don Mazzolari – ha osservato Bergoglio – non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata … Io vorrei ripetere questo – ha detto il Papa dopo aver citato la frase di don Mazzolari “non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente”, – e vorrei ripeterlo a tutti i preti dell’Italia e del mondo: “abbiamo del buon senso, non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente.” Il viaggio di Papa Francesco è proseguito dal mantovano al Mugello, dove ha visitato i luoghi di don Milani, il sacerdote famoso per “Lettera a una professoressa”, oggetto di critiche e incomprensioni da parte della Chiesa. “Sono qui per la verità su Don Milani”. Il papa arriva a Barbiana dove è sepolto don Lorenzo Milani e dice che la sua presenza è per dare al prete fiorentino quello che in vita non riuscì ad avere: il riconoscimento e la comprensione nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. Nel prato vicino ai locali della canonica e della scuola, il papa parla a quelli che furono gli allievi del prete di Barbiana, “testimoni della sua passione educativa, del suo intento di risvegliare nelle persone l’umano per aprirle al divino”: “Non si può insegnare senza amare e senza la consapevolezza che ciò che si dona è solo un diritto che si riconosce, quello di imparare.” Ha detto tra l’altro che essenziale è “la crescita di una coscienza libera, capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore, dalla voglia di compromettersi con gli altri, di farsi carico delle loro fatiche e ferite, di rifuggire da ogni egoismo per servire il bene comune”. L’insegnamento di don Milani arriva ai giorni nostri: “Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani”, sottolinea Papa Francesco, osservando che “è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro; e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole”.

Avvenimenti e protagonisti del passato.

Gustavo Rol, un uomo diverso.

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Gustavo Adolfo Rol è stato un uomo che ha suscitato la curiosità di tutti i più grandi potenti del mondo nell’epoca in cui è vissuto. Aveva straordinarie capacità, “possibilità” che egli sosteneva appartenere a tutti gli uomini, ma che i comuni mortali, attualmente, non sono in grado di cogliere. Era certamente un uomo diverso e per moltissimi “uno spirito che vibrava su piani superiori”. Per altri, non molti per la verità, per coloro che non avevano avuto modo di conoscerlo a fondo, come appare dalle testimonianze, egli era un abilissimo prestigiatore in grado di produrre illusioni con tecniche di “prestidigitazione” (l’arte del prestigiatore) e in particolare di mentalismo (una forma di illusionismo). Lui si è sempre dichiarato semplicemente un ricercatore e sperimentatore dello spirito e precisava di possedere una “forza” che era scaturita senza che lui avesse fatto niente di particolare se non indagare le proprie profondità interiori; semmai a lui faceva piacere “incoraggiare gli uomini a guardare oltre l’apparenza e a stimolare in loro lo “spirito intelligente”. Rol nacque a Torino il 20 giugno 1903, in una famiglia benestante, il padre, Vittorio, noto avvocato, fu per quasi un ventennio, il direttore della sede di Torino della banca Commerciale Italiana. La madre, Martha Peruglia, era figlia del presidente del tribunale di Saluzzo. Gustavo fu il terzo di quattro fratelli e fino all’età di due anni non disse nemmeno una parola. “Si sbloccò solo davanti ad un’immagine raffigurante Napoleone a Sant’Elena e, al Generale francese, resterà strettamente legato per tutta la vita. Divenne infatti un collezionista di cimeli napoleonici; “Ancora ragazzo sapeva descrivere con minuzia di particolari lo svolgimento delle varie battaglie napoleoniche, dando l’impressione di avervi assistito personalmente”. Passò la sua infanzia tra Torino e San Secondo di Pinerolo, dove la famiglia possedeva una residenza. Da ragazzo ebbe inizialmente un carattere chiuso, ma in seguito si appassionò allo studio e alla musica imparando a suonare il pianoforte e il violino senza aver mai preso lezioni. Nel ‘23 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino, dove si laureerà nel ‘33. Sia la scelta del corso universitario in legge, sia la carriera bancaria che intraprese nel’25 avvengono per adeguamento alle tradizioni familiari. Tra il ‘25 e il ‘30 girò l’Europa, in qualità di dipendente della Comit: Marsiglia, Parigi, Londra ed Edimburgo e proprio a Parigi, in un caffè, conobbe la norvegese Elna Resch-Knudsen, la ragazza che poi, dopo tre anni, diventerà sua moglie. Alla fine degli anni ’30, Rol acquistò un alloggio, sempre a Torino, in via Silvio Pellico, dove abiterà per tutta la vita. Nel ’27, a Parigi, scrive: “Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore. Ho perduto la gioia di vivere. La potenza mi fa paura. Non scriverò più nulla!”. Da questo momento attraversa una crisi esistenziale, fino al punto di ritirarsi in un convento. Aiutato dalla madre ritorna alla vita laica e inizia a compiere le proprie dimostrazioni diventando una delle persone più enigmatiche del ventesimo secolo. Nel corso della sua lunga vita, durata 91 anni, Rol venne in contatto con i più grandi personaggi del suo tempo: Einstein, Fermi, Fellini, De Gaulle, D’Annunzio, Mussolini, Reagan, Pio XII, Cocteau, Dalì, Agnelli, Einaudi, Kennedy e molti altri ancora. Il grande Dino Buzzati, che conobbe bene Rol, era colpito dalla sua  vitalità straordinaria e gioiosa, lo descrisse così: “Insisto sulla serenità e l’allegrezza che emanano dalla sua persona. Qualcosa di benefico si irraggia sugli altri. E’ questa la caratteristica immancabile, almeno secondo la mia esperienza dei rari uomini, arrivati col superamento di se stessi, ad un alto livello spirituale e, di conseguenza, all’autentica bontà. …”. Federico Fellini ne dà questo ritratto: “Ciò che fa Rol è talmente meraviglioso che diventa normale; insomma, c’è un limite allo stupore. Infatti le cose che fa, lui le chiama giochi, nel momento in cui le vedi per tua fortuna non ti stupiscono, ma nel ricordo assumono una dimensione sconvolgente. Com’è Rol? A chi assomiglia? È un po’ arduo descriverlo. Ho visto un signore dai modi cortesi, l’eleganza sobria, potrebbe essere un preside di ginnasio di provincia, di quelli che qualche volta sanno anche scherzare con gli allievi e fingono piacevolmente di interessarsi ad argomenti quasi frivoli. Ha un comportamento garbato, impostato ad una civile discrezione, contraddetta talvolta da allegrezze più abbandonate e, allora parla con una forte venatura dialettale che esagera volutamente, come Macario e racconta volentieri barzellette. Credo che la ragione di questo comportamento sia nella sua costante e prevedibile preoccupazione di sdrammatizzare le attese, i timori, lo sgomento che si possono provare davanti ai suoi traumatizzanti prodigi di mago. Ma, nonostante tutta questa atmosfera di familiarità, di scherzo tra amici, nonostante questo suo sminuire, ignorare, buttarla sul ridere per far dimenticare, lui per primo, tutto ciò che sta accadendo, i suoi occhi, gli occhi di Rol non si possono guardare a lungo. Son occhi fermi e luminosi, gli occhi di una creatura che viene da un altro pianeta, gli occhi di un personaggio di un bel film di fantascienza. Quando si fanno “giochi” come i suoi, la tentazione dell’orgoglio, di una certa misteriosa onnipotenza, deve essere fortissima. Eppure Rol sa respingerla, si ridimensiona quotidianamente in una misura umana accettabile. Forse perché ha fede e crede in Dio. I suoi tentativi spesso disperati di stabilire un rapporto individuale con le forze terribili che lo abitano, di cercare di definire una qualche costruzione concettuale, ideologica, religiosa, che gli consenta di addomesticare in un parziale, tollerabile armistizio la tempestosa notte magnetica che lo invade, scontornando e cancellando le delimitazioni della sua personalità, hanno qualcosa di patetico ed eroico”. A Rol si attribuivano la capacità della “visione a distanza”: la lettura di libri chiusi, la visione di cose che si trovavano in un altro luogo o ciò che accadeva altrove. La possibilità di compiere “viaggi nel tempo”: escursioni nel passato e nel futuro. La “veggenza selettiva”: osservazione dell’aura energetica che circonda il corpo umano, utile all’identificazione di eventuali malattie. “La capacità di visione dell’interno del corpo umano” era in grado di agire dinamicamente sulla materia, poteva spostare a distanza oggetti di qualsiasi genere (telecinesi), o materializzarli e smaterializzarli (apporti/asporti), sapeva prevedere gli eventi futuri (precognizione) e conoscere il passato di una persona (chiaroveggenza), leggeva nel pensiero (telepatia), era in grado di guarire a distanza persone ammalate (tra i sistemi usati anche quello della pranoterapia) o trovarsi in due luoghi differenti nello stesso momento (bilocazione), poteva attraversare superfici solide (ad es. pareti) o farle attraversare da qualsiasi oggetto, così come poteva estendere o ridurre il proprio corpo fisico a piacimento. Un altro fenomeno particolare era “la pittura a distanza”, dove pennelli e spatole si libravano per aria da soli e dipingevano in pochi minuti quadri di pregevole fattura, con l’aiuto dello “spirito intelligente” di un pittore scomparso come ad esempio Picasso, Goya ecc. e altri fenomeni quali la levitazione, l’agilità, la traslazione, la glossolalia e l’azione post-mortem. Tuttavia Rol non aveva a che vedere con questioni mediatiche, le sue “possibilità” erano piuttosto vicine a ciò che avveniva in alcune pratiche egizie e sumero-babilonesi. Rol sosteneva in base alla sua esperienza che: “Con l’arresto di ogni attività fisica, la morte del corpo, l’anima si libera ma non interrompe la propria attività. Lo “spirito intelligente”, invece, rimane in essere e anche operante”. “Così, con un piede da questa parte e l’altro poggiato sull’infinito, mi sembra di essere un ponte gettato fra le due età”. Si interrogava sulla sua condizione: “L’amore è forse questo l’ultimo mezzo che mi è offerto per vivere tra gli uomini come uno di loro?”. “L’unico mio conforto, in tanta solitudine, è quello di poter utilizzare queste mie possibilità a titolo assolutamente gratuito per il bene del mio prossimo”. Intervistato da Roberto Gervasio, nel ’79, Rol disse: “Nei miei esperimenti è la psiche a far da “grondaia” allo spirito”. “Si studino pure a fondo le possibilità racchiuse nell’energia psichica degli uomini, ma per me quanto mi riguarda, ho concluso che allo stato attuale della conoscenza scientifica, i miei esperimenti non hanno alcun rapporto con la psiche. Essi, secondo me, debbono considerarsi una manifestazione dello spirito che è definito “intelligente”, per identificare in esso e quindi nell’Uomo, l’espressione più alta di tutta la Creazione”. Ho sempre protestato di non essere un sentivo, un veggente, un medium, taumaturgo o altro del genere. È tutto un mondo al quale non appartengo”. “Certamente un rapporto tra spirito e materia esiste: la Scienza non lo conosce, io appena lo intuisco e lo posso dimostrare ma non come vorrei. Una collaborazione con la scienza io la invoco … Einstein credeva in Dio, non ne negava l’esistenza. Un giorno che discutevamo proprio di questo, lui alzò una mano, la frappose fra la lampada e il tavolo e mi disse: “Vedi? Quando la materia si manifesta, proietta un’ombra scura perché è materia. Dio è puro spirito e dunque quando si materializza non può manifestarsi se non attraverso la luce. La luce non è altro se non l’ombra di Dio”. “La scienza potrà analizzare lo Spirito nell’istante stesso in cui perverrà a identificarlo. Son certo che a tanto giungerà l’ansia dell’uomo”.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +32. Livorno (Italia, Europa) soleggiato +30. Sumaysimah (Qatar, Asia) soleggiato +37Moundou (Ciad, Africa) per lo più soleggiato +31. Cary (Carolina del Nord, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +23. Pontianak (Kalimantan Occidentale, Indonesia, Oceania) sereno con nuvolosità sparsa +28.


19 giugno   -196

La notizia del giorno.

Maturità 2017: a due giorni dalla prima prova impazza sul web il “toto temi”.

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Pirandello, le stragi di mafia, il terrorismo e l’Unione Europea: sono questi i temi messi in cima ai pronostici della vigilia dai 2500 ragazzi che hanno partecipato al sondaggio di Skuola.net a meno di una settimana dall’inizio dell’esame. Quello di Luigi Pirandello è stato un crescendo costante: punto dopo punto ha lasciato al palo i contendenti e si è imposto come l’opzione più probabile per l’analisi del testo, il giorno dello scritto d’italiano. A inizio aprile era al 17%, oggi sale fino al 26%. Gli unici a tenergli testa sono Giuseppe Ungaretti (11%) ed Eugenio Montale (10%). Potrebbe essere l’anno di Pirandello perché ricorrono i 150 anni dalla sua nascita, o di Umberto Saba, nei 60 anni dalla sua morte, ma gettonati sono anche Pascoli, Pasolini e D’Annunzio. Nel toto-tracce dei maturandi spuntano anche due temi di stampo storico politico: da un lato i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, una delle tappe fondamentali nel processo d’integrazione europea, che ottiene il 21% di consensi, confermandosi in prima posizione; dall’altro i 70 anni dalla firma della Costituzione italiana, che cresce lentamente (oggi è al 16%), mantenendo il secondo posto. Tema, quest’ultimo, insidiato dai 20 anni dal Nobel a Dario Fo, (anch’esso al 16%) che, escluso dall’analisi del testo, potrebbe trovare posto nel saggio breve. Quanto alla traccia d’attualità, pare inevitabile che l’argomento Terrorismo offuschi tutto il resto: la nuova ondata di attentati che ha interessato mezza Europa ha spinto in alto le quotazioni fino al 33% (quattro settimane fa era appena al 20%). La seconda posizione (10%) se la aggiudica l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America, mentre il tema Immigrazione si conferma al terzo posto. Dai 10 anni di Facebook a Papa Francesco, dal centesimo anniversario della prima guerra mondiale alla morte di Nelson Mandela, fino a Gabriel Garcia Marquez, scomparso di recente: anche questi argomenti gettonati per il toto-traccia. Davvero difficile fare centro. Comunque fra ben sette tracce ogni maturando/a potrà trovare quella più congeniale. In bocca al lupo!!!

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Piero Gobetti: un liberale progressista.

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Il 19 giugno 1901 nasceva a Torino Piero Gobetti, giornalista, saggista, politico antifascista, i cui scritti avrebbero avuto un’importante influenza sul pensiero democratico italiano. Scriveva allora: “Bisogna amare l’Italia con orgoglio di europei e con l’austera passione dell’esule in patria per capire con quale serena tristezza e inesorabile volontà di sacrificio noi viviamo nella presente realtà fascista sicuri di non cedere e indifferenti a qualunque specie di consolazione. (…) Ma esiste in Italia un gruppo di uomini nei partiti e fuori dei partiti, gente che non ha ceduto e non cederà. Comunque, anche se pochi, rimarranno come un esempio per la classe politica di domani. (…) Sono minoranza, numericamente, ma incutono rispetto anche al più agguerrito nemico. Tra le illusioni universali il cervello di questi uomini funziona, la folla e il successo non hanno prestigio sulla loro volontà di dirittura, sul loro animo non servile. (…) Nella nostra lotta lasciate che rifiutiamo ogni alleanza straniera: le nostre malattie e le nostre crisi di coscienza non possiamo curarle che noi. Dobbiamo trovare da soli la nostra giustizia. E questa è la nostra dignità di antifascisti: per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti.” Carlo Levi lo descriveva così: «Era un giovane alto e sottile, disdegnava l’eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta, da modesto studioso: i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi gli ombreggiavano la fronte». Considerato un erede della tradizione post-illuminista e liberale che aveva guidato l’Italia dal Risorgimento fino a poco tempo prima, ma aperto e sensibile alle rivendicazioni del socialismo, nella sua breve vita fondò e diresse le riviste “Energie Nove”, “La Rivoluzione Liberale” e “Il Barett” i, dando fondamentali contributi alla vita politica e culturale, prima che le sue condizioni di salute, aggravate dalle violenze fasciste, ne provocassero la morte prematura a 24 anni, durante l’esilio francese. Il 1º novembre 1918, da poco iscrittosi alla Facoltà di Giurisprudenza in quella Università torinese che aveva già frequentato, ancora liceale, per seguirvi alcuni corsi di letteratura, arte, filosofia, pubblica il primo numero del quindicinale “Energie Nove”, ispirato alle idee liberali di Einaudi e vicino all’Unità di Salvemini, del quale riporta, nel secondo numero, l’aspra critica alla classe dirigente della politica italiana: «L’Italia ha vinto. Ma se avesse avuto una classe dirigente meno incolta, più consapevole delle sue tradizioni e dei suoi doveri, meno avida moralmente, l’Italia avrebbe vinto assai prima e assai meglio […] È finita o sta per finire una guerra. Ne comincia un’altra. Più lunga, più aspra, più spietata». È la guerra della riforma del Paese, una riforma che dev’essere, nelle intenzioni di Gobetti, innanzi tutto culturale e morale e per la quale occorre «serietà e intensità al lavoro», secondo i motivi di quell’«idealismo militante che ha animato “La Voce” di Giuseppe Prezzolini, altro ispiratore del giovanissimo Gobetti. Togliatti non lo ama, Gramsci lo apprezza, i liberali Salvemini e Croce sono incuriositi dall’intelligenza del ragazzo. A vent’anni, il 12 febbraio del 1922, pubblica il primo numero della rivista “La Rivoluzione Liberale”, che via via diventa centro di impegno antifascista di segno liberale, collegaata ad altri nuclei liberali di Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo. Vi collaborano intellettuali di diversa estrazione, tra cui Amendola, Salvatorelli, Fortunato, Gramsci, Antonicelli e Sturzo. Più volte arrestato nel ’23-24 dalla polizia fascista, la sua rivista è ripetutamente sequestrata. Lo stesso Mussolini si interessa a lui e telegrafa al prefetto di Torino: “Prego informarsi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore.” Nel ’24 fonda la rivista letteraria “Il Baretti”, alla quale collaborano Benedetto Croce, Eugenio Montale, Natalino Sapegno, Umberto Saba ed Emilio Cecchi. Nell’aprile del 1924 dà alle stampe “La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia”. Riletto oggi, il libro di Gobetti sorprende per le molte notazioni originali sul Risorgimento e sulla lotta politica del tempo: la considerazione di Cavour come autore di una grande rivoluzione liberale rimasta incompiuta e dello stesso Risorgimento come incompiuto e non come “rivoluzione mancata” (come l’aveva invece letto Gramsci); la rivalutazione del Piemonte settecentesco e ottocentesco come un paese contraddistinto dall’assenteismo dell’aristocrazia, dallo spezzettamento della grande proprietà agraria e dalla diffusione degli affittuari, dalla laicità dello Stato e dalla presenza di una singolare cultura moderna “in questo vecchio Stato nemico della cultura”. A differenza di tanti intellettuali di trenta o quarant’anni dopo, Gobetti riconosce il valore della fabbrica che “educa al senso della dipendenza e della coordinazione sociale, ma non spegne le forze di ribellione, anzi le cementa in una volontà organica di libertà “ e riconosce altresì il valore positivo della città moderna, “organismo sorto per lo sforzo autonomo di migliaia d’individui”. In Gobetti appare per la prima volta il concetto di fascismo come “autobiografia della nazione”: “né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù da padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi”. Fin dalla prima pagina del libro fa una dichiarazione fulminante e valida più che mai oggi: “il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità”. La terza parte del saggio è una proposta concreta per fare politica senza dimenticare la società. La lotta di classe è per Gobetti strumento di formazione di una nuova élite, una via di rinnovamento popolare. Insomma, la lotta politica deve essere lotta sociale. In politica ecclesiastica Gobetti si rifà alla pregiudiziale cavouriana della laicità, come necessaria e da mantenere (cosa che verrà invece negata dai Patti Lateranensi). Sulle modalità d’elezione, Gobetti è convinto fautore del proporzionale. Il collegio uninominale aveva trasformato il rappresentante in tribuno. Il 5 settembre del ’24, mentre sta uscendo di casa, è aggredito sulle scale da quattro squadristi che lo colpiscono al torace e al volto, rompendogli gli occhiali e procurandogli gravi ferite invalidanti. Costretto a espatriare in Francia, mai più riavutosi dalle ferite, muore esule a Parigi nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926. Non aveva nemmeno venticinque anni, che avrebbe compiuto il 19 giugno di quell’anno. È sepolto nel cimitero di Père Lachaise. Prima di morire, ucciso da un attacco cardiaco successivo all’aggressione squadristica a Torino, Gobetti individuò i tratti salienti della “modernizzazione reazionaria”, descrivendola come “autobiografia di una nazione”: una micidiale miscela di populismo, antiparlamentarismo e tradizionalismo retrivo, alimentata da un nuovo ceto medio risentito ed estraneo alle istituzioni, percepite come nemiche. Fu l’ultima fiammata di intelligenza di quel giovane capace di strardinarie intuizioni. Saggista e autore di numerosi scritti culturali e politici pubblicati in Italia e all’estero, simbolo del liberalismo progressista, sensibile al riscatto delle classi lavoratrici, la sua opera fu raccolta e pubblicata postuma: Opere critiche (1926); Paradosso dello spirito russo (1926); Risorgimento senza eroi (1926).

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +30. Livorno (Italia, Europa) idem. Ness Ziona (Israele, Asia) per lo più soleggiato +28Abeokuta (Nigeria, Africa) per lo più nuvoloso +28. Gadsden (Alabama, Stati Uniti d’America) nuvoloso +28Sorong (Papua Occidentale, Indonesia, Oceania) parzialmente nuvoloso +24.

Oggi è il compleanno del Direttore Generale di Progetto Editoriale.

Auguri Francesco da tutti noi!


18 giugno   -197

La notizia del giorno.

Portogallo: a fuoco i boschi di Pedrógao.

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Secondo la polizia un fulmine caduto su un albero potrebbe aver causato il violento rogo boschivo che ha provocato almeno 61 morti e una ottantina di feriti in Portogallo nella località di Pedrogao Grande, nel distretto di Leiria, nell’ area centro occidentale del paese. Secondo il ministro dell’Interno, le fiamme si sono propagate “con molta violenza” e “in modo inspiegabile”, muovendosi su quattro fronti. Molte persone sono state costrette ad abbandonare le abitazioni nella zona. Al momento gli stessi investigatori escludono il dolo. Le vittime sono in gran parte automobilisti rimasti bloccati dalle fiamme lungo la strada che collega Figueiro dos Vinhos a Castanheira de Pera. “È difficile dire se fuggivano dall’incendio o se sono stati sorpresi dal fuoco”, ha detto il Ministro dell’Interno Jorge Gomes. Le autorità hanno inoltre riferito che due persone risultano scomparse. Molte persone sono morte carbonizzate in auto, tra le vittime ci sono molti bambini. Rodrigo, un bambino di 4 anni, è stato sorpreso dalle fiamme mentre era in auto con uno zio. Un albero in fiamme è caduto sull’auto. Il cadavere dello zio, riferisce Correio da Manha, è stato trovato nell’auto, quello del bambino all’esterno. Sul posto sono impegnati mille uomini e 300 mezzi, ma il vento e la temperatura di 35 gradi rendono difficile domare un rogo che ha quattro fronti attivi. Almeno una ventina le case distrutte in un villaggio vicino al bosco, in cui si contano 11 morti. Quattro vigili del fuoco e un bambino sono ricoverati in gravi condizioni. I due Canadair del Dipartimento dei Vigili del fuoco – cofinanziati nell’ambito del progetto europeo “EU-better use of forest fire extinguishing resources by Italy”, coordinato dal Dipartimento della Protezione civile – sono pronti dalle prime ore di questa mattina a decollare per il Portogallo nel momento in cui il Paese colpito dovesse farne richiesta. Il Governo ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Giorgio Morandi e l’essenza delle cose.

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Figura grandissima della pittura italiana del XX secolo, Giorgio Morandi è un caso veramente straordinario di pittore solitario, al di fuori dei movimenti, con scarsissimi contatti con altri maestri. Morandi non si è praticamente mai spostato da Bologna o da Grizzana, la cittadina sull’Appennino dove passava l’estate. Primo figlio di una famiglia della media borghesia cittadina Morandi si ritrova, a soli diciannove anni dopo la morte del padre, a ricoprire il ruolo di capofamiglia con la responsabilità delle sue tre sorelle ancora molto giovani. Non si sottrarrà mai ai doveri familiari e vivrà tutta la vita nella sua casa natale circondato dall’affetto materno. Fin da ragazzo dimostrò una grande passione per l’arte figurativa e, dopo un anno di apprendistato presso l’ufficio commerciale del padre si iscrive al corso preparatorio dell’Accademia di Belle Arti di Bologna; tra i suoi compagni di corso c’erano anche Severo Pozzati, Osvaldo Licini, Mario Bacchelli, Giuseppe Vespignani. Quando nel 1910 si reca a Firenze, dopo aver visitato gli Uffizi e le chiese più importanti, si racconta che la sera, per la grande eccitazione provata davanti alle tele di Giotto, Masaccio e Paolo Uccello, venisse pervaso da intensi stati febbrili. Nelle sue opere giovanili è tuttavia possibile riconoscere un tracciato che dalla conoscenza delle opere di Cézanne (che conoscerà grazie alla lettura di alcune riviste francesi distribuite nelle librerie bolognesi) passa al contatto con i futuristi diventando, nel 1918, uno dei massimi interpreti della scuola metafisica con Carrà e de Chirico. Poi, a partire dal 1920, la sua ricerca si concentrerà su pochissimi, modesti soggetti (preferibilmente nature morte di bottiglie e paesaggi di Grizzana), continuamente rielaborati e approfonditi. Il processo creativo di Morandi prescinde sostanzialmente dalla ricerca di temi nuovi: “si tratta di una speculazione intellettuale tutta interiore, che analizza la consistenza, il ritmo, i contorni, i riflessi, i delicati toni cromatici degli oggetti in una pazientissima meditazione. Dal punto di vista stilistico si nota efficacemente il passaggio dai dipinti del periodo metafisico, caratterizzati da un disegno rigorosamente geometrico e da ombre scandite, a un progressivo sfaldarsi della forma, con pennellate sempre più larghe e pastose e contorni che si fanno pastosi ed evanescenti, fino a perdersi nei neutri fondali, senza per questo perdere di realismo”. Di grande importanza nel lavoro di Morandi sono le acqueforti, eseguite da autodidatta, che risolvono poeticamente molti problemi espressivi di questa tecnica. Fin dagli esordi del suo percorso artistico portò avanti la passione per le incisioni. Le opere, realizzate con grande cura, sono caratterizzate da segni sottili e rettilinei in un intreccio molto complesso di tratti, con cui raggiunge dimensioni prospettiche di grande efficacia. Giorgio Morandi morirà all’età di settantaquattro anni, dopo un anno di malattia, il 18 giugno 1964 nella sua casa bolognese. La sorella Maria Teresa narra che poco prima di morire, il pittore, tracciasse con l’indice dei disegni nell’aria. “Muore immerso in quella profonda ricerca che gli aveva permesso di portare alla luce quanto più gli stava a cuore: l’essenza delle cose”. E’ sepolto alla Certosa di Bologna nella tomba di famiglia, dove giace insieme con le tre sorelle. Sulla tomba è ubicato un ritratto dell’artista, eseguito dal suo amico Giacomo Manzù. Giorgio Morandi non era molto propenso a partecipare a mostre, personali o collettive. Le sue opere vennero esposte al Museo d’arte moderna di Bologna e, successivamente, anche all’estero. Nell’ottobre del 2008 è stata dedicata all’artista una mostra al Metropolitan Museum of Art di New York, che ha contribuito a consolidare la sua fama a livello internazionale.

image001(Natura morta con palla, 1918. Tela. Civico Museo d’Arte Contemporanea. Milano)

“Questo storico dipinto della prima attività di Morandi esprime con abbagliante chiarezza il concetto di stasi, di vuoto, di silenzio che regola (almeno per i primi anni) tutto il gruppo dei pittori metafisici. Il lavorio paziente e solitario di Morandi comincia fin d’ora a produrre risultati di austero controllo e insieme carichi di una nota di toccante lirismo e di malinconia”.

image002(Natura morta con la brioche, 1920. Tela. Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen. Düsseoldorf)

Mary Titton

 

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +28. Livorno (Italia, Europa) soleggiato 28. Gimpo (Gyeonggi, Corea del Sud, Asia) sereno con nuvolosità sparsa +19. Butembo (Repubblica Democratica del Congo, Africa) lievi rovesci di pioggia +24. Rurrenabaque (Bolivia, Sudamerica) parzialmente nuvoloso +16. New Plymouth (Taranaki, Nuova Zelanda, Oceania) parzialmente nuvoloso +11.


17 giugno   -198

La notizia del giorno.

In mostra a Sassoferrato le opere di Salvi.

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Oggi è stata inaugurata al Palazzo degli Scalzi di Sassoferrato la mostra “La devota bellezza” del grande artista sentinate del Seicento Giovanni Battista Salvi. Le sue opere e i suoi disegni giunti in prestito dalla Collezione della Regina d’Inghilterra saranno visibili fino al 5 novembre. Sono in mostra ventuno disegni provenienti dalla Collezione Reale Britannica, mai esposti prima in Italia e gentilmente concessi dalla regina Elisabetta II; tali disegni costituiscono il nucleo centrale della mostra, che riporta le opere di Giovanni Battista Salvi (1609-1685), detto il Sassoferrato, nella sua città natale, Sassoferrato appunto, fino al 5 novembre. L’evento espositivo focalizza l’attenzione sull’opera grafica del Sassoferrato: oltre ai disegni che vengono dal castello di Windsor (grazie ad un acquisto fatto nel 1768 da Richard Dalton, bibliotecario di re Giorgio III), ci sono sette fogli di collezioni pubbliche e private e oltre trenta dipinti esposti nella sede principale di Palazzo Scalzi e in quella collegata della chiesa di Santa Chiara. Nella prima sezione della mostra, curata da Franҫois Macé de Lépinay, uno dei massimi esperti del Sassoferrato, i disegni sono affiancati da nove dipinti, permettendo al visitatore di esplorare i collegamenti tra lavoro grafico e lavoro pittorico. Nella seconda sezione, curata da Stefano Papetti, presidente del Comitato di studio della mostra, sono esposte opere provenienti dal territorio marchigiano (comprese le zone terremotate) e altre legate alla committenza romana di casa Aldobrandini. Salvi fu un pittore specializzato in soggetti religiosi, soprattutto madonne, che gli hanno dato fama di pittore dei santini, ma anche in ritratti. Fu un artista popolarissimo tra i pontefici e le famiglie nobiliari romane, amato dai Preraffaelliti e riscoperto da Federico Zeri che lo definì “il grande pittore dell’arte sacra del cattolicesimo”, che rielaborò e fece proprie le lezioni di Guido Reni e soprattutto di Raffaello, nella ricerca di un mondo ideale, pervaso di bellezza e rigore, alternativo allo sfarzo del Barocco e al crudo realismo di Caravaggio. La devota bellezza, titolo della mostra, è quella delle sue Madonne nelle versioni Mater dolorosa e Mater Amabilis e nelle scene con il Bambino, in cui domina il caratteristico “azzurro Sassoferrato”. Esposti anche i ritratti di mons. Prati e del cardinale Ottoboni, proveniente dai Musei Civici di Padova. Il professor Stefano Papetti, ha spiegato «Almeno una sua opera è presente in ogni museo del mondo, dalla Russia agli Stati Uniti … il Sassoferrato ha goduto di grande notorietà, lavorando per tante collezioni private, anche veneziane e fiorentine, e avendo come mentore e committente la principessa Olimpia Aldobrandini, ultima nipote del Papa. Potremmo dire, dunque, che il Salvi abbia pagato il fatto di essere un artista appartato, un artigiano dell’arte, legato principalmente a immagini devote, rimasto lontano dai clamori della vita romana per seguire i suoi solidi principi morali».

 METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +28. Hakodate (Hokkaidō, Giappone, Asia) sereno +12. Mopti (Mali, Africa) per lo più soleggiato +39Irvine (California, Stati Uniti d’America) per lo più soleggiato +21. Wangaratta (Victoria, Australia) per lo più nuvoloso +1.


16 giugno   -199

La notizia del giorno.

È morto Helmut Kohl.

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È morto all’età di 87 anni, nella sua casa di Ludwigshafen, l’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl. Lo scrive la Bild online.
Cancelliere dal primo ottobre 1982 al 27 ottobre del 1998, è stato l’arteficedella caduta del Muro di Berlino e della riunificazione delle due Germanie, il 3 ottobre del 1990. Leader della Cdu, Unione Cristiano-Democratica tedesca, per 25 anni (dal 1973 al 1998), è anche considerato, insieme al presidente francese François Mitterrand, l’architetto del Trattato di Maastricht, che nel 1992 istituì l’Unione Europea. Kohl ha progettato con decisione il processo di riunificazione del 1989-1990. Controverso rimase lo scandalo delle donazioni al partito, di cui  cui perse la presidenza onoraria  nel 2000, l’anno in cui  ha ricevuto un gran numero di premi nazionali ed internazionali. Dalla fine della sua carriera politica Kohl è  stato un lobbista che ha ricoperto diverse posizioni nel mondo degli affari per il Credit Suisse e KirchMedia. Kohl è stato il fondatore di una società per la politica e la strategia di consigli. Da anni una caduta in casa l’aveva costretto su una sedia a rotelle. Accanto a lui, la seconda moglie Maike Kohl-Richter, di 34 anni più giovane. La prima moglie Hannelore, che gli ha dato due figli, era morta suicida nel 2001 per porre fine a sofferenze legate a una rara e dolorosa allergia alla luce. Nei libri di storia Kohl è entrato alla grande per la riunificazione pacifica delle due Germanie, ma anche per il superamento della Guerra Fredda, per la nascita dell’Euro (con il salvataggio della lira al suo interno) e per la realizzazione dell’integrazione europea. Grande assente alle celebrazioni per il ventennale della caduta del Muro nel 2009, Kohl ha tenuto un basso profilo facendo notizia però quando scampò miracolosamente allo tsunami del dicembre 2004 nello Sri Lanka.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Geronimo, (Go-ya-thle, Colui che Sbadiglia).

“Non avrei mai dovuto arrendermi: avrei dovuto combattere fino a quando non fossi rimasto l’ultimo uomo vivo”. (Geronimo)

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Con Mangas Coloradas, Cochise e Victorio, Geronimo è stato un capo leggendario della resistenza apache. Egli nacque il 16 giugno nel 1829 tra i Bedonko, un clan dei Mimbreno, perse il padre quand’era molto giovane, si prese cura di sua madre e, all’età di soli sedici anni, fu ammesso al consiglio dei guerrieri. Più tardi sposò una Chiricahua e divenne così il capo di tale tribù. Era basso e tarchiato e aveva l’abitudine di aggrottare continuamente le sopracciglia: non era bello, ma i suoi occhi sembravano “due scaglie d’ossidiana illuminate dalle fiamme”. Due aspetti ne caratterizzano la figura: quella del condottiero che inventa e applica la tecnica della guerriglia contro un nemico, prima i messicani e poi gli statunitensi e la sua incoercibile fierezza. Dopo il massacro di Kas-ki-yeh, compiuto dalle truppe messicane che devastarono il suo accampamento, uccidendo senza pietà anche la moglie e i tre figli, giurò di dedicare la vita alla lotta contro i bianchi. Ne “La grande storia degli Indiani d’America”, di Jean Pictet, ed. Oscar Storia Mondadori, l’autore descrive il massacro e lo scontro di due civiltà: “Durante l’estate del 1858, i Mimbreno erano in Messico. Mangas aveva piantato le tende sulle colline nei dintorni del presidio di Janos, nella regione di Chihuahua, dove venivano distribuiti viveri alla tribù a patto che si mantenesse pacifica. Le donne e i bambini furono dunque lasciati al campo, con una guardia ridotta, ma, mentre gli uomini rientravano all’accampamento, ubriachi, incontrarono alcuni sventurati, in preda al terrore, che erano scampati al massacro nascondendosi tra le rocce. Essi raccontarono che i messicani erano arrivati all’improvviso e avevano sparato sul campo un fuoco continuo, al punto che le pallottole piovevano da ogni parte. Poi i soldati avevano caricato, finendo con colpi a bruciapelo chi era stato risparmiato dalle scorrerie di fucileria. Della “rancheria” non era rimasto niente, più di 100 corpi ricoprivano il terreno e 90 Apache erano stati catturati per essere venduti come schiavi. Geronimo, dopo aver perso la madre, la moglie, la bella Alopé, e i tre figli, intonò un disperato canto di morte. Geronimo giurò sulla tomba di suo padre di dare la caccia agli assassini fino a quando non sarebbero stati puniti tutti. Così, durante l’estate del 1859, quasi un anno dopo l’eccidio di Janos, i guerrieri delle tre bande Apache si riunirono, si dipinsero il volto, si strinsero intorno alla fronte le fasce di guerra e misero bene in evidenza i ciuffi da scalpare. Gli uomini portarono una coperta per la notte ma, in combattimento, non avrebbero avuto altro equipaggiamento che il perizoma e i mocassini. Mentre le donne e i bambini erano nascosti sulle montagne, sotto l’usuale protezione della guardia, 300 guerrieri, dopo aver eseguito una grandiosa danza di guerra, partirono, divisi nei tre gruppi tribali, sotto il comando rispettivamente di Mangas Colorado, di Cochise e di Juh. Erano a piedi, ma percorrevano 60 chilometri al giorno, marciando per quattordici ore e fermandosi solo tre volte. Senza essere avvistati, arrivarono in prossimità di Arispe, l’antica capitale della regione di Sonora, circondata da montagne e da canyon. Dal presidio uscirono 8 uomini che si fecero avanti per parlamentare e gli Apache li uccisero per attirare i militari fuori dalle fortificazioni. Il calcolo si rivelò giusto: la mattina seguente, dopo aver lasciato la cavalleria pronta alla carica al riparo dentro le mura, il comandante avanzò alla testa della fanteria verso i campi dove erano nascosti gli indiani. Alle spalle delle truppe procedeva un convoglio di viveri e munizioni. La giornata trascorse in scontri di poca importanza, ma quella sera gli Apache riuscirono a impadronirsi del convoglio: un successo importantissimo, visto che erano privi di polvere da sparo. I soldati si ritirarono, ma, all’alba, dell’indomani, le porte di Arispe tornarono ad aprirsi per lasciar passare l’intera armata: due compagnie di cavalleria e due di fanteria. Geronimo pensò di riconoscere tra loro gli assassini dei suoi cari e per questo i capi lo invitarono ad assumere il comando, malgrado la giovane età. Egli dispose allora i guerrieri a semicerchio, nel bosco vicino al fiume, lasciando 60 prodi a sorvegliare le retrovie nemiche. I messicani tennero la cavalleria di riserva e fecero avanzare la fanteria in due file. I soldati fermarono a 350 metri e aprirono il fuoco. Allora Geronimo lanciò la violenta carica, che spezzò le linee nemiche. Per due ore infuriò un lotta selvaggia, corpo a corpo. Geronimo era ovunque. A un certo punto, lui e altri tre guerrieri armati di semplici coltelli si ritrovarono a fronteggiare due soldati dotati di fucili. I suoi compagni caddero, ma Geronimo, che era andato a cercare una lancia, ritornò, colpì uno dei bianchi e poi pugnalò l’altro; o almeno così avrebbe raccontato in seguito egli stesso. Alla fine, sul campo di battaglia, risuonò solo il grido di guerra degli Apache: non c’erano più nemici. La maggior parte dei messicani aveva abbandonato la lotta e cercato rifugio dentro le mura della città, ma una moltitudine di cadaveri ricopriva il terreno. Le perdite dei pellerossa furono anch’esse ingenti, ma assai inferiori. Coperto di sangue, Geronimo fu nominato capo dai suoi pari e ordinò di scotennare i morti. Geronimo aveva tenuto fede al suo giuramento, ma non si era ancora saziato di vendetta.” … Fino al 1886 lottò ferocemente contro gli usurpatori conquistandosi la fama di “selvaggio assetato di sangue”. Catturato, processato e chiuso in carcere, riuscì a fuggire e a riprendere la guerriglia. La sua battaglia si concluse nell’agosto 1886 con il trattato del Canon dello scheletro che sanciva la resa degli Apache Chiricahua. Morì a Fort Sill, Oklahoma, il 17 febbraio 1909, come prigioniero di guerra. Anche se piegato dagli avvenimenti, Geronimo restò sempre spiritualmente vittorioso, ricco di dignità. Alla fine della sua storia inviò una supplica a Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti, alla cui cerimonia di insediamento era stato presente: “Grande Padre, uomini bianchi vivono nella terra che era la nostra patria. Io ti prego di dire loro di andarsene e lasciare che la mia gente possa tornarvi ad essere felice. Grande Padre, è come se le mie mani fossero legate con una corda. Il mio cuore non è più malvagio. Dirò al mio popolo di ubbidire solo al Grande Capo Bianco. Ti prego di tagliare queste corde e di rendermi la libertà”. Ma la sua supplica venne respinta. 

Mary Titton

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15 giugno   -200

La notizia del giorno.

Pitti Uomo 2017.

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Oggi si chiude a Firenze Pitti Uomo 2017, manifestazione in cui dal 13 al 16 giugno verranno presentate in anteprima le collezioni di abbigliamento della primavera/estate 2018. Oltre 1200 marchi, di cui più di 500 esteri, hanno allestito i loro espositori all’interno della Fiera. Ha inaugurato l’evento nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che ha detto: “Noi che siamo chiamati temporaneamente a governare abbiamo una missione: creare un ecosistema pensato per aiutare e sostenere chi crea, chi produce, chi lavora e chi espone in questa città. Questo è il nostro primo obiettivo, che si traduce in alcune priorità come lavorare sulle infrastrutture”.
Fiori macroscopici stile Anni ’70 e edifici dalle pareti fluo accolgono i visitatori di Pitti Uomo 92. Il tema della manifestazione è infatti “Boom, Pitti Blooms”: l’energia vitale dei fiori. Macro aiuole gonfiabili, sculture abnormi, bouquet volanti invadono gli oltre 60.000 metri quadrati della Fortezza da Basso, tradizionale sede della manifestazione in cui ogni anno si fa il punto sul mercato della moda maschile.
L’inaugurazione istituzionale di Pitti Uomo si è chiusa con una spettacolare esibizione in piazza della Signoria dei paracadutisti della brigata Folgore dell’esercito: cinque parà, tra cui una donna, si sono lanciati aprendo in cielo 4 bandiere: quella del Comune di Firenze, quella con il logo Pitti, quella dell’Esercito e un maxi tricolore di ben 400 metri quadrati.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

L’avventura di Hugo Pratt.

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Hugo Pratt è considerato il romanziere a fumetti più grande di tutti i tempi. Grazie a lui il mondo della cultura ha cominciato a cambiare l’atteggiamento di distanza nei confronti del fumetto poichè molti si sono resi conto che anche la striscia può essere considerata una forma d’arte. Le sue storie sono “letteratura d’avventura disegnata”. Umberto Eco ha affermato: “quando ho voglia di rilassarmi leggo un saggio di Engels, se invece desidero impegnarmi leggo Corto Maltese (uno dei personaggi più noti del fumetto italiano e internazionale). Hugo Pratt nasceva a Rimini il 15 giugno del 1927 ma ha vissuto tutta la sua infanzia a Venezia in un ambiente familiare cosmopolita. Il nonno paterno era di origini inglesi, mentre quello materno era un ebreo marrano, la nonna era di origine turca. La madre, Evelina Genero era un’appassionata di scienze esoteriche, mentre il padre, Rolando, era un militare di carriera che, nel 1936 venne trasferito nella colonia italiana dell’Abissinia. Arruolato dal padre nella polizia coloniale a soli quattordici anni, Pratt entra in contatto con il mondo militare e conosce non solo l’esercito italiano, ma anche quello inglese, abissino, senegalese, francese; il fascino di tutte quelli divise, di quegli stemmi, dei colori, rimarrà sempre presente in tutta la sua vita e la sua opera. Sono questi gli anni in cui si appassiona al romanzo d’avventura. Legge avidamente i libri di James Oliver Curwood, Zane Gray, Kenneth Roberts. Ad affascinarlo sono anche i primi fumetti di avventura americani come quello di  “Terry e i pirati” di Milton Caniff che lo porteranno a decidere di diventare un disegnatore di fumetti. Alla morte del padre, nel 1943, rientra in Italia, e frequenta il collegio militare di Città di Castello. Nel 1945 partecipa insieme con un gruppo di amici, alla realizzazione di una rivista di fumetti, “l’Asso di picche”. In questo momento inizia ufficialmente la sua carriera di disegnatore. Sarà grazie a questa rivista che il “gruppo di Venezia” verrà contattato da un’importante casa argentina: Hugo Pratt parte così per Buenos Aires nel ‘49 rimanendovi per circa tredici anni. In Argentina incontra diversi disegnatori come Salinas o i fratelli Del Castillo, frequenta i locali dove si balla il tango, diventa amico del jazzista Dizzy Gillespie, impara lo spagnolo e scopre gli scrittori latino-americani, come Octavio Paz, Leopoldo Lugones, Jorge Luis Borges e Roberto Arlt. In Argentina Pratt disegna un numero impressionante di strisce. Lavora per importanti case editrici e in seguito, quando si afferma il suo grafismo marcato, ispirato dai netti contrasti fra i bianchi e neri di Milton Caniff, inizia a scrivere da solo le sue storie. Comincia con “Anna nella Jungla” che esce in Argentina su “Supertotem”. Nel 1959 vive a Londra, dove produce, affiancato da sceneggiatori inglesi, alcuni racconti di guerra (apparsi nei numeri di War Picture Library), mentre continua a frequentare la Royal Academy of Watercolor. Nel 1962 realizza, firmando anche la sceneggiatura, “Capitan Cormorant” e “Wheeling”. Dal ’62 al ’67 esegue per “Il Corriere dei Piccoli” i disegni per “Le avventure di Simbad” e “Le avventure di Ulisse” e, su sceneggiatura di Mino Milani disegna “Billy James”, “le avventure di Fanfulla” e due adattamenti di Stevenson, “L’isola del tesoro” e “Il ragazzo rapito”. Nello stesso periodo collabora con Alberto Ongaro creando la serie “L’ombra”. Nel ’67, Pratt, per presentare al pubblico italiano la propria produzione argentina, i classici americani e le sue novità, insieme a Florenzo Ivaldi, lancia un mensile, “Sgt. Kirk”, dove esordisce il personaggio Corto Maltese. Attraverso le avventure del suo marinaio, Pratt si afferma come uno dei più importanti autori di fumetti al mondo. Il suo immaginario così colto e popolare al contempo, la perenne ricerca di uno stile grafico essenziale ed espressivo la consumata abilità narrativa lo rendono un punto di riferimento per chi voglia studiare le possibilità espressive della “Letteratura disegnata” (orgogliosa definizione data dallo stesso Pratt che, comunque preferiva farsi chiamare “fumettaro”). Oltre alla serie di Corto Maltese, Pratt è stato autore di un’altra serie d’avventura, “Gli scorpioni del deserto”, ambientata in Africa durante la seconda guerra mondiale e terminata da altri disegnatori dopo la sua morte. Ha collaborato alla collana “Un uomo, un’avventura, edita da Bonelli (allora Editoriale Cepim), con quattro storie: “L’uomo del Sertao”, “L’uomo della Somalia”, “L’uomo dei Caraibi” e “L’uomo del grande Nord” (quest’ultimo ripubblicato in seguito con il nome “Jesuit Joe”). “Tutto ricominciò con un’estate indiana” e “El Gaucho” sono invece brevi storie scritte per l’amico e allievo Milo Manara. Hugo Pratt scrisse anche alcuni romanzi d’avventura, perlopiù ispirati alle (o ispiratori delle) sue storie a fumetti. “Una ballata del mare salato” e “Corte Sconta detta Arcana” vedono, come protagonista nel loro corrispettivo a fumetti, ancora Corto Maltese (così come “Aspettando Corto”). Vittorio Giardino, oggi fumettista, racconta la prima volta che incappò ne “Una ballata del mare salato”: … “Tutto cominciò nel 1972. Allora non sapevo nemmeno chi fosse Hugo Pratt, il mio interesse per i fumetti si era ridestato da poco (dopo anni di letargo) con la rivista “Linus”. Dato che ho sempre amato il mare, quando vidi quel titolo bizzarro decisi di acquistare il libro e, ahimè, cominciai a leggerlo. Non smisi finché arrivai alla fine e poi ricominciai. Fu una rivelazione folgorante, non avevo mai letto niente di simile. Per la prima volta leggevo un fumetto che era un vero, grande romanzo a scrittura multipla, parole e disegni, forse anche suoni e odori. Dentro c’era il profumo dei mari del Sud, l’ironia e l’emozione dell’avventura ottocentesca, il disincanto della modernità e, in certi momenti, perché no?, anche la commozione. C’era il fascino di personaggi indimenticabili, complessi e contradditori, come Pandora, Slutter, Tarao, Rasputin e naturalmente lui, il marinaio con l’orecchino, il figlio di Nina di Gibraltar, Corto Maltese. E dentro c’erano echi e riferimenti alla letteratura, alla storia, al cinema, con citazioni ammiccanti e allusioni fuorvianti. Non avrei mai creduto che si potesse fare tutto ciò con il fumetto. … Sette anni dopo … abbandonavo il mio lavoro per mettermi a inventare, scrivere e disegnare fumetti nel tentativo di ricreare un miracolo simile a quello che avevo letto. Sono passati trentaquattro anni dal giorno in cui sfogliai quelle pagine per la prima volta, ma la loro magia non ha perso nulla del proprio potere. …”

Mary Titton

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14 giugno   -201

La notizia del giorno.

Londra: Gigantesco incendio a Grenfell Tower.

londra-incendio-fidanzati-579306.660x368(Gloria Trevisan e Marco Gottardi, due ragazzi italiani ancora dispersi)

Un incendio di enormi proporzioni è soppiato la notte scorsa nella Grenfell Toner, nella zona di North Kensington, non lontano da Notting Hill e ha continuato a bruciare per più di dodici ore. In soli 6 minuti, intorno alle 2:00 di notte, le fiamme hanno avvolto tutti i 24 piani dell’edificio abitati da 500 persone. Almeno 12 morti, 80 feriti, moltissimi i dispersi, tra cui due fidanzati italiani. Il papà di Marco racconta: «Siamo stati al telefono con i ragazzi fino all’ultimo istante, poi ci hanno detto che l’appartamento era invaso dal fumo e le comunicazioni si sono interrotte». Il numero delle vittime «è destinato ad aumentare», secondo quanto affermato da un funzionario di Scotland Yard, che precisa che le operazioni di ricerca proseguiranno per diversi giorni. Un bimbo lanciato nel vuoto dalla mamma è stato preso al volo da un uomo ed è salvo. “Era come l’11 settembre”. Testimoni raccontano di aver visto con i loro occhi alcuni residenti di Grenfell Tower saltare dalla finestra per sfuggire alle fiamme, il palazzone – abitato in prevalenza da famiglie di ceto popolare, non poche delle quali di origine straniera – si è ritrovato avvolto dalle fiamme fino in cima. L’edificio, che ha uno dei suoi affacci in Latimer Road, di fronte all’omonima stazione della metropolitana, fu costruito nei primi anni ’70 e completato nel 1974, di recente erano stati avviati i lavori per un’ampia risistemazione. Gli inquilini ricordano di aver protestato duramente di recente contro il rischio di incendi nel palazzo in seguito ai lavori effettuati dalla società che gestisce l’immobile per conto della proprietà pubblica e citando, tra l’altro, pericolosi difetti nell’impianto di cablaggio dell’edificio, sul sistema anti-incendio e e raccontano di piantine e istruzioni, in caso di fiamme, sbagliate.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

“Il Quarto Stato”, di Giuseppe Pellizza da Volpedo.

“È un tentativo che faccio per sollevarmi un pochino dalla volgarità dei soggetti che non sono informati ad una forte idea. Tento la pittura sociale”. Giuseppe Pellizza da Volpedo.

image001(Dimensioni cm 545×293. 1901, Museo del Novecento, Milano)

Il 14 giugno 1907, non ancora quarantenne, moriva suicida, impiccandosi nel suo studio, Giuseppe Pellizza da Volpedo. L’autore del quadro, capolavoro nella storia della pittura sulla soglia del XX secolo, “Il Quarto Stato”, nasceva nel 1868 a Volpedo, in provincia di Alessandria. Dapprima divisionista, poi esponente della corrente sociale, egli è soprattutto ricordato per aver eseguito la celeberrima tela. Pellizza, dopo aver assistito ad una manifestazione di protesta di un gruppo di operai, nel 1891, rimase molto impressionato dalla scena, tanto che annotò nel suo diario: “La questione sociale s’impone; molti si son dedicati ad essa e studiano alacremente per risolverla. Anche l’arte non dev’essere estranea a questo movimento verso una meta che è ancora un’incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore delle condizioni presenti”. Il quadro raffigura un gruppo di braccianti che marcia in segno di protesta in una piazza. L’avanzare del corteo non è violento, bensì lento e sicuro, a suggerire un’inevitabile sensazione di vittoria: era proprio nelle intenzioni del Pellizza dare vita ad “una massa di popolo, di lavoratori della terra, i quali intelligenti, forti, robusti, uniti, s’avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo che si frappone per raggiungere luogo ov’ella trova equilibrio”. Nel dipinto “Il Quarto Stato”, Pellizza intende celebrare l’imporsi della classe operaia, il quarto stato per l’appunto, a fianco al ceto borghese; il dipinto diventa una allegoria del mondo del lavoro subordinato e delle sue battaglie politico-sindacali, a cavallo tra i due secoli scorsi. L’opera è il frutto di oltre dieci anni di lavoro: iniziato quando Pellizza era ancora studente all’Accademia di Brera, verrà portato a compimento dopo una serie infinita di bozzetti, disegni, cartoni, prove, modifiche, sovrapposizioni, ricognizioni fotografiche, viaggi e ripensamenti. Stefano Zuffi, noto storico dell’arte, autore di numerosi volumi di divulgazione culturale, legati alla storia dell’arte descrive così il percorso, complesso e sofferto, dell’artista nel realizzare il suo celebre quadro:“Pellizza aveva cominciato già intorno al 1890 a preparare un quadro dal titolo “Ambasciatori della fame”: un gruppo di contadini in sciopero che si avvicina minacciosamente al palazzo dei proprietari terrieri. È possibile che le prime idee per il soggetto e per la composizione siano venute al giovane Pellizza grazie alla frequentazione di Plinio Nomellini, che dipingeva i disincantati camalli sulle banchine del porto di Genova. Nel corso dell’ultimo decennio dell’Ottocento l’opera cambia il titolo, vede variare il numero e il tipo dei protagonisti, le dimensioni si ingrandiscono, i bozzetti e i disegni preparatori si accumulano, la tecnica divisionista si perfeziona. Pellizza rinuncia a incarichi redditizi per dedicarsi alla concezione e alla lenta esecuzione del suo grande lavoro, perennemente incompiuto … Pellizza frena l’impeto dei primi schizzi, e lo sciopero animoso si trasforma in una marcia solenne e severa, non di contadini ma pittosto di operai: nasce “Fiumana” (1895-97), ampia tela oggi nella pinacoteca di Brera, in cui, secondo le parole del pittore stesso, i personaggi “intelligenti, forti, robusti, uniti, s’avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo”. Eppure, Pellizza non era ancora soddisfatto. Spinto dal drammatico intervento dell’artiglieria del generale Bava Beccaris contro gli scioperanti a Milano nel 1898, Pellizza ricomincia da capo, su una tela ancora più grande. Il quadro cambia ancora titolo: “Quarto Stato” allude alla Rivoluzione Francese di fine Settecento, quando il “Terzo Stato” (il ceto borghese) aveva rovesciato i privilegi dell’aristocrazia e dell’alto clero: ora bisogna prendere coscienza di una nuova realtà, la classe dei lavoratori delle industrie (Quarto Stato). Pellizza vuole dipingere un’opera degna della grande tradizione italiana. Per questo va a Firenze e misura attentamente le dimensioni dei personaggi della “Primavera” di Botticelli e del “Pagamento del tributo” di Masaccio; evita bandiere, simboli, pugni levati, propone piuttosto una riflessione di carattere sociale e umanitario. La presenza di una donna con un bambino fra i personaggi della prima fila (non prevista nelle prime elaborazioni della scena) ricorda che il problema di un equilibrato inserimento sociale non riguarda solo i lavoratori delle fabbriche, ma l’insieme delle loro famiglie. Esposto ancora fresco di pittura alla Quadriennale di Torino del 1902, con molte speranze da parte del pittore, il dipinto non riceve alcun premio e nessuno lo acquista. Stessa sorte per una successiva mostra a Roma. E all’Esposizione Universale di Milano del 1906 viene rifiutato perché troppo poco ottimistico. Per Pellizza è una delusione profonda; il dramma della morte della moglie Teresa, che aveva posato per la figura della donna nel “Quarto Stato”, lo spinge al suicidio. Il grande quadro resta malinconicamente in mano agli eredi fin dopo la Prima Guerra Mondiale. Nel 1920 un consigliere socialista del Comune di Milano, Fausto Costa, propone l’acquisto del dipinto. Acquistato grazie a una pubblica sottoscrizione, “Il Quarto Stato” viene esposto nel Castello Sforzesco. Durante il fascismo, tuttavia, la tela finisce arrotolata in un deposito. Recuperata dopo la Seconda Guerra Mondiale, non viene però collocata in un museo, ma a Palazzo Marino, nella sala delle riunioni della giunta comunale. Un restauro del 1976, reso necessario dalla quantità di nicotina depositata sulla tela, fa riscoprire l’importanza del dipinto e la necessità di renderlo stabilmente accessibile al pubblico. Dopo diverse presenze in mostre internazionali e un primo allestimento alla galleria d’Arte Moderna, il “Quarto Stato”, di Pellizza è stato infine scelto per aprire il percorso del Museo del Novecento inaugurato nel 2010, tre anni dopo il centenario della morte del grande e sfortunato pittore”.
Mary Titton

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13 giugno   -202

La notizia del giorno.

Trentasei anni fa la tragedia di Vermicino.

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Un monumento tra erbacce, palazzi, villette, oggi copre il terreno dove, dopo tre giorni di terribile agonia, morì un bambino di sei anni, Alfredino Rampi: trentasei anni fa scivolò in un pozzo artesiano a Vermicino, vicino a Roma, nel quale rimase sepolto vivo. In quei tre giorni del giugno 1981, a sperare assieme a migliaia di persone c’era, al fianco della mamma Franca Rampi, anche Sandro Pertini in lacrime. Era la prima volta del dolore in diretta. ”Spero che la vicenda di mio figlio sia almeno servita ad aiutare altre vite”, spiega da sempre Franca nel suo dolore dignitoso, poi trasformatosi in coraggio e impegno con la creazione del Centro Alfredino Rampi, che le ha dato la “forza di andare avanti”. Nel centro circa 240mila bambini e ragazzi partecipano ad incontri con i professionisti della sicurezza, come vigili del fuoco, volontari della protezione civile, speleologi e poliziotti. Allora, invece, c’era inesperienza e improvvisazione. Il coraggio e la tenacia non bastarono e i tg mandarono in onda la lunga diretta della sconfitta. Maurizio Bonardo, l’allora caposquadra della centrale di Roma dei vigili del fuoco, non si è mai dato pace per ”la promessa non mantenuta”. ”L’immagine della sagoma di Alfredino ricoperta dal fango non la dimenticherò mai – spiegò nel 2011 a distanza di 30 anni dalla vicenda. – Al padre, Nando ripetevo stai tranquillo, riporterò su tuo figlio. Purtroppo non è stato così. Il momento più brutto è stato quando abbiamo dovuto lasciare quel posto. Se fosse successo oggi, invece, con le nuove tecnologie avremmo potuto agire più rapidamente”. Molti dei soccorritori in prima linea, come Tullio Bernabei, capo speleologo dei soccorsi che allora aveva solo 22 anni, hanno ricordato quella sensazione di impotenza, che ha prodotto ”senso di colpa”, un rimpianto che scava una ”ferita non rimarginabile”. ”È mancata la riflessione tra tecnici. Forse si poteva contare di più su di noi – spiega Bernabei – Per me questa vicenda è come un tabù”. Angelo Licheri, fattorino di una tipografia, ribattezzato l”Uomo Ragno’, dopo essersi proposto per i soccorsi, era riuscito a resistere 45 minuti in quelle viscere appeso a una corda e a testa in giù. Ha parlato ad Alfredino raccontandogli favole, mentre nel frattempo gli toglieva il fango dagli occhi e dalle labbra. Quando Licheri è risalito era solo e in pessime condizioni. ”Lo afferravo e scivolava via, non potevo fare nulla”, racconta Licheri, che oggi a oltre 70 anni è su una sedia a rotelle. Pompieri, speleologi, eroi improvvisati, un fattorino esile e coraggioso chiamato ‘Uomo ragno’, contorsionisti e nani pronti a calarsi in una ‘cannuccia’ larga 30 centimetri per salvare un bambino di sei anni. Tutti gli italiani, incollati alla televisione, hanno sperato fino alla fine in un esito felice della vicenda. Alfredino resterà per sempre nel cuore e nel ricordo di tutti.

Avvenimenti e protagonisti del passato.

William Butler Yeats.

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Il poeta, drammaturgo, scrittore amico dei letterati più significativi del suo tempo da Oscar Wilde a John Millington Synge, da James Joyce a Thomas Stearns Eliot, da Virginia Woolf a Ezra Pound, (che per alcuni anni, gli farà da segretario) nasceva a Dublino, il 13 giugno 1886; il suo nome, William Butler Yeats, appartiene all’Empireo dei poeti sommi, tra i più grandi di ogni tempo. Premio Nobel per la letteratura 1923, con la motivazione: “Per la sua poetica sempre ispirata, che con alta forma artistica ha dato espressione allo spirito di un’intera nazione” Yeats oscilla a lungo tra la Londra decadente del XIX secolo e l’Irlanda in piena ebollizione indipendentista. Le sue prime poesie si caratterizzano per l’uso marcato di simboli ripresi da diverse tradizioni: quella irlandese impregnata di miti e folclore (Percy Bysshe Shelley esercitò su di lui una grande influenza e continuerà a farlo per tutta la vita), quella kabalistica, cattolica e grecoromana. Yeats fu sempre molto interessato al misticismo e allo spiritualismo (la moglie stessa si occupava assiduamente di scienze esoteriche e spesso amavano trascorrere lunghi soggiorni nelle torri irlandesi, occupati negli studi mistici). Già all’età di 24 anni il poeta irlandese pubblicava la sua prima raccolta di poesie, “I viaggi di Ossian”, un omaggio alla terra d’Irlanda. In seguito si focalizzerà sulla realtà storica e personale. Nel 1892 fondò la società Letteraria Irlandese. Qualche anno prima, nel 1889, Yeats conobbe Maud Gonne, una giovane ereditiera che aveva iniziato a consacrarsi al movimento nazionalista irlandese. Maud Gonne apprezzava particolarmente i poemi “The Isle of Statues” dell’autore irlandese il quale sviluppò, per la patriota Maud, un’infatuazione ossessiva che lei, tuttavia, respinse ostinatamente. A lei Yeats dedicò una delle sue più belle raccolte dal titolo “Il vento fra le canne”. Nel 1896 Yeats venne presentato a lady Augusta Gregory dal loro amico comune Edward Marty, la quale incoraggerà il nazionalismo di Yeats e lo persuaderà a continuare a scrivere opere teatrali. Anche se influenzato dal simbolismo francese, Yeats si concentrerà su testi di ispirazione irlandese; una tendenza rafforzata dall’emergere di una nuova generazione di autori irlandesi. Il 27 dicembre 1904 il poeta aprì l’Abbey Theatre e continuò ad occuparsi di teatro fino alla sua morte sia come membro del comitato direttivo, sia come drammaturgo. Dopo i sessant’anni Yeats soffrì di diversi disturbi cardiaci e respiratori a seguito dei quali si trasferì in Italia, a Rapallo dove per altro si ammalò gravemente di febbre maltese. Continuò tuttavia la sua intensa attività di poeta, drammaturgo e saggista fino agli ultimi giorni di vita, completando fra l’altro, nel ’37 la seconda edizione, radicalmente riveduta, del trattato “A Vision”, che espone il suo complesso sistema storico-astrologico. Morì, in Francia, il 28 gennaio del ’39 e fu sepolto a Requebrune. Nel ’48 la sua salma venne trasferita a Drumcliff, nella contea di Sligo in Irlanda. “Il posto che più ha influenzato la mia vita è Sligo” aveva detto Yeats. Infatti a Sligo, città della madre, il poeta trascorse lunghi periodi nell’infanzia e tornava periodicamente. Oggi la cittadina ospita una statua del poeta e organizza annualmente la Yeats International Summer School. Sulla lapide di Yeats è incisa un’iscrizione la stessa dettata dal poeta nella chiusa del poemetto “Under ben Bulben”:

Cast a col Eye

On Life, on Death

Horseman pass by

W. B. YEAT

Un poeta alla donna amata

Ti porto con mani religiose

i libri dei miei sogni innumerevoli,

o bianca donna che la passione ha consumato

come la spiaggia bigia consuma la marea,

e con cuore più vecchio del corno

colmato dal pallido fuoco del tempo:

o bianca donna dei sogni innumerevoli,

ti porto le mie rime di passione.

Canzone dell’amante

L’uccello sospira per desiderio d’aria,

Il pensiero per non so qual luogo,

Per il grembo il seme sospira.

Ora scende un medesimo riposo

Sulla mente, sul nido,

Sulle cosce sforzate.

Quando sarai vecchia

Quando sarai vecchia e grigia e di sonno onusta,

e sonnecchierai vicino al fuoco, prendi questo libro

e lenta leggi, e sogna il dolce sguardo

che avevano un tempo i tuoi occhi, e la loro ombra profonda.

In molti amarono i tuoi attimi di felice grazia

e amarono la tua bellezza con amore falso o vero,

ma un uomo solo amò la tua anima pellegrina,

e amò le pene del viso tuo che incessante mutava.

Piegati ora accanto all’ardente griglia del camino

e sussurra, con qualche tristezza, come l’amore scomparve,

e vagò alto sopra le montagne,

e nascose il suo viso in uno sciame di stelle.

Mary Titton

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Roma (Italia, Europa) soleggiato +32. Livorno (Italia, Europa) soleggiato 29. Rach Gia (Vietnam, Asia) sereno +30Abeokuta (Nigeria, Africa) pioggia +25. Maple Grove (Minnesota, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +20. Noosa (Queensland, Australia) nuvoloso +19.


12 giugno   -203

La notizia del giorno.

Elezioni comunali 2017.

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I comuni interessati alla consultazione sono 1.004. Nel dettaglio, 160 sono i comuni superiori ai 15.000 abitanti, di cui 25 comuni capoluogo di provincia (tra questi 4 comuni capoluogo di Regione: Palermo, Genova, Catanzaro e L’Aquila) e 844 i comuni inferiori ai 15.000 abitanti. Gli altri capoluoghi coinvolti sono Alessandria, Asti, Cuneo, Como, Lodi, Monza, Belluno, Padova, Verona, Gorizia, La Spezia, Parma, Piacenza, Lucca, Pistoia, Frosinone, Rieti, Lecce, Taranto, Trapani e Oristano. Sotto le attese l’affluenza che ieri ha chiamato alle urne 9,2 milioni di italiani in 1005 comuni: 60,07% in forte discesa rispetto al 66,85% rilevato nelle precedenti consultazioni. Si va al ballottaggio in quasi tutti i 21 capoluoghi di provincia e 4 capoluoghi di regione: la gran parte dei sindaci delle grandi città saranno eletti il prossimo 25 giugno, fa eccezione Palermo, dove Orlando è stato eletto sindaco al primo turno. Dai risultati emerge che il Movimento Cinque Stelle è fuori dai ballottaggi in tutte le grandi città, compresa Genova, patria di Beppe Grillo, che, su Facebook, rivendica la presenza capillare del Movimento e una crescita che sottolinea “è lenta ma c’è”. “Il M5S è stata la forza politica più presente a questa tornata elettorale. Gli altri partiti – dice Grillo – si sono camuffati, soprattutto il Pd che si è presentato in circa metà dei comuni rispetto al Movimento. I risultati sono indice di una crescita lenta, ma inesorabile … Tutti gongolano, esponendo raffinate analisi sulla morte del M5S, sul ritorno del bipolarismo, sulla fine dei Grillini. L’hanno detto dopo politiche, europee, regionali e referendum. Fate pure anche ora”. A Parma il sindaco uscente Federico Pizzarotti (Liste civiche) è vicino al 35% e se la vedrà al secondo turno con Paolo Scarpa del centrosinistra, a Lampedusa risulta sconfitta Giusi Nicolini. Il Pd si aggiudica quasi ovunque il secondo turno se in coalizione con la sinistra e il centrodestra viene premiato quando è unito, tanto da poter parlare di una rinascita dell’asse Fi-Lega a livello locale.

Avvenimenti e protagonisti del passato.

Margherita Hack, “Signora delle stelle”.

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La Hack era nata a Firenze, il 12 giugno 1922. Era considerata una delle astrofisiche italiane più importanti e una “madre nobile” della divulgazione scientifica in Italia. Fu la prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia e diede un forte contributo alla ricerca per lo studio e la classificazione spettrale di molte categorie di stelle. Atea convinta era celebre anche per il suo impegno politico. La scienziata era inoltre membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Unione Internazionale Astronomi e della Royal Astronomical Society. Nell’anniversario della sua nascita riportiamo una lettera che la Hack scrisse, nel 1998, su invito della redazione di “Lettere. Il mensile dell’Italia che scrive”. “Lettere” era una rivista epistolare, nata da un’idea della scrittrice Enza Ligioi, edita dalla Pineider, che pubblicava lettere di gente comune accanto a lettere di personaggi noti appartenenti al mondo della cultura, dello spettacolo, della politica, del mondo scientifico, dello sport  e così via. Ecco la lettera di Margherita Hack:

Cari extraterrestri,

una sola cosa è certa: non riceverete mai questa lettera. Ma voglio comunque immaginare che la riceviate e che mi rispondiate con la solerzia che la velocità della luce ci impone. Sappiamo già che nel nostro sistema solare, a distanza di minuti o ore luce, non c’è nessuna forma di vita, non dico intelligente, ma nemmeno piante o animali un po’ complessi. Forse su Marte ci sono stati miliardi di anni fa, quando il pianeta era ricco di acqua, delle forme molto elementari, batteri o alghe. Poi la massa del pianeta, troppo piccola per trattenere l’atmosfera e il vapor acqueo, non ha reso possibile il progredire verso forme di vita più complesse; il ripetersi insomma di quello che è successo sulla Terra. Nessuna speranza per gli altri pianeti o satelliti del sistema solare. Mercurio e Luna sono completamente privi di atmosfera e la loro temperatura nell’emisfero esposto al sole è di 400 e 100 gradi centigradi rispettivamente, per scendere a 100 sotto zero nella parte in ombra. Su Venere, che ha massa e raggio tanto simili alla Terra, da poterla considerare quasi una sua gemella, c’è un’atmosfera così spessa e opaca che l’effetto serra è formidabile: la temperatura è costante di giorno e di notte su tutto il globo ma raggiunge 500 gradi centigradi. Andrebbe bene per le mitiche salamandre. Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone coi loro satelliti sono troppo lontani dal Sole e troppo freddi. Difficile pensare a forme di vita nei gelidi oceani di metano e azoto dei pianeti giganti. Forse ospiteranno anche molecole molto complesse, molecole prebiotiche, ma non vita sui loro satelliti. E allora, cari extraterrestri, certamente non appartenete a questo nostro minuscolo villaggetto che è il sistema solare. Però entro un raggio di cento anni luce da noi, abbiamo finalmente trovato prove indirette ma certe, della presenza di grossi pianeti in orbita attorno a una decina di stelle, con caratteristiche simili al Sole. A noi sarebbe piaciuto trovare anche delle terre, e queste probabilmente ci sono, ma la loro massa è troppo piccola per causare quei disturbi gravitazionali al moto della loro stella, che ci rivela invece la presenza di “giovi”. Fra qualche decennio, o forse anche meno, la nostra tecnologia ci permetterà di scoprire anche la presenza di “terre” e forse di vedere direttamente l’immagine di alcuni “giovi”. Chissà se qualcuno di voi extraterrestri abita su quelle “terre” ad appena 50 o 100 anni luce da noi. Chissà se avrete le stesse nostre curiosità, se come noi vi state domandando: “Siamo soli nell’universo?”. Forse, poiché il vostro sole è simile al nostro, e ha circa la stessa età, 5 miliardi di anni, anche il vostro stadio evolutivo potrebbe essere abbastanza simile al nostro. È molto improbabile, ma non da escludere. Se anche voi volete farci sapere che ci siete, potreste aver mandato un segnale radio o luminoso, modulato, chiaramente artificiale. Nella speranza che oggi i nostri radiotelescopi del progetto internazionale SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence) riescano a captarlo, sapremo che l’avete lanciato 50 o 100 anni fa. E se noi saremo capaci di rispondere, ci sentirete fra altri 50 o 100 anni. Ma è più probabile che esseri intelligenti e tecnologicamente avanzati siano abbastanza rari, perché sono necessarie molte condizioni stringenti affinché questi possano svilupparsi. Tuttavia io credo che voi, cari extraterrestri, siate certamente presenti nella nostra galassia, e in tutto l’universo. Ci sono infatti almeno 400 miliardi di stelle nel nostro continente stellare che chiamiamo Via Lattea e 40 milioni di miliardi nell’universo. Anche se solo una stella su un milione avesse un pianeta adatto allo sviluppo della vita, ce ne sarebbero 400.000 nella Via Lattea e 40 milioni di  miliardi nell’universo su cui ci sarà o potrà svilupparsi vita intelligente. Ma i nostri segnali radio dovrebbero viaggiare nello spazio per migliaia e decine di migliaia di anni attraverso la nostra Galassia prima di avere una qualche probabilità di incontrare qualcuno di voi. E se caso mai arrivasse a destinazione, anche la civiltà che l’aveva lanciato sarebbe probabilmente estinta. Quindi, cari extraterrestri, sono certa che ci siate, in vari punti dell’universo, ma sono ancora più certa che non riusciremo mai a conoscerci.

Buon Anno terrestre. (Margherita Hack)

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) sole +30. Livorno (Italia, Europa) idem. Urmia (Regione dell’Azarbaijan occidentale, Iran, Asia) per lo più soleggiato +32Popenguine (Senegal, Africa) soleggiato +31Fresno (California, Stati Uniti d’America) sereno +13. St. Kilda (Victoria, Australia) sereno +7.


11 giugno   -204

La notizia del giorno.

Un po’ di sport.

Qualificazioni mondiali 2018: Italia Liechtenstein 5-0.

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Alla Dacia Arena di Udine, nella sesta sfida di qualificazione mondiale, l’Italia batte 5-0 il Liechtenstein e continua la sua marcia (5 vittorie e 1 pari) in vetta al Gruppo G con la Spagna, che ha vinto a Skopje 2-1. L’Italia affronterà le Furie Rosse il prossimo 2 settembre al Santiago Bernabeu di Madrid e, per evitare lo spareggio da secondi, dovrà vincere perché la differenza reti resta ampia: +18 la Spagna, +14 l’Italia. I goal: al 35’ Insigne servito da Spinazzola; al 52’ Belotti, servito da Insigne; al 74’ Eder su invito di Belotti; all’83’ il neo entrato Bernardeschi, servito da Chiellini e con l’aiutino di Jehle; nel primo minuto di recupero (91’), Gabbiadini timbra il 5-0 con cui si chiude il match. La vittoria nell’ultima partita della stagione è arrivata, la goleada attesa solo a metà, il ct azzurro Giampiero Ventura rimprovera ai suoi giocatori la fretta nel primo tempo, aggiungendo a Rai Sport: “Nel secondo tempo abbiamo fatto le cose come dovevamo, le occasioni sono arrivate a raffica, e i gol sono arrivati. Ecco cosa intendevo quando parlavo di pazienza: ricordiamocelo a Madrid”.

Formula 1, Gp Canada: doppietta Mercedes con Hamilton e Bottas.

Lewis Hamiton ha vinto sul circuito di Montreal, nella prova canadese del Mondiale, dominando la gara dall’inizio alla fine e imponendosi con estrema sicurezza. Al secondo posto il compagno di scuderia Bottas, terzo l’australiano Ricciardo con la Red Bull, mentre Sebastian Vettel con la Ferrari guadagna il quarto posto, al culmine di una rimonta strepitosa, dopo una falsa partenza. Settimo, invece, il finlandese Kimi Raikkonen, penalizzato da un problema nel finale di gara. Il protagonista è stato Vettel che, all’accensione del semaforo verde, è stato più lento di Hamilton, con il quale condivideva la prima fila, poi Max Verstappen gli ha toccato l’ala anteriore della Ferrari, costringendolo a un rientro immediato ai box. Vettel è ripartito dalla 18/a posizione e, da quel momento, ha dovuto affrontare una gara tutta in salita, fatta di sorpassi spericolati, ma realizzati con una determinazione magnifica. Vettel avrebbe meritato il podio, ma è arrivato quarto, frenato dalle Force India di Perez e Ocon, un pilota di cui si sentirà parlare, che oggi ha solo 20 anni, ma si comporta già come un veterano. Vettel: “È stata una giornata un po’ così, la macchina era veloce, ma gli eventi che si sono verificati in partenza hanno condizionato tutta la gara. La macchina oggi meritava un’altra posizione, sono stato invece costretto a rimontare dopo avere cambiato l’ala anteriore all’inizio. Abbiamo pagato una penalità alla sosta, è stata una sosta gratuita”. Così, ai microfoni di Sky, Sebastian Vettel ha commentato il Gp del Canada, a Montreal. Per Raikkonen, finito al settimo posto: per la Ferrari una giornata complicata.

MotoGP Montmelò, Dovizioso vince e va a – 7 da Vinales.

Una storica doppietta in sette giorni per Andrea Dovizioso e la Ducati, che dopo il Mugello trionfano anche nel Gp di Catalogna, settima prova del Mondiale. Il forlivese ha vinto in solitaria, precedendo sul traguardo di Montmelò le due Honda di Marc Marquez e Dani Pedrosa. Quarta l’altra Ducati di Jorge Lorenzo, in testa per diversi giri, davanti a Zarco, Folger e Bautista, male le Yamaha: Valentino Rossi è 8° e Maverik Vinales, leader della classifica mondiale, 10°.

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) sereno +28. Metulla (Israele, Asia) per lo più soleggiato +26Mzuzu (Malawi, Africa) parzialmente nuvoloso +22. Porlamar (Nuova Sparta, Venezuela, Sudamerica) parzialmente nuvoloso +27Greymouth (West Coast, Nuova Zelanda, Oceania) lievi rovesci di pioggia +9.


10 giugno   -205

La notizia del giorno.

Papa Francesco in visita ufficiale al Quirinale.

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È iniziata intorno alle 11:00 la visita ufficiale di papa Francesco al Quirinale. Il Pontefice è giunto a bordo della sua Ford Focus nel cortile d’onore del Palazzo, dove è stato accolto dagli onori militari e, sceso dalla macchina, ha salutato, con una calorosa stretta di mano, il capo dello Stato che lo attendeva sulla soglia del Palazzo. Al Papa sono stati resi gli onori militari, come accade per un capo di Stato, ma da fermo, nel senso che Francesco non ha sfilato davanti alle forze armate schierate. “Francesco, Francesco” hanno intonato gli scolari delle scuole delle zone colpite dal sisma che sono venuti al Colle in occasione della visita. Mattarella e Francesco si sono ritirati nello studio alla Vetrata per il colloquio privato durato una trentina di minuti, al termine la benedizione del Papa ai tre figli e quattro nipoti del presidente. Il capo dello Stato ha donato al papa un fermaglio realizzato dal “Nobil collegio degli orafi e argentieri di Roma”, sul cui retro è predisposta la struttura per essere agganciato al piviale. Papa Bergoglio, da parte sua, ha portato un’icona di autore anonimo datata fine XVII inizio XVIII secolo. Sulla superficie dipinta in tonalità giallo chiara sono raffigurati a figura intera i due apostoli Pietro e Paolo, al centro, sopra di loro, nell’atto di benedirli, è raffigurato il Cristo a mezzobusto nel cielo blu scuro stellato. Le prime parole del papa nell’incontro privato esprimono un caloroso ringraziamento al nostro Paese: “Grazie signor presidente per ciò che state facendo, per la generosità dell’Italia nei confronti dei profughi e degli immigrati”. E Mattarella; “È un nostro dovere, santità. Speriamo che anche la comunità internazionale e quella europea se ne facciano sempre più carico, per agire insieme”. “Le nuove generazioni – ha sottolineato il papa – hanno il diritto di poter camminare verso mete importanti e alla portata del loro destino, in modo che, spinti da nobili ideali, trovino la forza e il coraggio di compiere a loro volta i sacrifici necessari per giungere al traguardo, per costruire un avvenire degno dell’uomo, nelle relazioni, nel lavoro, nella famiglia e nella società”. Nel Salone dei Corazzieri si sono tenute, invece, le dichiarazioni ufficiali con l’appello comune all’accoglienza dei profughi e il richiamo del papa a chi ha responsabilità in campo politico e amministrativo per un “paziente e umile lavoro” per il bene comune, che “cerchi di rafforzare i legami fra gente e istituzioni”. Poi, con un fuori programma, i due, fra cui si nota grande sintonia e cordialità, sono usciti ad incontrare nei giardini del Colle i ragazzi e le famiglie delle zone terremotate, che li hanno salutati con molti applausi. Bergoglio li ha rincuorati: “Coraggio, state su, bisogna salire. Come dice quella bella canzone degli alpini, l’arte della salita sta non nel non cadere, ma nel non restare caduti”.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Signore e Signori … ecco a voi “The Ginius”, Ray Charles!

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Il 10 giugno 2004 muore, a Beverly Hills, in California “The Genius”, Ray Charles, leggenda della musica. Cantante di grandissimo spessore (Charles venne spesso citato, soprattutto dal critico Victor Bollo, per l’uso della sua voce “come se fosse un sassofono”) e superbo pianista, è stato un vero e proprio pioniere della rivoluzione “black” anni “Cinquanta”, attraverso il Rythm&blues, il gospel, il blues, il  jazz e perfino il country. Charles aveva studiato composizione alla St. Augustine School, un istituto specializzato per l’educazione dei ragazzi non vedenti. Fu qui che conobbe appieno la musica ed imparò a comporre, a suonare strumenti musicali e a sviluppare il suo dono musicale; gli venne insegnata, però, solamente musica classica, quando lui avrebbe invece voluto suonare ciò che sentiva spesso alla radio: lo swing, il jazz di Nat King Cole, il blues di Charles Brown. Ray Charles era nato povero, ad Albany in Georgia, nel sud segregazionista degli Stati Uniti d’America. I genitori, poverissimi, in realtà non furono mai sposati e, anzi, il padre aveva formato altre tre famiglie, lasciando presto la compagna e i due figli. La morte del fratellino annegato in una tinozza davanti agli occhi di Ray, lo segnò profondamente per tutta la vita anche perché, essendo anche lui un bambino, non gli fu possibile intervenire per salvarlo. All’età di cinque anni iniziò ad avere problemi con la vista fino a diventare cieco poco tempo dopo. Lui stesso non capì mai chiaramente il motivo del suo handicap; alcune tesi affermano che fosse stato dovuto a un glaucoma, secondo altre, il motivo fu un’infezione mai curata causata dal contatto con acqua saponata. Ray aveva imparato il braille e nonostante la cecità e le difficoltà di una vita durissima seppe imporsi con determinazione, grazie al talento, a una forte determinazione e al suo bisogno di esprimersi attraverso la musica: “Sono nato con la musica dentro di me. È la sola cosa che conosco”, aveva scritto nella sua autobiografia. La madre di Ray lo incoraggiò sempre a non mollare mai, a battersi fino all’ultimo: “Non essere lo storpio di nessuno” gli ripeteva “tu sei cieco, non stupido”. Ray iniziò a lavorare come musicista in Florida e nel ’47 si trasferì a Seattle. Il suo primo singolo a entrare nella classifica R&B, nel ’51 fu “Baby, Let Me Hold Your Hand”. La sorte di Ray cambiò con un contratto per l’Atlantic Records. Qui pubblicò una serie di pezzi straordinari: “I got a woman”, “This little girl of mine”, “Hallelujah I love her so” e “What’d I say”, una canzone che mescola lo spirito rock and roll con una linea modernissima di piano elettrico. A questo proposito resta memorabile l’esibizione di Ray Charles allo Herndon Stadium di Atlanta, Georgia, il 28 maggio 1959 quando Charles propose per la prima volta, ufficialmente, non la jam improvvisata dei concerti precedenti, ma un brano diverso dagli altri. Una canzone che nasceva sostanzialmente da un’improvvisazione che Charles e la sua band, nel dicembre del ’58, avevano fatto a conclusione di un concerto. Al primo ascolto poteva sembrare un brano come tutti gli altri, Charles aveva già inciso altri grandi successi; ma quel pezzo avrebbe segnato una svolta non tanto nella carriera di Ray, quanto nella storia della popular music. Ecco come ce la racconta Ernesto Assante ne “I giorni del rock”, Edizioni White Star: “La leggenda vuole che Charles avesse ancora una decina di minuti a disposizione e che, per riempirli, avesse chiesto alla band e alle “Raelettes”, gruppo di coriste, di seguirlo in quello che avrebbe fatto, iniziando con dei riff e arrivando poi al classico Call & Response del gospel, sia con le coriste sia con la band. L’effetto fu dirompente e Charles iniziò a proporre l’improvvisazione alla fine dei concerti per molte sere consecutive. “What’d I Say” era una bomba lanciata contro le abitudini del mercato musicale americano, rigorosamente diviso secondo un criterio razziale, la musica afroamericana per i neri, il pop per i bianchi, perché proponeva una nuova categoria, quella della soul music, dalle radici inconfondibilmente nere ma fatta per essere ascoltata da un pubblico molto più ampio e indifferenziato, una musica che incontrava il gusto, i sentimenti, la vita della gente in maniera diretta e inequivocabile, abbattendo il muro della race music una volta per tutte. “What’d I Say”, cantata in coro allo stadio di Atlanta, segnava l’inizio di una nuova era, quella della soul music, che insieme al rock avrebbe cambiato di lì a poco la musica popolare in tutto il mondo: il brano, nei giorni successivi, scalò le classifiche, e non solo quelle dedicate alla musica afroamericana, ma anche quelle del pop. Ed era la prima volta che questo accadeva in maniera così chiara e dirompente. Il mondo stava cambiando”. La canzone è stata nominata come la decima migliore di tutti i tempi nella lista delle 500 migliori canzoni secondo la rivista “Rolling Stone”. Successivamente, alla fine degli anni cinquanta, Ray Charles passò alla ABC Records. Nella prima metà degli anni sessanta, firmò “Unchain My Heart” e “Hit the Road Jack”, due pietre miliari che unite alla ultra celebre “Georgia on my mind” gli hanno permesso di vivere di rendita. Dopo una sperimentazione in territorio country (I Cant’Stop loving You) scrisse canzoni di grande impatto emotivo come “You Are My Sunshine”, “Take These Chains from My Heart” e “Crying Time”. Nel ’65, però, Ray Charles fu costretto a fermarsi per problemi di tossicodipendenza (vizio probabilmente contratto all’epoca in cui, da giovane musicista nero, frequentava il “chitlin’ circuit”, il circuito dei locali di blues e jazz). I problemi legati alla droga lo tennero lontano dai palchi e dalla musica. Il ritorno, un anno dopo, fu doloroso e sofferto. Abbandonò i territori del soul e del rock a favore di un pop di maniera, forse eccesssivamente arrangiato. Nel 1980 partecipò al film “The Blues Brothers” (pellicola cult con John Belushi e Dan Ackroyd) che ne rilanciò la figura. È da segnalare lo splendido film a lui dedicato, del 2004, “Ray”, del regista Taylor Hackford, con Jamie Foxx nel ruolo del protagonista che, grazie all’interpretazione del grande artista non vedente, vinse un Golden Globe, un BAFTA e un Oscar come miglior attore protagonista.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +30. Livorno (Italia, Europa) idem. Tsingtao (Shandong, Cina, Asia) sereno con nuvolosità sparsa  +20Hermanus (Sudafrica) lievi rovesci di pioggia +19. Royal Oak (Michigan, Stati Uniti d’America) nuvoloso +24Nuku’alofa (Oceania) sereno con nuvolosità sparsa +22.


9 giugno   -206

La notizia del giorno.

Elezioni in Gran Bretagna: risultati shock, flop May.

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Teresa May è prima, ma non ha la maggioranza assoluta: una vittoria la sua, che in realtà è una sconfitta bruciante. In queste elezioni il partito conservatore avrebbe perso 12 seggi rispetto ai 330 su cui poteva contare in precedenza, mentre i Labour ne guadagnano 31. “La Gran Bretagna adesso ha bisogno di certezze … Let’s work!” ha detto la May in una breve dichiarazione, durata poco più di cinque minuti, dopo aver incontrato alle 12.30 (le 13.30 in Italia), a Buckingham Palace, la regina Elisabetta che l’ha autorizzata a formare un nuovo esecutivo. La premier conservatrice è pronta a nominare i ministri già in giornata. L’esecutivo avrà l’appoggio degli unionisti nordirlandesi del Dup che, con i suoi 10 seggi, si è detto disposto a trattare per un governo di coalizione. Già nella notte, man mano che si profilava la perdita della maggioranza, Theresa May è riuscita a ottenere un accordo di massima con i nord irlandesi unionisti (Dup), che, secondo quanto riferiscono alcune fonti, sosterranno l’esecutivo di minoranza dall’esterno sulla base di un rapporto di fiducia: “Vogliamo che nasca un governo, abbiamo lavorato bene con May – ha spiegato una fonte del partito – e l’alternativa è inaccettabile: fin a quando Corbyn sarà il leader del laborur, noi faremo in modo che vi sia un premier Tory”. In cambio, il Dup avrebbe concessioni strategiche, come la certezza che nel negoziato su Brexit non vi sarà posto per uno status speciale che veda l’Irlanda del Nord nella Ue. James Corbyn, leader del partito laburista, attacca la May: “Ora si dimetta, siamo pronti a governare … Abbiamo cambiato la politica, in meglio … Basta austerity. Spazio a un governo che rappresenta tutti”. A Bruxelles il fatto che la May non ha ottenuto la maggioranza assoluta per il suo partito alla Camera dei Comuni è interpretato come una bocciatura della “Hard Brexit” su cui la premier aveva fatto campagna elettorale. Fonti comunitarie non escludono che il futuro governo possa “modificare il mandato negoziale” contenuto nella lettera del 29 marzo, con cui Londra ha attivato le procedure di uscita dall’Ue, per adottare una posizione più morbida sulla Brexit e permettere al Regno Unito di restare nel mercato unico o nell’unione doganale.

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +30. Livorno (Italia, Europa) per lo più soleggiato +30. Varanasi (Uttar Pradesh, India, Asia) foschia +34. Bahar Dar (Etiopia, Africa) parzialmente nuvoloso +22Seward (Alaska, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +22. Ngerulmud (Melekeok, Palau, Oceania) parzialmente nuvoloso +26.


8 giugno   -207

La notizia del giorno.

Vaccino contro il tumore al seno.

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Si tratta di un vaccino terapeutico con lo scopo di aumentare i tassi di guarigione del tumore mammario ad alta aggressività. Il vaccino è stato messo a punto da una piccola biotech di Taiwan, che ha coinvolto Stati Uniti, Spagna, Francia, Germania e Italia. La ricerca è stata ritenuta così interessante che gli esperti hanno deciso di intraprendere uno studio clinico di fase 3 mondiale (sperimentazione definitiva sui pazienti per valutare l’efficacia di un farmaco). Tra i coordinatori della ricerca è stato selezionato il professor Michelino De Laurentiis, direttore di Oncologia medica senologica del Pascale di Napoli. Secondo lo studio il vaccino sarà somministrato a donne colpite da tumore “triplo-negativo”, una forma che viene osservata principalmente in giovane età, subito dopo l’intervento chirurgico al seno. Nel 2018 partirà la sperimentazione avanzata della fase III a cui verranno sottoposte 350 pazienti, con l’obiettivo di fornire risultati definitivi su tale vaccino contro il tumore al seno. I risultati preliminari sono stati già presentati a Chicago nell’ambito del Congresso ASCO (American Society of Clinical Oncology) e discussi da un ristretto numero di esperti mondiali, fra cui il professor Michelino De Laurentiis della Fondazione Pascale di Napoli, che è l’unica struttura oncologica italiana a prendere parte allo studio. “Lo studio apre nuovi scenari nella cura del cancro mammario – spiega De Laurentiis – perché offre un’opzione terapeutica nuova e potenzialmente ben tollerata per neoplasie così aggressive”. Il ruolo del Pascale nello sviluppo del vaccino sarà primario a livello mondiale, visto che lo specialista ha già ottenuto il via libera a condurre ulteriori studi insieme alla sperimentazione principale per combinare il vaccino con farmaci immunoterapici di prima generazione in fase metastatica. “La disponibilità del vaccino nel nostro polo oncologico – precisa De Laurentiis – si prospetta come un’opportunità per le pazienti affette da tumore mammario per avere accesso a trattamenti ad alta innovatività. I farmaci immunoterapici attuali, così detti inibitori dei checkpoint immunologici, agiscono rimuovendo il freno immunologico che il tumore tiene premuto per evitare di essere attaccato dal sistema immunitario. Ne consegue un’attivazione generica dello stesso sistema immunitario che ha il potenziale negativo di scatenare patologie autoimmunitarie nell’organismo. Inoltre, questa risposta immunitaria, proprio perché in qualche modo generica, non è sempre efficace contro il tumore. E questo è, forse, uno dei motivi per cui l’immunoterapia ha avuto, per ora, successi limitati nelle forme tumorali meno immunogene, come il tumore della mammella. I vaccini terapeutici, invece, mirano a scatenare una risposta immunitaria altamente specifica contro il tumore, in teoria potenzialmente più efficace e con meno effetti collaterali”.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Luigi Comencini.

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Quasi un secolo fa, l’8 giugno 1916, nasceva, a Salò, Luigi Comencini uno dei padri della commedia italiana insieme a Dino Risi, Mario Monicelli, Ettore Scola. Comencini trascorse l’infanzia a Parigi dove si innamorò del cinema. Rientrato in Italia studiò architettura al Politecnico di Milano; ancora laureando, insieme all’amico Alberto Lattuada fece parte della rivista “Corrente”, fondata nel ’38 da Ernesto Treccani. Lavorò quindi come architetto e critico cinematografico per l’ “Avanti” e il settimanale “Il Tempo”. Insieme al fratello, Alberto Lattuada e Marco Ferrari fondò la “Cineteca italiana” di Milano, il primo archivio italiano. Nel ’46 esordì con un cortometraggio, “Bambini in città”. Nei suoi lavori, l’infanzia, sarà un tema ricorrente: “Non è che i bambini mi piacciano in modo speciale”, spiegò molti anni dopo, “È che sono una specie a parte, generalmente indifesa e oppressa dagli adulti”. Attraverso i loro occhi il mondo si vede meglio e nelle loro rabbie, gioie, anche egoismi, trovo spesso molta più schiettezza che negli adulti”. I temi ricorrenti della sua Opera saranno appunto le categorie più indifese come le donne, gli emarginati, e i bambini. Comencini, nella sua lunga carriera, ha diretto i maggiori attori italiani, tra cui Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida in “Pane, amore e fantasia, del ’53 seguito l’anno successivo da “Pane, amore e gelosia”, lanciando così la commedia italiana. In seguito, abbandonata la saga e dopo alcuni film di compromesso (a parte “La finestra sul Luna Park”, del ’57, uscito in sordina e oggi ritenuto uno dei suoi film migliori), dirige Alberto Sordi in “Tutti a casa”, del ’60, in quello che generalmente è considerato il suo capolavoro, una tragicommedia sull’Italia del dopo 8 settembre. Sul tema della resistenza realizza anche “La ragazza di Bube”, con Claudia Cardinale e George Chakiris, del ’63, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Cassola, cui seguono il drammatico “Incompreso”, del ’66, “Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano”, del ’70. Dirige ancora ne “Lo scopone scientifico” attori del calibro di Bette Davis, Alberto Sordi, Silvana Mangano e Joseph Cotten nel ’72, “La donna della domenica”, con Jacqueline Bisset, nel ’77, “Il gatto”, con Mariangela Melato e Ugo Tognazzi. Dirige Nino Manfredi e la Lollobrigida, nel ruolo di Fata turchina, in uno sceneggiato televisivo di grande successo, “Le avventure di Pinocchio” del  ’72. Nel ’76 la Rai lo ingaggia per girare un documentario sull’amore negli anni settanta in Italia, “L’amore in Italia”, un’inchiesta in cinque puntate. Per la televisione, inoltre, dirige “Cuore” dell’84, “La Storia” dell’86; tra i suoi ultimi lavori cinematografici vanno ricordati, tra gli altri, “Voltati Eugenio”, dell’80 e “Marcellino pane e vino”, del ’92. La sua attività di regista e sceneggiatore è tra le più ricche del cinema italiano: “Lavoratore instancabile, burbero all’apparenza, curioso è stato il patriarca illuminato in una famiglia tutta di donne, favorendone con l’esempio l’inserimento nel mondo del cinema. Negli ultimi anni della sua carriera ha tenuto a battesimo gli esordi nella regia delle figlie Francesca e Cristina”. Francesca Comencini ha avuto modo di dichiarare: “Quello che mi ha fatto sempre ammirare il lavoro di mio padre è stata la sua chiarezza e attenzione per il pubblico. Il suo impegno alla divulgazione e all’educazione. E per questo credo che abbia avuto il grande merito, insieme ad altri, di aver formato non solo degli spettatori ma anche dei cittadini”. E, a proposito della continuità artistica con il padre commenta: “È come se io e mia sorella Cristina ci fossimo divise la sua eredità di temi e linguaggi. Lui amava molto i personaggi fragili, i personaggi schiacciati dalla società, quelli più deboli come i bambini, del resto. E li seguiva e li accompagnava con grande commozione e partecipazione perché era sempre dalla parte degli antieroi”. A sottolineare queste considerazioni è indicativa la scelta di Comencini di trasporre cinematograficamente uno dei personaggi più belli della letteratura italiana, quello tratto dal romanzo di Cassola “La ragazza di Bube” (per il quale lo scrittore venne insignito del premio Strega nel ’60), in cui la componente storico-politica si limita a fungere da sfondo ad una vicenda di carattere prevalentemente individuale e psicologico, dove si riconoscono chiaramente delle tematiche meno proprie del Neorealismo. Durante tutto lo svolgimento del film (come nel romanzo) la prospettiva dominante è quella di una giovane donna colta nei suoi dubbi e nel suo sviluppo interiore (una sorta di superamento della corrente del Neorealismo). Per le sue analisi di carattere intimista, Comencini venne impropriamente definito appartenente al Neorealismo rosa. In realtà il film, similmente al romanzo, accanto alle vicende dei protagonisti, racconta con profondità un dopoguerra in cui le aspettative di chi ha combattuto verranno deluse in mezzo ai rancori della lotta fratricida tra fascisti e partigiani. Su tutto si staglia la figura della protagonista, interpretata in modo straordinario da Claudia Cardinale, che da ragazza immatura, di provincia, povera e un po’ selvaggia, capendo di essere l’unica àncora morale di salvezza di Bube, il suo fidanzato condannato a quattordici anni di carcere per avere ucciso un brigadiere per vendicare un suo compagno di lotta, non se la sente di abbandonarlo, anche se nel frattempo si è affezionata ad un altro ragazzo con il quale potrebbe condurre una vita meno sacrificata: “E cattiva la gente che non ha provato il dolore. … Perché quando si prova il dolore, non si può più voler male a nessuno.” Dopo aver pubblicato il libro autobiografico “Infanzia, vocazione, esperienze di un regista”, nel ’99, Luigi Comencini muore, a Roma, all’età di 90 anni a causa dell’aggravarsi della malattia di Parkinson, da cui era stato colpito una quindicina di anni prima.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +30. Livorno (Italia, Europa) sereno +30. Bikaner (Rajasthan, India, Asia) sereno +38Sarh (Ciad, Africa) parzialmente nuvoloso +34. Villarrica (Paraguay, Sudamerica) per lo più soleggiato +21Yandina (Queensland, Australia, Oceania) sereno +14.


7 giugno   -208

La notizia del giorno.

Bimba dimenticata in auto dalla mamma.

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Una bimba di 18 mesi, di nome Tatiana, è morta a Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo, perché è rimasta cinque ore chiusa nell’auto sotto il sole, dimenticata lì dalla mamma. La donna sarebbe uscita con la bambina a bordo con l’intenzione di lasciarla all’asilo, ma poi, convinta di avere accompagnato la piccola all’asilo nido, si è diretta verso il posto di lavoro: il Comune di Castelfranco, dove è segretaria comunale. Ha parcheggiato l’auto, una Lancia Ypsilon, nella piazza davanti al Comune, al sole, e si è accorta della piccola solo quando, dopo circa sei ore, è tornata a bordo della vettura trovando la bimba ormai morta. Facendo retromarcia per uscire dal parcheggio, si è girata verso il sedile posteriore e ha visto la bimba sul seggiolino, immobile. Tatiana è rimasta bloccata nella vettura dalle 8 alle 14. Con un “urlo straziante” la madre ha dato l’allarme, alcuni passanti hanno provato ad intervenire con l’aiuto di un defibrillatore, ma la piccola sarebbe stata già in arresto cardiaco e per lei non c’è stato niente da fare. Inutile anche il soccorso del 118, che aveva immediatamente attivato l’elisoccorso Pegaso. Sul posto si sono recati i carabinieri e il sostituto procuratore di Arezzo Andrea Claudiani, che hanno ascoltato la madre, alcuni testimoni e il padre della piccola, che era figlia unica. “Non mi sono accorta di niente, non l’ho proprio vista” ha detto tra le lacrime e sotto choc la madre ai carabinieri e al pm Andrea Claudiani della procura di Arezzo. Ora rischia le accuse di omicidio colposo e abbandono di minori. Considerata una madre “attenta e premurosa” e “molto affidabile”, a marzo, aveva pubblicato su facebook il link ad un articolo di un quotidiano: “Maternità e lavoro, perché le donne non ce la fanno più”. Per i carabinieri sarebbe stato un vero e proprio “black out mentale” a causare la tragedia. Bernardo Carpiniello, presidente della Società Italiana di Psichiatria, spiega: “È molto difficile formulare ipotesi senza conoscere bene il contesto. Una cosa che si può dire è che quando si ripetono tutti i giorni i medesimi comportamenti legati a delle routine, per esempio andare al lavoro, spesso capita che durante il percorso entrano in gioco automatismi che rendono possibile guidare seguendo con il nostro pensiero contenuti mentali, preoccupazioni, fatti avvenuti, concentrandosi in noi stessi. Noi andiamo come in automatico e tutto sommato il fatto che ci ritroviamo nel luogo alla solita ora è una conferma che le cose si sono svolte senza intoppi, e in una situazione del genere può non emergere la dimenticanza. A tutti capita magari di andare in auto in qualche luogo usuale e non ricordarsi neanche come ci si è arrivati, questo perché abbiamo una memoria delle procedure altamente automatizzata”. Non è il primo caso di genitori che “cancellano” dalla loro mente la presenza dei figli in auto, magari sono convinti di averli accompagnati a scuola e poi se ne vanno tranquillamente a lavorare. I bambini sono più esposti ai colpi di calore all’interno degli abitacoli delle macchine perché la loro temperatura sale molto più velocemente di quella degli adulti.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Antoni Gaudì: “l’architetto di Dio”.

Casa.Batlló.original.15425-1024x771-1(Casa Batlló, particolare)

Il 7 giugno del 1926 l’architetto Antoni Gaudí, massimo esponente del modernismo catalano, venne investito dal primo tram circolante a Barcellona, fu soccorso dai passanti che, ingannati dal suo aspetto dismesso, lo scambiarono per un mendicante e lo trasportarono in un ospizio, dove morì il 10 giugno. Al funerale parteciparono migliaia di barcellonesi che per celebrarlo lo soprannominarono “architetto di Dio”. Fu sepolto nella cripta della Sagrada Familia, la basilica cattolica di Barcellona tuttora in costruzione, di cui Gaudí fu nominato architetto-capo a soli 31 anni. Definito da Le Corbusier come il “plasmatore della pietra, del laterizio e del ferro”, dal 1869 studiò a Barcellona, una città che stava crescendo e cambiando tumultuosamente e dove stavano maturando i fermenti culturali del modernismo catalano e della Renaixença, il movimento culturale e politico del recupero della lingua e della cultura catalana, che l’artista condivise per tutta la vita, contribuendo attivamente all’atmosfera di rinnovamento culturale che caratterizzava allora la città. Diplomatosi nel febbraio del 1878 alla Scuola Superiore di Architettura, riuscì a lavorare con i migliori architetti del tempo e studiò i testi di John Ruskin, Eugène Viollet-le-Duc e Otto Wagner, ma anche la tecnica dei nuovi materiali da costruzione come il cemento. Nel 1878 a Parigi, durante l’Esposizione universale, avvenne l’incontro fondamentale, quello con l’industriale catalano Eusebi Güell, che divenne il suo mecenate e gli commissionò alcune di quelle che poi sarebbero diventate le sue più famose opere. In questo periodo Gaudí partecipò alla vivace vita sociale della città, mentre negli anni successivi sarà noto per il particolare carattere schivo e solitario. Nel 1887 il conte Güell gli affida la costruzione della sua residenza di città, il Palazzo Güell, nella cui creazione Gaudí usa per la prima volta gli archi di catenaria che saranno un elemento costante del suo linguaggio architettonico. Negli anni 1898-1900 fu costruita la Casa Calvet, un edificio in pietra che ottenne il premio assegnato dal Comune di Barcellona per il miglior edificio realizzato in città, confermando il successo professionale di Gaudí. A partire dal 1900 nascono i suoi capolavori, quasi tutti a Barcellona: il parco Güell in cui natura, scultura ed architettura si confondono in una grande maestria artigianale nell’uso dei materiali; la Casa Batlló (1904- 1906), che, considerata una delle opere più originali per la collocazione di dischi di maiolica frammentata e di vetri istoriati di diverse dimensioni e forme, secondo la tecnica del trencadí, appare come modellata da mani gigantesche, con la facciata rivestita da un mosaico di pietre vitree colorate, mentre i suoi balconi in ghisa ricordano delle ossa (nome con il quale venne ribattezzata l’abitazione) e lo strano tetto ondeggiante si presenta simile alle squame di un rettile primitivo; la chiesa della Colònia Güell, a Santa Coloma de Cervelló, di cui fu costruita la sola cripta. Tra il 1905 e il 1912, al numero 92 del celebre Passeig de Gràcia, nella zona d’espansione dell’Ensanche (in catalano, Eixample), su incarico di Roser Segimon e Pere Milà per il loro imminente matrimonio, costruì Casa Milà, detta La Pedrera (cava di pietra), adottando come elemento fondante la linea curva, zoomorfa, richiamante l’immagine delle onde del mare, che trionfa in svariati motivi presenti nella struttura (facciata, interni, mobili), anticipando l’intuizione del “plan libre” di Le Corbusier. La facciata esterna dell’edificio è rivestita di pietra grezza (di qui l’appellativo de La Pedrera) e presenta l’aspetto di parete rocciosa, ondulata, plasmata da forze geologiche, grandioso basamento di una statua alla vergine del Rosario che Gaudí intendeva collocare sulla sommità: al piano interrato un grande vano è coperto da una struttura metallica a “ruota di bicicletta” e il tetto dà l’idea di un paesaggio montano, popolato da camini, dissimulati da sculture dall’aspetto surreale e fantastico. Le opere di Gaudì sono caratterizzate, infatti, dall’elaborazione di forme straordinarie, imprevedibili e oniriche, realizzate utilizzando i più diversi materiali (mattone, pietra, ceramica, vetro, ferro), da cui seppe trarre le massime possibilità espressive con una profonda attenzione per le lavorazioni artigianali. La profonda fede cattolica, la spiritualità ed il suo peculiare misticismo permeano tutte le sue opere, costellate di motivi simbolici complessi, ma soprattutto la Sagrada Familia, che per Gaudí era un inno di lode a Dio, di cui ogni pietra era una strofa. I lavori del monumentale complesso iniziarono nel 1882, sotto il regno di Alfonso XII di Spagna. L’edificio venne iniziato in stile neogotico, ma quando Gaudí subentrò come progettista dell’opera, nel 1883, lo ridisegnò completamente. L’artista lavorò alla chiesa dedicandovi interamente gli ultimi 15 anni, accentuando la tendenza alla solitudine, tanto da vivere in una stanzetta nel cantiere. L’esterno del Tempio rappresenta la Chiesa attraverso gli Apostoli, gli Evangelisti, la Vergine Maria e Gesù, la torre principale simboleggia il trionfo della Chiesa, l’interno si riferisce alla Chiesa universale e il transetto alla Gerusalemme Celeste, simbolo mistico della pace. Il progetto è basato sulle versioni ricostruite dei progetti e dei modelli perduti (un incendio nel 1936, appiccato durante la guerra civile spagnola dai repubblicani all’atelier di Gaudí, distrusse molte tavole progettuali del celebre architetto), sullo studio della porzione dell’edificio realizzata personalmente da Gaudí e su adattamenti moderni. Quando Gaudí prese in mano la direzione dei lavori della Sagrada Familia, soltanto la cripta era stata realizzata e decise di non stravolgere quello che già era stato costruito, modificò soltanto i capitelli, passando da uno stile corinzio a uno ispirato alle forme vegetali. Le sue fonti d’ispirazione furono la grotta del Salnitre a Collbató, nella provincia di Barcellona, e la montagna di Montserrat. Gaudí riteneva che l’architettura gotica fosse imperfetta, perché le sue forme rettilinee e i suoi sistemi di pilastri e contrafforti non riflettevano le leggi della natura, cosa che invece fanno le forme geometriche rigate, quali il paraboloide iperbolico, l’iperboloide, l’elicoide e il conoide. Il famoso architetto progettò l’interno della Sagrada Familia come se fosse la struttura di un bosco, con colonne a forma di alberi che vanno a dividersi in modo da formare dei rami che sostengono la struttura a volte iperboloidi intrecciate. Gaudí, essendo consapevole di non poter completare l’opera, decise di costruire completamente la Facciata della Natività per dare un’idea globale della struttura e delle decorazioni piuttosto che continuare la costruzione nella sua interezza e in maniera lineare; scelse di costruire questa facciata verticalmente per dare un esempio di come sarebbero dovuti continuare i lavori: « Se invece di fare questa facciata decorata, ornata, turgida, avessi cominciato con quella della Passione, dura, nuda, come se fatta di ossa, la gente si sarebbe ritirata.» Secondo gli auspici del comitato promotore l’opera potrebbe essere completata, nella migliore delle ipotesi, per il 2026, a 144 anni dalla posa della prima pietra.

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +26. Livorno (Italia, Europa) idem. Ho Chi Minh (Vietnam, Asia) sereno con nuvolosità sparsa +29Owerri (Nigeria, Africa) pioggia +26. New Braunfels (Texas, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +28Tamworth (Nuovo Galles del Sud, Australia) per lo più nuvoloso +10.


6 giugno   -209

La notizia del giorno.

Londra, il terzo terrorista è l’italiano Youssef Zaghba.

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Il terzo attentatore di Londra si chiamava Youssef Zaghba, aveva 22 anni ed era di nazionalità italiana. Il giovane terrorista del London Bridge era nato nel 1995 a Fez, in Marocco, da padre marocchino e madre italiana, convertita all’Islam e oggi 68enne. Il ventenne italo-marocchino venne fermato a marzo 2016 all’aeroporto di Bologna, città da cui stava per prendere un volo diretto a Istanbul, aveva con sé solo un piccolo zaino, il passaporto e un biglietto di sola andata: circostanze sospette, che insieme alla rotta aerea per la Turchia, ne fecero disporre il fermo per accertamenti. Gli agenti dell’aeroporto di Bologna in quel 15 marzo 2016 lo avevano notato per l’agitazione con cui si era avvicinato al checkin del volo per Istanbul e alla domanda sulle ragioni del suo viaggio, il ragazzo aveva risposto in modo diretto: “Vado a fare il terrorista” Fu contattata la madre, che risiede tutt’ora nel comune di Valsamoggia, in provincia del capoluogo emiliano. La donna, separata da marito e tornata a vivere in Italia, aveva confidato agli agenti le sue preoccupazioni: “Non lo riconosco più, mi spaventa. Traffica tutto il giorno davanti al computer, vede cose stranissime”. Su ordine della procura, gli agenti avevano subito perquisito l’abitazione, sequestrando il pc del ragazzo. È stata la madre a indicare la pista londinese, sostenendo che ormai Yussef abitava nella capitale britannica e lavorava in un ristorante pachistano: “Prima di conoscere quelle persone non si era mai comportato così”. Fu disposto dalla Procura il sequestro del passaporto, del cellulare e del pc a casa, dove fu fatta una perquisizione. Non emersero elementi particolari, se non qualche documento di carattere religioso, scaricato da siti fondamentalisti. Il giovane, che perse il volo, fu poi rilasciato. Dopo l’episodio di Bologna, Zaghba fu monitorato dall’intelligence e risulta non aver vissuto in Italia stabilmente, anzi la sua presenza fu limitata a brevi periodi per visite alla madre. Per il resto ci furono spostamenti tra il Marocco e l’Inghilterra. Dopo il fermo di Bologna dai servizi italiani fu mandato un appunto a quelli londinesi: nonostante il proscioglimento, l’Italia l’aveva comunque inserito nelle liste delle persone a rischio. Ieri gli investigatori hanno sentito la madre, che era in ansia perché non aveva notizie del figlio. La donna, italiana convertita all’Islam, 68 anni, era convinta che il giovane fosse a Londra a lavorare e non era a conoscenza di altre iniziative. Aveva un lavoro stagionale in un ristorante di Londra e continuava ad avere contatti con la madre, mentre il padre vive attualmente in patria. Ancora una volta qualcosa non ha funzionato nelle misure di prevenzione e nelle comunicazioni fra le intelligence degli stati europei.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Anne Bancroft.

image001(Da una scena del film Il laureato)

Figlia della prima generazione di immigrati italiani negli Stati Uniti, la famiglia era originaria di Muro Lucano, un paesino in provincia di Potenza, Anna Maria Louisa Italiano, in arte Anne Bancroft, con la sua scomparsa, avvenuta il 6 giugno 2005, ci ha lasciato tutti un pò orfani, tristi con la consapevolezza che con lei se ne andava un’attrice che fu protagonista di un cinema colto, impegnato, intelligente. Anne Bancroft era un una donna di particolare fascino, intensa e la sua capacità interpretativa, nei ruoli più diversi, ha ricevuto i più alti riconoscimenti: due premi Oscar, due Golden Globe, tre BAFTA. Era nata a New York, nel  Bronx, il 17 settembre 1931. Fin da giovanissima prese lezioni di danza e recitazione all’American Academy of Dramatic Arts di New York. Durante i primi anni della sua carriera, fece una dura gavetta: “Conoscevo benissimo l’odore delle tavole polverose di tantissimi teatri di periferia, finchè presi parte ai primi serial televisivi interrotti dalla pubblicità della minestra Campbell”. Nel ’52, a ventun anni, debuttò a Hollywood, con la Metro Goldwyn Mayer (la casa di produzione le chiese di cambiare cognome, lei sceglie Bancroft, perché le sembrava elegante) nel film “La tua bocca brucia”, con Marilyn Monroe e Richard Widmark. Le sue interpretazioni successive, in pellicole come “Gorilla in fuga” e “La terra degli Apaches”, non sembrarono soddisfarla. Lasciò Hollywood per New York e nel ’58 debuttò a Broadway a fianco di Henry Fonda in “Due sull’altalena”, di William Gibson, vincendo il Tony Award. L’anno seguente apparve di nuovo sul palcoscenico nel ruolo dell’insegnante che cerca di aiutare una bambina sordo-cieca in “Anna dei miracoli”, sempre con Gibson. Nel ’62, il regista Arthur Penn la chiamò a ripetere la performance nell’omonima trasposizione cinematografica della pièce; la sua interpretazione le fece guadagnare nel ’63 un premio Oscar “come miglior attrice” e un premio BAFTA quale attrice internazionale dell’anno. Nel ’64 sposò l’uomo che le resterà a fianco per quarant’anni: Mel Brooks. Egli dirà: “Quando l’ho vista mi sono innamorato perdutamente … stiamo insieme perché nonostante le difficoltà, almeno abbiamo l’un l’altra”. Nel ’64 vinse anche il secondo BAFTA con l’interpretazione in “Frenesia del Piacere”. Lavorò in altri film come: “La vita corre sul filo”, del ’65, di Sidney Pollack, in “Missione Manciuria”, nel ’66, l’ultimo film di John Ford. Nel ’67 venne chiamata come protagonista del film “Il laureato”, di Mike Nichols, basato sul romanzo omonimo di Charles Webb, in cui interpretò la provocante Mrs. Robinson (immortalata nella celebre e omonima canzone di Simon & Garfunkel) che seduce un giovane Dustin Hoffman. Il film ebbe un successo strepitoso, tanto che è un film di culto, rivisto, citato, ricordato e apprezzato anche a distanza di moltissimi anni. Il film, seppur in veste di commedia e attraverso un taglio sentimentale e non politico, avverte e in qualche modo anticipa i fermenti giovanili di ribellione che esploderanno di lì a pochi mesi nelle grandi contestazioni del ’68. In tutta la pellicola, viene continuamente sottolineata una sostanziale incomunicabilità fra i giovani e il mondo degli adulti, che tentano di imporre i propri schemi perbenisti. Incomunicabilità che il protagonista, Benjamin, ha non soltanto con i genitori ma anche con la signora Robinson, persino dopo esserne diventato l’amante. Benjamin, non è ancora un figlio del ’68, non si ribella apertamente, non tenta di cambiare il mondo, semplicemente si limita a disobbedire, ha il coraggio di fare di testa sua, scegliendo una strada diversa da quella pensata dagli adulti. La fuga finale dei due giovani in autobus, preso a caso, può essere vista persino come una sintesi del clima di quell’epoca, la spinta a una rottura con il conformismo imposto dalla società, ma attraverso una fuga inconsapevole, colma di incertezze e priva di un reale progetto. Lavorò col marito Mel Brooks in alcune storiche pellicole e con altri grandi registi: nel documentario “Hindenburg”, che rievoca, romanzandola, la tragedia dello Zeppelin tedesco esploso nel ’37. Successivamente è tra gli interpreti del drammatico “Stupro” poi è Maria Maddalena nel “Gesù di Nazareth”, di Franco Zeffirelli, che stando alla critica è considerato uno dei film più retorici sulla vita di Gesù, riqualificato dalla presenza scenica della Bancroft. Nel ’77, insieme a Shirley Mac Laine interpreta “Due vite una svolta”, storia di due amiche aspiranti ballerine che, ritrovandosi dopo molti anni, fanno un bilancio sulle rispettive e diverse scelte di via. Diverse sono le sue partecipazioni cinematografiche come quella di una celebre attrice che nell’Inghilterra vittoriana prende a cuore la vicenda di un ragazzo deforme in “The Elephant Man”, del ’80, di David Lynch o quella della madre superiora che scopre il terribile segreto di una giovane suora in “Agnese di Dio”, insieme a Jane Fonda e Meg Tilly, nel ’85, di Norman Jewison o, accanto a Anthony Hopkins in “84 Charing Ceoss Road, nel ’86, di David Hugh Jonres. Negli anni novanta interpretò ruoli drammatici e recitò in “Soldato Jane”, di Ridley Scott e una delle sue ultime interpretazioni cinematografiche fu quella della stravagante madre di un giovane rabbino in “Tentazioni d’amore”, di Edward Norton, nel 2000. A parte un breve periodo di rallentamento del lavoro per la nascita del figlio Max, nel ’72, avuto con Brooks, (in quell’anno era stata scelta per il ruolo di Chris MacNeil, la madre in “L’esorcista”) la sua attività cinematografica è sempre stata molto intensa. L’attrice confidò, però, che le sue maggiori soddisfazioni le traeva a Broadway. Si dice che a lei non piaceva essere prevalentemente ricordata per aver interpretato Mrs. Robinson, lo riteneva riduttivo. Tutti sappiamo di che calibro fosse la sua bravura ma, spesso, la mente insegue ancora quelle immagini stampate nella memoria di un film che fece sognare la libertà.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +28. Livorno (Italia, Europa) soleggiato 26. Esfahan (Regione di Esfahan, Iran, Asia) sereno +30Embu (Kenya, Africa) sereno con nuvolosità sparsa +22. Zipaquirá (Dipartimento di Cundinamarca, Colombia, Stati Uniti d’America) lievi rovesci di pioggia +18. Alice Springs  (Territorio del Nord, Australia) sereno +9.


5 giugno   -210

La notizia del giorno.

La capsula Dragon è arrivata alla Stazione Spaziale.

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La capsula Dragon dell’azienda privata SpaceX è arrivata alla Stazione Spaziale Internazionale con il suo carico di 2,7 tonnellate di rifornimenti e materiale scientifico. Dragon è una capsula orbitale da trasporto sviluppata dalla Space Exploration Technologies Corporation (SpaceX). Le prime missioni operative di questa capsula, che viene lanciata su un razzo vettore Falcon 9, sono di trasporto merci alla Stazione Spaziale Internazionale nell’ambito del programma della NASA Commercial Resupply Services. Il modulo cargo aveva già volato nello Spazio nel 2014 e il successo del suo riutilizzo segna un nuovo traguardo raggiunto dall’impresa aerospaziale privata americana. Gli astronauti a bordo della ISS, tra i quali anche Samantha Cristoforetti, hanno usato il braccio robotico della stazione per agganciare la capsula, facendola attraccare alle 11.54, ora italiana, mentre si trovavano a un’altitudine di 422 chilometri al di sopra del mar Mediterraneo. La Dragon resterà in orbita per circa quattro settimane, al termine delle quali rientrerà sulla Terra. Nel suo undicesimo volo come cargo, la capsula Dragon trasporta materiali importanti per una nuova serie di esperimenti di biologia da condurre a bordo della Stazione Spaziale, come quello volto a studiare gli effetti dell’esposizione prolungata alla microgravità sul cuore dei moscerini della frutta; è in programma anche la sperimentazione sui topi di una molecola anti-osteoporosi che potrebbe aiutare a ricostruire il tessuto osseo perduto e aprire la strada per nuovi farmaci contro la perdita di densità ossea. Tra i materiali a bordo di Dragon ci sono anche quelli che aiuteranno a sperimentare nuove tecnologie per i pannelli solari e strumenti al servizio dell’astronomia, per studiare le stelle molto dense, come quelle di neutroni, e per osservare la Terra.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

1949: viene pubblicato a Parigi “Il secondo sesso” della scrittrice Simone de Beauvoir.

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Nel giugno del 1949, esattamente a metà del XX secolo in Francia, dove le donne hanno votato per la prima volta nel 1947, viene pubblicato “Il secondo sesso”, di Simone de Beauvoir. Mille pagine che suscitano scandalo. Ma lo scandalo assicura al libro un immediato successo. Fin dalla prima settimana, sono vendute oltre ventimila copie. In Germania viene tradotto nel 1952,  in Italia, solo nel 1961, da il Saggiatore, che lo ha ristampato prima nel 1986, dopo la morte di Simone e poi nel 1999, in occasione del cinquantenario dell’opera. In Spagna, invece, all’epoca del franchismo, il libro circolava clandestinamente in una traduzione argentina del 1962. All’inizio le reazioni di associazioni e gruppi femminili furono poche, un silenzio imbarazzato, evidentemente, indicava che le posizioni della Beauvoir erano molto avanti rispetto al pensiero generalizzato nei confronti della condizione femminile e la sua discriminazione, anche in seno ai movimenti femminili. Oggi, come e più che all’epoca in cui scriveva Simone, si avverte una strana contraddizione fra le “conquiste” femminili e la realtà della vita delle donne anche nel “civilizzato” Occidente. I dati sull’occupazione, sull’istruzione, sulla presenza delle donne in politica, gli stereotipi che persistono, la guerra dei sessi che sembra si sia accentuata piuttosto che placata, sono lì, “incomprensibili, inspiegati e inspiegabili”. Con il diritto al voto, a conclusione di una serie di leggi che mettevano fine alla discriminazione della donna sul piano giuridico sembrava che l’uguaglianza fosse stata acquisita una volta per tutte. Interrogata sull’argomento la Beauvoir, sintetizzava, in modo lapidario: “La donna? È semplicissimo, dice chi ama le formule semplici: è una matrice, un’ovaia; è una femmina: ciò basta a definirla. In bocca all’uomo, la parola “femmina” suona come un insulto; eppure l’uomo non si vergogna della propria animalità, anzi è orgoglioso se si dice di lui: “È un maschio!”. Questi pregiudizi, a distanza di sessantotto anni,  non sono affatto anacronistici a giudicare dall’ondata di violenza maschile sempre più presente nei fatti di cronaca in cui si conta, ogni anno, un numero crescente di donne uccise per mano di mariti, compagni che accampano, sulle malcapitate, diritti di possesso e pretese di autorità. Nelle decadi successive, con l’affermarsi del movimento di liberazione della donna, il cosiddetto “femminismo”, si accesero i riflettori sulla disparità di genere che attingeva a modelli educativi, ancestrali, di carattere culturale provenienti da una mentalità contadina, arcaica e patriarcale che aveva, per secoli, contrassegnato l’Europa e, in particolare, “lo Stivale”. Le lotte, organizzate per lo più dalle intellettuali (punti di riferimento culturale teorico e partecipativo) avevano diffuso una presa di coscienza femminile sempre più ampia e trasversale: in quegli anni le donne scendevano in piazza e rivendicavano, esigevano il riconoscimento dei loro diritti e la parità. Donne insegnavano ad altre donne l’importanza della trasmissione, nell’educazione ai propri figli maschi, di un modello sociale con al centro la figura femminile e maschile in termini di assoluta parità, nel rispetto delle diversità e nel valore della persona a prescindere. Come valutava, la Beauvoir, l’essere donna nel XX secolo? “Essere donna?”: “È una condizione pericolosa e infelice soltanto se ci si lascia vincolare nella dipendenza morale e materiale dagli uomini”. Ma l’uguaglianza negava le differenze dell’uomo e della donna? “È semplicemente stupido pretendere che non vi siano differenze tra l’uomo e la donna per il solo fatto ch’essi godono di eguali possibilità e libertà. Io sono la prima a sostenere che le donne sono molto diverse dagli uomini. Non ammetto, invece, che la donna sia diversa dall’uomo. In realtà, oggi, sussistono tra uomini e donne differenze che soltanto facendo del femminismo a buon mercato si possano negare. “Il femminismo è una maniera di vivere individualmente e una maniera di lottare collettivamente”. Mi sembra che gli uomini abbiano più risorse. Non so se siano senz’altro più felici, ma mi sembra (forse esagero) che non precipitino mai in quel baratro di infelicità, di abbandono, di non senso della vita nel quale possono finire le donne. Questo perché gli uomini sono pur sempre presi in attività che li interessano, perché hanno la possibilità di dare un senso alla propria esistenza proiettandosi nella società e nell’avvenire. Mentre le donne, in generale, sono assai più vincolate a un mondo monotono e, rispetto agli uomini, sono mantenute in una condizione di dipendenza morale e materiale. Questa, d’altronde, è la ragione principale perché io sono femminista: perché penso che, anche per ciò che concerne la semplice felicità (senza voler parlare della libertà, della liberazione di sé), la condizione femminile è assai più pericolosa, sì, assai più infelice. Il che non impedisce, naturalmente, che ci siano donne molto felici e altre che, pur nella loro infelicità, raggiungono orizzonti che sfuggono a molti uomini. Il fatto è che molto spesso gli uomini sono assai più banali delle donne”. Inoltre Beauvoir spiega che in un mondo in cui i due sessi fossero uguali, entrambi sarebbero più liberi: infatti se l’uomo desse alla donna la possibilità di avere una carriera significativa, lei si focalizzerebbe meno su di lui e potrebbe essere più indipendente. Il coraggioso saggio, che si apre con un capitolo di introduzione e uno di conclusione, è diviso in tre parti: Destino, Storia, Miti. La donna viene vista dall’autrice attraverso i dati della biologia, il punto di vista psicoanalitico, storico. Dapprima è analizzata dall’esterno e in particolare dall’uomo e ne viene messa in rilievo la condizione subordinata che le è stata attribuita e in seguito viene studiata in ogni fase della sua vita, dall’infanzia all’iniziazione sessuale, dalla maturità alla vecchiaia. Ne vengono descritti i comportamenti e le varie situazioni, come sposa, madre, prostituta, lesbica, narcisista, innamorata, mistica. Simone de Beauvoir parla di tutte le circostanze che portano a credere all’inferiorità delle donne e degli effetti che questo ha sulla loro scelta di sposarsi e di abbandonare la propria carriera. L’autrice interroga poi gli studiosi più credibili senza distinzione di sesso, dai medici agli psicologi, dai romanzieri agli scrittori e al tempo stesso invita le donne a raccontare le loro esperienze sia d’amore sia di altro. Beauvoir sostiene che è necessario che la donna venga integrata nella società con gli stessi diritti e doveri dell’uomo e pertanto con tutte le conquiste che ne derivano, dalla uguaglianza del salario, alla possibilità del controllo delle nascite, all’aborto in termini legali e a tutti quei riconoscimenti civili, politici e giuridici che possiedono gli uomini.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +28. Livorno (Italia, Europa) per lo più soleggiato +24. Lucknow (Uttar Pradesh, India, Asia) foschia +35. Axum (Etiopia, Africa) soleggiato +27Whittier (Alaska, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +8. Tavua (Figi, Oceania) lievi rovesci di pioggia +21.


4 giugno   -211

La notizia del giorno.

Nuovo terrore a Londra: 7 morti e 48 feriti.

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Ieri notte, a soli 4 giorni dal voto dell’8 giugno, c’è stato un attacco terroristico nel cuore di Londra: tre uomini, poco dopo le 22 (un’ora avanti in Italia), si sono lanciati a bordo di un pullmino bianco a tutta velocità (almeno 80 Km/H) sul London Bridge e hanno investito una quarantina di persone. Poi, brandendo lunghi coltelli da cucina, hanno raggiunto Borough Market e hanno accoltellato chiunque si trovasse loro davanti. La polizia li ha abbattuti otto minuti dopo aver ricevuto la prima chiamata di emergenza, in strada. I feriti, ricoverati in 5 ospedali della capitale, sono 48 e altre persone sono state medicate sul posto. Gli aggressori indossavano finte cinture esplosive per seminare il panico e sono scesi dal furgone urlando “lo facciamo per Allah”. La polizia ha confermato che gli aggressori erano tre e sono stati uccisi, anche se le indagini continuano, e ha invitato londinesi e turisti a restare “calmi e vigili” e a segnalare “persone o cose sospette” ai numeri di emergenza. Il bilancio è di 7 morti e 48 feriti. Quattro agenti di polizia sono rimasti feriti, uno in modo grave, ma non è in pericolo di vita. Sono morti anche i tre terroristi dell’attacco che avrebbero indossato finte cinture esplosive. Intanto Sky News ha mostrato le immagini in diretta di un’operazione antiterrorismo in corso a Kings Road, a Barking, a est di Londra. Secondo l’emittente britannica, l’operazione è legata agli attacchi nella capitale. L’appartamento perquisito da Scotland Yard sarebbe quello in cui viveva uno degli aggressori dell’attacco. Sempre secondo Sky News si tratta di un uomo dai tratti mediorientali, che aveva moglie e figli. La polizia sta facendo domande sul suo conto ai vicini. Gli agenti hanno fatto irruzione all’interno di un condominio e hanno portato via 12 persone. Tra queste anche 4 donne, che, stando a quanto riferito da un fotografo dell’Afp, indossavano il velo islamico. La premier britannica Theresa May dopo l’attentato di Londra ha detto: “Gli attacchi non sono collegati ma siamo di fronte a un nuovo trend: il terrorismo chiama il terrorismo e gli assalitori vengono ispirati da altri assalitori … Enough is enough, quando è troppo è troppo”. “La prima ministra è convinta che alla base delle aggressioni ci sia l’estremismo islamista e che debba essere rivista la strategia antiterrorismo contro le nuove minacce al Paese. “È necessario cercare accordi internazionali che disciplinano il cyberspazio: dobbiamo fare di tutto per limitare l’estremismo online creando spazi sicuri online”.

Torino. Finale di Champions League: panico in piazza San Carlo, più di mille feriti.

Si aggrava ancora, a Torino, il bilancio dei feriti causati dal panico tra i tifosi che assistevano alla finale Champions dal maxi schermo allestito in piazza San Carlo. L’ultimo bilancio parla di 1.527 persone che hanno avuto bisogno di cure mediche. È quanto comunica la Prefettura. Le maggiori preoccupazioni sono per tre persone in “codice rosso”, fra cui un bambino ricoverato all’ospedale infantile Regina Margherita. Una folla presa dal panico e dalla psicosi da attentato terroristico causati da “eventi in corso di accertamento” ha provocato gli incidenti in piazza San Carlo. La procura di Torino ha avviato un’indagine per fare luce sulle cause e sulle eventuali responsabilità di quanto avvenuto ieri sera in piazza San Carlo. Come ipotesi di reato è stato formulato, per adesso, il procurato allarme. Un tappeto di vetri rotti di bottiglie sono stati calpestati da migliaia di persone in fuga. Così è scattata la polemica per il fatto che nessuna ordinanza del Comune ne ha vietato la vendita delle birre.

Ciao ciao buona domenica.

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Solo poche cose, poche considerazioni.

In una tarda serata di inizio giugno e poi via via nella notte che vedeva la Juventus impegnata a Cardiff ormai ai titoli di coda, in un secondo tempo tutto da dimenticare, a Torino si è vissuto in piazza San Carlo un dramma del surreale e della paura. Non si capisce quale logica organizzativa abbia fatto si che migliaia e migliaia di persone siano state assiepate in imbuto vero e proprio, senza  il buon senso semplice della pur minima precauzione. Non con il senno di poi, ma di un elementare principio di sicurezza, sarebbe stato più opportuno dare appuntamento ai tifosi bianconeri magari allo Stadium juventino. Quasi in contemporanea l’ennesimo attentato nel cuore di Londra con morti ammazzati e feriti. Così, con la cronaca di queste notizie, ci siamo svegliati questa mattina, domenica di Pentecoste per chi è cristiano. Uscendo però (si fa per dire) dal nostro piccolo mondo europeo, più propriamente della “vecchia Europa”, già la settimana era stata costellata di altri attentati con centinaia di morti a Kabul, a Bagdad e in giro per il mondo in questo lungo viaggio nell’orrore quotidiano. Scuserà chi ci legge per questa volta l’emotività e lo sgomento a differenza del solito distacco da cronisti, ma il troppo è troppo. Solo due giorni fa si celebrava la festa della Repubblica, senza rendersi conto della enormità di questa situazione. La politica sembra estranea a qualunque qualsivoglia comprensione, ad iniziative e proposte credibili, perdendosi nel buco nero di leggi elettorali improbabili e in uno stupido tatticismo che ci chiamerà probabilmente ad un voto inutile ad ottobre, senza tener conto che la legislatura si chiuderebbe di lì a pochi mesi in primavera! Il tempo del resto passa in fretta, fa e disfa’, si ricorda poco e ci si dimentica facilmente. Lunedì scorso, tanto per dire, è caduta in combattimento sul fronte di Raqqua in Siria Ayse Deniz Karacagil, 24 anni, più conosciuta da noi come Cappuccio Rosso, grazie alle strisce di Zero Calcare. Sfuggiva a 100 anni (cento anni) di condanna del regime turco per le proteste di Gezi Park a Istambul, scegliendo di andare a difendere la libertà e la democrazia a fianco di un popolo, quello siriano, alle prese con un altro regime brutale e sanguinario. È stata uccisa da soldati dell’Isis ben sostenuti, come da noi, da montagne di petrodollari e dalla barbarie di un’ideologia votata alla morte e non al rispetto della vita, della sua inviolabilità, della sua bellezza. Cappuccio Rosso è sparita in fretta dai media, così come lo sarà già domani questa nostra domenica italiana, a.d. 2017.

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +30. Livorno (Italia, Europa) soleggiato 28. Qom (Regione di Qom, Iran, Asia) soleggiato +34Lodwar (Kenya, Africa) soleggiato +35. Haleiwa (Hawaii, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +23. Port Douglas (Queensland, Australia) parzialmente nuvoloso +20.


3 giugno   -212

La notizia del giorno.

Retromarcia di Trump sul clima: reazioni in Usa, Cina e Ue.

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato, nel Giardino delle rose della Casa Bianca, il ritiro degli Usa dall’accordo di Parigi, provocando nel mondo reazioni di sgomento e rabbia, ma anche la determinazione di tutti gli altri paesi a proseguire sulla linea tracciata dall’intesa del 2015. Per esprimere la loro protesta rispetto a una mossa in linea con il principio faro dell’amministrazione Trump, quello dell’“America First”, che isola ulteriormente gli Usa, governatori e sindaci hanno fatto illuminare di verde gli edifici pubblici in diverse città americane, proprio come avvenne per la Tour Eiffel il 4 novembre del 2016 per celebrare il raggiungimento dell’accordo sul clima. I governatori della California, di New York e di Washington, in particolare, si sono coalizzati per coordinare anche la protesta in altri Stati e rispondere a Trump combattendo il cambiamento climatico con azioni energiche. L’iniziativa si è presto estesa coinvolgendo altre città in tutto il mondo, dalla stessa Parigi a Barcellona, Montreal e Città del Messico. Dettaglio non secondario: per illuminare torri, ponti e palazzi sono state usate lampade a led a basso consumo. L’accordo negoziato da Barack Obama nel 2015 prevedeva per gli Usa l’impegno volontario a ridurre le emissioni inquinanti di 1,6 miliardi di tonnellate entro il 2025, l’alleanza dei governatori è determinata a continuare sulla stessa strada, anche se specifici obiettivi per ciascuno Stato non sono stati fissati. Il presidente russo, Vladimir Putin, dal forum economico di San Pietroburgo dice che Trump avrebbe potuto evitare di uscire dall’accordo, limitandosi a modificare gli obblighi, Ue e Cina, riunite a Bruxelles per il XII summit bilaterale, hanno ribadito il loro impegno, con il presidente del Consiglio europeo Jean-Claude Juncker, che ha chiarito che dall’accordo di Parigi non si torna indietro. La cancelliera tedesca Angela Merkel definisce l’intesa una pietra angolare necessaria a tutelare “il nostro creato”. Duro il Vaticano: monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, Cancelliere della Pontificia accademia delle Scienze, ai microfoni di inBlu Radio ha definito la decisione di Trump “un disastro per l’umanità e per il pianeta”. Intanto Gary Cohn, alto consigliere economico di Trump, in un’intervista alla Cnbc afferma che il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi aiuterà il mercato dell’energia a rimanere competitivo, permettendo un potenziale ritorno sulla scena dell’industria Usa del carbone. Nonostante la concorrenza del gas naturale economico, ha affermato, “a un certo punto del ciclo il carbone sarà di nuovo competitivo”. “ Sono stato eletto dai cittadini di Pittsburgh, non da Parigi”, ha detto Trump, assicurando che gli Stati Uniti saranno amici dell’ambiente, ma senza danneggiare l’occupazione. Trump, impegnandosi a lavorare da subito con i democratici per l’avvio di nuove trattative sul clima, precisa che l’accordo sul clima di Parigi costerebbe agli Stati Uniti posti di lavoro che “non possiamo permetterci di perdere”.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Nazim Hikmet.

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Il 3 giugno 1963 moriva a Mosca, all’età di sessantadue anni, Nazim Hikmet, uno dei più importanti poeti turchi dell’età moderna. Definito “comunista romantico” o “rivoluzionario romantico” ha composto poesie di struggente bellezza tradotte in italiano da Joyce Lussu, partigiana, politica, scrittrice, traduttrice e poetessa che ebbe anche una corrispondenza epistolare col poeta.

Così scriveva la Lussu nell’introduzione al volume di poesie da lei tradotto nel ‘72: “Non era un letterato: il letterato si forma con lo studio dei predecessori, con l’accumulazione libresca; a Hikmet questo non interessava. La sua fonte d’ispirazione non erano gli altri scrittori, ma la coscienza storica e la lotta politica; e non si rivolgeva a critici e scrittori, ma al popolo del suo paese e di tutti i paesi, anche agli analfabeti …”.

Cara Joyce,

mi domandi perché scrivo delle poesie? Sarebbe più giusto porre la domanda in altro modo. Perché e come ho cominciato a scrivere delle poesie. Cerco di ricordare. Avevo tredici anni. Abitavamo a Instanbul. Mio nonno era poeta ma ancora oggi non capisco le sue poesie. Le poesie di mio nonno erano dogmatiche, didattiche, religiose. Non le capivo ma ero il nipote di un nonno poeta. (…) Mia madre adorava Lamartine e Baudelaire, e la poesia, a casa nostra, era sugli altari.

Nazim Hikmet così scrive nell’introduzione alla raccolta di poesie tradotte dal turco da Joyce Lussu, la scrittrice italiana con la quale condivideva la strenue opposizione ad un regime. La traduzione più riuscita della Lussu è senza dubbio quella del poeta turco Nazim Hikmet, in un primo momento aderente al partito nazionalista, poi costretto a prendere la via per l’esilio a causa della mutata posizione politica; durante la guerra di indipendenza turca che portò nel 1923 alla creazione della Repubblica di Turchia, denunciò i costi dell’indipendenza quali il genocidio armeno e greco. Più volte imprigionato in Turchia a causa dell’ orientamento comunista, più volte costretto all’esilio e minacciato dal regime, terminò la sua vita in Russia, lontano dalla patria. Nella lettera a Joyce Lussu, Hikmet confessa che dopo aver aderito in un primo momento al movimento indipendentista turco, poi al comunismo, la sua poesia divenne diversa dalla precedente, impossibilitata a svincolarsi dal tema della lotta e della resistenza:  (…) Poi mi sono innamorato di varie ragazze e ho scritto per loro dei versi.; poi le questioni che riguardano la coscienza, l’onore, l’eternità mi hanno interessato e ho scritto su queste cose. Poi gli alleati occuparono Instambul, e io scrissi delle poesie contro l’Intesa  inneggiando al movimento di liberazione in Anatolia. A 18 anni passai in Anatolia, scoprii il mio popolo e le sue lotte. In Russia Hikmet ammette di aver scoperto tutta un’altra umanità che lo vincolò ancora di più alla poesia utilizzata come unico strumento di sopravvivenza, nella speranza che le sue parole un giorno avessero modo, almeno loro, di evadere dalla ingiusta prigionia. Non trovando editori in Turchia, sono state le traduzioni di Joyce Lussu a diffondere le poesie di Hikmet in cui non soltanto l’amore, ma soprattutto la malinconia, l’assenza, la lontananza, l’incompletezza, pervadono la raccolta concepita e nata  nella lontananza da casa a causa della prigionia e dalla lontananza dalla patria a causa dell’esilio. Straordinariamente assente è il rimpianto tardivo di non aver condotto la vita in altro modo, il rimorso di non aver potuto vivere gli affetti a pieno, di non aver potuto godere abbastanza di una qualche serenità. “Addormentarsi adesso/svegliarsi tra cento anni, amor mio …” “No,/non sono un disertore./Del resto, il mio secolo non mi fa paura/il mio secolo pieno di miserie e di scandali/il mio secolo coraggioso grande ed eroico./Non ho mai rimpianto d’esser venuto al mondo troppo presto/sono del ventesimo secolo e ne son fiero./Mi basta esser là dove sono, tra i nostri,/e battermi per un mondo nuovo …”/“Tra cento anni, amor mio …”/“No,/prima e malgrado tutto./Il mio secolo che muore e rinasce/il mio secolo i cui ultimi giorni saranno belli/la mia terribile notte lacerata dai gridi dell’alba/il mio secolo splenderà di sole, amor mio/come i tuoi occhi …”

“In questa notte d’autunno” di Nazim Hikmet.

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa alla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

“Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere” di Nazim Hikmet

Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere / la mia città, la mia Istanbul mi mandasse / un cassone di cipresso, un cassone di sposa / se io l’aprissi facendo risuonare / la serratura di metallo: dccinnn … / due rotoli di tela finissima / due paia di camicie / dei fazzoletti bianchi ricamati d’argento / dei fiori di lavanda nei sacchetti di seta / e tu / e se tu uscissi da lì / ti farei sedere sull’orlo del letto / ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo / con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te / ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito / come sei bella, Dio mio, come sei bella / l’aria e l’acqua d’Istanbul nel tuo sorriso / la voluttà della mia città nel tuo sguardo o mia sultana,  o mia signora, se tu lo permettessi / e se il tuo schiavo Nazim Hikmet l’osasse / sarebbe come se respirasse e baciasse / Istanbul sulla tua guancia / ma stà attenta / stà attenta a non dirmi “avvicinati” / mi sembra che se la tua mano toccasse la mia / cadrei morto sul pavimento.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +30. Livorno (Italia, Europa) soleggiato 28. Karaj (Alborz Province, Iran, Asia) soleggiato +28Nanyuki (Kenya, Africa) per lo più soleggiato +21. Bucaramanga (Dipartimento di Santander, Colombia, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +26. Gold Coast (Queensland, Australia) sereno +12.


2 giugno   -213

La notizia del giorno.

2 giugno: festa della Repubblica.

2giugno

Oggi si festeggia il 71° anniversario della nascita della Repubblica Italiana. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha aperto le celebrazioni alla tomba del Milite Ignoto al Vittoriano, dove è stato ricevuto, tra gli altri, dal presidente del Senato, Piero Grasso, da quello della Camera, Laura Boldrini, dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, dal presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi. La parata, alla quale hanno partecipato circa 4.000 persone, tra militari e civili, è stata aperta quest’anno da 400 sindaci, in prima fila quelli dei Comuni del Centro Italia colpiti dal terremoto. Il presidente della Repubblica è giunto all’Altare della Patria accompagnato dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti e dal capo di Stato maggiore della Difesa Claudio Graziano. La banda dell’Esercito ha quindi intonato l’Inno nazionale e le Frecce tricolori hanno sorvolato il Vittoriano. Dopo l’alzabandiera solenne e la deposizione di una corona d’alloro sul sacello del Milite Ignoto, Mattarella ha passato in rassegna le truppe. A fine sfilata Andrea Bocelli ha cantato l’inno d’Italia insieme al coro di voci bianche dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia. Mattarella nel messaggio alle Forze Armate ha detto: “Dare alle future generazioni un’Italia in pace … Nel settantunesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana, rivolgo il mio saluto agli uomini e alle donne delle nostre forze armate ed insieme a loro rendo omaggio ai tanti caduti lungo il difficile e sofferto cammino del nostro Paese verso la libertà e la democrazia. I valori che ci hanno unito il 2 giugno del 1946 continuano a guidarci per realizzare lo stesso desiderio dei nostri padri: dare alle future generazioni un’Italia in pace, prospera e solidale, in grado di assolvere a un ruolo autorevole e propulsivo all’interno di quella comunità internazionale che abbiamo contribuito a edificare.”

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

La nascita della REPUBBLICA ITALIANA.

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La nascita della Repubblica Italiana avvenne in seguito ai risultati del referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946, indetto per determinare la forma di governo da dare all’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Per la prima volta in una consultazione politica nazionale votavano anche le donne: risultarono votanti circa 13 milioni di donne e circa 12 milioni di uomini, pari complessivamente all’89,08% degli allora 28 005 449 aventi diritto al voto. I risultati furono proclamati dalla Corte di cassazione il 10 giugno 1946: 12 717 923 cittadini favorevoli alla repubblica e 10 719 284 cittadini favorevoli alla monarchia. Il giorno successivo tutta la stampa dette ampio risalto alla notizia. La notte fra il 12 e 13 giugno, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri, il presidente Alcide De Gasperi, prendendo atto del risultato, assunse le funzioni di capo provvisorio dello Stato. L’ex re Umberto II lasciò volontariamente l’Italia il 13 giugno 1946, diretto a Cascais, nel sud del Portogallo, senza nemmeno attendere i risultati definitivi e la pronuncia sui ricorsi, che furono respinti dalla Corte di Cassazione il 18 giugno 1946; lo stesso giorno la Corte integrò i dati delle sezioni mancanti, rendendo i risultati defini-tivi. I presunti brogli elettorali e altre supposte azioni “di disturbo” della consultazione popolare, pur avendo costituito un tema di rivendicazione da parte dei sostenitori della causa monarchica, non sono stati mai confermati dagli storici non di parte. Subito dopo il referendum non mancarono scontri provocati dai sostenitori della monarchia, durante i quali si verificarono alcune vittime, come a Napoli, in Via Medina. Il divario fra le preferenze espresse per la repubblica e quelle per la monarchia fu una sorpresa, in quanto lo si prevedeva anche superiore a quello di circa due milioni, poi risultato dallo scrutinio ufficiale. Nel nord si distinse il voto del Piemonte, territorio storicamente legato a Casa Savoia, dove la repubblica vinse con il 56,9%. La regione dove si ebbe la maggior percentuale di voti nulli fu la Valle d’Aosta, territorio storicamente legato ai Savoia. Sono state proposte diverse interpretazioni sociologiche e statistiche del voto, che sarebbe stato influenzato dalla condizione economica del momento, dell’ingresso dell’elettorato femminile e da molti altri fattori. Dai dati del voto l’Italia risultò divisa in un sud monarchico e un nord repubblicano. Le cause di questa netta divisione possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943: per le regioni del sud la guerra finì appunto nel 1943 con l’occupazione alleata; il nord, invece, dovette vivere quasi due anni di occupazione nazista e di lotta partigiana contro i tedeschi e i fascisti della RSI e fu teatro della guerra civile che ebbe echi protrattisi anche molto dopo la cessazione formale delle ostilità. Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (Partito comunista, Partito socialista, Movimento di Giustizia e Libertà). Una delle cause che contribuì alla sconfitta della monarchia fu probabilmente una valutazione negativa della figura di Vittorio Emanuele III, giudicato corresponsabile degli orrori del fascismo; anche la sua decisione di abbandonare Roma e l’esercito italiano che venne lasciato privo di ordini, per rifugiarsi nel sud subito dopo la proclamazione dell’armistizio di Cassibile, fu vista come una vera e propria fuga e non migliorò certo la fiducia degli italiani verso la monarchia. Le vicende della seconda guerra mondiale non aumentarono le simpatie verso la monarchia, anche a causa degli atteggiamenti discordanti di alcuni membri della casa regnante: la moglie di Umberto, la principessa Maria José, cercò nel 1943, attraverso contatti con le forze alleate, di negoziare una pace separata muovendosi al di fuori della diplomazia ufficiale. Queste manovre, anche se apprezzate da una parte del fronte antifascista, furono viste in campo monarchico come un tradimento e all’estero come sintomi di profondi contrasti in seno a Casa Savoia, della quale evidenziavano l’irresolutezza. Il 2 giugno 1946, insieme con la scelta della forma dello Stato, i cittadini italiani elessero anche i componenti dell’Assemblea Costituente, che doveva redigere la nuova carta costituzionale. Nella sua prima seduta, il 28 giugno 1946, l’Assemblea Costituente elesse capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, con 396 voti su 501, al primo scrutinio. Con l’entrata in vigore della nuova Costituzione della Repubblica Italiana, il 1º gennaio 1948 De Nicola assunse per primo le funzioni di presidente della Repubblica. Fu un passaggio di grande importanza per la storia dell’Italia contemporanea dopo il ventennio fascista, il coinvolgimento nella seconda guerra mondiale e un periodo della storia nazionale assai ricco di eventi. Nello stesso anno, nel mese di maggio, fu poi eletto presidente della Repubblica Luigi Einaudi, primo a completare regolarmente il previsto mandato di sette anni.

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno con qualche nuvola +30. Livorno (Italia, Europa) sereno +28. Agra (Uttar Pradesh, India, Asia) soleggiato +43. Matola (Mozambico, Africa) per lo più nuvoloso +28Sacramento (California, Stati Uniti d’America) sereno +13. Sarraméa (Nuova Caledonia, Oceania) sereno +17.


1 giugno   -214

La notizia del giorno.

Blue Whale: un nuovo terribile fenomeno.

Philipp-Budeikin(Philip Budeikin)

Blue Whale è la nuova sfida social che spingerebbe i ragazzi ad affrontare cinquanta prove estreme in cinquanta giorni, fino al suicidio. Sono decine le segnalazioni di casi sospetti arrivati alla Polizia postale e altrettanti i messaggi di allerta inviati su WhatsApp da parte di genitori preoccupati. È quasi una psicosi collettiva. Questo gioco della morte consisterebbe nel compiere una serie di gesti al limite, come camminare sull’orlo dei binari, da immortalare e condividere online. L’ultima prova è togliersi la vita. Si verrebbe ingaggiati tramite social network: Instagram, WhatsApp, Facebook, chat. Ad organizzare le operazioni, il “curatore”: sarebbe lui a guidare i ragazzi psicologicamente vulnerabili, prova dopo prova, dopo averli convinti di possedere informazioni che possono far male alla loro famiglia. Chi partecipa alla sfida si provocherebbe, prima di tutto, dei tagli alle braccia e pubblicherebbe post contrassegnati dall’hashtag #f57. “Blue whale” (Balena bianca) ha origine da un fenomeno naturale: le balene per diversi motivi possono spiaggiarsi sulle coste con il rischio di non essere più in grado di rientrare in acqua, finendo quindi per morire per asfissia e disidratazione. I biologi hanno riscontrato che il fenomeno riguarda spesso gruppi interi di balene, in quanto può capitare che l’intero branco smarrisca la via, oppure, nel tentativo di soccorrere un singolo esemplare in difficoltà, altri incappino poi nello stesso pericolo. Parliamo quindi di un fenomeno di massa. Il “gioco” mortale consiste nell’attuare 50 azioni (una al giorno) come preparazione alla morte, che si concretizza con il gesto ultimo di lanciarsi nel vuoto da un edificio. Queste regole quotidiane sono caratterizzate da autolesionismo (incidersi la pelle o tentare di tagliarsi le vene dei polsi con lamette) e da altre pratiche come guardare film dell’orrore per 24 ore consecutive, ascoltare una particolare musica con video psichedelici e non dormire. L’ideatore del “Blue whale” è Philip Budeikin, un giovane di 21 anni, studente di Psicologia, recluso in un carcere russo dal 2016. Il suo profilo sembra avvicinarsi molto a quello di un serial killer. Budeiken ha confessato di aver istigato almeno 17 adolescenti connazionali al suicidio per “purificare la società”. Nella sola Russia 157 ragazzini sono morti per suicidio nell’ultimo anno. Il macabro gioco si è già diffuso a macchia d’olio: dalla Russia ha raggiunto il Brasile, ma anche Francia e Inghilterra. E in Italia? La polizia postale nei giorni scorsi ha salvato una studentessa 14enne di Ravenna, che sul suo profilo Facebook aveva postato foto con lesioni su un braccio. A marzo, a Livorno, un ragazzino di 15 anni si è lanciato nel vuoto dal 26° piano del grattacielo cittadino. Un fenomeno davvero preoccupante!

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Oh, Marilyn.

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“Dimenticate tutto quello che sapete su questa persona”, avvertì Elia Kazan nella sua autobiografia. L’icona che ricordiamo con affetto col nome di Marilyn Monroe era in realtà la brillante creazione di una fantasia intelligente, voluttuosa, affascinata dalle celebrità e motivatissima, di nome Norma Jean Mortenson. Un puro prodotto di Hollywood il cui mito è diventato eterno con la morte di Norma Jean. “Avevo un nuovo nome, Marilyn Monroe. Dovevo nascere. E questa volta meglio della precedente”. Diversamente Norma Jean nasce il 1 giugno 1926 a Los Angeles. La madre, Gladys Monroe, non può occuparsi di lei. Martin Mortenson, il cui certificato di nascita attribuisce la paternità di Norma, con ogni probabilità non è il vero padre e se ne disinteressa. Norma viene abbandonata ed è costretta a trascorrere l’infanzia in varie famiglie affidatarie e orfanotrofi. Due settimane dopo il sedicesimo compleanno, Norma sfugge alla sua condizione di orfana sposando un amico, James Dougherty. Nel ’48 divorzia dal marito, cerca lavoro come modella e lavora come attrice a contratto per la Fox e per la Columbia. Johnny Hyde, agente di spicco all’agenzia di William Morris, guida brillantemente l’avvio della sua precoce carriera e diventa il suo amante. È Hyde che convince John Huston a ingaggiarla in “Giungla d’asfalto”, che  sarà il suo trampolino di lancio professionale. Nel ’51 la 20th Century-Fox trasforma il suo ultimo contratto di 6 mesi in uno della durata di 7 anni. Nel ’53 per protestare contro i bassi compensi e la cattiva gestione delle carriere della Fox, si ribella e viene sospesa dallo studio. Nel gennaio del ’54 sposa il giocatore di baseball Joe Di Maggio, ma divorzia l’ottobre dell’anno successivo. Il 7 gennaio del ’55 Marilyn Monroe e Milton Greene annunciano la formazione della Marilyn Monroe Productions. Ciò dà avvio a un anno di battaglia con la Fox durante il quale si tiene occupata studiando recitazione con il prestigioso insegnante Lee Strasberg. L’anno dopo la Fox accetta le condizioni della Monroe e la sua carriera subisce così una svolta decisiva. In quell’anno Marilyn interpreta la scena del bar tratta dall’Anna Christie di Eugene O’Neill all’Actors Studio di New York. Il 29 giugno ’56 sposa Arthur Miller. Due gravidanze finiscono in aborti spontanei. I ritardi con i quali si presenta alle riprese di “A qualcuno piace caldo” sono così frequenti da diventare un suo tratto caratteristico. Nel ’58 abortisce spontaneamente per la terza volta. Nel ’60 comincia ad andare in terapia dallo psichiatra Ralph Greenson. Qualche mese dopo viene assalita da una profonda crisi di nervi e nel ’61 divorzia da Miller. Nel giugno del ’62 la 20 Century Fox utilizza l’apparizione di Marilyn al gala in onore di JFK come pretesto per la risoluzione del contratto e sospende la produzione quasi ultimata del suo nuovo film, “Something’s Got Give”. Siamo al 4 agosto 1962, l’ultimo giorno di vita di Marilyn. I racconti su quest’ultimo giorno, al netto di pettegolezzi, voci, speculazioni e teorie di cospirazione, restano un mistero perché, ancora oggi, permangono irrisolti molti quesiti sulle incongruenze riscontrate sulla scena in cui venne trovato il corpo senza vita di Marilyn. La stessa autopsia, condotta dal dott. T. Noguchi, rilevò aspetti divergenti, come i segni di manipolazione sul corpo di Marilyn, rispetto alla versione ufficiale che stabilì la causa di morte del suicidio. “Marilyn Monroe si è tolta la vita o le sostanze che l’hanno uccisa le sono state iniettate da qualcuno?” (Thomas Noguchi). Il medico intervistato nel 1985, per la stesura di un libro su Marilyn, rispetto all’autopsia, rispose così: “Sono convinto che si sarebbe dovuta avviare un’inchiesta per valutare le nuove informazioni”. In realtà non sapremo mai la verità intorno ai fatti di personaggi elevati a simbolo come fu Marilyn, confezionati come tanti prodotti per la vendita da un sistema che si avvaleva del nuovo mezzo, quello dell’immagine, per condizionare il pensiero collettivo. Il padre di JFK, Joseph P. Kennedy era solito dire: “Ricordati: non conta ciò che sei, ma ciò che la gente pensa che tu sia”. Marilyn incarnò lo spirito del suo tempo, gli anni cinquanta, spensierati e innocenti e seppe cogliere l’opportunità, con tenacia, malgrado il pedaggio della richiesta sessuale in un ambiente sovrastato dal maschilismo (“L’inferno deve somigliare a Los Angeles …,” Bertolt Brecht) di dedicarsi a un lavoro, appassionante e sognante come quello di fare l’attrice (non guardava, forse, la sera, dalla finestra dell’orfanotrofio, prima di addormentarsi, le luci degli stabilimenti là in fondo e sognava che un giorno lei sarebbe stata la stella più luminosa? Così come di fatto è stato: Marilyn la si può considerare l’attrice simbolo del XX secolo, la più amata, imitata da milioni di donne, desiderata da milioni di uomini, la sua innocenza e, nel contempo, la sua sensualità incantavano. Marilyn Monroe, contrariamente a quanto comunemente la gente pensa, era un’attrice bravissima, anche nel ruolo da “oca”, era l’oca più brillante, spiritosa, divertente. Si capì subito, fin dal suo primo film “Giungla d’asfalto”, di Huston, nella particina della pupa, quanto fosse cinematografica e anche nella parte della dark lady in “Niagara”, accanto a Joseph Cotton (fu lei a proporre il movimento della mano mentre si svegliava dopo lo shock nell’aver appreso che il marito aveva ucciso l’amante) impersonava efficacemente il disagio e lo sprezzo verso un uomo che considerava un fallito. Marilyn aveva una voce bellissima e sicuramente se fosse vissuta più a lungo sarebbe diventata un’attrice superlativa. Era compassionevole. Donna Edith Sitwell parlando di Marilyn confidò: “Miss Monroe conosce il mondo, ma questa conoscenza non ha offuscato la sua grande, generosa dignità; l’oscurità del mondo non ha attenuato la sua bontà”. Il carattere era impossibile; nata sotto il segno dei gemelli con quell’infanzia tormentata, la sindrome dell’abbandono e nell’eredità genetica una vena di pazzia era dilaniata dalle contraddizioni. Nessuno poteva salvarla da se stessa, forse solo l’amore incondizionato; non certo l’intelligenza intellettuale di Miller o la gelosia di Di Maggio (che per altro l’amava moltissimo, ma che come lui stesso ammise, “Non è divertente essere sposato con una luce elettrica”). E alla fine come disse Frank A. Capell: “Finì sotto l’influenza di persone alle quali, con fanciullesca fiducia, permetteva di dirigere il corso della sua vita e che la portarono prematuramente alla tomba”. Interessante il punto di vista di Vittorio Zucconi che, in occasione dei quarant’anni dalla morte di Marilyn, così scriveva di lei e del suo tempo: … “Tutti coloro che la diressero, la conobbero, le lavorarono al fianco, da Hathaway a Clark Gable, da Cukor a Jack Lemmon, dal visagista che negli ultimi anni doveva truccarla a letto, perché al mattino impiegava ore per uscire dallo stupore dei barbiturici, hanno sempre ripetuto la stessa verità, che certamente Norma Jeane era bella, ma come dozzine, centinaia di altre stelle e starlet erano belle. Ma nessuna era bella come lei quando la sua immagine si stampava sul negativo della pellicola, “come se una radiazione sovrannaturale emanasse dalla sua persona e fosse recepita soltanto dall’obiettivo”, disse Wilder, che pure di stupende donne aveva filmato legioni. Sovrannaturale. Dunque incorporea. Dunque innocente, figlia perfetta di una decade che segnò il trionfo e poi l’apocalisse dell’età dell’innocenza, consumata nei miti del tempo. L’innocenza della politica, incarnata e poi uccisa nei Kennedy e nelle loro frasi che allora sembrarono tanto vere, la “nuova Frontiera”, “la torcia è passata nelle mani di una nuova generazione”, “non chiedete quello che l’America può fare per voi, ma quello che voi …”, prima che la storia rivelasse con quali mezzucci e con quali sordidi alleati i meravigliosi ragazzi con il ciuffo, il sorriso irlandese dentuto, le mogli tanto chic e i maglioni di lana ruvida fossero arrivati al potere. L’innocenza scientifica, esaltata dalla illusione che antibiotici e vaccini fossero avviati geometricamente a sradicare ogni malattia, mentre i motori di Von Braun spingevano l’uomo sempre più lontano, oltre i confini del sistema solare, verso le stelle. Innocenza dei diritti civili e naturali, con il volto e il sogno di Martin Luther King, profeta della giustizia senza violenza, disfatta dal Vietnam. Innocenza del peccato, soltanto alluso, intravisto, sussurrato nel plissetté della gonna di Marilyn, ma nascosto dietro un paio di mutande che oggi si trovano solo in farmacia con panciera e rinforzo anticellulite, ma che erano lo strumento essenziale e severo della seduzione inarrivabile. … Norma Jean, la ragazza che crebbe senza mai sapere chi era suo padre perché neppure la madre lo sapeva, morì il 5 agosto del 1962 perché si era dovuta concedere a molti, forse già dall’orfanotrofio e a Hollywood, nelle prime particine, nelle prime pose au poile, senza vestiti per un calendario da camionisti …  infine senza dignità davanti a un Presidente che l’ascoltò cantare in pubblico come una bambola sbronza “Happy Birthday” poco prima di morire … uccisa infine dalla corruzione di tutti”.

Mary Titton

 Non piangere bambola mia

Non piangere

Io ti tengo e ti cullo

In gran segreto fingo adesso

Di non essere tua madre che è morta …

Passeggiando

Clicchete clac

La mia bambola nella carrozzina È passata sui crepacci.

“Andremo lontanissimo”.

 (Marilyn Monroe)

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +28. Livorno (Italia, Europa) idem. Ahmedabad (Gujarat, India, Asia) parzialmente nuvoloso +39. Lalibela (Etiopia, Africa) per lo più nuvoloso +24Jacksonville (Florida, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +25. Nausori (Figi, Oceania) lievi rovesci di pioggia +25.


31 maggio   -215

La notizia del giorno.

Strage a Kabul: autobomba nel quartiere delle ambasciate.

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È di almeno 80 morti di e più di 350 feriti, fra i quali molte donne e bambini, il bilancio della strage di Kabul, dove un camion cisterna riempito di esplosivo è stato fatto esplodere da un kamikaze. È successo alle 8:25 in piazza Zanbaq, nel quartiere dove si trovano il palazzo presidenziale e diverse ambasciate, uno tra i più centrali e sicuri della capitale afghana. Secondo quanto riferiscono i media afghani citando fonti della sicurezza, nell’attentato sarebbero stati usati 1.500 kg di esplosivo. Un enorme boato, parecchio fumo, un’esplosione potentissima. Le ambasciate di Francia e Germania risultano danneggiate, mentre da fonti della Farnesina si apprende che tutto il personale dell’ambasciata italiana sta bene. I numerosi feriti sono stati trasportati in diversi ospedali della città, tra cui quello gestito da Emergency, che secondo il ministero della Salute locale, ha accolto almeno 150 persone. Le stesse autorità fanno sapere che il bilancio delle vittime è destinato a salire. L’ISIS ha rivendicato l’attacco. I Talebani hanno negato ogni loro responsabilità nell’attentato e il portavoce Zabihullah Mujahid ha assicurato con un Tweet che il gruppo “condanna ogni attentato che causa vittime civili.” L’attacco, che ha colpito la popolazione all’inizio del mese sacro del Ramadan, risulta essere tra i più violenti per la capitale afghana, “il peggiore dal 2001 ad oggi”, secondo quanto ha affermato Cecilia Strada, presidente di Emergency, a Rainews24. La missione Resolute Support della Nato ha spiegato che le forze di sicurezza afghane hanno impedito al veicolo di entrare nella zona di sicurezza della Green Zone, lasciando intendere che il veicolo potrebbe non essere riuscito a raggiungere il suo obiettivo predefinito.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Alida Valli.

image001(Da: Il terzo uomo di Orson Welles)

“Il viso di Alida è quello di una persona ricca di vita interiore, tormentata, insoddisfatta, combattuta tra problemi intellettuali, bisognosa di risolvere le cose in sé prima che fuori di sé, di essere in pace con la coscienza e con il senso del peccato prima che con le cose e con il peccato”. Con questi commenti, Carlo Levi, sottolineava la personalità complessa di una attrice che, con la sua eleganza innata, la bellezza aristocratica e la severità verso se stessa, come tratto distintivo del carattere, è stata l’attrice simbolo del cinema italiano del periodo fascista. Una baronessa nei modi e una lavoratrice instancabile che ebbe all’attivo, nel corso della sua carriera, più di cento film. Alida Valli  non fu solo un’icona per il pubblico cinematografico lo fu anche per il teatro, verso il quale, forse, era più votata che al cinema stesso. La sua carriera sul palcoscenico la portò a recitare in tutta Italia, in Francia e negli Stati Uniti con opere di Ibsen, Pirandello, Sartre, Williams, Miller e molti altri ancora; autori e colleghi tra i più grandi in assoluto. In televisione la Valli ha registrato indimenticabili interpretazioni in ruoli da protagonista e non negli sceneggiati televisivi, quelli degli anni ’60, ’70, i più amati proprio per l’alta qualità interpretativa di attori bravissimi e carismatici. In Messico partecipò a una serie televisiva di 55 puntate. Alida Valli è stata una delle grandi donne del Novecento, così è ricordata nelle mostre a lei dedicate e ogni volta che si parla di cinema, di spettacolo, di temperamento, di presenza scenica. Nel 1965 confessa a Oriana Fallaci che sì, ha attraversato grandi successi e intensi dolori, ma il dubbio che l’assilla è quello di non essere mai stata amata. Non sapremo mai se questo suo sentimento corrispondeva alla verità. Di lei come attrice si è visto tutto ma, l’espressione un pò malinconica del suo viso, bellissimo, faceva intuire una tristezza di fondo sembrava, a volte, “chiusa nei misteri della sua vita privata”. Quando nel ’54 scoppia lo scandalo Montesi (una giovane donna viene trovata morta sulla spiaggia di Torvaianica), tra gli indiziati c’è il musicista Piero Piccioni (in seguito verrà scagionato definitivamente), sentimentalmente legato alla Valli e figlio dell’allora Ministro degli Esteri, Attilio Piccioni, la stampa e l’opinione pubblica assilleranno, senza tregua, la Valli che sparirà dalle scene per tre anni. All’anagrafe, Alida Valli ha un nome altisonante: Alida Maria Altenburger von Markenstein und Frauenberg. Era nata a Pola il 31 maggio 1921 (terra divenuta italiana dopo la prima guerra mondiale) da madre istriana Silvia Obrekar, pianista, e da padre trentino, professore di filosofia e critico musicale per il giornale locale, barone, appartenente a una nobile famiglia di origini tirolesi ma di sentimenti patriottici italiani. Nel 2004, la Croazia decise di premiarla come grande artista croata, ma lei rifiutò il premio affermando: “Sono nata italiana e voglio morire italiana”. Quando Alida ha dieci anni, la famiglia si trasferisce per lavoro, sul lago di Como. Ma, all’età di 15 anni, la giovane, decide di andare a Roma dove si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia per debuttare, nel 1935, nel film di Mario Camerini “Il cappello a tre punte” e non si fermerà più: dal ’35 al ’40 gira quindici film. Nel ’41 Mario Soldati le affida la parte di Luisa, intenso ruolo drammatico nel film “Piccolo mondo antico”, dal romanzo di Fogazzaro; la sua interpretazione riceve il premio come migliore attrice dell’anno al festival di Venezia. Ma per lei è un anno doloroso: proprio allora il fidanzato, Carlo Cugnasca, aviatore, muore a Tobruk, in Libia, abbattuto dagli inglesi. Nel ’42 i suoi film “Noi vivi” e “Addio Kira” subiscono, su pressione di Mussolini, la censura fascista. A differenza di molti propri colleghi, nell’autunno del ’43 la Valli, per non recitare in film di propaganda fascista, rifiuta di trasferirsi negli studi cinematografici del fascismo saloino (il “Cinevillaggio” di Venezia) e rimane a Roma dove si nasconde con l’aiuto delle amiche Leonor Fini e Luciana d’Avack. Nel ’43, l’attrice porta a grande successo la canzone “Ma l’amore no” tratta dal film “Stasera niente di nuovo”, di Mario Mattoli, che divenne la canzone italiana di maggior successo e più trasmessa dall’EIAR nel corso dei due ultimi e più bui anni di guerra. Nel ’44 sposa l’artista e compositore Oscar De Mejo, cugino di Leonor Fini, da cui avrà due figli e dal quale divorzierà dopo otto anni. Nel ’47, ancora diretta da Soldati, riceve il nastro d’Argento come miglior attrice protagonista per “Eugenia Grandet”, di Maupassant. Nello stesso anno si trasferisce a Hollywood, su invito del produttore Selznick, che vorrebbe farne la “Ingrid Bergman italiana”. Appartengono a questo periodo, tra gli altri, “Il caso Paradine”, di Alfred Hitchcock, in cui recitò accanto a Gregory Peck, “Il miracolo delle campane”, di Irving Pichel, in cui recitò in coppia con Frank Sinatra, e “Il terzo uomo” (1949) di Carol Reed, interpretato assieme a Orson Welles. Nel ‘51 rientra in Italia, insofferente ai “diktat” dell’industria cinematografica statunitense, e nel ’54 fornisce una delle sue migliori interpretazioni nel capolavoro di Luchino Visconti “Senso” e la sua fama si consolida sotto la direzione di registi quali Gillo Pontecorvo in “La grande Strada azzurra”, del ’57, Franco Brusati in “Il disordine”, del ’62, Pier Paolo Pasolini in “L’edipo re”, del ’67. Negli anni settanta si dimostra un’attrice molto versatile, lavorando con Valerio Zurlini in “La prima notte di quiete”, del ’72, con Mario Bava in “Lisa e il diavolo”, del ’72, con Bernardo Bertolucci in “La strategia del ragno”, del ‘70 e nel kolossal “Novecento”, del ’76. E ancora con altri registi: Raffaello Materazzo, Marco Tullio Giordana, Dario Argento e così via. A teatro, nel ’73, recita in “Il gabbiano”, di Anton Cechov, regia di Fantasio Piccoli. La sua ultima apparizione sul palcoscenico è in “La città morta” di Gabriele d’Annunzio, con la regia di Aldo Trionfo. Nel ’92 è in Tv nello sceneggiato televisivo “Una vita in gioco”, di Giuseppe Bertolucci, nel ’92 e in “Delitti privati, nel film Tv del ’93. Fra gli ultimi film “Il lungo silenzio”, di Margarethe von Trotta, del ’93 e sei anni dopo “Il dolce rumore della vita”, di G. Bertolucci. “Un mito, una dea”, come la ricorda Bernardo Bertolucci, all’indomani della sua morte, “la più amata dagli italiani”, “la fidanzata d’Italia” muore a Roma il 22 aprile 2006, poverissima, sostenuta soltanto dalla pensione della legge Bacchelli. Numerosi i messaggi di cordoglio. Fra questi, quello del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che parla di “una grave perdita per la cultura italiana”, ricorda “la sua tenacia e il suo entusiasmo, il suo stile elegante e le grandi capacità”, riconoscendole il ruolo di “una delle più grandi e indiscusse attrici del nostro tempo”.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +26. Livorno (Italia, Europa) per lo più soleggiato +27. Kapan (Armenia, Asia) parzialmente nuvoloso +24. Mbale (Uganda, Africa) lievi rovesci di pioggia +25. Fairfax (Virginia, Stati Uniti d’America) nuvoloso +21. Invercargill (Southland, Nuova Zelanda, Oceania) parzialmente nuvoloso -1.


30 maggio   -216

La notizia del giorno.

Cronaca locale: La storica sfilata dei turchi a Potenza.

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Ieri sera a Potenza si è svolta la storica sfilata dei turchi, parata in costume d’epoca, con 1334 figuranti e 80.000 presenze secondo l’organizzazione. Prima della sfilata, come di consueto, a largo Pignatari si è tenuto il pranzo organizzato da I portatori del Santo: canti e balli in onore di san Gerardo, patrono della città lucana, festeggiato oggi, 30 maggio, giorno della traslazione delle sue spoglie. La sfilata è partita intorno alle 19:30 dallo stadio “Viviani” e si è snodata lungo le vie del centro storico fino a raggiungere la centralissima piazza Matteotti, dove, ripetendo una simbologia tipica dei riti pagani, e in particolare della tradizione dei riti arborei lucani, è stata innalzata e incendiata in onore del Santo Patrono, la cosiddetta “Iaccara”, un fascio di canne e legna lungo dodici metri, del diametro di un metro e pesante circa una tonnellata, trasportata da 20 persone lungo tutto il percorso della parata storica. Si tratta di un’antica tradizione di cui è traccia nelle cronache storiche, ripresa, dopo oltre un secolo di abbandono, da giovani volontari della città, a partire dall’edizione 2009. Sono sfilate per le vie cittadine figure del mondo contadino e rappresentanti del mondo nobiliare nei sontuosi costumi del XII, XVI e XIX sec., preceduti dagli stendardi delle antiche sei porte della città e dai musici e dagli sbandieratori in costume medievale che hanno dato prova della loro abilità suscitando gli applausi della folla degli spettatori. Non potevano mancare i turchi su splendidi cavalli arabi, con il seguito di odalische, che a tratti si esibivano nella danza del ventre, perché la vulgata cittadina fa risalire la rappresentazione allegorica del 29 maggio alla pretesa invasione di Potenza, intorno al 1100, da parte di un esercito turco, il quale avrebbe risalito il fiume Basento fino al capoluogo. I cittadini, impotenti dinanzi all’organizzazione militare degli invasori, si sarebbero rivolti così al vescovo, Gerardo La Porta, e questi, invocando una schiera di angeli guerrieri, avrebbe compiuto il miracolo di liberare la città dai suoi nemici. La rievocazione è stata oggetto negli ultimi anni di molti rimaneggiamenti e ha perso molto del suo antico aspetto, è comunque, come in moltissime altre città del nostro Paese, importante per non perdere la memoria delle tradizioni e della storia, anche quando confina con la leggenda.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Boris Leonidovič Pasternak: Il dottor Živago.

800px-BORIS_BESIDE_THE_BALTIC_AT_MEREKULE,_1910_by_L.Pasternak(Ritratto dal padre Leonid Pasternak, 1910)

Lo scrittore russo Boris Leonidovič Pasternak ha legato il suo nome al suo unico e celebre romanzo “Il dottor Živago”, che nel 1958 ottenne l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura. Alla notizia dapprima Pasternak inviò un telegramma a Stoccolma esprimendo la sua gratitudine attraverso parole di sorpresa e incredulità, alcuni giorni più tardi, in seguito a pressanti minacce e avvertimenti da parte del KGB circa la sua definitiva espulsione dalla Russia e la confisca delle sue già limitatissime proprietà, lo scrittore con rammarico comunicò all’organizzazione del prestigioso premio la sua rinuncia per motivi di ostilità del suo Paese. Pasternak rifiutò così la fama, il denaro del premio e i riconoscimenti che avrebbe trovato all’estero, per non vedersi negata la possibilità di rientrare nell’URSS. Da allora trascorse il resto dei suoi giorni senza aver ritirato il premio e comunque perseguitato. Morì due anni dopo in povertà, non aiutato da chi in Italia e in altre nazioni si arricchiva con la vendita del suo romanzo, a Peredelkino, nei dintorni di Msca, il 30 maggio 1960. Proprio l’assegnazione del premio scatenò una vicenda singolare che vide il coinvolgimento dei servizi segreti occidentali. Infatti il regolamento dell’Accademia Svedese prevede che, per ottenere il Nobel, l’opera in questione debba essere stata pubblicata nella lingua materna dell’autore, requisito che “Il dottor Živago” non aveva. Pertanto, a pochi giorni dal momento in cui l’assegnazione avrebbe dovuto essere resa nota, un gruppo di agenti della Cia e dell’intelligence britannica riuscì ad intercettare la presenza di un manoscritto in lingua russa a bordo di un aereo in volo verso Malta. Gli agenti obbligarono l’aereo a deviare per entrare momentaneamente in possesso del manoscritto che, fotografato pagina per pagina, fu precipitosamente pubblicato su carta con intestazione russa e con le tecniche tipografiche tipiche delle edizioni russe. Questo fu lo stratagemma usato per permettere l’assegnazione del Nobel al capolavoro di Pasternak. L’opera, che fu censurata dal governo russo, fu causa per l’autore di persecuzioni intellettuali da parte del regime e dei servizi segreti, che lo costrinsero negli ultimi anni della sua vita alla povertà e all’isolamento. Ad ogni modo il manoscritto riuscì a superare i confini sovietici e il libro, nel 1957, venne pubblicato per la prima volta in Italia dalla casa editrice Feltrinelli in una edizione diventata poi storica, di cui parlò subito il critico letterario Francesco Bruno. Il libro si diffonderà in occidente e nel giro di pochissimo tempo, tradotto in più lingue, diventerà il simbolo della testimonianza della realtà sovietica. Il romanzo fu pubblicato legalmente in Russia solo nel 1988, nel periodo di riforma dell’Unione Sovietica promosso da Gorbačëv, e nel 1989 il figlio dell’autore, Evgenij, in Svezia ritirò il premio spettante al padre 31 anni prima. Il romanzo narra le vicende di un medico russo con la passione della scrittura, il dottor Jurij Andreevic Živago partendo dalla sua adolescenza e parallelamente da quella della sua futura moglie Tonja Gromeko sullo sfondo della rivolta del 1905. Dopo gli anni della prima gioventù, la storia prosegue, alternando immagini della guerra e della Rivoluzione del 1917. Allo scoppio della prima guerra mondiale, Jurij viene chiamato a prestare servizio in un’unità medica inviata al fronte. Quando però il divampare della rivoluzione provoca il dissolvimento dell’esercito russo, rientra a Mosca. Gli basta poco per rendersi conto delle difficili condizioni di vita venutesi a creare in città in seguito alla rivoluzione, decide quindi di rifugiarsi, con la moglie Tonia, il figlio Sasha e il suocero, a Varykino, un paesino sperduto sui Monti Urali. Qui, il dottore, obbligato a una certa inattività, comincia a frequentare le biblioteche locali, dove incontra Larisa Antipova (che aveva già conosciuto come crocerossina durante la guerra, quando il martio di lei risultava disperso al fronte). Tra i due nasce un amore, che Živago vive con grandi dubbi e grande senso di colpa, rendendosi conto di voler ancora bene alla moglie, che nel frattempo è nuovamente rimasta incinta. Decide così di confessare tutto a Tonia, ma, prima di poterlo fare, viene aggregato di forza da un gruppo di partigiani rossi capitanato proprio da Pavel Antipov, marito di Larisa, che combatte contro i distaccamenti “bianchi”. Živago scoprirà questa identità solo più tardi, perché Antipov si fa chiamare Strel’nikov. Dopo qualche mese Živago, finalmente libero, torna al paese e ritrova Lara: è questo il periodo più felice della vita di Živago, in cui anche la sua vena letteraria può esprimersi al meglio, ma poi i due svengono costretti a separarsi. Il dottore, tornato a Mosca, vive in miseria e viene a sapere che la sua famiglia è stata espulsa in quanto antisovietica e vive a Parigi. Živago – che convive con la figlia del suo ex portinaio, Marina Capova – spera di riuscire a far rientrare i suoi cari o di partire egli stesso per la Francia. Negli stessi mesi Tonja dal suo esilio combatte per ottenere il visto di rientro in patria. Dopo alcuni anni, in modo del tutto casuale, Živago incontra il suo fratellastro, Yevgraf (da sempre fervente bolscevico, aveva fatto carriera nell’Armata rossa, arrivando fino al grado di generale) che, resosi conto della difficile situazione del fratello, lo aiuta economicamente e si attiva per fargli occupare un posto in un grande ospedale, posto che però Živago non potrà mai occupare, perché dopo pochi mesi, viene stroncato da un infarto. Ai funerali, tra la folla convenuta, segno che la fama di Živago era ben superiore a quanto anch’egli credesse, partecipa anche, sconvolta dal dolore, Lara, che, arrivata da poco a Mosca abita, senza saperlo, nelle vicinanze del dottore di cui continua a essere innamorata. Lara ed Yevgraf, nei giorni successivi, decidono di raccogliere e far pubblicare, in maniera sistematica, gli scritti di Živago, ma la donna non potrà portare a termine l’opera: “Un giorno Larisa Fëdorovna uscì di casa e non ritornò più. Evidentemente fu arrestata per strada. E morì o scomparve chissà dove, numero senza nome di qualche irrintracciabile elenco, in uno degli innumerevoli campi di concentramento comuni, o femminili, del Nord”. L’epilogo del libro si ha nell’estate del 1943, durante la seconda guerra mondiale, quando Dudorov e Gordon, diventati ufficiali dell’esercito, durante un trasferimento incontrano la lavandaia Tanja, che racconta loro la sua triste storia, dalla quale i due capiscono trattarsi della figlia nata dalla relazione di Živago con Lara. Da questo capolavoro della narrativa novecentesca è stato tratto, nel 1965, il film omonimo di successo con Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Alec Guinness, Rod Steiger; presentato in concorso al 19º Festival di Cannese vinse cinque Golden Globe e cinque Oscar, celebre quello per la musica, il Tema di Lara, che vendette centinaia di migliaia di copie.

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +28. Livorno (Italia, Europa) soleggiato 26. Ahwaz (Khūzestān, Iran, Asia) coperto +40Meru (Kenya, Africa) parzialmente nuvoloso +21Ipiales (Dipartimento di Nariño, Colombia, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +13. Fremantle (Australia) sereno +14.


29 maggio   -217

La notizia del giorno.

A Cannes palma d’oro al film “The Square”.

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La palma d’oro del 70° Festival di Cannes è andata al provocatorio film The square del regista svedese Ruben Östlund, un ritratto della società contemporanea attraverso il personaggio del curatore di un museo di arte moderna: mentre lui sta preparando una mostra che vorrebbe essere un invito all’altruismo e alla solidarietà, una serie di eventi surreali e imprevisti come il furto del suo cellulare, un gravissimo errore di comunicazione dei suoi collaboratori lo sprofonda in una crisi esistenziale. Miglior attore protagonista è Joaquin Phoenix con il film You were Never Really di Lynne Ramsay, il premio per la miglior interpretazione femminile è andato invece all’attrice tedesca Diane Kruger, 40 anni, che dopo 15 anni di carriera, ha finalmente girato nella sua lingua madre, conquistando così la giuria di Pedro Almodovar con il ruolo di questa madre distrutta dal dolore e poi in cerca di vendetta per la morte del marito e del figlio, vittime di una bomba neonazista nel film In the Fade di Fatih Akin. Ex ballerina ed ex modella dopo aver attraversato ogni tipo di cinema: kolossal come Troy (dove era Elena), film d’azione come Il mistero dei templari con Nicolas Cage, il cinema d’autore e le serie tv, si è finalmente misurata con un ruolo in cui ha potuto dimostrare tutte la sua bravura e per il quale si è trasformata. “Grazie moltissime alla giuria e al festival per questo premio, sono sommersa dalle emozioni … Non posso accettare questo premio senza pensare a chi è stato colpito da atti di terrorismo e lo dedico a chi riesce a trovare la forza di andare avanti”. Sofia Coppola è stata premiata come miglior regista per il film L’inganno con Nicole Kidman, remake del film di Don Siegel del ’71, che nelle mani della regista americana è diventato un “revenge movie” femminista con un cast di sole donne ad eccezione di Colin Farrell dove, oltre alle star Nicole Kidman, Kirsten Dunst e Elle Fanning, sono notevoli anche le giovani attrici che interpretano le fanciulle di un collegio femminile durante la guerra di Successione in Virginia. Il premio della giuria va al film Loveless del regista russo Andrei Zvjagincev, mentre il premio speciale è andato a Nicole Kidman, che non era presente, per cui il premio è stato ritirato da Will Smith, che prima ha tentato un’imitazione dell’attrice in falsetto e poi ha lanciato un video in cui la Kidman da Nashville ha parlato dell’esperienza di Cannes “come un sogno”. “Mi spiace non essere lì con voi ma sono con la mia famiglia”. “Bonsoir, je t’aime e a presto” sono stati il suo saluto alla platea. L’Italia che quest’anno è fuori dalla Palma d’oro, si è riscattata con Fortunata di Sergio Castellitto, che ha vinto il premio per la migliore attrice a Jasmine Trinca a Un Certain Regard, il concorso parallelo della selezione ufficiale del festival di Cannes.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Peter Higgs.

image001(Grafico di un potenziale a simmetria che gode di rottura spontanea della simmetria)

Nasceva il 29 maggio 1929, a Newscastel upon Tyne, Peter Higgs, il fisico britannico “scopritore” dell’omonimo bosone, le cui intuizioni e teorie hanno rivoluzionato la moderna fisica delle particelle e gli sono valse il Nobel per la fisica 2013. Higgs suggerì l’esistenza della particella in questione all’inizio degli anni sessanta; ebbe l’intuizione della sua teoria precisamente nel 1964, mentre passeggiava per le colline scozzesi del Caingorm; tornato in laboratorio, dichiarò di aver maturato “Una grande idea” (“one big idea”). Nel libro “La nascita imperfetta delle cose” (Rizzoli), del fisico Guido Tonelli (uno dei protagonisti del successo scientifico e portavoce dell’esperimento Csm al Cern di Ginevra insieme alla fisica Fabiola Gianotti, oggi direttrice generale del Cern e responsabile dell’esperimento gemello Atlas, “l’importanza del risultato imponeva due misurazioni indipendenti”), lo scienziato racconta la grande avventura della scoperta di questa particella. Una storia che parte dalle intuizioni del giovane Enrico Fermi, per poi arrivare agli studi di Robert Brount, François Englert e Peter Higgs: i tre scienziati, nel 1964, individuarono il meccanismo che dà la massa a tutte le particelle, il cosiddetto campo scalare, il “campo di Higgs”. Quest’ultimo è una sorta di fluido onnipresente con il quale le particelle interagiscono e, così facendo, acquisiscono la loro massa caratteristica. Così i fotoni, cioè le particelle che costituiscono la luce, passano indenni attraverso il campo di Higgs e non hanno massa. Gli elettroni, invece, interagiscono di più (ma poco) e per questo hanno una certa massa. Mentre i quark, che interagiscono ancora di più, hanno una massa maggiore. Non solo. Conformemente alle leggi della meccanica quantistica, il campo di Higgs ha una natura “granulare”. E la sua componente minima è il bosone di Higgs, una particella che gli scienziati hanno cercato per decenni, senza mai trovarla. (L’americano Philip Warren Anderson, che vinse il Nobel nel 1977 per “il contributo alle teorie dello scattering nell’antiferromagnetismo e nella superconduttività ad alta temperatura e della rottura spontanea di simmetria” ha determinato, con le sue scoperte, la possibilità, per gli altri studiosi, di individuare le particelle subatomiche. Il meccanismo di rottura spontanea di simmetria è alla base delle importanti rivoluzioni concettuali nella fisica). Ci provò prima l’esperimento Desy, in Germania. Poi il Lep al Cern di Ginevra e Tevatron al Fermilab di Chicago. Ma la dimostrazione empirica della sua esistenza teorizzata quarant’anni prima dagli scienziati sopra menzionati (ma solo il lavoro di Peter Higgs citava la possibile esistenza di un nuovo bosone), come è noto, si è avuta nel 2011 grazie all’acceleratore Lhc del Cern di Ginevra, che fu costruito proprio per questo esperimento. Il successo sperimentale del bosone di Higgs ha portato al premio Nobel Francois Englert e Peter Higgs (Robert Brount era morto da poco), che avevano previsto con esattezza quanto poi è stato osservato più di quarant’anni prima. Con il bosone di Higgs si è aggiunto un altro tassello nel “Modello Standard”. Quest’ultimo costituisce un vademecum per capire come sia fatta la materia, quali siano i “mattoncini” fondamentali che la compongono e come questi costituenti interagiscono tra loro. Nel Modello Standard i fisici racchiudono la conoscenza che hanno elaborato studiando le particelle e le quattro forze fondamentali. Esso tuttavia non riesce a spiegare tutto ciò che osserviamo e sono proprio gli interrogativi ancora aperti a guidare la ricerca nella fisica delle particelle. I fisici affermano, sostenuti dalle recenti sperimentazioni, che i bosoni sono una classe di particelle. Tutte le particelle responsabili delle forze sono dei bosoni: i gluoni, responsabili della forza nucleare forte, i bosoni W e Z, responsabili della forza nucleare debole, il fotone, legato alla radiazione elettromagnetica, il gravitone (se esiste, dovrebbe essere responsabile della trasmissione della forza di gravità nei sistemi di gravità quantistica), l’Higgs, responsabile per la massa (perciò chiamato anche particella di Dio, denominazione che dispiace al professor Peter Higgs perché teme che possa offendere le persone di fede religiosa), i fermioni, una famiglia di particelle che comprende quark, neutrini ed elettroni e le scalari, particelle di massa nulla: sarebbero pura energia cinetica. Proprio queste due ultime “particelle” i fermioni e le scalari, nella loro interazione, darebbero vita al bosone di Higgs, secondo una recente ipotesi da parte di quattro fisici italiani che, pur lavorando in luoghi diversi, sono giunti alla stessa conclusione. Per la caccia alle scalari è necessario un acceleratore più potente dell’Lhc, ma se dovessero essere scoperte, affermano gli scienziati, si potrebbe dare una soluzione a problemi cosmologici che oggi appaiono fuori dalla nostra portata, per esempio quelli sulla materia oscura o sulla scomparsa dell’antimateria dal nostro Universo.  

 Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +28. Livorno (Italia, Europa) soleggiato 26. Tagbilaran (Provincia di Bohol, Filippine, Asia) per lo più nuvoloso +28. Volubilis (Marocco, Africa) per lo più soleggiato +27. St. Covington (Georgia, Stati Uniti d’America) pioggia debole +21Lae (Papua Nuova Guinea, Oceania) parzialmente nuvoloso +24.


28 maggio   -218

La notizia del giorno.

Sport: una domenica ricca di eventi.

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F1 Gp Monaco: a Monaco la Ferrari trionfa con una doppietta che mancava dal 2010, a Montecarlo addirittura dal 2001. Vettel taglia per primo il traguardo davanti al compagno di team Raikkonen. Sul podio anche la Red Bull di Ricciardo. La Mercedes di Bottas è quarta, Hamilton chiude settimo. Ora la Rossa guida le classifiche piloti e costruttori. Vettel guida il mondiale con 129 punti e la Ferrari il mondiale team con 196 punti. Ottima tenuta di gara e buona strategia di Sebastian. La Mercedes costretta a limitare i danni con Bottas quarto alle spalle di Ricciardo e Hamilton settimo.

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Roma in Champions: un gol di Perotti al 90′ assegna alla Roma il secondo posto, con annesso accesso diretto alla Champions e risolve una partita parecchio più complicata dei pronostici. La festa per l’ultima partita di Totti con la Roma diventa un thriller col lieto fine proprio negli ultimi secondi. La Roma batte il Genoa con un 3-2 da infarto. Addio tra le lacrime di Totti: “Totti è la Roma” campeggia in Curva Sud a lettere cubitali prima del fischio d’inizio. Il capitano, occhi lucidi, va sotto gli spalti e ringrazia il popolo giallo-rosso. L’emozione si taglia col coltello. L’ultima pagina è scritta. Standing ovation di un Olimpico strapieno e commozione in campo all’ingresso del capitano al nono minuto della ripresa. “Il tempo ha deciso … momento che non volevo arrivasse mai”, dice lui emozionato e con un microfono in mano rivolgendosi a 60mila persone che piangono. Così Totti lascia il club dopo 25 anni, capitano dello scudetto, 307 gol in 785 presenze, 250 in 618 gare in serie A (terzo nella classifica di tutti i tempi), 2 triplette e 45 doppiette; 41 anni a settembre, si toglie idealmente la maglia della Roma e sul serio la fascia da capitano, consegnandola al leader della squadra dei Pulcini perché la vita continua e c’è un futuro.

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100° Giro d’Italia: Tom Dumoulin ha vinto, precedendo nella classifica finale per soli 31” il colombiano Nairo Quintana e per appena 40” Vincenzo Nibali, salito sul gradino più basso del podio. Il 26enne olandese del team Sunweb ha ribaltato la classifica grazie all’ultima tappa a cronometro, di 29 km, da Monza a Milano, risalendo così in extremis dal quarto al primo posto in classifica. In un Giro sulla carta disegnato per gli scalatori vince quindi un grande passista e cronoman, che si lascia alle spalle tutti i grimpeur. Classifica finale: 1. Tom Dumoulin (Ola); 2. Nairo Quintana (Col) 31”; 3. Vincenzo Nibali 40”; 4. Thibaut Pinot (Fra) 1’17”; 5. Ilnur Zakarin (Rus) 1’56”; 6. Domenico Pozzovivo 3’11”; 7. Bauke Mollema (Ola) 3’41”; 8. Bob Jungels (Lus) 7’04”; 9. Adam Yates (Gbr) 8’10”; 10. Davide Formolo 15’17”.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Brescia: la strage di piazza della Loggia.

Strage_della_Loggia_esplosione(La piazza subito dopo l’esplosione)

Il 28 maggio 1974, alle ore 10:00, in piazza della Loggia, a Brescia, durante un comizio antifascista, esplose un ordigno nascosto in un cestino della spazzatura. L’attentato provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre centodue. L’atto, riconducibile alla strategia della tensione, portò alla condanna in primo grado di alcuni esponenti dell’estrema destra. Uno di essi, Ermanno Buzzi, fu strangolato in carcere il 13 aprile 1981. Nel 1982 il processo di secondo grado commutò le condanne in assoluzioni, confermate nel 1985 dalla Corte di Cassazione. Un secondo filone di indagine partì nel 1984 e portò ad altri esponenti di destra: gli imputati furono assolti in primo grado nel 1987 e prosciolti in appello nel 1989 con conferma da parte della Cassazione. Nel corso dei procedimenti giudiziari vennero alla luce indizi del coinvolgimento nella strage dei servizi segreti e di alcuni apparati dello stato e una lunga serie di inquietanti circostanze: l’ordine del vicequestore Aniello Damaremeno, due ore dopo la strage, a una squadra di pompieri di ripulire frettolosamente con le autopompe il luogo dell’esplosione, spazzando via così reperti e tracce di esplosivo; la misteriosa scomparsa dell’insieme dei reperti prelevati in ospedale dai corpi dei feriti e dei cadaveri, anch’essi di fondamentale importanza ai fini dell’indagine; infine la recente perizia antropologica ordinata dalla Procura di Brescia su una fotografia di quel giorno che comproverebbe la presenza sul luogo della strage di Maurizio Tramonte, militante di Ordine Nuovo e collaboratore del SID. Inoltre l’invio nel 1989 da parte del SISMI di una velina, relativa a un’improbabile pista cubana, e la misteriosa fuga di un testimone in Argentina, avvenuta poco prima che i magistrati potessero ascoltarlo, portarono il giudice istruttore Zorzi a denunciare l’esistenza di un meccanismo “che fa letteralmente venire i brividi, soprattutto di rabbia, in quanto è la riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo”. Una terza istruttoria, nel 2005, ha portato alla richiesta di arresto per Delfo Zorzi, ormai divenuto cittadino giapponese non estradabile. Nel 2008 sono stati rinviati a giudizio i sei imputati principali: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi. I primi tre erano, all’epoca, militanti del gruppo neofascista Ordine Nuovo, fondato da Pino Rauti. Francesco Delfino era un ex generale dei carabinieri, responsabile del Nucleo investigativo di Brescia. Giovanni Maifredi era collaboratore dell’allora ministro degli interni Paolo Emilio Taviani. Il 21 ottobre 2010 i pubblici ministeri formularono l’accusa di concorso in strage per tutti gli imputati, escluso Pino Rauti, per il quale fu chiesta l’assoluzione per insufficienza di prove, anche se gli venne riconosciuta la responsabilità morale e politica nella vicenda. Il 16 novembre del 2010 la Corte d’Assise si pronunciò con l’assoluzione di tutti gli imputati, con formula dubitativa per Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino e Pino Rauti, il non luogo a procedere per Maurizio Tramonte e la revoca della misura cautelare per Delfo Zorzi. Il 14 aprile del 2012 la Corte d’Appello confermò l’assoluzione per tutti gli imputati e condannò le parti civili al rimborso delle spese processuali. Il 22 luglio 2015 Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi sono stati condannati, in appello, all’ergastolo. Nelle motivazioni della sentenza i giudici hanno posto l’accento sui “troppi intrecci che hanno connotato la malavita, anche istituzionale, dell’epoca delle bombe” che hanno fatto da contorno allo stragismo neofascista degli anni di piombo, facendo ampio riferimento all’ “opera sotterranea” condotta da un “coacervo di forze” che di fatto hanno reso “impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità”. Queste le motivazioni della sentenza di appello del Tribunale di Milano, il 10 agosto 2016: «Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze di cui ha parlato Vinciguerra [ex ordinovista che si è assunto la responsabilità della Strage di Peteano ndr], individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza della Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultra ottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la malavita, anche istituzionale, dell’epoca delle bombe ». Un ulteriore troncone di indagine risulta tuttora pendente presso la Procura per i Minorenni di Brescia a carico del veronese Marco Toffaloni. A seguito di rivelazioni del collaboratore di giustizia Gian Paolo Stimamiglio, al quale Toffaloni, ritenuto dagli inquirenti militante di Ordine Nuovo, avrebbe riferito di “aver avuto un ruolo tutt’altro che marginale nella strage”, è stata acquisita una fotografia del giorno della strage che attesterebbe la presenza di Toffaloni, all’epoca diciassettenne, in piazza della Loggia la mattina del 28 maggio 1974, pochi istanti dopo l’esplosione. È stata così disposta dalla Procura una perizia antropometrica al fine di effettuare una comparazione tra la fotografia e altre di Toffaloni della stessa epoca, sequestrate presso i suoi genitori. I risultati di detta perizia, esposti dai consulenti della Procura nel corso dell’incidente probatorio svoltosi il 22 luglio 2016 presso il Tribunale per i Minorenni di Brescia, hanno confermato la presenza di Toffaloni sul luogo della strage. Toffaloni, interrogato sui fatti per rogatoria, poiché residente in Svizzera, dal pubblico ministero titolare dell’inchiesta, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non sono più classificati e sono perciò liberamente consultabili da tutti.

 METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +27. Livorno (Italia, Europa) idem. Kabul (Afghanistan, Asia) per lo più soleggiato +28. Somone (Senegal, Africa) parzialmente nuvoloso +32. Kapolei (Hawaii, Stati Uniti d’America) sereno +21. Scottsdale (Tasmania, Australia, Oceania) nuvoloso +6.


27 maggio   -219

La notizia del giorno.

Il vertice del G7 a Taormina.

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Si è concluso a Taormina il vertice del G7: il risultato più importante è stato l’impegno comune contro il terrorismo, come ha dichiarato il premier italiano Gentiloni, rilevando che la dichiarazione è importante perché arriva dopo gli attentati a Manchester e in Egitto e perché segnerà una traccia per il nesso tra radicalizzazione e il lavoro dei grandi server provider di Internet. “Abbiamo discusso molto su commercio internazionale e clima.” ha detto ancora Gentiloni al termine del G7. Sul clima “abbiamo preso atto che mentre 6 su 7 confermano gli impegni sull’accordo di Parigi, gli Usa sono ancora in fase di revisione della loro politica. Mi auguro che questa fase si concluda presto e bene”. Nella dichiarazione finale del G7 si legge che “gli Usa sono nel processo di revisione delle loro politiche sul cambiamento climatico e sull’accordo di Parigi e non sono nelle condizioni di unirsi agli altri partner su questo”. La gestione dei flussi migratori richiede “sforzi coordinati a livello nazionale e internazionale”, si legge ancora nel comunicato finale del G7: “pur sostenendo i diritti umani di tutti i migranti e rifugiati, riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati, individualmente e collettivamente, a controllare i propri confini e stabilire politiche nell’interesse nazionale e per la sicurezza”. Donald Trump, parlando a Sigonella dove si è recato dopo il G7 in visita ai soldati americani di stanza nella base militare, ringrazia l’Italia e gli alleati della Nato per il contributo dato alla lotta al terrorismo: “Vinceremo”, ha detto il presidente americano. “A Roma – ha poi continuato – sono stato ispirato dalla grande bellezza, dalla basilica di San Pietro e dal colloquio con il Papa”. Intanto a Giardini Naxos sono avvenuti scontri tra manifestanti ‘No G7′ e polizia. Il corteo non si è fermato dove era prevista la conclusione del percorso ed è avanzato verso lo schieramento delle forze dell’ordine. Gli scontri sono stati provocati da una trentina di persone che indossavano magliette nere e rosse contro la volontà della maggioranza dei partecipanti, che ha anche cercato di fermare i più facinorosi. Il contatto con le forze dell’ordine è durato pochi secondi, dopodiché il gruppo che aveva tentato di sfondare si è ricompattato e ha affrontato per alcuni minuti i poliziotti per poi disperdersi. La maggioranza del corteo ha espresso contrarietà al tentativo di sfondamento: alcuni di loro sono anche stati picchiati dagli stessi che avevano provocato gli scontri. La situazione poi è tornata tranquilla e il corteo si è pian piano sciolto. “Non siamo noi gli invasori – dicono – siamo quelli che vivono e lottano ogni giorno per questa terra. Sono loro che se ne devono andare”. Al corteo, accolto da un lungo applauso, hanno partecipato diverse centinaia di persone.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Antonio Ligabue: “il folle genio della pittura naïf”.

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Il 27 maggio 1965, dopo una vita travagliata, quando ormai ha raggiunto il successo e nel 1961 ha visto allestita la sua prima mostra personale alla Galleria La Barcaccia a Roma, muore, all’età di 65 anni, Antonio Ligabue, detto “Al tedesch” (“Il tedesco”) o “Al Matt” (“Il matto”) e viene sepolto nel cimitero di Gualtieri: sulla sua lapide viene posta la maschera funebre in bronzo realizzata da Mozzali. Nel 1965, all’indomani della sua morte, gli viene dedicata una retrospettiva nell’ambito della IX Quadriennale di Roma. Su iniziativa di Augusto Agosta Tota e con il patrocinio della regione Lombardia, della provincia e del comune di Milano, dal 28 novembre 1980 all’11 gennaio 1981 fu allestita una grande mostra antologica al Palazzo dell’Arengario: nella sala delle Cariatidi furono esposte oltre 150 sue opere tra dipinti, sculture, disegni e puntesecche, poi raccolte in un dettagliato catalogo con testi di vari critici e intellettuali, come Cesare Zavattini, Alberto Bevilacqua, Mario De Micheli e Raffaele De Grada. La suddetta mostra antologica, nello stesso anno e in quello successivo, verrà poi replicata a Bordighera, Lugano, Parigi, Strasburgo e altre località. Nel 2002 Sergio Negri, tra i maggiori esperti delle opere di Ligabue, pubblicò il Catalogo generale dei dipinti. Tra il 20 giugno e il 4 novembre 2008, al Palazzo Reale di Milano, si tenne una mostra monografica sul pittore organizzata dal Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue di Parma, presieduto da Augusto Agosta Tota. Nel 2015, a Gualtieri, a 50 anni dalla sua morte, nasce la Fondazione Museo Antonio Ligabue che realizza un’antologica con 180 opere dell’artista tra dipinti, disegni, incisioni e sculture.Tanti i riconoscimenti dopo la morte, ma la vita di questo geniale artista fu segnata da grandi difficoltà e sofferenze. Antonio Ligabue nacque a Zurigo il 12 dicembre 1899 da Elisabetta Costa, originaria di Cencenighe Agordino, e da padre ignoto: venne registrato anagraficamente come Antonio Costa. Il 18 gennaio 1901 Bonfiglio Laccabue, emigrato in Svizzera dal comune di Gualtieri, sposò Elisabetta e il 10 marzo successivo riconobbe il bambino che assunse così il cognome del patrigno. Antonio, però, divenuto adulto, preferì, nel 1942, essere chiamato Ligabue (presumibilmente per l’odio che nutriva verso Bonfiglio, da lui considerato come l’uxoricida della madre Elisabetta, morta tragicamente nel 1913 insieme a tre fratelli in seguito a un’intossicazione alimentare. Nel settembre del 1900 venne affidato agli svizzeri Johannes Valentin Göbel ed Elise Hanselmann che lo denunciarono varie volte per i suoi strani comportamenti. A causa delle disagiate condizioni economiche e culturali la famiglia adottiva è costretta a continui spostamenti: Ligabue rimarrà con i Göbel fino al 1919. Il carattere difficile e le problematicità di apprendimento lo portarono a cambiare scuola: prima a San Gallo, poi a Tablat e infine a Marbach, da dove venne allontanato nel maggio del 1915 per cattiva condotta. Si trasferì quindi con la famiglia a Staad. Tra il gennaio e l’aprile del 1917, dopo una violenta crisi nervosa, fu ricoverato per la prima volta in un ospedale psichiatrico a Pfäfers. Nel 1919, su denuncia di Elise Hanselmann, la mamma affidataria, venne espulso dalla Svizzera. Da Chiasso fu condotto a Gualtieri, luogo d’origine di Bonfiglio Laccabue, ma, non sapendo una parola di italiano, fuggì tentando di rientrare in Svizzera. Riportato al paese, visse grazie all’aiuto dell’ospizio di mendicità Carri. Nel 1920 ricevette l’offerta di un lavoro presso gli argini del Po: proprio in quel periodo iniziò a dipingere. Nel 1928 incontrò Renato Marino Mazzacurati che ne comprese l’arte genuina e gli insegnò l’uso dei colori ad olio, guidandolo verso la piena valorizzazione del suo talento. In quegli anni si dedicò completamente alla pittura, continuando a vagare senza meta lungo il fiume Po, nel 1937 fu ricoverato in manicomio a Reggio Emilia per atti di autolesionismo. Nel 1941 lo scultore Andrea Mozzali lo fece dimettere dall’ospedale psichiatrico e lo ospitò a casa sua a Guastalla. Durante la guerra fece da interprete alle truppe tedesche. Nel 1945, per aver percosso con una bottiglia un militare tedesco, dovette rientrare in manicomio rimanendovi per tre anni. Nel 1948 la sua attività artistica si fece più intensa tanto che giornalisti, critici e mercanti d’arte si interessarono a lui. Nel 1957 Severo Boschi, firma de Il Resto del Carlino e il fotoreporter Aldo Ferrari gli fecero visita a Gualtieri: ne scaturì un servizio sul quotidiano con immagini tuttora celebri. Nel 1961 un incidente in motocicletta (gli ultimi anni di vita gli permisero di uscire dalle ristrettezze economiche e di dedicarsi alle sue passioni, tra cui appunto quella per le moto) rallenta la sua attività, penalizzata ulteriormente da una paresi che lo coglie l’anno successivo: una emiparesi dovuta a vasculopatia cerebrale che lo colpisce sia nella mente che nel fisico. Prima di morire, il 27 maggio 1965, chiede di essere battezzato e cresimato. Le sue opere figurative si presentano come squillanti, addirittura violente e nostalgiche, condite con dettagli precisi e spesso ambientate in scenari di vita campestre, con immaginazione e memoria che si mescolano a seconda del paesaggio rappresentato. Dal primitivismo incerto della prima fase, più ingenua, fatta di una manipolazione ‘garbata’ di colori, che copre gli anni dal 1928 al ’39, si passa così all’esplosione espressionista dal colore violento e dalla pennellata convulsa del periodo successivo, caratterizzato da una tavolozza calda e vivida che esprime il dramma della propria esistenza attraverso la raffigurazione dell’aggressività animalesca. La parte più affascinante del suo lavoro pittorico sono, infatti, i quadri dedicati agli animali dei quali Ligabue diceva: “Io so come sono fatti anche dentro”: cavalli e umili buoi al lavoro, lotte da pollaio fra galli, tigri dalle fauci spalancate, leoni mostruosi, serpenti, aquile, che ghermiscono la preda o lottano per la sopravvivenza, rappresentano una vera e propria giungla che l’artista immagina con allucinata fantasia fra i boschi del Po. Ligabue dipinge a ritmo forsennato, ma ha qualche problema con gli autoritratti, non gli vengono mai somiglianti, decide così di modificarsi il volto, a mattonate, per renderlo simile al dipinto.

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METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +27. Livorno (Italia, Europa) soleggiato +26. Zhengzhou (Henan, Cina, Asia) per lo più soleggiato +33Viana (Angola, Africa) parzialmente nuvoloso +29Banff (Alberta, Canada) sereno +2. Katherine (Territorio del Nord, Australia) sereno con nuvolosità sparsa +26.


26 maggio   -220

La notizia del giorno.

Addio a Laura Biagiotti.

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Si è spenta all’alba di oggi, all’ospedale Sant’Andrea di Roma, Laura Biagiotti. La stilista romana, 73 anni, mercoledì pomeriggio aveva avuto un malore con arresto cardiaco ed era stata ricoverata alle 21,30. Le manovre rianimatorie, spiegano i sanitari, avviate già prima che la paziente giungesse in ospedale e poi ripetutamente effettuate al Pronto Soccorso, avevano consentito la ripresa dell’attività cardiaca, ma il quadro clinico e gli accertamenti effettuati attestavano un grave danno cerebrale di tipo anossico ed era perciò stata ricoverata in terapia intensiva in condizioni gravissime. I medici dell’Ospedale avevano già avviato giovedì notte le procedure per l’accertamento della morte cerebrale. La figlia Lavinia, in un tweet sul suo profilo ufficiale, ha comunicato la triste notizia della morte, scegliendo un brano del Vangelo di San Giovanni: “Nella casa del padre mio vi sono molti posti. Se no, ve lo avrei detto. Io vado a preparavi un posto”. Oltre 50 anni di carriera e di successi nel campo della moda quelli della famosa stilista. Contemporaneamente agli studi universitari in archeologia cristiana, intorno agli anni ’60, Laura Biagiotti segue il lavoro della madre Delia, titolare di un atelier di alta moda in via Salaria a Roma, promuovendo attività di export in particolare con gli Stati Uniti e la Germania. Nel 1966 la sua prima collezione per Schuberth. Nel 1972 la prima personale sfilata a Firenze. Dal 1980 viveva e lavorava nella campagna romana di Guidonia, nel castello Marco Simone, dell’XI secolo, riportato all’antico splendore insieme al marito Gianni Cigna, prematuramente scomparso nell’agosto 1996, con cui aveva anche messo su una collezione di opere di Balla. Dall’unione è nata la figlia Lavinia, entrata in azienda nel 1997 e divenuta vicepresidente nel 2005. Definita dal New York Times The Queen of Cachemire, la “regina del cachemire” per l’utilizzo di quella lana preziosa in quasi tutti i suoi abiti, è stata anche la prima stilista italiana a sfilare a Pechino, alla conquista, negli anni Ottanta, di una Cina ancora tutta da scoprire e la prima a varcare con la sua moda, nel 1995, le soglie del Grande Teatro del Cremlino a Mosca, nella vecchia sede del Pcus. Legatissima alla Città Eterna, Laura Biagiotti ha anche dedicato una linea di profumi a Roma, divenendo l’emblema di una storia imprenditoriale tutta italiana, anzi romana.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Preferisco il Paradiso.

583px-Farelli,_Giacomo_-_Glorification_of_St._Filippo_Neri_-_Google_Art_Project(Glorificazione di San Filippo Neri, 1624-1706 – Giacomo Farelli)

Queste le parole di san Filippo Neri, uno dei santi più bizzarri della storia della Chiesa, quando gli fu chiesto se voleva diventare cardinale. Filippo Romolo Neri, amante dei cavalli dal greco, nato a Firenze il 21 luglio 1515, morì a Roma il 26 maggio 1595, dove si trasferì giovanissimo e per sessant’anni si occupò dei ragazzi di strada, avvicinandoli alla Chiesa e alla liturgia in modo insolito e personalissimo, facendoli divertire, giocando e cantando con loro, tanto da essere chiamato il secondo apostolo di Roma. Questo sacerdote italiano, chiamato, per il suo carattere burlone, anche il santo della gioia o il giullare di Dio, fu una delle figure più popolari e amate del cinquecento. Fiorentino, figlio di Francesco Neri, notaio, e di Lucrezia da Mosciano, Filippo ricevette il battesimo nella chiesa di San Pier Gattolino, il giorno dopo la nascita, il 22 luglio 1515. Nel 1520 perse la madre e il padre si risposò con Alessandra di Michele Lensi, che si affezionò molto ai figli del marito, soprattutto a Filippo, il secondogenito, dotato di un carattere giocoso, il “Pippo buono”, che suscitava affetto in tutti. Dal padre ricevette la prima istruzione, che lasciò in lui il gusto della lettura, come risulta dall’inventario della sua biblioteca privata, costituita da un notevole numero di volumi lasciati alla Congregazione romana. Cominciò pure a frequentare, a Firenze, il convento di San Marco, un tempo sotto la direzione del Savonarola, che ammirava. Intorno ai diciotto anni, su consiglio del padre, Filippo si recò a San Germano, l’attuale Cassino, da uno zio commerciante, che si affezionò a lui e decise di lasciargli, dopo la morte, tutti i suoi averi, che il giovane rifiutò per dedicarsi a una vita più umile. Nel 1534 si recò a Roma come pellegrino, ma vi rimase come precettore dei figli del capo della Dogana, il fiorentino Galeotto Caccia, che gli offrì anche vitto e alloggio. Lo studio lo attirava – frequentava le lezioni di filosofia e di teologia dagli Agostiniani ed alla Sapienza – ma ben maggiore era l’attrazione della contemplazione, alimentata anche da fenomeni straordinari, come quello della Pentecoste del 1544, quando, nelle catacombe di san Sebastiano, durante una notte d’intensa preghiera, ricevette in forma sensibile il dono dello Spirito Santo, che gli dilatò il cuore, infiammandolo di un fuoco che arse nel petto del santo fino al termine dei suoi giorni. Questa intensissima vita contem-plativa si sposava ad un’altrettanto intensa attività di apostolato nei confronti di coloro che incontrava per le vie di Roma e al servizio presso gli Ospedali degli incurabili. Maturò, così, la chiamata alla vita sacerdotale e il 23 maggio 1551, a trentasei anni, nella chiesa di San Tommaso in Parione, fu ordinato sacerdote e divenne famoso nell’esercizio del sacramento della confessione come fonte di dialogo con i penitenti. Mentre si celebrava il Concilio di Trento e prendeva avvio la Controriforma, San Filippo “inventava” un metodo molto originale di aggregazione giovanile, che avrebbe poi dato vita all’Oratorio: radunò intorno a sé un gruppo di ragazzi di strada, avvicinandoli alle celebrazioni liturgiche e facendoli divertire, cantare e giocare, senza distinzioni tra maschi e femmine. Nacque così il primo nucleo della sua istituzione, l’Oratorio, proclamato congregazione da papa Gregorio XIII nel 1575. In tempi nei quali la pedagogia era autoritaria e spesso manesca, Neri si rivolgeva ai suoi allievi, che oggi sarebbero definiti “ragazzi di strada” con pazienza e benevolenza: “State buoni se potete!” è una delle sue espressioni più ricorrenti divenuta memorabile. Un’altra sua celebre frase è un’imprecazione di impazienza poi attenuata dall’augurio della grazia del martirio: “Te possi morì ammazzato … ppe’ la fede!”. Degno di nota è un suo miracolo particolare. Filippo Neri soleva riunire nel proprio Oratorio non solo i poveri ragazzi della strada, ma anche giovani benestanti e persino figli di principi, fra cui vi era il quattordicenne Paolo, figlio del principe Fabrizio, della famiglia dei Massimo. Il 16 marzo 1583 il ragazzo, dopo una lunga malattia, morì. Filippo, che avrebbe voluto assisterlo negli ultimi istanti, arrivò troppo tardi. Non poteva fare altro che raccogliersi in preghiera. Ma dopo qualche minuto, fra lo stupore generale, la sua voce risuonò nel brusio della camera: chiamava il ragazzo quasi volesse destarlo dal sonno. Paolo riaprì gli occhi e cominciò a confidarsi con il santo. A un certo momento Filippo gli domandò se fosse morto volentieri; e lui rispose di sì, perché avrebbe raggiunto in cielo la sorella e la madre. «E allora va’ in pace…» esclamò il sacerdote mentre il ragazzo chiudeva gli occhi « […] e che sii benedetto e prega Dio per me»; poi, come narrano le testimonianze dell’epoca, riportate nel processo di canonizzazione del santo, Paolo “subito tornò di novo a morire”. La camera del miracolo, al secondo piano del Palazzo Massimo alle Colonne, che si affaccia sull’attuale Corso Vittorio Emanuele II, venne successivamente trasformata nella cappella, visitabile ogni anno nella ricorrenza dell’avvenimento. Filippo si spense nelle prime ore del 26 maggio 1595, all’età di ottant’anni, amato dai suoi e da tutti i romani che lo definirono Apostolo di Roma, in quanto romano di adozione. Fu proclamato santo nel 1622. Nonostante le sue reliquie si trovino in molte chiese, le sue spoglie sono venerate dal 1602 nella chiesa di Santa Maria in Vallicella. La sua memoria coincide con il giorno della sua morte: il 26 maggio. Alla sua vita sono ispirati “State buoni se potete”, film del 1983 di Luigi Magni, un omonimo album del cantautore Angelo Branduardi, colonna sonora di detto film e uno sceneggiato televisivo del 2010, “Preferisco il Paradiso”, interpretato da Gigi Proietti.

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +26. Livorno (Italia, Europa) idem. Wuhan (Hubei, Cina, Asia) per lo più soleggiato +31Ganta (Liberia, Africa) nuvoloso +29. Saginaw (Michigan, Stati Uniti d’America) soleggiato +13. Rabaul (Papua Nuova Guinea, Oceania) parzialmente nuvoloso +26.


25 maggio   -221

La notizia del giorno.

Migranti: ennesima tragedia nel canale di Sicilia, recuperati 34 corpi.

abc_moas_le_150623_16x9_992(Chris Catrambone)

Un’imbarcazione si è ribaltata al largo del porto libico di Zuara, a circa 30 miglia dalle coste libiche. Trentaquattro i morti, annegati in mare, tra di essi anche bambini, secondo quanto testimoniato dalle ong impegnate nei soccorsi. Le operazioni sono coordinate dalla centrale operativa di Roma della Guardia Costiera: in zona stanno operando la nave Fiorillo, della stessa Guardia Costiera, un rimorchiatore e una nave di una organizzazione non governativa. “Per uno sbandamento verosimilmente causato dalle condizioni meteomarine e dallo spostamento repentino dei migranti su un fianco dell’imbarcazione – si legge nella nota -, circa 200 migranti sono caduti in mare da un barcone con circa 500 migranti a bordo. L’immediato intervento delle navi ‘Fiorillo’ della Guardia Costiera e ‘Phoenix’ del Moas ha consentito di trarre in salvo la maggior parte dei migranti caduti in acqua. Trentaquattro, invece, i corpi senza vita recuperati in mare dai soccorritori”. La Guardia Costiera fa sapere anche di circa 1800 migranti tratti in salvo nel Mediterraneo Centrale, in 10 distinte operazioni di soccorso coordinate. Il bilancio potrebbe aggravarsi, si temono numerosi dispersi. Chris Catrambone, fondatore dell’ong Moas (Migrant Offshore Aid Station), ha diffuso via Twitter una foto dei migranti caduti in mare, scattata durante le operazioni di salvataggio, accompagnata dal seguente messaggio: “Non è la scena di un film horror, ma una tragedia della vita reale che si svolge oggi.”

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

“Non c’è salvezza se non stare dentro ciò che vuoi capire”. 

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“Non c’è nulla al mondo che non abbia un momento decisivo”, scriveva il fotografo Henri Cartier-Bresson Quello che coglie l’azione alcuni istanti prima del suo compimento, fra la fine dell’attesa e l’attimo della rivelazione. Il momento decisivo è l’essenza del fotogiornalismo del lavoro di Robert Capa, considerato il primo e più famoso fotografo di guerra. Temerario per natura, Capa vive “dentro la vita e le cose”; “Se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino” ripete a proposito dell’intensità con cui svolge il suo lavoro di fotoreporter anche quando gli scenari sono spaventosi teatri di guerra. I suoi reportages rendono testimonianza di cinque diversi conflitti: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938),  la seconda guerra mondiale (1941-1945),  guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d’Indocina (1954). Capa documentò inoltre il corso della seconda guerra mondiale a Londra, nel Nordafrica e in Italia, lo sbarco in Normandia dell’esercito alleato e la liberazione di Parigi. Robert Capa si chiamava in realtà Endre Erno Friedmann: “Avevo un nome che non andava troppo bene. Allora ero altrettanto incosciente, soltanto un po’ più giovane. Non riuscivo ad ottenere un incarico. Avevo assolutamente bisogno di un nome nuovo … Robert suonava molto americano e così doveva essere. Anche Capa sapeva di americano. Bob Capa mi sembrò, quindi, un buon nome. E così mi inventai che questo Bob Capa fosse un famoso fotografo americano giunto in Europa. Incominciai a muovermi con la mia piccola Leica, scattai foto e ci scrissi sopra Bob Capa, il che significava guadagnare il doppio.” Nato a Budapest il 22 ottobre 1913, Capa abbandonò, in giovane età, la terra natale a causa del proprio coinvolgimento nelle proteste contro il governo di estrema destra; militava nel Partito Comunista locale. L’ambizione originaria di Capa era di diventare uno scrittore, ma l’impiego presso uno studio fotografico a Berlino lo avvicinò al mondo della fotografia, dove collaborò con l’agenzia fotogiornalistica Dephot sotto l’influenza di Simon Guttmann. Nel 1933, con l’avvento del nazismo, Capa che era di origini ebraiche, lasciò la Germania alla volta della Francia. A Parigi conobbe quella che diventerà la sua compagna Gerda Taro, una tedesca di origini ebraiche che diventerà in seguito una fotografa abilissima e la prima donna fotoreporter; in seguito morirà all’età di ventisette anni, investita incidentalmente da un carroarmato lasciando in Capa un profondo dolore. A causa delle difficoltà di trovare lavoro come fotografo freelance Capa, insieme alla compagna, da Parigi si sposta in Spagna, dal ‘36 al ‘39, dove documenta gli orrori della guerra civile e dove nel ’36 diviene famoso grazie alla famosa e controversa foto “Il miliziano colpito a morte”.

SPAIN. Cordoba front. Cerro Muriano. September, 1936. Death of a loyalist militiaman.

L’eterna diatriba sull’autenticità di questa foto ha creato nel tempo due schieramenti avversi. L’eventuale inautenticità della foto nulla toglierebbe al valore storico che essa ha acquisito come simbolo dei soldati lealisti morti durante la guerra civile spagnola. A sgombrare definitivamente il campo da questa lunga controversia, nel 2013 “Il Centro Internazionale di Fotografia” ha scoperto e diffuso un’intervista radiofonica, risalente all’ottobre del 1947, in cui Robert Capa spiega esattamente cos’è successo: “Ho scattato la foto in Andalusia, racconta mentre ero in trincea con 20 soldati repubblicani, avevano in mano dei vecchi fucili e morivano ogni minuto”. La foto è stata scattata mentre i soldati con cui viaggiava correvano a ondate verso una mitragliatrice fascista per abbatterla. Al terzo o quarto tentativo di assalto dei miliziani “ho messo la macchina fotografica sopra la mia testa – continua – nell’intervista e senza guardare ho fotografato un soldato mentre si spostava sopra la trincea, questo è tutto. Non ho sviluppato subito le foto le ho spedite assieme a tante altre. Sono stato in Spagna per tre mesi e al mio ritorno ero un fotografo famoso, perché la macchina fotografica che avevo sopra la mia testa, aveva catturato un uomo nel momento in cui gli sparavano: si diceva che fosse la miglior foto che avessi mai scattato ed io non l’avevo nemmeno inquadrata nel mirino perché avevo la macchina fotografica sopra la testa”. In fuga dalle persecuzioni anti-ebraiche e in cerca di lavoro, allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, il fotografo ungherese si trova a New York. Inizialmente fotografa per il Collier’s Weekly per poi passare a Life immortalando immagini memorabili, tra le sue foto più famose, divenute delle icone nel rappresentare le attività militari degli americani in Sicilia, come la foto di Sperlinga (in cui si vede il soldato americano accovacciato e il pastore ricurvo che gli indica la strada per Sperlinga), (oggi una targa sul luogo è a ricordo di quel momento) e lo sbarco in Normandia. In Sicilia gli americani stavano a Troina nell’interno dell’isola e avevano notevoli difficoltà ad espugnare il paese difeso da soldati italiani e tedeschi che opponevano una strenua resistenza. I combattimenti durarono sette giorni. La ritirata e la resa avvennero solo dopo feroci bombardamenti aerei che distrussero gran parte del centro abitato della piccola cittadina. Capa, disgustato, porterà con sé il suo convincimento sulla natura della guerra: “Un inferno, che gli uomini si sono fabbricati  da soli”: un convincimento che gli eventi siciliani avevano confermato e rafforzato. Dei quattro rotoli di pellicola da 35 millimetri scattati durante il D-Day, il 6 giugno 1944, rimasero soltanto nove foto che Life pubblicò il 19 giugno (il resto andrà perduto per un errore di un tecnico nello sviluppo in laboratorio). Nel 1947, a Parigi, Capa fonda assieme a Henri Cartier-Bresson, David “Chim” Seymour e George Rodger e William Vandivert, l’agenzia cooperativa Magnum, diventata una delle più prestigiose agenzie fotografiche. Sempre in quell’anno egli  scrive le sue memorie in un diario con il titolo “Slightly out of focus”, in cui narra le sue esperienze. In esso emerge, così come ebbe a dire lo scrittore e amico John Steinbeck “che egli sapeva che cosa cercare e che cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perchè è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”. Capa, morirà, si può dire come la sua amata Gerda, nello svolgimento del suo lavoro di ricerca il 25 maggio del 1954, in Indocina, al seguito di una squadra di truppe francesi dove saltò in aria dopo essersi inoltrato inavvertitamente in un campo minato.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +25. Livorno (Italia, Europa) soleggiato 26. Jayapura (Jayapura City, Papua, Indonesia, Asia) parzialmente nuvoloso +27. Kakamega (Kenya, Africa) lievi rovesci di pioggiao +23. Bucaramanga (Dipartimento di Santander, Colombia, Stati Uniti d’America) per lo più nuvoloso +22. Glenelg (Australia) sereno con nuvolosità sparsa +13.


24 maggio   -222

La notizia del giorno.

“L’Italia ci è piaciuta davvero tanto.”

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Così si è espresso Trump durante l’incontro con il premier italiano Paolo Gentiloni a Villa Taverna, residenza dell’ambasciatore americano, al termine dell’intensa mattinata, che ha visto il colloquio privato del presidente americano con papa Francesco e poi l’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Papa Francesco, tra vari doni, ha regalato a Trump i suoi tre scritti, sulla famiglia, la gioia del Vangelo e la sua enciclica Laudato si’ sull’ambiente. Nella confezione di libri donata al Papa dal presidente Trump è anche contenuto un pezzo di granito proveniente dal Martin Luther King Memorial di Washington. La Casa Bianca ha spiegato che “il dono onora la speranza di King, la sua visione e l’ispirazione per le generazioni a venire”. “È per me un grandissimo onore essere qui”, ha detto Trump al Papa durante il colloquio privato in Vaticano. “Non dimenticherò quello che mi ha detto” ha aggiunto il presidente Usa al momento di congedarsi. Francesco, mentre regalava a Trump il medaglione con il ramo di ulivo che unisce la pietra divisa, ha spiegato: “Questo glielo regalo perché lei sia strumento di pace”. Alle 11.15 arrivo al Quirinale per una prima presa di contatto con Sergio Mattarella, con cui si è intrattenuto una quarantina di minuti. Mattarella e Trump avranno modo di rivedersi tra due giorni, a Taormina, in occasione del G7. Successivamente Trump è rientrato a Villa Taverna, dove ha incontrato il premier Paolo Gentiloni. Si tratta del secondo faccia a faccia dopo quello dello scorso 20 aprile a Washington. Al centro del colloquio, secondo quanto si apprende da fonti di Governo, il G7 di Taormina, l’impegno comune e la determinazione contro il terrorismo, all’indomani della strage di Manchester. Nel frattempo, le due signore della famiglia Trump hanno seguito due programmi diversi: Melania Trump, dopo aver concluso l’incontro in Vaticano, visita l’ospedale pediatrico Bambino Gesù, a poche centinaia di metri dal Vaticano e s’intrattiene con i piccoli degenti; Ivanka Trump è a Sant’Egidio per incontrare i responsabili della comunità e per un colloquio privato con un gruppo di donne africane strappate al traffico di esseri umani e allo sfruttamento. Trump e Melania lasciano poi Roma, per raggiungere Bruxelles, restano invece a Roma la figlia del presidente Usa, Ivanka, con il marito Jared Kushner.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Il Piave mormorò: “Non passa te straniero!”

Domenica-del-Corriere-20-maggio-1915Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria, partecipando così alla prima guerra mondiale, che era scoppiata il 28 luglio del 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia, a seguito dell’attentato di Sarajevo, in cui vennero uccisi l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie. Il conflitto, che poi coinvolse le maggiori potenze mondiali, vide due blocchi contrapposti: gli imperi centrali (Germania, Austria, Ungheria, Impero ottomano e Bulgaria) e le potenze alleate (Francia, Gran Bretagna, Impero russo e Italia). All’inizio del conflitto il Regno d’Italia si mantenne neutrale e parallelamente alcuni esponenti del governo iniziarono trattative diplomatiche con entrambe le forze in campo. I problemi dell’Italia di allora vertevano soprattutto sulla questione delle terre irredente e sull’influenza nell’Adriatico e nei Balcani. All’interno del paese si crearono subito due correnti, quella dei neutralisti, in larga parte cattolici, socialisti e liberali di corrente giolittiana, e quella degli interventisti, tra cui i nazionalisti, gruppo antidemocratico e controrivoluzionario, di cui fu pesonalità di spicco Gabriele D’Annunzio. Mentre divampava la polemica fra interventisti e neutralisti, il governo italiano continuò le sue trattative diplomatiche, abbandonando lo schieramento della Triplice alleanza e avvicinandosi sempre più alle potenze dell’Intesa. Il 26 aprile 1915, all’insaputa del Parlamento, stipulò il patto di Londra, con il quale s’impegnava a entrare in guerra entro un mese a fianco dell’Intesa. In cambio, una volta ottenuta la vittoria, avrebbe avuto il Trentino e l’Alto Adige (sud Tirolo), Trieste e l’Istria, la Dalmazia (esclusa la città di Fiume) e la base di Valona (Albania). Il 23 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria, avviando le operazioni belliche a partire dal giorno seguente, il 24 maggio, quando sferrò il primo attacco contro l’Imperial regio esercito, marciando dal presidio italiano di Forte Verena dell’Altopiano di Asiago verso le frontiere orientali. All’evento è dedicata appunto la prima strofa della Canzone del Piave, che, scritta nel 1918 dal maestro Ermete Giovanni Gaeta (noto con lo pseudonimo di E.A. Mario), contribuì a ridare fiducia alle truppe italiane, al punto che il generale Armando Diaz inviò un telegramma all’autore nel quale sosteneva che aveva giovato alla riscossa nazionale più di quanto avesse potuto fare lui stesso: «La vostra leggenda del Piave al fronte è più di un generale!» La canzone nelle sue quattro strofe, che terminano tutte con la parola “straniero”, ben tratteggia i momenti salienti del sanguinoso conflitto contro le unità dell’Imperial regio esercito austro-ungarico, con combattimenti concentrati nel settore delle Dolomiti, dell’Altopiano di Asiago e soprattutto nel Carso e lungo le rive del fiume Isonzo: 1. La marcia dei soldati verso il fronte (appare come una marcia a difesa delle frontiere, mentre fu l’Italia ad attaccare l’impero asburgico 2. La ritirata di Caporetto; 3. La difesa del fronte sulle sponde del Piave; 4. L’attacco finale e la conseguente vittoria. Nella prima strofa, il fiume Piave assiste al concentramento silenzioso di truppe italiane, citando la data dell’inizio della Prima guerra mondiale per il Regio Esercito italiano. La strofa termina poi con l’ammo-nizione: “Non passa lo straniero”, riferita, appunto, agli austro-ungarici. Tuttavia, come racconta la seconda strofa, la disfatta di Caporetto dell’ottobre-novembre 1917 fece arretrare il fronte fino alle rive del fiume Piave, provocando sfollati e profughi da ogni parte. La terza strofa racconta il ritorno del nemico con il seguito delle vendette di ogni guerra e con il Piave che pronuncia il suo “no” all’avanzata dei nemici e la ostacola gonfiando il suo corso, reso rosso dal loro sangue. Benché arricchita di spunti patriottici, l’improvvisa e copiosa piena del Piave costituì davvero un ostacolo insormontabile per l’esercito austriaco, ormai privo di approvvigionamenti e del sostegno di truppe di riserva. Nell’ultima strofa s’ immagina che, una volta respinto il nemico oltre Trieste e Trento, con la vittoria tornino idealmente in vita i patrioti Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro e Cesare Battisti, tutti uccisi dagli austriaci. Questo il celebre testo adottato provvisoriamente come inno nazionale, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, poiché si pensò fosse giusto sostituire la Marcia Reale con un inno che ricordasse la vittoria dell’Italia nel primo conflitto mondiale:

II Piave mormorava

calmo a placido al passaggio

dei primi fanti, il ventiquattro maggio:

l’esercito marciava

per raggiunger la frontiera,

per far contro il nemico una barriera …

Muti passaron quella notte i fanti:

tacere bisognava, e andare avanti …

S’udiva, intanto, dalle amate sponde,

sommesso e lieve, il tripudiar dell’ onde.

Era un presagio dolce e lusinghiero.

Il Piave mormorò:

“Non passa te straniero!”

 

Ma in una notte trista si parlò di tradimento,

e il Piave udiva l’ira a lo sgomento.

Ah, quanta gente ha vista

venir giù, lasciare il tetto

per l’onta consumata a Caporetto …

Profughi ovunque dai lontani monti

venivano a gremir tutti i suoi ponti …

S’udiva, allor, dalle violate sponde

sommesso e triste il mormorio dell’ onde:

come un singhiozzo, in quell’autunno nero

il Piave mormorò:

“Ritorna lo straniero!”

 

E ritornò il nemico

per l’orgoglio e per la fame,

volea sfogare tutte le sue brame …

Vedeva il piano aprico,

di lassù, voleva ancora

sfamarsi e tripudiare come allora.

“No! – disse il Piave – No! – dissero i fanti …

Mai più il nemico faccia un passo avanti …”

Si vide il Piave rigonfiar le sponde,

e come i fanti combattevan le onde …

Rosso del sangue del nemico altero,

il Piave comandò:

“Indietro, va’, straniero!”

 

Indietreggiò il nemico

fino a Trieste, fino a Trento …

E la Vittoria sciolse le ali al vento!

Fu sacro il patto antico:

tra le schiere furon visti

risorgere Oberdan, Sauro a Battisti …

Infranse, alfin, l’italico valore

le forche e l’armi dell’ Impiccatore.

Sicure l’Alpi … Libere le sponde …

E tacque il Piave: si placaron le onde

sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,

la Pace non trovò

nè oppressi, nè stranieri!

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +26. Livorno (Italia, Europa) idem. Nha Trang (Provincia di Khanh Hoa, Vietnam, Asia) parzialmente nuvoloso +28. Ibadan (Nigeria, Africa) per lo più nuvoloso +31. New Braunfels (Texas, Stati Uniti d’America) nuvoloso +25Bathurst (Nuovo Galles del Sud, Australia) sereno +8.


23 maggio   -223

La notizia del giorno e approfondimento.

La meglio gioventù.

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È difficile svegliarsi  ed iniziare una nuova giornata con le notizie provenienti da Manchester. Una vera e propria strage di giovani, di ragazzi al termine di un concerto che avrebbe dovuto essere un momento di partecipazione collettiva e di gioia, con la musica quale denominatore comune, motivo di incontro e di condivisione. Non sappiamo cosa verrà fuori dalle indagini, ma è probabile che l’attentatore o gli attentatori abbiano più o meno la stessa età delle vittime e dei feriti. Purtroppo riteniamo che questo così tragico attentato non sarà l’ultimo evento drammatico con cui dovremo fare i conti, così come è stato per i precedenti a Madrid, in Belgio, in Francia e a Parigi per citare i casi più recenti ed eclatanti. Bisogna a questo punto capire bene e ragionare, se ipoteticamente si vuole davvero fermare questa escalation stragista e questa scia di sangue che colpisce all’improvviso in luoghi e città, i più diversi e impensati, comunque con sempre maggiore accanimento in Europa. Al centro della questione indubbiamente, come riportano ampiamente i media, c’è una precisa accellerazione politica del terrorismo islamico e dell’Isis, ma obiettivamente non possiamo pensare che questi kamikaze, fanatici o militanti che siano, sono sbarcati all’improvviso infiltrandosi e materializzandosi all’occorrenza nelle nostre città. Non c’è stata nessuna invasione da parte del Califfato. I protagonisti del terrore sono in gran parte giovani e, come nel caso dei fight faiters, sono nati in Europa, con passaporti degli stati della UE, quindi cittadini e residenti. Probabilmente il veleno che scorre nelle loro menti e che produce così tanto odio, può trovare origine solo in un senso diffuso di discriminazione vissuta come insopportabile sulla loro pelle, nelle periferie del vecchio Continente, nelle banlieue e nel rancore, così da aprire la strada ad un senso distorto e criminale di autoesaltazione rivendicativa che vede in un Islam radicale e fanatico un riferimento di presunto riscatto e di giustizia. L’orrore di questo paradigma è evidente, però possiamo affermare con cognizione di causa che le politiche restrittive e di austerity praticate dai governi europei non aiutano per niente a disinnescare questo processo che non può credibilmente essere risolto solo attraverso l’esercizio della forza, con sempre più polizia e intelligence, se pur indispensabili, in una logica continua di allarme e di stato di assedio. Non si tratta soltanto di politiche sociali e di integrazione da ripensare urgentemente, ma di una mancanza di valori forti che proprio la politica non riesce più ad esprimere in una sorta di decomposizione personalistica che lascia in primo luogo i giovani, vittime e carnefici, senza prospettive reali e concrete, con ben pochi ideali e l’incertezza totale per il futuro. In primo luogo su scala continentale ci sono le problematiche altrettanto urgenti dell’occupazione e del precariato, ma anche a buona ragione quelle che necessitano di un nuovo sistema educativo ispirato alle radici fondative della stessa Europa moderna, la libertà, la solidarietà e la tolleranza.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

“Quelle “menti raffinatissime” mai trovate”.

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Tra i misteri d’Italia, ancora oggi, dopo cinque lustri, ci si chiede perché venne smantellato il pool antimafia che portò “Cosa Nostra” alla sbarra. Il pool pensato per la prima volta dal consigliere istruttore Rocco Chinnici, ucciso nel 1983 da Cosa Nostra, per fermarlo colpendo l’ideatore, dopo la sua morte venne assegnato al giudice Antonino Caponnetto, il quale decise di mantenere e ampliare l’organizzazione dell’Ufficio voluto dal predecessore. Caponnetto si informò presso la procura di Torino riguardo a come si fosse organizzata durante gli anni del terrorismo e decise infine di istituire presso l’ufficio istruzione un vero pool antimafia, ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso. Lavorando in gruppo, essi avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso nel palermitano, e di conseguenza la possibilità di combatterlo più efficacemente. Caponnetto scelse, tra i giudici istruttori che meglio conosceva e dei quali riteneva di potersi fidare: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Questi, coadiuvati dal sostituto procuratore Giuseppe Ayala, avrebbero avviato una nuova metodologia per le indagini; avrebbero condiviso i risultati delle inchieste in modo da superare l’isolamento che li rendeva più vulnerabili, avrebbero collegato i singoli reati in un quadro più generale mettendo in relazione i singoli fatti tra loro in modo da intuire le ramificazioni tra le varie famiglie mafiose. Questo modo di procedere del pool costituì una grande novità rispetto alla lotta alla mafia degli anni ’60 e ’70 che aveva elencato per lo più insuccessi. Cosa Nostra era una struttura organizzata territorialmente con famiglie organizzate fra di loro; solo annodando opportunamente i fili era possibile arrivare ai mafiosi. Grazie alla grande capacità investigativa del giudice Falcone che, fin dall’inizio pensava che bisogna seguire il percorso dei soldi, arrivano i primi mandati di cattura fino a contarne circa 500. Falcone è un magistrato che tiene rapporti con i colleghi statunitensi perché lavora subito sul traffico di droga, conosce l’anima siciliana e ottiene la fiducia dei primi pentiti a partire da Buscetta che sarà fondamentale nel ricostruire come funziona la struttura organizzata mafiosa. Il metodo innovativo delle indagini, portato avanti sistematicamente, in condizioni di vita molto pesanti per i componenti del pool, costretti quasi alla segregazione e costantemente sorvegliati dalla scorta che li accompagna sempre con armi in pugno, stretti intorno al loro corpo approda a risultati sorprendenti: viene istituito il noto Maxiprocesso, un evento senza precedenti. Vengono pronunciate dure condanne, decine e decine di ergastoli tra affiliati e pericolosi boss latitanti. Ma il pool antimafia organizzato da Antonino Caponnetto non ebbe lunga vita. Un anziano magistrato, Antonino Meli, che inizialmente intendeva candidarsi come presidente del tribunale di Palermo, venne convinto da alcuni colleghi a ritirare tale candidatura e correre invece per la poltrona di presidente dell’ufficio istruzione. Meli era un magistrato di lunga esperienza, che non si era mai occupato di mafia, se non in una sola occasione, singola occasione. Aveva però un’anzianità di servizio assai superiore a quella di Falcone, ed il criterio dell’anzianità era quello di solito seguito dal Csm per l’assegnazione dei posti. La maggioranza dei consiglieri votò per Meli: la sua maggiore anzianità di servizio era stata preferita all’esperienza nella lotta alla mafia. Questo portò, in breve tempo, alla fine dell’esperienza del pool, poiché buona parte dei suoi componenti preferì dimettersi e dedicarsi ad altri incarichi. Nonostante lo straordinario impegno e talento di Falcone nell’affrontare il fenomeno mafioso nessuno come lui venne così isolato e avversato. Ilda Bocassini, il magistrato che forse più di tutti ha ereditato il metodo investigativo di Falcone (come scrive Roberto Saviano su Repubblica, il 23 maggio 2017) a dieci anni da Capaci sintetizzò così ciò che Falcone dovette subire: “Non c’è stato uomo in Italia che abbia accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia sia stata tradita con più determinazione e malignità”. Bocciato come consigliere istruttore, come procuratore di Palermo, come candidato al Csm e, continua Bocassini, sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso.” Nell’articolo Saviano specifica che la causa dell’ostilità verso Falcone è l’invidia e che questa affermazione non è una sua idea ma “è scritto nero su bianco in una sentenza della Corte di Cassazione nell’ambito del processo per l’attentato dell’Addaura: “Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia”. “Ma come si poteva invidiare un uomo che era un obiettivo tanto esposto?”. I suoi detrattori lo isolavano perché Falcone non lo si può considerare un uomo comune: non tutti hanno lo stesso rigore morale, la stessa fermezza di fronte a un impegno che poteva comportare, quasi sicuramente la morte, l’imperativo, malgrado tutto, di ottemperare al suo dovere con “spirito di servizio”, attraverso l’esercizio del diritto; un fuoriclasse, per molti, scomodo. “Falcone e Borsellino insieme a pochi, pochissimi altri, hanno combattuto contro il più feroce dei nemici sapendo che a loro non era concessa alcuna scorciatoia; sapendo che per quanto il loro nemico fosse disonesto, scorretto e potente potevano contrastarlo con una sola arma: il diritto. Solo il diritto era garanzia, solo attraverso quello si sarebbe evitato di ledere i diritti di tutti. Una grande lezione per noi oggi, che vediamo quotidianamente farne strame da chi considera il fine superiore a qualunque mezzo e il diritto un ostacolo da spazzare via”, conclude tristemente Saviano.

Di Giuseppe Ayala riportiamo alcune frasi tratte dal suo articolo del 15 maggio 2017 dal titolo Quelle “menti raffinatissime” mai trovate.

Le ricorrenze sono momenti importanti perché contribuiscono a tenere in vita la memoria. … Ma, al di là del momento celebrativo, sono anche occasioni utili a stimolare bilanci e riflessioni. Sono trascorsi ben venticinque anni dalle tremende stragi del 1992. La prima considerazione da fare è la più amara: non conosciamo ancora tutta la verità sull’identità dei colpevoli, specie quelli estranei all’organizzazione criminale Cosa Nostra. Non perdo occasione per ribadirlo perché tengo sempre ben presente l’opinione espressa da Falcone subito dopo il fallito attentato dell’Addura del giugno 1989. Queste le sue testuali parole: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.

Di seguito riportiamo l’intervista di Gianni Minà al giudice Antonino Caponnetto.

 “Chi ci tradì?” l’ultimo dubbio di Caponnetto

Nel luglio del 1992, dopo l’omicidio di Paolo Borsellino che aveva seguito di due mesi quello di Giovanni Falcone, all’uscita della camera ardente Caponnetto aveva esclamato con voce rotta dall’emozione “Non c’è più speranza …” Quella che segue è una sintesi di una toccante intervista realizzata nel maggio del 1996 da Gianni Minà, della serie televisiva Storie da lui stesso realizzata e trasmessa da Rai Due. L’intervista è pubblicata da Sperling & Kupfer e Rai-Eri.

GIANNI MINÀ: Dottor Caponnetto, il 19 luglio 1992 quando fu ucciso Borsellino, lei era realmente convinto che non ci fosse più alcuna speranza per il nostro paese?

ANTONINO CAPONNETTO: Non fu il 19, ma quattro giorni dopo. Era un momento particolare, di sconforto. Ero appena uscito dall’obitorio dove avevo baciato per l’ultima volta la fronte annerita di Paolo, quindi è umanamente comprensibile quel mio momento di cedimento, magari non scusabile, ma comprensibile! Forse avevo l’obbligo di raccogliere la fiaccola caduta dalle mani di Paolo, e di dare coraggio, di infondere fiducia a tutti. Invece furono i giovani di Palermo a darmela con la loro rabbia, determinazione, fiducia, e capii quanto avevo sbagliato nel pronunciare quelle parole d sconforto e quanto mi dovevo impegnare per continuare l’opera di Giovanni e Paolo.

GIANNI MINÀ: Caponnetto, lei non era nato eroe, ma uomo mite, e invece si è trovato, di colpo, a dover essere coraggioso.

ANTONINO CAPONNETTO: Sì, con quel tanto di paura che accompagna gli uomini in questo tipo di avventure. Ricordo ancora la risposta che diede Paolo quando gli chiesero se non avesse paura. “ Certo – disse – non sarei un essere umano se non avessi paura, però mi sforzo di avere quel tanto di coraggio che serve per superarla, per andare avanti”. Che risposta meravigliosa!

GIANNI MINÀ: Come si era svolta la sua vita prima del suo arrivo a Palermo?

ANTONINO CAPONNETTO: Sono un siciliano uscito dalla sua terra a pochi mesi, ho vissuto tra il Veneto e la Lombardia per approdare poi, a dieci anni, in Toscana, dove ho vissuto trent’anni a Pistoia e poi a Firenze.

GIANNI MINÀ: E perché invio la domanda per concorrere alla carica di consigliere istruttorio, dopo l’assassinio di Chinnici?

ANTONINO CAPONNETTO: Perché sono un siciliano, e tra un siciliano e la sua terra c’è un cordone ombelicale che non si spezza mai! Capii che dovevo fare qualcosa per aiutare a liberare la mia terra dall’oppressione della mafia, per restituire dignità e libertà ai miei conterranei e capii che dovevo prendere il posto di Rocco Chinnici. Non dissi a mia moglie che mandavo quella domanda perché non pensavo di avere molte speranze di successo. Fu uno sbaglio non dirglielo, ma con il tempo mi ha perdonato (…)

GIANNI MINÀ: Di che cosa fu consapevole subito mettendo piede nel tribunale di Palermo?

ANTONINO CAPONNETTO: Sicuramente di non trovarmi in un ambiente favorevole. Anche se ero siciliano , per loro ero comunque uno “straniero” che veniva a togliere lavoro ai siciliani, e ai palermitan (…)

GIANNI MINÀ: Sicuramente c’erano dei traditori nei gangli vitali dello Stato, e anche negli uffici giudiziari di Palermo perché altrimenti non sarebbe stato possibile far saltare in aria Chinnici e più tardi Falcone e Borsellino. C’è la certezza che qualcuno ha tradito. Ma appena la giustizia si avvicina a questo sottobosco politico-amministrativo sembra che compia un delitto, perché? Perché sorgono mille ostacoli, mille difficoltà dovute forse, e tuttora, a “coperture” anche se si sta cercando di far luce su tutto questo.

GIANNI MINÀ: Lei ha mai conosciuto Contrada?

ANTONINO CAPONNETTO: Sì, ma non ho mai avuto rapporti di lavoro con lui perché non aveva più incarichi operativi quando sono arrivato a Palermo nel 1983.

GIANNI MINÀ: Come seppe dell’attentato a Falcone?

ANTONINO CAPONNETTO: Dalla televisione, e mi sentii morire.

GIANNI MINÀ: Parlò con Borsellino quel giorno?

ANTONINO CAPONNETTO: Lo cercai sul cellulare e inizialmente non riuscii a rintracciarlo, quando finalmente gli potei parlare mi disse che Giovanni era appena morto tra le sue braccia. Mi cadde la cornetta di mano, e non riuscii più a parlare, mi sentii mancare le forze e persi i sensi… non ricordo più altro di quel momento.

GIANNI MINÀ: Falcone e Borsellino sono stati per lei figli o fratelli?

ANTONINO CAPONNETTO: Sono stati tutte queste cose insieme, figli, fratelli, amici, la parte più importante della mia vita, il mio punto di riferimento più saldo.

GIANNI MINÀ: Lei mi ha detto “Borsellino sapeva di morire”; in che senso sapeva di morire?

ANTONINO CAPONNETTO: Ha sempre vissuto tra un possibile attentato e un altro. Dopo la morte di Falcone sapeva di essere ormai nel mirino. Alcuni giorni prima dell’attentato contro di lui aveva avuto la notizia certa che era arrivato del tritolo a Palermo e la prima cosa che aveva fatto era telefonare al suo confessore per fare la comunione: voleva essere pronto ad affrontare il grande passo in qualsiasi momento.

GIANNI MINÀ: Che cosa può fare un giudice quando ha la certezza che è arrivato il tritolo per farlo saltare in aria?

ANTONINO CAPONNETTO: Un giudice vero fa quello che ha fatto Borsellino, uno che si trova solo occasionalmente a fare quel mestiere e non ha la vocazione può scappare, chiedere un trasferimento se ne ha il tempo e se gli viene concesso. Borsellino, invece, era di un’altra tempra, andò incontro alla morte con una serenità e una lucidità incredibili.

GIANNI MINÀ: Ma non c’era nessuno che lo potesse aiutare a individuare il tritolo, nessuno che lo potesse aiutare in qualche modo?

ANTONINO CAPONNETTO: Sì, Paolo aveva chiesto alla questura – già venti giorni prima dell’attentato – di disporre la rimozione dei veicoli nella zona antistante l’abitazione della madre. Ma la domanda era rimasta inevasa. Ancora oggi aspetto di sapere chi fosse il funzionario responsabile della sicurezza di Paolo, se si sia proceduto nei suoi confronti disciplinarmente nei suoi confronti e con quali conseguenze (…)

GIANNI MINÀ: Perché decise di entrare in un contesto così difficile, scivoloso, costituendo il pool del quale avrebbero fatto parte Falcone, Borsellino, Di Lello e Guarnotta?

ANTONINO CAPONNETTO: Perché non era possibile condurre una lotta seria, contro un’associazione così ben organizzata come la mafia, se non coordinandosi. C’era bisogno di riunire le forze, di non disperdere le energie, di un pool affiatato, un gruppo di lavoro rigoroso che si occupasse soltanto dei processi di mafia. Avevo già coltivato questa idea a Firenze e chiesi consiglio a Caselli, che era forte di un’esperienza simile a Torino contro il terrorismo, e a Imposimato che la stessa esperienza l’aveva vissuta a Roma.

GIANNI MINÀ: Come scelse i suoi collaboratori?

ANTONINO CAPONNETTO: Fu una scelta obbligata: Falcone lavorava già li e aveva istruito il processo Spatola. Di Borsellino avevo sentito parlare perché si era interessato dell’omicidio del commissario Basile …

GIANNI MINÀ: Parliamo dell’operazione San Michele, quella vi mise davvero in prima linea e certamente vi causò notevoli diffidenze nel sottobosco che fiancheggiava la mafia. Era sabato 29 settembre 1984, Tommaso Buscetta divenne un collaboratore di giustizia. Non era mai accaduto prima che un boss del suo livello accettasse di fare delle rivelazioni. Parlò di quindici anni di sangue, di oltre centoventi omicidi. La maxi-retata, coinvolse 366 persone, affiorò perla prima volta i nome di Vito Ciancimino. Buscetta parlò di Liggio, dei Greco, dell’omicidio Scaglione, rivelò la struttura delle cosche, i diversi mandamenti di Palermo, la “commissione”. Buscetta scoperchiò una realtà drammatica. Soprattutto ci permise – aprendo la porta dall’interno – di entrare nei meccanismi, nei misfatti di Cosa Nostra e non so a che punto sarebbero oggi le indagini senza le rivelazioni sue e di Contorno. Il ricorso ai collaboratori era l’unico modo per entrare in una struttura segreta per statuto, verticistica: senza di loro non saremmo mai progrediti (…)

GIANNI MINÀ: Chi decise di smantellare il pool antimafia?

ANTONINO CAPONNETTO: Non so se fu una decisione meditata, o il frutto di una sintesi su come affrontare la lotta alla mafia. So che io avevo chiesto di essere trasferito a Firenze dopo quattro anni e quattro mesi di vita in caserma soltanto per lasciare il posto a Giovanni che era l’unico per competenza, prestigio internazionale, conoscenza delle carte, legittimato a succedermi. Ma le cose andarono diversamente.

GIANNI MINÀ: Chi bocciò Falcone?

ANTONINO CAPONNETTO: Il Csm

GIANNI MINÀ: Nelle persone di?

ANTONINO CAPONNETTO: Mi porto sempre dietro l’appuntino di Falcone. Da un lato aveva scritto i nomi dei presunti favorevoli, dall’altra quella dei quali dava per scontata l’opposizione. Il conteggio era a suo favore, poi ci fu quel tradimento avvenuto all’ultimo momento per cui dovette cancellare due nomi su cui contava e trasferirli nella colonna a lui contraria.

GIANNI MINÀ: Me li può fare? La storia in fondo si fa anche con gli errori. Noi accettiamo la buona fede, ma vogliamo sapere chi non volle Falcone e preferì invece Meli a Palermo.

ANTONINO CAPONNETTO: Oggi preferisco sorvolare, la gente li conosce, sono descritti in tanti libri, in tanti documenti. Borsellino li definì “giuda”, quando commemorò Falcone nella biblioteca comunale di Palermo, nel luglio del 1993, dopo l’eccidio di Capaci: “Nel gennaio del 1998”, disse quella sera Borsellino, “quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere a Caponnetto, il Csm con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi anni della sua vita professionale a Palermo, ma quest’uomo rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita non sopportabile da nessuno, di morire a Palermo, perché non avrebbe superato lo stress fisico a cui si sottoponeva. A un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pur convinti del pericolo che si correva, a convincerlo, riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all’Ufficio istruzione del tribunale di Palermo; Falcone concorse, qualche giuda si impegnò subito a prenderlo in giro e il giorno del mio compleanno il Csm ci fece questo regalo, preferì Antonino Meli.”

GIANNI MINÀ: Non so se – come disse Borsellino – siano stati dei giuda, so però che chi non ha votato Falcone dopo avergli promesso la sua adesione è stato Vincenzo Geraci e so che Brancaccio, alle otto, per un impegno familiare, lasciò il Consiglio senza votare, e certamente una responsabilità morale in tutto questo c’è. Mi ricordo che il 14 marzo 1988, quando Antonino Meli prese il suo posto, negli occhi di Falcone si distinguevano chiaramente delle lacrime. Chi ha distrutto il pool antimafia, Meli o Giammanco?

ANTONINO CAPONNETTO: Ognuno ha fatto la sua parte. Meli ha contribuito ad anticipare la chiusura dell’Ufficio istruzione, non coordinando più le indagini, esautorando Falcone, emarginandolo, smembrando i processi di mafia e vanificando tutto il lavoro fatto. Giammanco ha fatto la sua parte presso la procura della Repubblica, e ha emarginato anche lui Giovanni, con anticamere imposte, umiliazioni varie che lo portarono a Roma ad accettare un incarico ministeriale per fuggire da questa tagliola palermitana. Ci sono alcune delle poche pagine rimaste del diario elettronico di Falcone che descrivono due sue giornate presso la procura della Repubblica, una vita di amarezza, di delegittimazioni continue (…)

GIANNI MINÀ: In un’intervista del 1986 Falcone afferma: “Le confessioni dei collaboratori di giustizia hanno consentito un importante riscontro a risultati probatori già raggiunti e una lettura interna al fenomeno mafioso. Il fenomeno della dissociazione è indubbiamente utile e a mio avviso dovrebbe essere valutato in maniera adeguata e soprattutto regolamentato”.

ANTONINO CAPONNETTO: Molti dimenticano che senza la morte di Giovanni e Paolo, il parlamento non avrebbe mai approvato la legge di tutela dei collaboratori di giustizia e dei loro familiari. È, quindi, alla loro morte che dobbiamo questi strumenti decisivi per la lotta alla mafia.

GIANNI MINÀ: Chi tradì, Caponnetto? Chi tradì nei servizi segreti italiani? Chi comunicò ogni passo della vita di Falcone per poterlo far saltare in aria?

ANTONINO CAPONNETTO: Vorrei saperlo, Minà. Vorrei saperlo prima di chiudere gli occhi, ma temo che non lo saprò mai.

Mary Titton

METEO

Manchester (Regno Unito) nuvoloso +20. Livorno (Italia, Europa) soleggiato +23. Bursa (Turchia, Asia) parzialmente nuvoloso +21. Atbara (Sudan, Africa) per lo più soleggiato +40. Baracoa (Cuba, America del nord) nuvoloso +25. Invercargill (Southland, Nuova Zelanda) parzialmente nuvoloso +9.

Auguri alla nostra splendida ed elegante Mary!


22 maggio   -224

La notizia del giorno.

Morto Nicky Hayden dopo 5 giorni di coma.

Wiki_NickyIl campione di motociclismo Nicky Hayden, rimasto coinvolto mercoledì scorso in un incidente mentre si stava allenando in bicicletta nel Riminese, è morto all’ospedale Bufalini di Cesena, dove era ricoverato in rianimazione per un gravissimo politrauma e una vasta lesione cerebrale. Hayden, campione del mondo di MotoGp nel 2006, è stato travolto da un’auto mentre si allenava in bicicletta a Misano Adriatico, poco distante dal circuito che da anni ospita il gran premio di San Marino e che è intitolato alla memoria di Marco Simoncelli. Le sue condizioni erano apparse fin da subito gravissime: aveva infatti riportato numerose ferite dopo essere stato sbalzato sul cofano della vettura e avere sfondato il parabrezza. Secondo la dinamica, avvalorata da un video delle telecamere di sorveglianza di un’abitazione privata, ora in possesso dei pm, il pilota del Kentucky non si sarebbe fermato allo stop, venendo così travolto. La bici, tagliata in due, è finita spezzata a metri di distanza nell’erba, il parabrezza dell’auto è andato in frantumi. Al suo capezzale c’era la fidanzata Jackie, già in Italia con lui, dagli Stati Uniti sono arrivati il fratello Tommy e la mamma Rose, mentre il padre è rimasto in Kentucky per problemi cardiaci che gli hanno impedito di affrontare il volo. Vicino al pilota, campione del mondo MotoGp nel 2006, anche lo staff della Red Bull Honda World Superbike, team per cui corre e per il quale aveva partecipato, il 14 maggio, al gran premio di Imola.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

“Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità”.

(Sherlock Holmes parlando con Watson in “Il segno dei quattro”).

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Arthur Conan Doyle viene ricordato quasi esclusivamente per aver ideato, alla fine del XIX secolo, la figura più celebre di investigatore della storia del romanzo poliziesco: Sherlock Holmes. Personaggio letterario perfettamente aderente, nelle pose, e nel temperamento allo spirito compassato, distaccato, razionale, altero anglosassone è il protagonista ideale di romanzi e racconti appartenenti al genere letterario del giallo deduttivo, il cui iniziatore fu, nel 1841, Edgar Allan Poe con il suo Auguste Dupin (I delitti della via Morgue). Ma Conan Doyle dedicò i suoi sforzi di scrittore e di studioso anche ad altri campi. Scrisse romanzi di carattere storico e avventuroso: tra questi il ciclo del professor Challenger e “Il mondo perduto”, del 1912; dal suo diario di bordo sulla baleniera “Hope”, nel mare Artico, “Avventura nell’Artico”, “La mummia”, del 1892 che egli preferiva senz’altro ai suoi romanzi polizieschi. “Uno studio in rosso”, del 1887, pubblicato sullo Strand Magazine è il primo racconto in cui appare Sherlock Holmes e in cui il narratore, il buon dottor Watson, che in un certo senso è l’alter ego dell’autore stesso, presenta il detective e la sua sottile scienza della deduzione. Doyle continuò a inventare avventure del celebre detective, creando un modello destinato a esercitare un’influenza decisiva sugli autori successivi da Poirot in poi. Il successo di Sherlock Holmes fu enorme: nel 1890 “Il segno dei quattro” fu accolto in Inghilterra e in America con un favore che rimarrà celebre nella storia letteraria. L’autore di tanto successo nacque a Edimburgo il 22 maggio del 1859 da una famiglia irlandese di antica nobiltà, ma con scarsi mezzi economici. Compì i primi studi presso una scuola di Edimburgo e alla Hodder School, nel Lancashire. Ma la sua formazione avverrà principalmente in una scuola cattolica diretta dai gesuiti, dove il giovane Arthur intimorito dal loro zelo, più tardi, si ribellerà ai loro insegnamenti. Nel 1876 entrò alla Edinburgh Medical School e nel 1879 pubblicò contemporaneamente la sua prima opera “Il mistero di Sasassa Valley”, racconto del terrore venduto al Chambers Journal e il suo primo lavoro medico su un sedativo che aveva sperimentato su di sé. Nel 1881 ottenne il baccellierato in Medicina e il Master in Chirurgia. Iniziò così a lavorare presso l’ospedale di Edimburgo, dove rimarrà per qualche tempo e dove avrà modo di conoscere il brillante e freddo dottor Joseph Bell che con il suo metodo scientifico e le sue abilità deduttive, gli ispirò in seguito il fortunato personaggio di Holmes, che ha così, nelle origini, un legame con il thriller medico. Bell aiutò effettivamente la polizia in alcuni casi (tra i quali quello di Jack lo squartatore) e diede il suo contributo alla nascita della medicina legale. Sherlock Holmes diventò il primo, se non ad applicare effettivamente, a rendere popolare la criminologia, cioè l’applicazione del metodo scientifico alle investigazioni criminali. Doyle imbarcatosi su una baleniera come medico di bordo, trascorse alcuni mesi nell’Oceano Artico e poi in Africa. Tornato in patria, aprì uno studio medico a Southsea, un sobborgo di Porthsmouth, senza troppa fortuna. Impiegò allora il tempo libero scrivendo racconti polizieschi che, pubblicati su vari giornali, raccolsero un discreto interesse di pubblico. Dopo il successo ottenuto con i romazi di Scherlock Holmes, abbandonò la professione medica e iniziò un’intensa attività giornalistica, come corrispondente nella guerra boera (nel 1903, in seguito all’appoggio da lui dato a questa guerra con i suoi articoli, era stato insignito del titolo di baronetto) e, più tardi, durante il primo conflitto mondiale. Uno dei principali interessi di Doyle fu infine lo spiritismo, al quale dedicò molti studi e sul quale scrisse “Storia dello Spiritismo”, del 1926 che esaminava il fenomeno a partire dalle origini e dalla quale lo scrittore s’aspettava qualche riconoscimento come studioso. In realtà l’opera fu apprezzata solo in una ristretta cerchia di lettori e gli attirò invece un attacco della chiesa cattolica. Suo malgrado la fama dell’eclettico scrittore, giornalista, (durante le Olimpiadi di Londra del 1908 Sir A. C. Doyle scrisse per il Daily Mail un pezzo di grande risalto sul vincitore della maratona olimpica; conduceva battaglie, a mezzo stampa, condotte con intraprendenza e abilità, a prescindere dai vantaggi che se ne potevano ricavare; il senso dell’onore era per lui più importante dell’opinione pubblica), sportivo appassionato (praticava le arti marziali orientali) resterà indissolubilmente legata al personaggio di Scherlock Holmes. Ma come è possibile resistere alle fascinazioni che suscitano le storie di Holmes? Ne “il mastino dei Baskerville”, forse il più celebre tra i suoi casi, Doyle prende spunto da un’antica leggenda dell’Inghilterra occidentale che narrava di un mastino infernale ululante di notte per la brughiera. Nel “Segno dei quattro” si passa dalla grigia e nebbiosa Londra a un caldo arcipelago dell’Oceano Indiano: le isole Andamane. Con “La valle della Paura” veniamo trasportati dalle nebbie londinesi in cui si aggirano personaggi sospetti e, dai lindi e all’apparenza tranquilli villaggi della campagna inglese, addirittura in piena epopea “western” americana. Sherlock Holmes, con calma e lucidità impareggiabili, scioglierà ogni nodo, chiarirà ogni mistero. “Elementare !”.

Mary Titton

“Mi ero immaginato che Sherlock Holmes

si sarebbe precipitato nella casa mettendosi

senza indugio a studiare il mistero.

Niente sembrava più lontano dalle sue intenzioni.

Con un’aria indifferente che, date le circostanze, mi

parve quasi un’affettazione, percorse

lentamente su e giù il marciapiede osservando

distrattamente il suolo, il cielo, la casa dirimpetto …”

Tratto da “Uno studio in rosso”

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +24. Livorno (Italia, Europa) soleggiato +21. Xi’an (Shaanxi, Cina, Asia) sereno con nuvolosità periodica +26. Sumbe (Angola, Africa) soleggiato +28Gatineau (Québec, Canada) sereno +8. Broome (Australia Occidentale) soleggiato +29.


21 maggio   -225

La notizia del giorno.

La Juventus vince il 33° scudetto, il sesto consecutivo.

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La Juventus vince il 33° scudetto, il sesto consecutivo, battendo 3-0 il Crotone alla penultima giornata, portando a 4 punti il vantaggio sulla Roma. Dentro lo Stadium è un tripudio di cori e bandiere. Allegri sceglie la squadra titolare, risparmiando soltanto Chiellini e la partita è una specie di allenamento: sblocca Mandzukic, che anticipa Rosi e sfrutta alla perfezione il cross lungo da destra di Cuadrado. Raddoppia Dybala, il migliore, con una punizione imprendibile. Il 3-0, sette minuti prima del novantesimo, firmato da Alex Sandro, suggella la vittoria, senza contare che l’arbitro Mazzoleni non vede un rigore di Ferrari sullo stesso Dybala e che solo nel primo tempo i difensori ospiti in tre circostanze anticipano gli attaccanti di casa: Martella di piede e Ceccherini di testa neutralizzano Higuain, mentre Sampirisi – entrato al posto dell’infortunato Rosi – chiude su Mandzukic. Il Crotone prova a ripartire, ma senza mai impegnare Buffon. Massimiliano Allegri, ai microfoni di Premium Sport, ha detto: “Bisogna fare i complimenti in primis a quei giocatori che hanno vinto i sei scudetti di fila, sono loro che entrano nella storia. E alla società, che assieme alla squadra ha fatto cose straordinarie. Marotta dice che la permanenza in bianconero dipende da me? Dipende da entrambi: io sono molto contento di essere alla Juve. Ora dobbiamo focalizzarci sul giocare, e possibilmente vincere, la finale di Cardiff”. Gigi Buffon, dai microfoni di Premium Sport, poco dopo il fischio finale di Juventus-Crotone, ha dichiarato: “Abbiamo scritto delle belle pagine che entrano nel libro della storia del calcio. Vincere non è mai facile: al di là delle parole che si dicono, stare in alto è sempre sinonimo di sacrificio e abnegazione da parte di tutti. Ha poi aggiunto: “Se si vuole vincere le gare bisogna sempre avere la testa e le gambe giuste”.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Lucio Annéo Seneca.

La_mort_de_seneque(La morte di Seneca di Luca Giordano, 1684)

Lucio Annéo Seneca nacque a Cordoba, capitale della Spagna Betica, una delle più antiche colonie romane, il 21 maggio di un anno di non certa determinazione: le possibili date individuate dagli studiosi sono tre: l’1, il 3 o il 4 a.C. (quest’ultima la più probabile). Il padre del filosofo, Seneca il Vecchio, era di rango equestre e autore di alcuni libri di “Controversiae” e di “Suasoriae”. Si era trasferito a Roma negli anni del principato di Augusto: appassionato all’insegnamento dei retori, divenne assiduo frequentatore delle sale di declamazione, sposò in giovane età una donna di nome Elvia da cui ebbe tre figli, Novato e Mela, padre del futuro poeta Lucano, e il secondogenito Lucio Anneo Seneca. A Roma Seneca, come voleva il padre, ebbe un’accurata istruzione retorica e letteraria, anche se si interessò più che altro alla filosofia. Fondamentale per lo sviluppo del suo pensiero fu la frequentazione della scuola cinica dei Sesti: il maestro Quinto Sestio è per Seneca il modello di un asceta che cerca il continuo miglioramento attraverso la nuova pratica dell’esame di coscienza. Tra i suoi maestri di filosofia vi sono Sozione di Alessandria, Attalo e Papirio Fabiano, appartenenti rispettivamente al neopitagorismo, allo stoicismo e al cinismo. Seneca segue intensamente gli insegnamenti dei maestri, che lo influenzano profondamente sia con la parola che con l’esempio di una vita vissuta in coerenza con gli ideali professati: da Attalo impara i principi dello stoicismo e l’abitudine alle pratiche ascetiche; da Sozione apprende i principi delle dottrine di Pitagora ed è avviato per qualche tempo alla pratica vegetariana. Per curare le crisi di asma e la bronchite ormai cronica, intorno al 26 d.C Seneca si reca in Egitto, ospite del procuratore Gaio Galerio, marito della sorella della madre Elvia. Tornato a Roma, inizia l’attività forense e la carriera politica diventando questore, entrando a far parte del Senato e godendo di una notevole fama come oratore, al punto di far ingelosire l’imperatore Caligola, che nel 39 d.C. arriva a volere toglierlo di mezzo, soprattutto per la sua concezione politica rispettosa delle libertà civili. Seneca si salva grazie ai buoni uffici di un’ amante del princeps, la quale affermava che comunque sarebbe morto presto a causa della sua salute malferma. Due anni dopo, nel 41 d.C., Claudio, successore di Caligola, condanna Seneca all’esilio in Corsica con l’accusa di adulterio con la giovane Giulia Livilla, sorella di Caligola. In Corsica scrive la Consolatio ad Polybium e quella ad Helviam matrem e rimane fino all’anno 49, quando Agrippina riesce ad ottenere il suo ritorno dall’esilio, scegliendolo come tutore del figlio Nerone. Seneca accompagnerà l’ascesa al trono del giovane Nerone (54-68), guidandolo durante il cosiddetto “periodo del buon governo”, il primo quinquennio del principato. Poi, quando il principato subisce un’involuzione, inclinando verso la violenza e le atrocità, il suo rapporto con Nerone si deteriora e, vedendo che le sue esor-tazioni alla moderazione non hanno più acuna influenza sul principe, decide di ritirarsi a vita privata, dedicandosi solo ai suoi studi. Nerone intanto matura una crescente insofferenza verso Seneca e verso la madre Agrippina. Dopo aver ucciso la madre nel 59 e Afranio Burro nel 62, non aspetta che un pretesto per eliminare anche Seneca. Quest’ultimo, ritenuto coinvolto in una congiura ordita per uccidere Nerone (la congiura dei Pisoni, risalente al mese di aprile dell’anno 65) – di cui Seneca non fu partecipe, ma di cui era probabilmente a conoscenza – venne costretto a togliersi la vita. Seneca affronta la morte con fermezza e stoica serenità, come Tacito racconta negli “Annales”: 62. Senza scomporsi Seneca chiede le tavole del testamento; di fronte al rifiuto del centurione, rivolto agli amici, dichiara che, poiché gli si impediva di dimostrare a essi la propria gratitudine come meritavano, lasciava loro l’unico bene che possedeva, che era anche il più bello, l’immagine della propria vita, della quale, se avessero con-servato ricordo, avrebbero raggiunto la gloria di una condotta onesta e di un’amicizia incontaminata. Frena intanto le loro lacrime, ora con le parole ora, con maggiore energia, in tono autorevole, richiamandoli alla fermezza e chiedendo dove mai fossero gli insegnamenti della filosofia, dove la consape-volezza della ragione, affinata in tanti anni, contro i mali incombenti. Tutti ben conoscevano infatti la crudeltà di Nerone. Al quale non restava altro, dopo l’uccisione della madre e del fratello, che di ordinare anche l’assassinio del suo educatore e maestro 63. Dopo riflessioni di tal genere, che sembravano rivolte a tutti indistintamente, stringe fra le braccia la moglie e, inteneritosi alquanto, malgrado la forza d’animo di cui dava prova in quel momento, la prega e la scongiura di contenere il suo dolore e di non renderlo eterno, ma di trovare, nella meditazione di una vita tutta vissuta nella virtù, un decoroso aiuto a reggere il rimpianto del marito perduto. Paolina invece afferma che la morte è destinata anche a sé e chiede la mano del carnefice. Seneca allora, per non opporsi alla gloria della moglie, e anche per amore, non volendo lasciare esposta alle offese di Nerone la donna che unicamente amava: «Ti avevo indicato» le disse «come alleviare il dolore della vita, ma tu preferisci l’onore della morte: non mi opporrò a questo gesto esemplare. Possa la fermezza di una morte così intrepida essere pari in te e in me, ma sia più luminosa la tua fine.» Dopo di che il ferro recide, con un colpo solo, le vene delle loro braccia. Seneca, poiché il corpo vecchio e indebolito dal poco cibo lasciava fuoruscire lentamente il sangue, taglia anche le vene delle gambe e dei polpacci; e, stremato dalla intensa sofferenza, per non fiaccare col proprio dolore l’animo della moglie, e per non essere indotto a cedere, di fronte ai tormenti di lei, la induce a passare in un’altra stanza. 64 … Seneca, intanto, protraendosi la vita in un lento avvicinarsi della morte, prega Anneo Stazio, da tempo suo amico provato e competente nell’arte medica, di somministrargli quel veleno, già pronto da molto, con cui si facevano morire ad Atene le persone condannate da sentenza popolare. Avutolo, lo bevve, ma senza effetto, per essere già fredde le membra e insensibile il corpo all’azione del veleno. Da ultimo, entrò in una vasca d’acqua calda, ne asperse gli schiavi più vicini e aggiunse che, con quel liquido, libava a Giove liberatore. Portato poi in un bagno caldissimo, spirò a causa del vapore e venne cremato senza cerimonia alcuna. Così aveva già indicato nel suo testamento, quando, nel pieno della ricchezza e del potere, volgeva il pensiero al momento della fine.

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Roma (Italia, Europa) soleggiato +24. Livorno (Italia, Europa) idem. Kupang (Kupang City, Nusa Tenggara Orientale, Indonesia, Asia) parzialmente nuvoloso +29. Kitale (Kenya, Africa) parzialmente nuvoloso +24. Zipaquirá (Dipartimento di Cundinamarca, Colombia, Stati Uniti d’America) nuvoloso +12. Gladstone (Queensland, Australia) coperto +12.


20 maggio   -226

La notizia del giorno.

Elezioni in Iran: rieletto Rohani.

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Hassan Rohani, 68 anni, leader moderato e riformista, è stato dichiarato ufficialmente eletto per la seconda volta alle presidenziali in Iran. In base ai risultati finali il presidente ha ottenuto 23,5 milioni di voti, il 57%, aggiudicandosi così la vittoria al primo turno. Con il presidente uscente si erano schierati i riformisti, i moderati, i liberali, i giovani e le donne delle città, i ricchi di Teheran del nord e i professionisti che vogliono che il paese continui ad aprirsi all’Europa e al mondo. Il suo avversario, il conservatore Ebrahim Raisi, ha invece ottenuto il 38,99%, sostenuto dalla ayatollah Alì Khamenei, dal clero conservatore, dalle Guardie della rivoluzione, dalla milizia dei Basijie e da milioni di cittadini, soprattutto poveri e diseredati che si sono lasciati convincere dai messaggi populisti di Raisi. La vittoria del leader moderato giunge al termine di una tornata elettorale che ha registrato oltre il 70% di affluenza alle urne, facendo rinviare per due volte la chiusura dei seggi. Il risultato conferma il consenso popolare all’accordo sul nucleare firmato da Rohani, che ha portato alla fine delle sanzioni. Il presidente eletto, nel suo primo discorso alla nazione trasmesso dalla televisione di Stato, ha dichiarato: “Il messaggio del nostro popolo è stato espresso chiaramente … Il nostro popolo ha dichiarato ai Paesi vicini e all’intera regione che il percorso verso la sicurezza è il rafforzamento della democrazia e non fare affidamento sui poteri stranieri”. Gli iraniani, ha concluso, “hanno detto no a tutti coloro che ci invitavano a tornare indietro al passato o a frenare la situazione attuale”. La Repubblica islamica è una teocrazia, che ha lasciato però uno spazio importante alla democrazia: ogni 4 anni gli elettori scelgono il presidente e i consigli municipali, un elemento di democrazia vera in un sistema che ha forti elementi di potere autoritario. Il compito di Rouhani adesso è quello di riavvicinare le due parti del Paese che sono state divise da una campagna elettorale molto polarizzata, soprattutto dovrà cercare di vincere le resistenze di quelle masse diseredate che ancora credono fortemente nella rivoluzione islamica.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

I jeans: una rivoluzione del costume.

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Il 20 maggio del 1874 rappresenta una data che ha cambiato per sempre il nostro modo di vestire: Levi Strauss e Jacob Davis ottengono il brevetto Usa per i blue jeans. Con blue jeans, o semplicemente jeans, viene indicato un pantalone con taglio a cinque tasche, confezionato in tessuto denim, un tipo di stoffa molto robusta destinata un tempo solamente ai lavoratori. I jeans hanno fatto la storia di intere genera-zioni e rappresentano l’icona dell’abbigliamento casual per eccellenza: indossati prima solo dai ragazzi e dai giovani adulti, ora vengono indossati da tutti. Nel 1853, in seguito alla scoperta dell’oro in California, Levi Strauss per vendere capi d’abbigliamento utili ai cercatori d’oro, fondò a San Francisco la Levi Strauss & Co., che è oggi, con il marchio “Levi’s” e il mitico modello “501”, l’azienda con la quota maggioritaria nella vendita dei jeans. Strauss utilizzò il denim, un tessuto resistente, pesante e di colore blu. Nel 1871 il sarto Jacob Davis aggiunse ai pantaloni in denim i rivetti in rame per rinforzare i punti maggiormente soggetti ad usura, come le tasche, particolarmente riempite dai cercatori d’oro e dai minatori e si mise in società con Levi Strauss, non disponendo dei 68 dollari necessari per la pratica di registrazione. La Levi’s poté così produrre in esclusiva i pantaloni di robusto cotone tenuti insieme, oltre che dai punti del cucito tradizionale, anche da rivetti metallici, appena brevettati, che divennero la divisa degli operai della ferrovia transamericana, dei “miners”, dei cowboy ed ebbero un immediato successo. Nel 1905 ai jeans fu aggiunta la seconda tasca posteriore. I passanti per la cintura furono applicati nel 1922, mentre nel 1926 la «zip» sostituì i tradizionali bottoni. Nel 1935 venne creato il primo jeans da donna. Nel 1937 apparve per la prima volta sulle pagine di Vogue, entrando così nella storia della moda. In Europa il jeans arriva alla fine della Guerra, insieme alle truppe armate americane vincitrici, che li usavano nel tempo libero, e poi con i turisti americani. I primi Levi’s furono commercializzati nel 1959. Negli anni cinquanta i jeans conquistano il mondo dei giovani ed entrano nelle loro case insieme ai primi idoli del cinema e del rock and roll: erano indossati color blu scuro con giacca a vento rossa, t-shirt bianca e sigaretta da James Dean in Gioventù bruciata, quelli neri Levi’s 501 button fly (cioè con i bottoni e non con la cerniera lampo) erano portati da Marlon Brando in sella ad una potente motocicletta con giubbino di pelle nera Schott NYC Perfecto 618 e maglietta bianca in Il selvaggio, film che definì il modello estetico del “bad boy; Elvis Presley e Bob Dylan li indossavano durante i loro concerti. Negli anni sessanta, dalle rivolte studentesche del 1968 in poi, i blue jeans espressero in maniera concreta il rifiuto, da parte del mondo giovanile, delle convenzioni sociali e dell’abbigliamento formale e divennero il simbolo per eccellenza dell’“antimoda” e della contestazione, nell’epoca dei cortei contro la guerra del Vietnam. Alla fine degli anni settanta, col declino della contestazione, le varie griffe si impadroniscono del jeans, quale capo di abbigliamento elegante. In questo periodo il famoso pantalone si diffonde tra i giovani di tutto il mondo e diventa il loro abbigliamento preferito, il più portato in assoluto. Con gli hippies si diffondono i jeans sfrangiati e dipinti, larghi al polpaccio e stretti in alto, “a zampa d’elefante” o al contrario larghi in alto e stretti sul polpaccio “alla cavallerizza”. A partire dagli anni ottanta qualsiasi ditta di abbigliamento produce una propria linea di jeans prêt-à-porter e sono preferiti quelli firmati come vuole la tendenza yuppie, diventando non più solo un capo per i giovani e per il tempo libero, ma un oggetto di lusso. Dall’inizio degli anni novanta sono di moda anche le versioni vintage, che danno una sensazione di jeans vecchio: le industrie hanno cercato dei metodi per ammorbidire e invecchiare il tessuto con lo scopo di rendere i pantaloni appena usciti dalla fabbrica come usati. I jeans, più sono strappati, scuciti, sdruciti, più acquistano valore estetico; più hanno un aspetto vissuto e vecchio, più hanno il fascino del capo d’abbigliamento originale di qualche decennio fa, appartenuto, magari, ai propri genitori. Oggi il jeans, è il primo capo globalizzato, uguale per tutti, è valido per tutte le classi sociali e per tutte le età, è utilizzato con la stessa disinvoltura dalle star del cinema e dello spettacolo, dal dirigente della multinazionale e dall’operaio, dal professore e dallo studente ed è diventato un capo trans-nazionale.

 METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +26. Livorno (Italia, Europa) idem. Ho Chi Minh (Vietnam, Asia) parzialmente nuvoloso +31. Uyo (Nigeria, Africa) per lo più nuvoloso +28. Corpus Christi (Texas, Stati Uniti d’America) nuvoloso +26Tamworth (Nuovo Galles del Sud, Australia) sereno +15.


 19 maggio   -227

La notizia del giorno.

Vaccini: decreto del Consiglio dei ministri.

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Dopo il braccio di ferro all’interno del governo, è stato varato oggi il decreto legge che reintroduce l’obbligatorietà delle vaccinazioni per l’iscrizione a scuola. I vaccini obbligatori sono estesi a dodici per l’età che va da 0 a 6 anni: polio, difterite, tetano, epatite b, pertosse, emofilo b, meningococco b e c, morbillo, rosolia, parotite e varicella. Vaccinazioni come quella contro il morbillo e la meningite, finora solo raccomandate, diventano obbligatorie “con modalità transitorie che il decreto metterà in luce per consentire a famiglie e sistema di adeguarsi alla decisione senza traumi”, precisa il premier. I bambini da zero a sei anni non vaccinati non potranno frequentare nidi e asili. L’obbligo di vaccinarsi – ha spiegato Gentiloni in conferenza stampa – produrrà “l’impossibilità di iscriversi al sistema scolastico 0-6”. I vaccini saranno altrettanto obbligatori nelle scuole elementari. In questo caso l’iscrizione resta possibile: sono però previste sanzioni ingenti per le famiglie. Si tratta di un compromesso tra la linea promossa dalla Lorenzin, che chiedeva di estendere il divieto di iscrizione fino ai 10 anni, e quella della collega Valeria Fedeli, che propendeva invece per l’obbligatorietà delle vaccinazioni fino ai soli 6 anni e faceva osservare come la norma fosse in contrasto con il diritto all’istruzione. “L’obbligo delle vaccinazioni per l’iscrizione a scuola scatterà dal prossimo settembre per la fascia di età 0-6 anni, ma questa strada dell’obbligo riguarda l’intero arco da 0 a 16 anni anche se con modalità diverse”. In concreto, ha chiarito Lorenzin, “da 0 a 6 anni se non si rispetta l’obbligo di vaccinazione il bambino non potrà entrare a scuola”. Lorenzin ha annunciato, inoltre, che si sta valutando l’obbligo per gli operatori sanitari. Sicuramente sono fondate le preoccupazioni del premier che ha spiegato: “L’obiettivo del decreto è quello di evitare che le difficoltà che oggi ci sono si trasformino in vere emergenze. Oggi non siamo in una emergenza, altrimenti sarebbero state necessarie delle ordinanze”. Quindi sono state prese “misure che, con gradualità, consentiranno una protezione per i bambini più elevata, una maggiore sicurezza”. Andrebbero, però, tenute in considerazione anche le obiezioni di quei genitori che vorrebbero maggiori informazioni e rassicurazioni in particolare sulle modalità e sui tempi più opportuni sulla somministrazione dei vaccini.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Un affettuoso omaggio a Paolo Panelli.

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Il 19 maggio del 1997 se ne andava Paolo Panelli, uno degli attori più popolari del dopoguerra. Classe 1925 fu il pioniere di un’Italia ormai scomparsa in cui, tra la fine degli anni trenta e la metà degli anni cinquanta, il teatro rivista aveva sostituito la progressiva sparizione dei vecchi generi teatrali come il varietà, il Café-chantant, l’operetta e l’avanspettacolo. Panelli, dopo essersi laureato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma, allora diretta da Silvio D’Amico muoveva, sul palcoscenico della rivista, i suoi primi passi in linea con questo genere di spettacolo che, al contrario delle forme teatrali precedenti, non aveva la necessità di attenersi continuamente a una trama. Diversamente la rivista era un misto di prosa, musica, danza e scenette umoristiche per lo più ispirate all’attualità spicciola e ai tradizionali cliché sentimentali, uniti da un filo conduttore e dalla presenza di personaggi fissi come la soubrette. Panelli si distingue nelle riviste di Oreste Biancoli e di Garinei e Giovannini. Il suo debutto in teatro risale al ’46 e parallelamente inizia a lavorare per la radio. In televisione l’attore comico diventa uno dei più popolari protagonisti nell’Italia degli anni cinquanta e sessanta, piena di entusiasmo e di speranze, contenta di una ritrovata libertà di ridere di tutto. Panelli, brillante e originale, con sketches di sua ideazione, con i suoi personaggi-macchietta e il suo parlare con la cadenza romanesca, dalla mimica divertente e sorniona e, una professionalità d’altri tempi, rigorosa e puntuale conquista i telespettatori italiani. Nel ’59 è accanto a Delia Scala e Nino Manfredi nella conduzione di un’edizione, passata alla storia, di “Canzonissima” per la quale vinse il Microfono d’Argento. Dello stesso programma condusse anche l’edizione del ’68 insieme a Mina e a Walter Chiari. È stato ospite praticamente fisso in trasmissioni televisive e radiofoniche di successo come “Studio Uno” (con la regia di Antonello Falqui) e il programma radiofonico “Gran varietà”, nei personaggi del “tassinaro”, di “Cecconi Bruno”, ideato per lui da Castellano e Pipolo, e “Menelao Strarompi” facendosi interprete della romanità ma anche dei vizi dell’italiano medio. Insieme all’attrice brillante Bice Valori (sua compagna d’Accademia) forma una coppia amatissima dal pubblico e, con lei, fu protagonista di innumerevoli trasmissioni televisive sin dal ’52, (anno in cui i due attori si sposarono), fino alla morte di lei, nell’80. Questo evento drammatico segnò moltissimo Panelli che si chiuse in privato, per molto tempo, fino a rientrare in attività per dedicarsi quasi esclusivamente al mondo del cinema. Alla sua morte l’attore e amico Gigi Proietti gli dedicò un sonetto:


Era stonato Paolo, me ricordo;

e tutti ce ridevano, per cui

era difficile formà ‘n’accordo

quanno ner coro c’era pure lui.

Ma nun era da coro, era ‘n’solista!

E me sò sempre chiesto come fa,

e ce riesce solo chi è ‘n artista

a trasformà ‘n difetto in qualità.

Oggi lo benedico quer difetto,

che me consente, mentre n’addoloro,

de dedicaje l’urtimo sonetto.

Paolo nun ce sta più. Giuro su Dio

manca quarcuno che non sta ner coro,

e me sento stonato pure io.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) per lo più soleggiato +18. Livorno (Italia, Europa) sereno con nuvolosità sparsa +17. Sam Nuea (Laos, Asia) per lo più nuvoloso +19. Opuwo (Namibia, Africa) sereno +17Sparks (Nevada, Stati Uniti d’America) soleggiato +27. Uturoa (Polinesia Francese, Oceania) parzialmente nuvoloso +29.

 20 anni senza te! Aura


18 maggio   -228

La notizia del giorno.

Pompei: rubata borchia del VI sec a.C.

7599867(Torre Satriano di Lucania)

Negli Scavi di Pompei è stata rubata una borchia in bronzo risalente al VI secolo A.C., una delle 4 borchie in bronzo applicate su una riproduzione della porta di Torre Satriano, in esposizione nella mostra “Pompei e i greci”, allestita nella Palestra grande degli scavi di Pompei. Si tratta di una borchia del diametro di 7,3 cm, della seconda metà del VI-inizi del V sec a.C., proveniente dal Museo archeologico nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu” di Potenza, il cui valore assicurativo è di 300 euro. Il Direttore Generale, Massimo Osanna, ha dichiarato: “La borchia era, come le altre tre, avvitata sul pannello espositivo e coperta da lastra trasparente di protezione, pertanto la rimozione del pezzo deve aver richiesto un tempo necessario a evitare i controlli. L’edificio, inoltre, è di giorno presidiato da personale Ales e di notte sottoposto a videosorveglianza, oltre ad essere dotato di sistema di allarme. Oltre al gesto che ferisce il sito di Pompei e il patrimonio culturale italiano, pur trattandosi di un pezzo di valore non inestimabile, mi colpisce anche da un punto di vista personale trattandosi di un’area nella quale avevo condotto direttamente lo scavo.” La borchia fa parte, infatti, come detto sopra, della mostra “Pompei e i Greci”, che, inaugurata lo scorso 12 aprile, espone oltre 600 reperti: ceramiche, ornamenti, armi, elementi architettonici, sculture provenienti da Pompei, Stabiae, Sorrento, Cuma, Capua, Poseidonia, Metaponto, Torre di Satriano, inoltre iscrizioni nelle lingue parlate, greco e etrusco, argenti e sculture greche riprodotte in età romana. La Direzione del Parco archeologico sta avviando tutte le indagini, anche interne, per risalire alle cause del furto. Questa mattina si sono recati sul posto i carabinieri e il reparto investigazioni scientifiche dell’Arma dei Carabinieri per effettuare i rilievi e le indagini pertinenti, oltre a visionare le immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza. La mostra è attualmente chiusa al pubblico per consentire le indagini e le analisi della polizia scientifica.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Margot Fonteyn.

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Nella data di oggi si ricorda Margot Fonteyn, ballerina inglese tra le più grandi dei suoi tempi. Nacque nel 1919 con il nome di Margaret Evelyn Hookham, detta “Peggy” da padre inglese e madre irlandese. Era figlia illegittima di Antonio Fontes, un uomo d’affari brasiliano. All’inizio della sua carriera, Margaret trasformò il cognome Fontes in Fonteyn e il nome Margaret in Margot, da qui il nome d’arte. A causa del lavoro del padre la famiglia si trasferisce in Cina dove Peggy, piccolissima, scopre il mondo della danza. Al suo ritorno a Londra, nel 1933, studia con l’insegnante russa Seraphina Astafieva e supera un’audizione per il Vic-Wells Ballet, in seguito Sadler’s Wells Ballet, poi Royal Ballet. Quest’ultimo, con sede presso la Royal House del Covent Garden a Londra, era una delle compagnie di danza più importanti del XX secolo e continua ad essere una delle compagnie di danza più famose al mondo fino ad oggi, universalmente conosciuta per i suoi valori artistici e creativi. Quando nel 1935 la prima ballerina del Vic-Wells Ballet, Alicia Markova si ritira viene sostituita da Margot Fonteyn che diventerà la star della compagnia e musa ispiratrice di numerosi balletti del coreografo Sir Frederick Ashton tra cui: “Ondine”, “Daphnis and Chloe” e “Sylvia”. La sua interpretazione, a ventisei anni, come prima ballerina nel ruolo di Aurora ne “La bella addormentata nel bosco”, di Cajkovskij passerà alla storia. In questa occasione, William Chappell, disegnatore al Sadler’s Wells Ballet commenterà: “Lei stessa crea la musica con i suoi movimenti, con i suoi piedi … un innato senso musicale che rende indimenticabili le sue apparizioni in scena …”. Negli anni quaranta danza in coppia con il ballerino australiano Robert Helpmann. I due artisti, nel 1949, si recheranno, con il Royal Ballet, negli Stati Uniti e, per anni, andranno in tournée riscuotendo enormi successi. Negli anni cinquanta danza con il ballerino inglese del Royal Ballet e co-direttore della compagnia, Michael Somes. All’età di trentacinque anni, nel 1954, le viene conferito il titolo di Dama (DBE Ordine dell’Impero Britannico). In occasione del balletto “Uccello di fuoco”, di Strawinsky,  in scena al teatro della Scala, diretto da Nino Sanzogno, il poeta Eugenio Montale, in un articolo del Corriere della Sera dell’11 marzo 1955, commenta così lo spettacolo: “L’interesse maggiore è la presenza di Margot Fonteyn, danzatrice probabilmente impareggiabile … Vissuta fanciulla in Asia, sembra talvolta di intravedere nel gesto e nel ritmo della grande ballerina, basti osservare i suoi morbidissimi movimenti di abbandono e l’alato gioco delle sue braccia nel balletto, quando il mitico “uccello di fuoco” conosce l’amplesso del principe che lo tiene prigioniero, un riflesso di cadenze mimiche delle danze religiose asiatiche … Figura veramente da leggenda alata e morbidissima, acrobatica e tenerissima, appariva la danzatrice il cui virtuosismo quasi diabolico non soffoca mai lo spirito magicamente musicale di un corpo che sembra in ogni gesto e in ogni cadenza cantare misteriosamente. Le acclamazioni del pubblico sono state prorompenti e interminabili.” Ma la coppia artistica che segnerà per sempre la storia del balletto emerse negli anni in cui molti (compresa la direttrice del Royal Ballet, Dame Ninette de Valois) pensavano che Margot, alla soglia dei quant’anni, stesse per ritirarsi. Nel 1961, il ballerino russo Rudolf Nureyev, in tournée per la prima volta in Europa con il balletto Kirov, chiese asilo politico alla Francia e abbandonò l’Unione Sovietica. L’incontro tra i due ballerini determinò tra loro un sodalizio perfetto, professionale e nella vita privata; furono amici e leali l’uno all’altra fino alla morte. Il 21 febbraio 1962, Nureyev e Margot Fonteyn apparvero sul palco, per la prima volta insieme, in una rappresentazione di “Giselle” al Royal Opera House di Londra. Fu un grande successo. Durante le chiamate alla ribalta, Nureyev si inginocchiò davanti alla Fonteyn e le baciò la mano. La coppia diventò famosa per le ripetute chiamate alla ribalta e per i lanci di bouquet di fiori sul palco da parte del pubblico ad ogni rappresentazione. Nel 1963 Ashton fu coreografo del loro “Margherite and Armand”, al Covent Garden di Londra alla presenza della Regina Madre e la Principessa Margaret, acclamati dal pubblico, ballerini e coreografi, ricevettero ventuno chiamate alla ribalta; nessun’altra copia danzò questo balletto fino al XXI secolo. Debuttarono nel “Romeo e Giulietta” di Kenneth MacMillian anche se il coreografo l’aveva concepito per Lynn Seymour e Christopher Gable. Fonteyn e Nureyev danzarono insieme per la versione filmata de “Il lago dei cigni”, così come “Les sylphides” e il pas de deux dello schiavo da “Il Corsaro”. Nel Corriere della Sera del 23 novembre 1992, Rudolf Nureyev ricordava la “prima ballerina assoluta” (nomina assegnata alla Fonteyn dal Royal Ballet quando, nel 1972, si ritirò dalle scene, un titolo che poche volte è stato attribuito ad una ballerina): “È stata la mia partner ideale. Avevamo temperamenti diversi e c’era anche una differenza di età di venti anni. Ma i nostri corpi, i nostri movimenti, i nostri piedi e le nostre mani riuscivano sempre a incontrarsi e a fondersi meravigliosamente, in una sorta di equilibrio che credo sia stato irripetibile”. Margot Fonteyn era famosa per la sua professionalità e la lealtà verso colleghi e amici. Il suo modo di danzare emergeva per il lirismo, la grazia, la passione e la musicalità. Non era tecnicamente molto dotata (i suoi piedi non erano eccezionali) ma aveva in sé qualcosa di magico che, in palco, la rendeva speciale. Negli ultimi anni di vita andò a vivere a Panama per stare accanto al marito paralizzato. La Fonteyn sposò Roberto Arias, un diplomatico panamense, nel 1955. Nel 1965, un rivale politico gli sparò, lasciandolo paralizzato. Per pagare le spese mediche del marito Margot fu costretta a danzare fino a 60 anni, nonostante un’artrosi al piede. Ammalatasi di cancro, vi morì nel 1991.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +26. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +21. Dalat (Lam Dong, Vietnam, Asia) pioggia +19Asaba (Nigeria, Africa) per lo più nuvoloso +33. McKinney (Texas, Stati Uniti d’America) nuvoloso +24Città di Coffs Harbour (Nuovo Galles del Sud, Australia) pioviggine +17.


17 maggio   -229

La notizia del giorno.

Cyberbullismo: ok della Camera all’unanimità.

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La Camera ha approvato la legge sul contrasto al cyberbullismo all’unanimità: 432 voti favorevoli ed una sola astensione. La presidente della Camera, Laura Boldrini, salutando Paolo Picchio, il padre della prima vittima del cyberbullismo, prima di indire la votazione finale sul provvedimento, ha detto: “Questa legge è un primo passo necessario. La dedichiamo a Carolina Picchio e a tutte le altre vittime del cyberbullismo”, parole sottolineate dall’applauso di tutta l’Assemblea. Il testo è legge e prevede che il minore (anche senza che il genitore lo sappia) può chiedere direttamente al gestore del sito l’oscuramento o la rimozione della “cyber aggressione”. Il testo offre la prima definizione normativa del bullismo: l’aggressione o la molestia, da parte di singoli o più persone, nei confronti di una o più vittime allo scopo di ingenerare in essi timore, ansia o isolamento ed emarginazione. Sono manifestazioni di bullismo una serie di comportamenti di diversa natura: atti vessatori, pressioni o violenze fisiche e psicologiche, istigazione all’autolesionismo e al suicidio, minacce e furti, danneggiamenti, offese e derisioni anche relative alla razza, alla lingua, alla religione, all’orientamento sessuale, all’opinione politica, all’aspetto fisico o alle condizioni personali e sociali della vittima. Il cyberbullismo è definito come fenomeno che si manifesta attraverso un atto o una serie di atti di bullismo che si realizzano attraverso la rete telefonica, la rete Internet, i social network o altre piattaforme telematiche. Lo stalking commesso per via informatica o telematica sarà punito con la reclusione da 1 a 6 anni, anche in casi di scambio di identità e invio di messaggi o divulgazione di testi o di immagini o diffusione di dati sensibili, immagini o informazioni private, carpiti con l’inganno o con minacce. In ogni scuola, poi, tra i professori sarà individuato un referente per le iniziative contro il bullismo e il cyberbullismo. Al preside spetterà informare subito le famiglie dei minori coinvolti in atti di bullismo e, se necessario, convocare tutti gli interessati per adottare misure di assistenza alla vittima e sanzioni e percorsi rieducativi per l’autore dell’atto.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Storia di un’anima.

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Il 17 maggio 1925 veniva canonizzata da papa Pio XI Thérèse Françoise Marie Martin, talora chiamata anche santa Teresa di Lisieux o santa Teresina per distinguerla da Santa Teresa d’Ávila, una religiosa carmelitana mistica e drammaturga particolare, perché due anni dopo fu dichiarata patrona dei missionari, anche se non si spostò mai dal convento del Carmelo. La sua vita e soprattutto la sua vicenda interiore emergono dagli scritti autobiografici usciti postumi con il titolo “Storia di un’anima” e orga-nizzati da sua sorella Paolina, Madre Agnese, in modo tale da designarli con i titoli “Manoscritto A”, “Manoscritto B”, “Manoscritto C”. Marie-Françoise-Thérèse Martin nacque in rue Saint-Blaise nella cittadina di Alençon, in Normandia, il 2 gennaio 1873, da Louis Martin, orologiaio, e da Marie Azélie Guérin, sarta esperta nel famoso punto d’Alençon. Thérèse, cacciatrice, dal greco, cresce in questa famiglia di cattolici ferventi che assistono ogni mattina alla messa delle 5:30, rispettano rigorosamente il digiuno e pregano secondo i ritmi dell’anno liturgico, inoltre praticano la carità, visitano i malati e gli anziani e all’occasione accolgono dei vagabondi alla loro tavola. Thérèse, anche se non è la bambina modello che dipingeranno più tardi le sue sorelle, è sensibile a questo tipo di educazione, così gioca a fare la religiosa, cerca spesso di fare piacere a Gesù e si preoccupa di sapere che egli sia contento di lei. Nell’agosto 1877, a quattro anni e mezzo, Thérèse perde sua madre per un tumore al seno e da questo lutto è profondamente segnata per il resto della sua vita. Sua madre le manca talmente che più tardi scriverà: «A partire dalla morte di mamma, il mio felice carattere cambiò completamente; io così viva, così espansiva, divenni timida e dolce, sensibile fino all’eccesso.» Nel novembre 1877 Louis con le sue figlie si trasferisce a Lisieux per essere più vicino a Isidore Guérin, fratello di sua moglie Zélie, nominato cotutore delle ragazze. Thérèse a Lisieux non è felice, risente del cambiamento di vita, all’animazione della bottega di Alençon, sempre piena di clienti e di operaie, succede il silenzio e la solitudine di questa dimora quasi nascosta dove non si riceve nessuno. Malgrado l’amore che le prodigheranno suo padre e Pauline, la sua «mamma», la vita è austera ai Buissonnets e Thérèse considera più tardi che si trattava del «secondo periodo della sua esistenza, il più doloroso dei tre». Thérèse ha un’intelligenza molto viva e una vita interiore intensa, segue, per circa due mesi, sul quotidiano La Croix lo svolgersi del processo di Enrico Pranzini, che aveva assassinato tre donne. Thérèse, in una sorta di sfida personale contro il male e quasi per provare la solidità della sua fede, il 13 luglio 1887, giorno della condanna di Pranzini, prese come compito quello di convertire il “grande criminale” coinvolgendo in quest’azione di preghiera anche sua sorella Celine. Gli sforzi di Thérèse furono in un certo senso ricompensati quando apprese dal giornale che il 31 agosto, sul patibolo, Pranzini si pentì delle sue azioni e baciò il crocifisso dopo un primo rifiuto. Già a nove anni Teresa sente l’attrazione per il Carmelo, dove sua sorella Pauline sta per entrare. Nel 1887 durante il pellegrinaggio a Roma per il giubileo sacerdotale di Leone XIII, a cui partecipano i Martin, nell’udienza pontificia a tutto il gruppo, sbigottisce i prelati chiedendo direttamente al Papa di poter entrare in monastero subito, la risposta di Leone XIII è cauta; ma dopo quattro mesi Teresa entra nel Carmelo di Lisieux, dove l’hanno preceduta due sue sorelle e prende il nome di Suor Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo. Gli anni seguenti sono quelli della maturazione della sua vocazione, Thérèse prega senza grandi emozioni sensibili ma con fedeltà, accetta in silenzio le critiche e comincia, su richiesta di Madre Agnese (sua sorella Paolina), a scrivere i suoi ricordi, che saranno pubblicati postumi, nel 1898, con il titolo“Storia di un’anima”. Compone anche brevi opere teatrali e cantici, tra cui il più noto è Vivere d’amore. La giovane carmelitana rende la santità evangelica alla portata di tutti inserendola nel normale modo di vivere, “la piccola via” da lei proposta consiste nel giungere al termine del cammino per così dire a mani vuote: nonostante la creatura si sia impegnata a eseguire e coltivare tutte le opere dell’Amore, le mani devono essere colmate solo da Dio stesso, l’Amore Misericordioso di Dio tutto avvolge, come un oceano in cui la goccia si perde, come un abisso dove è dolce precipitare. Il 9 giugno 1895, in occasione della festa della Santissima Trinità, Thérèse ha l’ispirazione di offrirsi vittima di olocausto all’Amore misericordioso, secondo l’uso dell’’epoca, seguito da alcune religiose, di offrirsi vittime della giustizia di Dio. La loro intenzione era di soffrire a immagine del Cristo, in unione con lui, per supplire alle penitenze che non facevano i peccatori. Nell’aprile del 1896 Teresa contrae la tubercolosi, malattia che nel giro di 18 mesi la porta alla morte. In questo periodo ha una crisi profonda della fede: si sente spinta all’ateismo e al materialismo e medita di abbandonare il monastero. Questi mesi sono stati da lei definiti come “notte della fede”. Le tenebre non la lasceranno più e persisteranno fino alla sua morte, che avverrà un anno più tardi. Ormai nelle tenebre, le sembra di ascoltare una voce interiore che pare prendersi gioco di lei e della felicità che lei attende con la morte, mentre, invece, la voce insinua che avanza sì, ma solo verso « la notte del nulla. » Malgrado ciò, ella vive questa notte come l’ultimo combattimento, l’occasione di provare, malgrado tutto, la sua irriducibile fiducia in Dio. Rifiutando di cedere a questa paura del nulla, moltiplica i suoi atti di fede, con ciò volendo significare che lei continua a credere malgrado il suo spirito sia invaso da obiezioni alla fede. Questo combattimento è stato tanto doloroso che ella ha sempre manifestato il desiderio di essere attiva e di fare molto bene dopo la sua morte. Muore il 30 settembre, verso le 19,20, il giorno dopo il suo corpo viene esposto nel coro, dietro le grate. Viene sepolta nel nuovo cimitero delle Carmelitane. È patrona dei missionari dal 1927 e, dal 1944, assieme a Giovanna d’Arco, anche patrona di Francia. Il 19 ottobre 1997, nel centenario della sua morte, è stata proclamata dottore della Chiesa, la terza donna a ricevere tale titolo dopo Caterina da Siena e Teresa d’Ávila.

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16 maggio   -230

La notizia del giorno.

Convegno internazionale a villa Celimontana per i 150 anni della Società Geografica Italiana.

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Oggi, martedì 16 maggio, presso la sede sociale di Palazzetto Mattei a Villa Celimontana, si è svolto l’evento più importante delle manifestazioni per i 150 anni della Società Geografica Italiana: il Convegno Internazionale, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, sul tema “La rete delle Società Geografiche per le nuove esplorazioni del mondo”, al quale sono intervenuti il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e numerosi rappresentanti del mondo istituzionale, universitario, scientifico e la sindaca di Roma Virginia Raggi. Animato dalle delegazioni delle Società Geografiche sorelle, operative in tutto il Mondo, il Convegno è stata l’occasione per riconsiderare il ruolo delle Società Geografiche nell’attuale tornante storico, che è segnato dai processi di globalizzazione e di ristrutturazione complessiva degli spazi terrestri. L’intervento del Presidente Mattarella ha sottolineato come “la riflessione in atto sul rapporto tra risorse ecologiche e presenza dell’uomo rappresenti un contributo di grande valore della scienza geografica, così come, su un altro versante, l’attivazione di strumenti di dialogo quali i protocolli con Ambasciatori dei Paesi accreditati presso la Repubblica. La complessità e il ruolo di una materia come la Geografia avevano sollecitato, non a caso, l’impegno di Immanuel Kant: la riteneva propedeutica alla conoscenza del mondo e fattore decisivo nella identificazione di elementi già carichi di significati filosofici, come hanno osservato numerosi studiosi. La Geografia – conoscenza, riproduzione, raffigurazione della terra – propone, nelle sue ricche specialità, saperi plurimi.” In un altro passaggio del suo intervento Mattarella ha aggiunto: “Ebbene, la Geografia è – come è stato detto – anche strumento fondamentale per “fare la Pace”: vivere insieme in diversità condivise, costruire insieme ordinamenti e identità. Né più né meno di quanto avvenuto con la costruzione delle Nazioni e degli Stati contemporanei. Fu Strabone, storico e geografo – la cui sete di conoscenza geografica lo condusse a risalire il Nilo – ad avere unito, nelle sue opere magistrali, la descrizione delle realtà territoriali e i risultati del rapporto tra spazi e relazioni umane. Proprio seguendo quell’insegnamento, oggi, i valori di libertà e democrazia, di pace, giustizia e cooperazione, possono avvalersi della conoscenza geografica per un nuovo percorso di progresso dell’umanità”. Il Capo dello Stato ha poi visitato, con accanto il presidente Bencardino, la mostra “Geografie di una storia – 150 anni della Società Geografica Italiana” illustrata dalla curatrice Margherita Azzari. Progetto Editoriale, la nostra casa editrice, che è legata da un rapporto ormai ultra ventennale di vicinanza, di collaborazione e di lavoro comune con la SGI, ha partecipato stamane con gioia e soddisfazione all’evento celebrativo di questa mirabile istituzione, patrimonio unico della storia d’Italia fin dalla sua lontana fondazione nel 1867.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Charles Perrault, l’inventore della fiaba moderna.

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Nel XVII  secolo, in Francia, alla corte del “Re Sole”,  Luigi XIV,  nacque la moda letteraria della storia di fate. Charles Perrault, autore delle favole che noi tutti conosciamo e che, da piccoli, ascoltavamo con rapimento: “Cappuccetto rosso”, “La bella addormentata nel bosco”, “Cenerentola”, “Pollicino”, “Barbablu”, “Il gatto con gli stivali” ecc., nacque a Parigi nel 1628 da una famiglia dell’alta borghesia francese. Il padre, Pierre Perrault era avvocato al parlamento di Parigi mentre il fratello Claude era medico e architetto: a lui si deve la facciata del Louvre. Il piccolo Charles frequentò ottime scuole e, studiò legge, prima di intraprendere una carriera al sevizio del governo, seguendo così le orme del padre e del fratello maggiore. Svolse al contempo un’interessante vita pubblica, prendendo parte alla creazione dell’Accademia delle Scienze, nonché al restauro dell’Accademia di Pittura. Quando venne fondata l’Accademia delle Iscrizioni e Belles-Lettres, nel 1663, Perrault ne venne nominato segretario a vita, sotto Jean Baptiste Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV. Prese parte alla “diatriba des Anciens et des Modernes” in cui si affrontavano i sostenitori della letteratura antica e i sostenitori della letteratura dell’epoca di Luigi XIV; per sostenere la causa dei “Moderni” scrisse “Il secolo di Luigi il grande” nel 1687 e, in polemica con il classicismo del suo avversario Boileau, le cui tesi erano in favore degli antichi, scrisse il “Confronto fra antichi e moderni” pubblicato a più riprese dal 1688 al 1692. Quest’ultima opera diede inizio a una famosa querelle che avrebbe attraversato tutta la cultura europea, dalla fine del XVII secolo all’inizio del XVIII. All’età di cinquantadue anni, nel 1680, Perrault pubblicò il volume “Racconti e storie del passato con una morale”, col sottotitolo “I racconti di Mamma oca”. Il volume fu pubblicato a nome del suo terzo figlio, allora diciannovenne, per ingraziarsi il favore della corte nei confronti del figlio, sotto processo, per avere ucciso in duello un suo coetaneo. Il successo letterario dello scrittore francese, inaspettato, fu travolgente e resta immutabile nel tempo. Delle undici fiabe della raccolta, oltre a quelle già citate sono da aggiungere “Le fate” ed “Enrichetto del Ciuffo”. Perrault, preferì scrivere tre fiabe in versi e otto in prosa. Quelle in versi erano: “Griselda”, “I desideri sciocchi”, e “Pelle d’asino” tradotte in seguito anche in prosa perché, soprattutto per i ragazzi, erano di difficile comprensione. Sebbene molte storie di Perrault siano trascrizioni di storie riprese dalla cultura popolare, dalla tradizione orale e dall’Opera di Giambattista Basile “Lo cunto de li cunti”, egli non si riproponeva solo di “riportare” queste storie, bensì arricchiva il canovaccio tradizionale con proprie intuizioni creative aggiungendo, alla fine, una o più morali. L’opera di Basile che, conteneva 50 fiabe in lingua napoletana, edite fra il 1634 e il 1636 a Napoli, nota anche con il titolo di Pentamerone (cinque giornate), raccontate da 10 novellatrici in 5 giorni, collocava le fiabe in una cornice che segue il modello del Decamerone di Boccaccio. Malgrado la materia fiabesca, la raccolta è destinata a un pubblico di adulti poiché tratta temi complessi. (Le novelle di Basile sono ambientate in Basilicata e in Campania, luoghi dove l’autore trascorse buona parte della sua vita presso i nobili locali come la città di Acerenza,  il Castello di Lagopesole, dove fu ambientata la fiaba di “Raperonzolo”). “Le fiabe di mamma oca” di Perrault contrariamente a quelle di Basile si rivolgono, prevalentemente, all’infanzia. L’ interesse per la figura infantile nasce solo nel corso del Seicento, al costituirsi della famiglia borghese. In questo clima di modernità, presso le classi più elevate, si afferma una letteratura pedagogica che svolge un ruolo centrale nella moralità del racconto. L’intenzione educativa delle fiabe viene ribadita nelle “moralites” poste alla fine di ogni racconto. “Diversamente, in alcune fiabe subentra una nota di distacco ironico da parte dell’autore nei confronti delle vicende raccontate e dei messaggi morali tali da esse veicolati, quasi come se l’insegnamento morale non fosse che un pretesto per giustificare il semplice divertissement di corte”. Infatti, durante l’ultimo trentennio del regno di Luigi XIV, i contes de fèes ( racconti di fiabe) si configuravano all’interno del movimento letterario definito préciosité (un fenomeno anche di costume che coltivava l’amore, la raffinatezza e il culto della forma), per l’intrattenimento dei cortigiani e delle classi più elevate. Indicativi sono i riferimenti nelle descrizioni delle fiabe come ad esempio i grandi specchi e l’arredamento di corte di Versailles o le scarpette di cristallo in “Cenerentola” e così via. Charles Perrault morì il 16 maggio del 1703. Nel 1875, molte sue fiabe vennero tradotte dal francese all’italiano da Carlo Collodi e pubblicate nell’antologia di fiabe “I racconti delle fate” con le illustrazioni di Gustave Doré.

Mary Titton

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Roma (Italia, Europa) soleggiato +27. Livorno (Italia, Europa) idem. Yeosu (Jeolla Meridionale, Corea del Sud, Asia) parzialmente nuvoloso +17. Bunia (Repubblica Democratica del Congo, Africa) sereno +24. Chulumani (Bolivia, Sudamerica) pioggia +23. Distretto di Rotorua (Baia di Plenty, Nuova Zelanda, Oceania) pioggia +13.


15 maggio   -231

La notizia del giorno.

Si chiama Alba l’orango albino trovato nel Borneo.

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L’orango albino, trovato il 29 aprile scorso in pessime condizioni nel villaggio di Tanggirang a Kapuas Hulu, nel Kalimantan centrale, avrà un nome grazie a una campagna globale lanciata dalla BOS Foundation attraverso i social. Il nome, scelto attraverso l’hashtag #albinoorangutan e le mail arrivate alla BOSF, è Alba in latino, “bianco”, che significa anche, simbolicamente, l’inizio di un nuovo giorno per questa specie a rischio. L’orango albino di 5 anni era stato trovato denutrito, depresso e afflitto dai parassiti in un villaggio del Borneo. Alimentata solo con zucchero di canna nei primi giorni di ricovero in quarantena nel centro di reinserimento della BOSF, Alba ha cominciato poi ad accettare altri tipi di cibo come frutta e anche latte riprendendo in pochi giorni 4 Kg e mezzo di peso. Inizia ora per lo staff della BOSF il percorso per decidere la futura collocazione di Alba. “Non possiamo semplicemente prendere Alba e piazzarla in una foresta o in un’area protetta senza prima aver esaminato tutte le possibilità.” Dice Jamartin Sihite, membro della Fondazione, preoccupato delle scarse informazioni relative alla condizione genetica del primate.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Emily Dickinson.

Dickinson_children_painting(Emily Elizabeth, Austin, and Lavoinia Dickinson in un ritratto di Otis Allen Bullard, 1840 circa)

Emily Elizabeth Dickinson è considerata una delle poetesse più sensibili di tutti i tempi e una delle più rappresentative del XIX secolo. Nacque nel 1830 ad Amherst da una famiglia borghese di tradizioni puritane, i Dickinson, che erano conosciuti per il sostegno fornito alle istituzioni scolastiche locali. Suo nonno, Samuel Fowler Dickinson, era uno dei fondatori dell’Amherst College, mentre suo padre ricopriva la funzione di legale e tesoriere dell’Istituto, oltre a importanti incarichi presso il Tribunale Generale del Massachusetts, il Senato dello Stato e la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. I suoi studi non furono regolari: durante gli anni delle scuole superiori decise, di sua spontanea volontà, di allontanarsi dal College Femminile di Mount Holyoke onde evitare di professarsi pubblicamente cristiana. Ebbe poche amicizie e visse la maggior parte della propria vita ad Amherst, nella casa dove era nata e dove morì per nefrite il 15 maggio 1886, all’età di 55 anni. La giovane poetessa amava la natura, ma era costantemente ossessionata dalla morte, vestiva solo di bianco in segno di purezza. Si innamorò di un pastore protestante, a cui dedicò molte sue opere, ma il suo rimase un amore platonico. Gran parte delle sue opere coglie non solo i piccoli momenti di vita quotidiana, ma anche i temi e le battaglie più importanti che coinvolgevano il resto della società: più della metà delle sue poesie fu scritta durante gli anni della Guerra di secessione americana. Quando aveva venticinque anni decise, dopo un breve viaggio a Washington, di estraniarsi dal mondo e si rinchiuse nella propria camera al piano superiore della casa paterna, anche a causa del sopravvenire di disturbi nervosi e di una fastidiosa malattia agli occhi e non uscì di lì neanche il giorno della morte dei suoi genitori. Credeva che con la fantasia si riuscisse a ottenere tutto e interpretava la solitudine e il rapporto con sé stessa come mezzi per la felicità. Prima della sua morte vennero pubblicati solo sette testi, al momento della morte, la sorella scoprì nella camera di Emily 1775 poesie scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo contenuti tutti in un raccoglitore. Alcune caratteristiche della sua poesia (le digressioni enfatiche, l’uso poco convenzionale delle maiuscole, le lineette telegrafiche, i ritmi salmodianti, le rime asimmetriche, le voci multiple e le elaborate metafore), all’epoca ritenute inusuali, sono ora molto apprezzate dalla critica e considerate aspetti particolari e inconfondibili del suo stile. Il suo amore per la natura, per la neve, gli alberi, l’acqua, gli uccelli, è presente in molte sue poesie, altro tema ricorrente è la morte, come in “Tie the Strings to my Life, My Lord” (“Annoda i lacci alla mia vita, Signore”):

Annoda i Lacci alla mia Vita, Signore,

Poi, sarò pronta ad andare!

Solo un’occhiata ai Cavalli

In fretta! Potrà bastare!

Addio alla Vita che ho vissuto

E al Mondo che ho conosciuto

E Bacia le Colline, per me, basta una volta

Ora – sono pronta ad andare

 

Un altro esempio della sua lirica è:

“ Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi”

Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi

Non avrò vissuto invano

Se potrò alleviare il Dolore di una Vita

O lenire una Pena

O aiutare un Pettirosso caduto

A rientrare nel suo nido

Non avrò vissuto invano.

 

METEO

Roma (Italia, Europa) per lo più soleggiato +26. Livorno (Italia, Europa) soleggiato +23. Chagang (Corea del Nord, Asia) parzialmente nuvoloso +9. Algeri (Algeria, Africa) parzialmente nuvoloso +22. Primm (Nevada, Stati Uniti d’America) nuvoloso +9. Levuka (Figi, Oceania) parzialmente nuvoloso +28.


14 maggio   -232

La notizia del giorno.

70 anni fa nasceva il Piccolo Teatro di Milano.

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Il Piccolo Teatro di Milano oggi compie 70 anni. Tante le iniziative per celebrare questa ricorrenza all’insegna de “La ricerca della bellezza”, che dà il titolo alla mostra fotografica in via Dante con cinquanta gigantografie di spettacoli storici dal 1947 ad oggi, a una videoinstallazione e a un libro. La mostra si snoda lungo via Dante, da Cairoli a Cordusio, entrando poi nel Chiostro Nina Vinchi, dove sono esposte grandi immagini del pubblico del Piccolo, per concludersi in RovelloDue – Piccolo|Spazio|Politecnico, dove viene tracciato, in collaborazione con il Politecnico di Milano, un percorso trasversale all’interno della storia del teatro. Il volume fotografico “La ricerca della bellezza” raccoglie spettacoli e interpreti visti da Giulio Giorello in collaborazione con gli Archivi del Piccolo. Tutte le mostre saranno aperte al pubblico fino al 30 giugno. All’imbrunire, sempre fino al 30 giugno, le facciate del Grassi e dello Strehler (Nuovo Piccolo) si illumineranno con 500 immagini di 70 anni di storia del Piccolo. Ferruccio Soleri, a 87 anni, torna in scena con il celebre “Arlecchino servitore di due padroni”. Primo teatro stabile italiano, il Piccolo Teatro di Milano (Teatro d’Europa per decreto ministeriale del 1991) fu fondato il 14 maggio 1947 da Giorgio Strehler, Paolo Grassi e sua moglie Nina Vinchi Grassi, l’inaugurazione avvenne lo stesso giorno con “L’albergo dei poveri” di Maksim Gor’kij. Il teatro consta attualmente di tre sale: la Sala Grassi (sede storica di via Rovello), il Teatro Studio Melato (spazio sperimentale che ospita anche la scuola di teatro), il Teatro Strehler (sede principale, inaugurata nel 1998). Dopo la morte di Giorgio Strehler, la direzione è stata affidata a Sergio Escobar. Direttore artistico era fino alla sua scomparsa il regista Luca Ronconi. Il Piccolo si proponeva, fin dall’inizio, di essere un teatro d’arte per tutti con un repertorio “misto”: internazionale, ma allo stesso tempo legato alle proprie tradizioni. Il Nuovo Piccolo Teatro fortemente voluto da Strehler, progettato da Marco Zanuso e Pietro Crescini, fu inaugurato nel 1998 con la messa in scena del “Così fan tutte” di Mozart, curata dal regista triestino morto l’anno precedente. La sede di via Rovello ha subito un restauro di tipo conservativo, che ha reso più confortevole e funzionale la sala (488 posti) e il palcoscenico. Nel progetto iniziale non era compreso il restauro del chiostro ma, dopo la scoperta di affreschi del Quattrocento riconducibili a Bramante e forse anche a Leonardo, è stato deciso di recuperare anche questo spazio. I lavori di restauro sono terminati nel dicembre del 2009.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

La prima vaccinazione contro il vaiolo.

 

by James Northcote, oil on canvas, 1803, 1823(Ritratto di Edward Jenner – James Northcote, 1803-1823)

II 14 maggio 1796 il biologo e medico inglese Edward Jenner sperimentò il primo vaccino contro il vaiolo su James Phipps, un bambino di otto anni, figlio del suo giardiniere. Sarah Nelmes, una lattaia locale, contrasse il vaiolo bovino e andò da Jenner per il trattamento. Il biologo colse l’occasione per testare la sua teoria. Egli, infatti, inoculò a James Phipps il materiale prelevato dalle lesioni dovute al vaiolo bovino che aveva colpito Sarah. Dopo un lieve rialzo febbrile ed aver sviluppato la lesione locale, come per altro preventivato, James recuperò prontamente la salute in un paio di giorni. Circa due mesi dopo Jenner inoculò a James su entrambe le braccia materiale prelevato da un caso di vaiolo, senza che si verificasse alcun effetto: il ragazzo era immune al vaiolo. Jenner inviò un articolo che descriveva le sue osservazioni alla Royal Society nel mese di aprile 1797. I contenuti di questo articolo sono sconosciuti. Non è mai stato presentato ufficialmente e non vi è alcuna menzione di esso negli atti della Società. Jenner spedì informalmente il suo articolo a Sir Joseph Banks, il quale si rivolse a Everard Home per riceverne un parere. Il suo rapporto, pubblicato per la prima volta nel 1799, era decisamente scettico e sollecitava ulteriori controlli e vaccinazioni. In effetti questi ulteriori studi furono eseguiti e nel 1798 Jenner pubblicò un’analisi di 23 “casi”, tra cui quelli di diverse persone a cui era stato inoculato vaiolo bovino che avevano resistito all’esposizione naturale. Non è noto quante persone abbia vaccinato Jenner inoculando il virus del vaiolo. In ogni caso Jenner concluse che l’inoculazione di vaiolo bovino era un’alternativa sicura alla inoculazione del virus del vaiolo umano, ma sostenne anche che l’effetto protettivo sarebbe durato per tutta la vita, previsione quest’ultima che si sarebbe poi rivelata errata. Jenner aveva notato che le mungitrici che si erano infettate con il vaiolo bovino, in seguito non sviluppavano più il vaiolo, il che mostrava come l’inoculazione di vaiolo bovino proteggesse contro il vaiolo. Jenner era nato e cresciuto a Berkeley, in Inghilterra, all’età di 13 anni era diventato apprendista del farmacista Daniel Ludlow e più tardi del chirurgo George Hardwick nella vicina Sodbury. Egli aveva osservato che le persone che si erano infettate con il vaiolo bovino durante il lavoro con il bestiame risultavano immuni al vaiolo. Anche se Jenner ebbe il dubbio di un nesso di causalità, quelle osservazioni non portarono a nulla. Dal 1770 al 1772 Jenner ricevette una formazione avanzata a Londra presso il St. Georges Hospital, come allievo privato di John Hunter, quindi tornò ad esercitare la medicina a Berkeley. Quando nella zona in cui esercitava Jenner si verificò un’epidemia di vaiolo, egli consigliò ai lavoratori di bestiame locale di inocularsi il vaiolo, ma gli stessi risposero che le precedenti infezioni da vaiolo bovino, di cui avevano sofferto, li avrebbero protetti dal vaiolo. Ciò confermò i sospetti di Jenner ed egli iniziò a studiare il vaiolo bovino, presentando anche un documento su di esso per la locale società medica. Il termine vaccino deriva dalla parola variolae vaccinae (cioè vaiolo della mucca) e fu ideato da Jenner per indicare il vaiolo bovino. Il termine vaccinazione sostituì presto la dizione inoculazione da vaiolo della mucca e fu usato per la prima volta in un documento che fu dato alle stampe da un amico di Jenner, Richard Dunning nel 1800. Inizialmente, il termine vaccino/vaccinazione fu riservato al solo vaiolo, ma nel 1881 Louis Pasteur propose di onorare la scoperta di Jenner utilizzando il nome anche per le nuove e future vaccinazioni. Prima dell’introduzione di un vaccino, la mortalità della forma grave di vaiolo era molto elevata, raggiungendo il 35% in alcuni focolai, ed attestandosi tra il 10-20% in Europa. Nei primi tempi di vaccinazioni empiriche, prima del lavoro di Louis Pasteur, che portò alla teoria dei germi e di quello di Lister su asepsi ed antisepsi, si verificarono numerosi casi di infezioni crociate. Si ritiene che William Woodville, uno dei primi vaccinatori e direttore dell’Ospedale di Londra per il Vaiolo abbia vaccinato circa 600 persone nella prima metà del 1799. Sfortunatamente il dr. Woodville, avendo inavvertitamente contaminato il materiale contenente vaiolo bovino, utilizzato per il vaccino, con materiale contenente il virus selvaggio, causò diversi casi di vaiolo tra le persone vaccinate ed almeno una morte. Woodville, al fine di proteggere la propria reputazione, arrivò ad accusare di inefficacia il metodo vaccinale di Jenner. Durante le prime fasi di vaccinazione furono diversi i medici e studiosi che morirono a causa dell’inoculazione di vaiolo. Comparvero anche i primi studi statistici ed epidemiologici, tra cui quelli eseguiti da James Jurin nel 1727 e Daniel Bernoulli nel 1766. Uno dei primi resoconti si deve al dottor John Fewster, della London Medical Society, che nel 1765 pubblicò un lavoro dal titolo “Il vaiolo bovino e la sua capacità di prevenire il vaiolo”. In questa pubblicazione Fewster riferiva che la variolazione non comportava alcuna reazione nelle persone che erano già state contagiate dal vaiolo bovino. Nel 1800 il lavoro di Jenner era stato pubblicato in tutte le principali lingue europee e aveva raggiunto Benjamin Waterhouse negli Stati Uniti, segno di una rapida diffusione e del profondo interesse suscitato. Nonostante una certa preoccupazione inerente alla sicurezza della vaccinazione, la mortalità con l’utilizzo di vaccini accuratamente selezionati era vicina a zero. Il vaccino del vaiolo fu presto in uso in tutta Europa e negli Stati Uniti. Anche se probabilmente non è stato il primo studioso a inoculare il virus del vaiolo bovino, Jenner è stato il primo a pubblicare i suoi studi fornendo anche informazioni sulla selezione di materiale idoneo per eseguire la vaccinazione. Riconoscendo questi suoi meriti gli autori del documento ufficiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità intitolato “Il vaiolo e la sua eradicazione” hanno scritto: «La pubblicazione dei suoi studi e la promulgazione da parte di Jenner dell’idea di vaccinazione con un virus diverso da virus del vaiolo costituiscono lo spartiacque nel controllo del vaiolo per il quale, più di chiunque altro, Jenner merita il credito.»

METEO

Roma (Italia, Europa) per lo più soleggiato +22. Livorno (Italia, Europa) idem. Gaziantep, (Turchia, Asia) per lo più soleggiato +28. Giuba (Sudan del Sud, Africa) per lo più nuvoloso +31. Santa Clara (Cuba, America del nord) per lo più nuvoloso +24. Hastings (Hawke’s Bay, Nuova Zelanda) parzialmente nuvoloso +6.

Mandi Graziano! R e M.


13 maggio   -233

La notizia del giorno.

Attacco hacker: 99 Paesi colpiti.

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Pirati informatici all’attacco in tutto il mondo: dalle prime ore del pomeriggio, sullo schermo di un gran numero di computer in Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Cina, Stati Uniti, Russia, Vietnam, Taiwan, e anche Italia è apparso un messaggio con cui si comunica che il pc è stato preso “in ostaggio”, con un virus. La polizia europea lo ha definito un “attacco senza precedenti” e il G7 è sceso subito in campo per lanciare un messaggio ai Governi affinché condividano informazioni per combattere le minacce crescenti dei cyberterroristi. A 24 ore dal lancio di Wannacry, il malware che ha infettato migliaia di computer di quasi cento Paesi in tutto il mondo, si contano i danni che vanno dalle ferrovie tedesche alla Renault che ha fermato gli stabilimenti in Francia, dal sistema sanitario britannico, dove è andato in tilt un ospedale su cinque, all’Università di Milano Bicocca. Il Centro europeo di cybercriminalità parla di “indagine internazionale complessa per identificare i responsabili”. Il Telegraph punta il dito contro Shadow Brokers: gruppo legato a Mosca, rubò il virus agli 007 americani, forse come rappresaglia per il bombardamento ordinato da Trump contro la base siriana. Sale a 99 il numero dei paesi colpiti dall’attacco pirata informatico e tra essi ci sono anche la Russia e la Cina: è quanto riferisce la BBC online, sottolineando come tra i siti più colpiti ci sia quello del sistema nazionale britannico della Sanità. La società di sicurezza informatica Avast parla di circa 75 mila casi di siti infestati in tutto il mondo da ‘WannaCry’, come è stata chiamata l’azione di pirateria informatica senza precedenti.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

“La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi.” (Bruce Chatwin).

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Nell’omologazione generale del pensiero occidentale, determinata da un modello consumistico della vita, la dimensione del viaggio, inteso come “spazio” di conoscenza è diventata storia d’altri tempi. Oggi la durata media dei viaggi si è accorciata; si va in vacanza, per lo più, per una o due settimane, a volte, solo per ritemprare le energie psicofisiche stressate da uno stile di vita utilitaristico, poco indulgente e rispettoso delle caratteristiche umane dell’essere. Eppure alla fine del XX secolo, esattamente nel 1977 usciva “In Patagonia”, un libro alla maniera dei grandi viaggiatori del Settecento come Goethe, Stendhal e così via, in cui il viaggio è considerato il “luogo” d’elezione per acquisire coscienza e allargare i confini della conoscenza. Il libro, accolto dalla critica come capolavoro, diventa un vero culto e consacra l’autore Bruce Chatwin tra i grandi scrittori di viaggi di sempre. Chatwin viene descritto come una specie di “eterno ragazzo, gli occhi che si immaginano molto blu, i capelli biondi divisi in mezzo, un’eleganza britannica come la faccia, una leggerezza adolescenziale, una bellezza trasparente”. Era nato nel Warwickshire, nella campagna inglese il 13 maggio 1940. Figlio di un ufficiale di marina, trascorse gli anni della fanciullezza compiendo spostamenti continui, insieme alla madre, sviluppando quel suo proverbiale gusto per le letture e gli atlanti. Dopo gli studi intraprese una brillante carriera presso la casa d’aste londinese Sotheby’s, diventandone in breve tempo il maggiore esperto impressionista. All’età di ventisei anni abbandonò il suo lavoro, anche a causa di una malattia agli occhi, e cominciò ad interessarsi di archeologia. Si iscrisse quindi all’Università di Edimburgo, che frequentò per diversi anni, mantenendosi con la compravendita di dipinti. Infine privilegiò la ricerca sul campo, soprattutto in Afghanistan e in Africa dove sviluppò un appassionato interesse per le tribù nomadi. In seguito divenne corrispondente del Sunday Time Magazine come consulente di arte e architettura viaggiando in tutto il mondo rivelando una particolare facilità di scrittura. Il viaggio per Chatwin diventa la vita stessa, “un impulso inseparabile dal sistema nervoso centrale” che, se è tarpato da condizioni di vita sedentarie”, secondo lo scrittore, “trova sfogo nella violenza, nell’avidità, nella ricerca di prestigio”; in esso si esprime “l’uomo libero che sceglie di spostarsi, anziché dissolversi nella moltitudine”, (uno scrittore inglese “supponente” ma anche ironico), “raccontare storie era l’unica occupazione concepibile per una persona superflua come me”. Per lui viaggiare era una sorta di rito di iniziazione, un processo di formazione, un percorso nel “labirinto interiore”. Il viaggio di “lunga durata” come metafora della vita diventa, perciò, lo stimolo naturale alla ricerca del nuovo, provoca l’istintiva attrazione/repulsione per ciò che ci è estraneo, mette in evidenza la misura della distanza che ci separa dalle realtà sconosciute, sollecita la sfida al confronto e la nostra abilità di relazionarci con il diverso da noi e la capacità di adattamento a situazioni imprevedibili, lontano da categorie sociali prestabilite, in qualche modo, coercitive. Chatwin viaggia avventurosamente e con assoluta indifferenza per le comodità, come fanno in genere gli inglesi: “eternamente razza padrona, ma eternamente capace di diventare parte della cultura locale”. Ciò che inchioda alla poltrona è la grande abilità narrativa di questo fantasioso e intraprendente autore, ricco anche d’immaginazione (a volte non perfettamente fedele nella descrizione dei fatti, ma i suoi non sono solo dei reportages). La sua prosa semplice ma, fortemente evocativa, ha la particolarità di catapultarti, direttamente dalla poltrona, sulla scena delle sue avventure. Con lui sei è in mezzo ai nomadi, si sperimenta la straordinaria ricchezza della loro cultura, si possono vivere, di prima mano, incontri straordinari e restarne totalmente coinvolti. Tale ricchezza di linguaggio accende inevitabilmente l’emozione, sbriglia la fantasia, apre la mente al “pensare” e alla riflessione, caratteristiche da salvaguardare in tempi meccanici e impoveriti di cultura come quelli attuali. Di Chatwin ricordiamo: Il viceré di Ouidah, Sulla collina nera, Le vie dei Canti, Utz, Che ci faccio qui?, L’occhio assoluto, Anatomia dell’irrequietezza e Sentieri tortuosi. Lo scrittore morì a Nizza nel 1989, all’età di 48 anni. Nicholas Shakespeare, autore di una monumentale biografia di Chatwin, ed. Baldini e Castoldi così ne commenta la morte: “È morto giovane, ma non così come credono in molti. In fondo ha vissuto più di coloro che avevano esercitato un influsso su di lui: Robert Louis Stevenson, T.E. Lawrence, Anton Checov, Robert Byron, Arthur Rimbaud. Se fosse vissuto più a lungo è allettante immaginarlo come una specie di Andrè Malraux …”.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +24 Livorno (Italia, Europa) idem. Pyongyang (Corea del Nord, Asia) sereno con nuvolosità sparsa +15. Mombasa (Kenya, Africa) parzialmente nuvoloso +27. Branson (Missouri, Stati Uniti d’America) nuvoloso +16. Colonia (Yap, Stati Federati di Micronesia, Oceania) per lo più nuvoloso +28.


12 maggio   -234

La notizia del giorno.

Roma: esplode un ordigno azionato da un timer in via Marmorata all’Aventino.

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Intorno alle 10:00 di questa mattina è esploso un ordigno rudimentale, attivato con un timer, posto in una scatola di plastica con dentro due bottiglie con liquido infiammabile, tipo benzina. Il pacco è stato messo tra un’auto e un furgoncino delle poste, nel parcheggio dell’ufficio postale. Ci sono state due esplosioni da quell’unico ordigno. La zona, subito dopo la deflagrazione, è stata messa in sicurezza dalle Volanti della Polizia di Stato, in attesa degli artificieri che, giunti poco dopo, hanno effettuato la bonifica. L’esplosione non ha causato feriti, solo danni alle auto. Delle indagini si stanno occupando gli investigatori della Digos. Secondo Massimo Improta, funzionario della polizia di Stato, non ci sono al momento rivendicazioni per l’esplosione. Un episodio analogo è avvenuto una settimana fa sempre nei pressi di un ufficio postale ma – ha spiegato Improta – non ci sono al momento collegamenti tra i due fatti. Secondo gli inquirenti si è trattato di un atto dimostrativo La procura indaga per atto di terrorismo. La pista anarchica è presa in considerazione per il tipo di ordigno usato e l’obiettivo scelto, le Poste, già in passato oggetto di azioni analoghe. Proprio per questo motivo alle Poste di via Marmorata, una delle sedi più grandi, simboliche e storiche, è sempre in servizio un nucleo artificieri della polizia di Stato. Giulia, barista in un chiosco a poche decine di metri dal parcheggio delle Poste di via Marmorata, racconta: “Due botti e poi le fiamme alte. Abbiamo sentito una prima esplosione, poi dopo 2-3 secondi un’altra più forte. Abbiamo visto subito le fiamme alte e il fumo nero, c’è stata paura e abbiamo subito capito che non era stato un incidente”.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

L’assassinio di Giorgiana Masi.

Persone depongono fiori sul luogo dove e' stata uccisa Giorgiana Masi, Roma 13 maggio 1977. La ragazza venne uccisa da un colpo d'arma da fuoco durante una manifestazione di piazza. ANSA(Deposizione di fiori sul luogo dell’omicidio)

Quaranta anni fa, il 12 maggio del 1977, Giorgiana Masi, una studentessa diciannovenne del liceo Pasteur, rimase uccisa, a Roma, durante una manifestazione di piazza. Nel tardo pomeriggio di quel giovedì si trovava, in compagnia del fidanzato ventunenne Gianfranco Papini, nel centro storico della capitale, dove erano scoppiati violenti scontri tra dimostranti e forze dell’ordine, in seguito ad una manifestazione pacifica del Partito Radicale, a cui si erano però uniti membri della sinistra extraparlamentare e in particolare dell’Autonomia Operaia, questi ultimi armati, per protestare contro la diminuzione degli spazi di espressione politica e il clima repressivo nei loro confronti. Era la metà degli anni Settanta: le università erano state occupate, la protesta degli studenti era diventata una contestazione politica contro il governo Andreotti, le radio libere, come Radio Alice da Bologna, cominciarono a raccontare le lotte dei “ragazzi del ’77″; in molte città, a partire dalla Sicilia, ci furono manifestazioni e violenti scontri con la polizia. Il 21 aprile a Roma ci fu una sparatoria tra manifestanti di Autonomia Operaia e i poliziotti che finì con l’uccisione dell’allievo sottufficiale Settimio Passamonti. Il giorno dopo l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga comunicò in Parlamento di aver deciso, con il sostegno anche del Partito Comunista Italiano, di vietare tutte le manifestazioni pubbliche a Roma fino al 31 maggio. Il Partito Radicale decise di non rispettare quelle disposizioni e di organizzare una manifestazione in piazza Navona per il 12 maggio, per raccogliere le firme su 8 referendum e per festeggiare il terzo anniversario della vittoria sul divorzio nel precedente referendum. La manifestazione costituiva anche una reazione alla decisione del Ministro dell’Interno Francesco Cossiga di vietare nel Lazio, quale misura preventiva contro il terrorismo, tutte le manifestazioni politiche, eccettuate quelle indette dai partiti dell’arco costituzionale. Nonostante Cossiga gli avesse chiesto di non effettuare il sit in, motivando la sua richiesta con l’alto rischio di scontri con la polizia, Pannella rimase fermo nella sua decisione. Nel libro “Cronaca di una strage” dei Radicali, sull’omicidio di Giorgiana Masi, Adelaide Aglietta, storica dirigente del PR, spiegò che Marco Pannella aveva pubblicato tramite l’agenzia di stampa ANSA e poi letto al telefono a Cossiga il testo di un comunicato con cui le organizzazioni promotrici della manifestazione (oltre ai Radicali, anche il Comitato per i referendum e Lotta continua) avevano rinunciato a ogni caratterizzazione politica della manifestazione, senza comizi e senza interventi politici. Alla manifestazione erano presenti circa 5.000 agenti delle forze dell’ordine in assetto antisommossa, coadiuvati da agenti in borghese, armati infiltrati tra i dimostranti, il cui coordinamento operativo era stato messo a punto nel corso di una riunione al Viminale il precedente 3 maggio. Nella giornata scoppiarono diversi incidenti, con il lancio di bombe incendiarie e colpi d’arma da fuoco. Intorno alle 19:00, alcuni parlamentari mediarono con le forze dell’ordine, per consentire ai manifestanti di lasciare la zona dirigendosi verso Trastevere. Il consenso fu in realtà apparente: da quel momento gli incidenti si fecero più gravi. Durante l’evacuazione, fumogeni e colpi di pistola vennero esplosi da Ponte Garibaldi. La situazione si fece confusa, i manifestanti iniziarono a fuggire. Il primo a essere ferito fu l’allievo sottufficiale dei Carabinieri Francesco Ruggeri. Alle ore 19,55 la Masi e il fidanzato erano in piazza Giuseppe Gioacchino Belli, quando un proiettile calibro 22 colpì Giorgiana all’addome. Subito soccorsa, fu trasportata in ospedale, dove fu constatato il decesso. Alcuni presenti videro la studentessa cadere a terra “come fosse inciampata” e venire caricata su un’auto per essere trasportata all’ospedale. Il bilancio finale della giornata vide la morte della Masi e il ferimento di altre otto persone, fra cui una donna – Elena Ascione – ferita a una coscia – e l’allievo sottufficiale dei carabinieri Francesco Ruggeri o Ruggero, a seconda delle fonti, ferito a un polso. Non si è mai saputo chi sparò il proiettile che le fu fatale. L’inchiesta sull’uccisione di Giorgiana Masi e sul ferimento di Elena Ascione e del carabiniere Francesco Ruggeri (o Ruggero) fu chiusa il 9 maggio 1981 dal giudice istruttore Claudio D’Angelo, su conforme richiesta del Pubblico Ministero, con la dichiarazione di impossibilità di procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato. In un estratto della sentenza, il giudice scrisse: «[…] È netta sensazione dello scrivente che mistificatori, provocatori e sciacalli (estranei sia alle forze dell’ordine sia alle consolidate tradizioni del Partito Radicale, che della non-violenza ha sempre fatto il proprio nobile emblema), dopo aver provocato i tutori dell’ordine ferendo il sottufficiale Francesco Ruggero, attesero il momento in cui gli stessi decisero di sbaraccare le costituite barricate e disperdere i dimostranti, per affondare i vili e insensati colpi mortali, sparando indiscriminatamente contro i dimostranti e i tutori dell’ordine.» Le ipotesi accreditate, seppur mai verificate, rimasero due: “il fuoco amico”, come sostenne l’allora Ministro dell’Interno Francesco Cossiga, addossandone la responsabilità a frange di Autonomi, o le forze dell’ordine in borghese, che fecero fuoco con una pistola non d’ordinanza, mai individuata, secondo l’avvocato di parte civile, la sinistra e i radicali. Dopo quarant’anni di mezze verità, processi finiti in un nulla di fatto, tesi ferocemente contrapposte, un libro del giornalista di Repubblica Concetto Vecchio “Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano” prova a scavare sulla morte di una ragazzina colpita alle spalle su Ponte Garibaldi e ancora senza responsabili. Una giovane vita spezzata “come un fiore reciso dall’aratro”.

METEO

Roma (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +22. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +23. Udaipur (Rajasthan, India, Asia) sereno con nuvolosità sparsa +35. Mongomo (Guinea Equatoriale, Africa) parzialmente nuvoloso +29. Jacksonville (Florida, Stati Uniti d’America) per lo più soleggiato +29. Ngerulmud (Melekeok, Palau, Oceania) nuvoloso +27.


11 maggio   -235

La notizia del giorno.

A Roma il Festival delle scienze.

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Si apre oggi, 11 maggio, a Roma, il National Geographic Festival delle Scienze: quattro giorni di appuntamenti dedicati al tema del cambiamento. “A prima vista – spiegano gli organizzatori – tutta la scienza è cambiamento: nella continua ricerca di risposte ai problemi del presente e nell’instancabile produzione di scoperte, invenzioni e innovazioni che mutano le nostre abitudini di vita. Ma la scienza ha anche un ruolo fondamentale nell’aiutare l’uomo a fronteggiare il cambiamento, a cominciare dalle trasformazioni che stanno caratterizzando – con toni drammatici – la nostra epoca: la crisi economica, la rivoluzione digitale che mette sotto pressione il mondo dell’occupazione, il riscaldamento climatico e le tante criticità ambientali.”. Futuro del clima, globalizzazione, nuove tecnologie e sfide economiche sono, infatti, i temi protagonisti del Festival, che quest’anno è organizzato con il supporto di due enti pubblici di ricerca come l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), la collaborazione di Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), l’università La Sapienza di Roma e il sostegno di Enel e Nissan. Oltre 250 gli eventi in programma tra laboratori, conferenze, spettacoli, mostre e presentazioni di libri. Il 13 maggio Patty Smith sarà la protagonista dell’evento dedicato a musica e scienza, mentre Geoffrey West, dell’università di Santa Fe, inaugurerà il Festival parlando dell’evoluzione di città e aziende. Di fronte alla vastità e al fascino di un simile tema, il Festival adotterà una versione potenziata della sua formula abituale: l’Auditorium Parco della Musica ospiterà un mix di incontri, dialoghi, conferenze, laboratori e spettacoli. Protagonista sarà la grande ricerca scientifica italiana e internazionale in un confronto con filosofi, psicologi, linguisti, giornalisti, artisti. Tra i tanti appuntamenti interessanti, l’anteprima di Genius, la Serie TV su Albert Einstein co-prodotta e diretta dal premio Oscar Ron Howard, che aprirà il Festival la sera del 10 maggio; le lectio magistralis di Chloé Cipolletta, primatologa italiana, che dirige i progetti di ricerca di National Geographic in Africa e di Federico Fanti, paleontologo esperto di dinosauri che terrà anche un laboratorio per le scuole; la mostra fotografica intitolata Il pianeta fragile a cura di National Geographic Magazine. Chiuderà il festival un incontro con Patti Smith intervistata da Marco Cattaneo, direttore di National Geographic Magazine sul tema di come arte e scienza possano collaborare per salvare il pianeta terra.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Marco Ferreri: sferzare i costumi con l’immagine.

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“… Anche se c’è chi pensa che il sonoro sia stato la conquista forse più importante del cinema, io sono convinto invece che l’immagine esprime e libera a sua volta, nello spettatore, delle sensazioni. Ecco quel che mi interessa. Certo l’immagine, attualmente, è catturata asservita al potere … Ciò non toglie che l’immagine possa essere usata diversamente. Sto pensando molto a queste cose. Prima non ci pensavo troppo, sono un veterinario che ha cominciato a fare del cinema, così, non ho nessuna formazione umanistica, facevo le cose come mi venivano d’istinto. Ma adesso … mi interessa soprattutto questo discorso sull’immagine: anche gli psicoanalisti studiano le immagini ma a loro interessa interpretarle. L’interpretazione io la lascio allo spettatore. Mi interessano le sensazioni che l’immagine provoca, liberare delle sensazioni … I critici, in generale, hanno sempre parlato bene dei miei film, ma si parla del soggetto, degli attori, si racconta il soggetto. L’analisi dell’immagine, di questi processi dell’immagine, non viene mai fatta”. Così si esprimeva Marco Ferreri in un’intervista del 1976 a “Cinema e Cinema” e proseguiva “Non bisogna confondere l’attualità dei fatti con il significato politico di un film, ho molti dubbi sul carattere rivoluzionario” di un cinema politico che mostra i fatti secondo gli schemi usuali del racconto, con certi attori, ecc. Si risolve, ancora una volta, in una imposizione”. Il regista Marco Ferreri anche sceneggiatore, produttore cinematografico e scenografo ci rimanda, di primo acchito, a “La grande abbuffata”, del 1973, forse il suo film più famoso insieme a “Dilliger è morto”, del 1969. Ma ci sono anche “Una storia moderna: l’ape regina” (1963), interpretato da Marina Vlady, “La cagna” (1972), con Marcello Mastroianni e Catherine Deneuve, “Storie di ordinaria follia” (1981), tratto dal romanzo di Charles Bukowski con Ben Gazzarra e Ornella Muti e molti altri ancora. Oggi, in occasione dell’anniversario della sua nascita lo ricordiamo come uno degli autori fondamentali e significativi di quel periodo storico del cinema italiano ricco di approfondimenti, indagini speculative, analisi politiche, definito “colto”, cerebrale, realizzato in maniera “intellettuale”, così come amava contraddistinguersi la generazione di allora. Ferreri ha lavorato con gli esponenti più rappresentativi di quel periodo a partire da Carlo Lizzani, Dino Risi, Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Francesco Maselli, Cesare Zavattini, Alberto Lattuada, in Spagna con Rafael Azcona; con gli attori protagonisti dei suoi film, come Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Ugo Tognazzi, Philippe Noiret oltre a quelli già citati e numerosi altri ancora. Tornando all’immagine Ferreri, nei suoi film e, in particolare, ne “La grande abbuffata” usa  la fisicità e il suo disfacimento come soggetto per una feroce critica alla società dei consumi e del benessere, condannata, secondo l’autore, all’autodistruzione inevitabile. I bisogni e gli istinti primordiali, filtrati e normalizzati nel loro raggiungimento, divengono “noiosi” e hanno bisogno di continue unicità per essere graditi. La ricerca della difficoltà fine a se stessa comporta l’abbandono dell’utilità e sfocia inevitabilmente nella depressione e nel senso di inutilità. L’unica salvezza è rappresentata dal genere femminile, legato alla vita per missione biologica. A proposito del film Ferreri ribadiva “Basta con i sentimenti, voglio fare un film fisiologico!”. Ai sentimenti ormai deperiti e scomparsi nel mondo occidentale in favore della materialità del pensiero, del possesso e del denaro egli sostituisce la fisiologia pura e semplice, il cibo e il sesso egualmente ingeriti in quantità da infarto. I candidati volontari al suicidio per eccesso di abbondanza, (non si vive forse nella società dei consumi?) e perché non si dovrebbe schiattare per troppo consumare? sono quattro signori tra i quaranta e i cinquanta, due francesi e due italiani, indicati coi nomi degli attori che li impersonano, i quali si danno convegno nella villa d’uno di essi con le provviste del caso; quarti di bue, forme di formaggio e tutto il resto, per una crapula dei sensi fisici portati al parossismo. A seconda delle opinioni il film venne definito di volta in volta: “Il film più ideologico di Ferreri” (Adelio Ferrero), “un monumento all’edonismo” (Luis Buñuel), “specchio delle verità come eccesso” (Maurizio Grande). Pier Paolo Pasolini dedicò all’opera un’ampia recensione apparsa sulla rivista Cinema Nuovo, nella quale definì il film: “corpi colti in una sintesi di gesti abitudinari e quotidiani che nel momento in cui li caratterizzano li tolgono per sempre alla nostra comprensione, fissandoli nella ontologicità allucinatoria dell’esistenza corporea”. Non è un caso che il film a posteriori sia stato accostato proprio a “Salò o le 120 giornate di Sodoma” dello stesso Pasolini; anche se in forma meno cruenta, nella pellicola di Ferreri si riscontrano influenze dell’opera di de Sade. Come in Pasolini e nel romanzo sadiano prima di lui, i quattro convitati nella villa parigina incarnano delle figure tipiche metaforiche, in questo caso raffiguranti un potere e tre prodotti dell’ideologia borghese: la giustizia (Philippe), l’arte e lo spettacolo (Michel), la cucina, il cibo (Ugo), l’amore galante e l’avventura (Marcello). Ed è proprio questo sistema ideologico che viene pesantemente preso di mira dal regista, grottescamente schernito, nel tentativo di eliminarlo, assieme alle scorie vitali, con un vivere ridotto alle funzioni elementari: mangiare, digerire, dormire, bere, copulare, orinare, defecare. Il film riscosse un succeso di pubblico immediato ed enorme. Per la sgradevolezza e la forza eversiva delle tematiche trattate, “Cahiers du cinéma”, l’influente rivista francese di cinema, inserì il film in una sorta di ideale “trilogia della degradazione” insieme a “Ultimo tango a Parigi” (1972) e a “La maman et la putain” (1973).

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +24. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +21. Krong Poi Pet (Cambogia, Asia) per lo più nuvoloso +26. Abydos (Qesm Al Wahat Al Khargah, Egitto, Africa) per lo più soleggiato +33. New Braunfels (Texas, Stati Uniti d’America) soleggiato +25Ba (Figi, Oceania) parzialmente nuvoloso +24.


10 maggio   -236

La notizia del giorno.

A Roma camper in fiamme: morte tre sorelle.

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Intorno alle 3:00 della scorsa notte in viale della Primavera, in zona Centocelle, si è sviluppato un incendio in cui hanno perso la vita tre sorelle rom che vivevano in un camper. Le vittime sono una ragazza di 20 anni e due bambine di 8 e 4 anni. Genitori e fratelli delle vittime sono riusciti a scappare dal rogo. Il camper si trovava nel parcheggio di un centro commerciale e all’interno viveva una famiglia di nomadi composta dai genitori e 11 figli. Le fiamme hanno avvolto completamente il veicolo. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo in cui si procede per i reati di omicidio volontario e di incendio doloso. L’ipotesi del dolo sarebbe avvalorata da tracce di liquido infiammabile riscontrate all’esterno del camper. Gli investigatori hanno al vaglio un video delle telecamere di sorveglianza presenti nel parcheggio del centro commerciale adiacente il luogo della tragedia e non escludono alcuna pista, dalla vendetta maturata in ambienti rom a un gesto razziale. Inoltre le vittime avrebbero subito minacce, anche recenti, e di questo avrebbero parlato con gli inquirenti. Chi indaga cerca ora, per arrivare al movente dell’omicidio, di capire di che tipo di minacce si sia trattato: se in ambito familiare o a sfondo xenofobo. La sindaca di Roma, Virginia Raggi, si è recata sul luogo del rogo. “Esprimiamo cordoglio – ha detto – perché quando ci sono delle vittime si rimane in silenzio.”

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

John Wayne Gacy, un “clown assassino”.

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Gli assassini seriali, i cosiddetti serial killer, costituiscono il settore più macabro e più “affascinante” della moderna criminologia. Soltanto in tempi recenti le forze dell’ordine, gli psicologi e gli scienziati hanno aperto un varco nell’alone di mistero di cui è circondato questo fenomeno spaventoso e inquietante per svelare segreti, moventi e minacce. Questi predatori umani, che sono tra noi fin dagli albori della storia, hanno visto aumentare il loro numero in misura esponenziale negli ultimi quarant’anni. La comprensione del problema e l’attuazione di possibili soluzioni è importante sia negli Stati Uniti (che dal 1980 a oggi, con meno del 5 per cento della popolazione mondiale, hanno generato circa l’84 per cento di tutti i serial Killer conosciuti) che in altre nazioni, dall’Australia al Sudafrica, e in Russia, dove una nuova ondata di omicidi in serie minaccia di raggiungere proporzioni critiche nel terzo millennio. Nel passato, la mancanza di informazioni sulle caratteristiche dei serial killer e l’insufficiente collegamento tra i vari rami delle forze dell’ordine permisero ad alcuni assassini di passare per anni inosservati. Tra i più efferati c’è lo statunitense John Wayne Gacy, giustiziato il 10 maggio 1994, per mezzo di un’inezione letale endovenosa, nella Stateville Prison di Joliet, Illinois. Il Killer Clown, come fu soprannominato, per aver rapito, torturato, sodomizzato e ucciso trentatré vittime, fra adolescenti e maschi adulti (si faceva chiamare Pogo il Clown perché intratteneva i bambini ad alcune feste con un costume e trucco da clown), nacque nel 1942 a Chicago. Nel “Dizionario dei serial killer” di Michael Newton, della Newton & Compton editori la storia criminale di Gacy: “Il padre a casa era un tiranno alcolizzato, non faceva nessuno sforzo per nascondere il suo disappunto per il fatto che il figlio portava il suo stesso nome, infliggeva brutali punizioni corporali al bambino alla minima malefatta afferrandolo a volte e scagliandolo attraverso la stanza. In momenti più tranquilli si accontentava di insultare John Jr., dandogli della “femminuccia”, della persona stupida e ottusa, completamente inutile. Col tempo, tra i suoi insulti ingiustificati, quel “femminuccia” si sarebbe rivelato una profezia realizzata. Gacy crebbe dubitando della sua mascolinità, evitando gli sport e altre attività “virili” per rifugiarsi in una precoce ipocondria. Colpito alla testa da un’altalena all’età di 11 anni, per i successivi cinque anni soffrì di periodici svenimenti, fino a quando la loro causa, un embolo cerebrale, fu rimossa con delle cure mediche. Privato così di un’affezione, egli ne contrasse, o inventò, un’altra, scegliendo i sintomi di un disturbo cardiaco che sembrava andare e venire, a seconda del suo umore. Dopo la laurea in economia e commercio, Gacy diventò rappresentante di scarpe, ma aveva altre aspirazioni. Sposò una collega i cui genitori erano proprietari di un ristorante a Waterloo, nell’Iowa, e subito si ritrovò senza sforzo nel ruolo di direttore del ristorante. Sul lavoro era un fenomeno, smentendo tutto quello che suo padre aveva detto delle sue facoltà intellettive e della sua capacità d’iniziativa, elevandosi a uno status in cui suscitava l’ammirazione e il rispetto degli imprenditori. La moglie e gli amici furono completamente colti di sorpresa quando nel maggio 1968 John fu arrestato con l’accusa di aver costretto, per molti mesi, un giovane dipendente ad atti di tipo omosessuale. Quelle accuse erano ancora in sospeso, quando Gacy stipulò un accordo dichiarandosi colpevole di sodomia, per cui le altre accuse furono revocate. Condannato a dieci anni di carcere, si dimostrò un prigioniero modello e fu rilasciato dopo diciotto mesi. Con il permesso dello Stato Gacy tornò a Chicago, dove si stabilì come imprenditore edile di successo. Dopo aver divorziato mentre era ancora in prigione, si risposò presto, sistemandosi in un quartiere borghese di Des Plaines, una zona periferica, dove diventò molto popolare tra i vicini, ospitando spesso elaborate feste a tema. Inoltre, era un attivista del Partito Democratico, una volta aveva posato in alcune foto con la moglie del presidente Jimmy Carter, e come “Clown Pogo” si esibiva completamente mascherato alle feste dei bambini ed agli eventi di beneficenza. In pochi, tra le sue nuove conoscenze, sapevano del suo arresto nell’Iowa, e quelli che ne avevano sentito parlare furono rassicurati: John aveva solo fatto degli affari qualche volta, “trattando del materiale pornografico”. Il 12 febbraio 1971 Gacy fu accusato di disturbo della quiete pubblica a Chicago, in seguito alla denuncia di un ragazzo che aveva cercato di violentare. L’accusatore, noto per essere gay, non comparve in tribunale all’udienza di Gacy, e le accuse furono revocate. I poliziotti dell’Iowa incaricati di sorvegliare Gacy, in libertà condizionale, non furono informati dell’arresto o delle accuse, ed egli fu formalmente esonerato da ogni vincolo il 18 ottobre 1971. Secondo una stima dello stesso Gacy, egli commise il suo primo omicidio meno di tre mesi dopo, il 3 gennaio 1972. La vittima, prelevata al terminal dei pullman, non fu mai identificata, ma la sua morte avvenne secondo modalità che si confermano in seguito tipiche di Gacy. A caccia di prede, Gacy a volte ricorreva a giovani amici e dipendenti, ma più spesso faceva affidamento sul suo girovagare per le strade di Chicago in cerca di prostitute e fuggitivi. Come gli “Strangolatori  della collina” di los Angeles, a volte esibiva un distintivo e un’arma, “arrestando” così la vittima designata. Altri venivano invitati a casa sua per un drink o un giro al biliardo e John mostrava loro certi “trucchetti” con le “manette magiche”, poi tirava fuori alcuni sex toys e la garrota. Per finire, John faceva il “gioco della corda”, strangolando così la sua vittima, che veniva sepolta in un vespaio sotto casa. Negli anni successivi, dato che aveva esaurito lo spazio disponibile, cominciò a sbarazzarsi dei cadaveri gettandoli in un fiume vicino. Seppellire i cadaveri nel vespaio aveva i suoi inconvenienti, in particolare un persistente cattivo odore, che Gacy addebitava a “problemi con la fogna”. La seconda moglie di Gacy era naturalmente in casa, e la sua presenza limitava i momenti di ricreazione alle occasioni in cui lei era fuori o in viaggio, ma quando il loro matrimonio fallì nel 1976, Gacy poté accelerare il suo programma di annientamento. Tra il 6 aprile e il 13 giugno 1976 nella casa di Gacy furono massacrati almeno cinque ragazzi, e la fine non sembrava essere vicina. Il 25 ottobre di quell’anno egli uccise due vittime in una volta sola, gettando i loro corpi in una fossa comune. Con il passare del tempo la fascia d’età entro la quale sceglieva i suoi bersagli si ampliò, comprendendo ragazzi da nove a vent’anni, e una varietà di classi sociali: dagli adolescenti borghesi, agli avanzi di galera e ai prostituti. Non tutte le vittime di Gary morirono. Nel dicembre 1977, Robert Donnelly fu rapito con la minaccia di una pistola, torturato e sodomizzato nella casa degli orrori di Gacy, e poi liberato. Tre mesi dopo, il ventisettenne Jeffrey Rignall stava bevendo un drink da Gacy, quando fu stordito con il cloroformio e legato alla “ruota”, uno strumento di tortura simile a quello usato da Dean Corll (serial killer) a Huston. Gacy per molte ore continuò a violentare e frustare Rignall, usando il cloroformio con tale frequenza che il fegato di Rignall riportò danni permanenti. Dopo aver ripreso conoscenza vicino a un lago nel Lincoln Park, Rignall chiamò subito la polizia, ma era metà luglio quando gli investigatori trovarono il tempo di dedicarsi alla questione, accusando Gacy di un reato minore. Il caso si stava ancora trascinando cinque mesi dopo, quando Gacy fu catturato con l’accusa di omicidio plurimo. La fine, quando arrivò, si dovette unicamente alla disattenzione di Gacy. Il quindicenne Robert Piest scomparve dal luogo di lavoro, una farmacia di Chicago, il 12 ottobre 1978. L’impresa edile di Gacy aveva recentemente ristrutturato il negozio, ed egli aveva offerto a Piest un lavoro nella sua ditta; la vittima aveva  dunque informato i colleghi della sua intenzione di incontrare “un appaltatore” la sera della sua scomparsa. La polizia andò a casa di Gacy per fargli delle domande e riconobbe immediatamente l’odore che proveniva dal vespaio. Prima che avessero finito di scavare, il terreno di Gacy avrebbe restituito ventotto corpi, altri cinque sarebbero stati recuperati dal fiume vicino. Nove delle trentatré vittime non sono mai state identificate. In prigione, Gacy cercò d’incolpare della sua attività omicida Jack, un suo alter ego (e per coincidenza lo stesso pseudonimo da lui utilizzato nelle vesti di poliziotto). Gli psichiatri capirono lo stratagemma e nel marzo 1980 Gacy fu riconosciuto colpevole di trentatré omicidi di primo grado. In relazione agli omicidi avvenuti prima del 21 giugno 1977, erano state emesse ventuno condanne all’ergastolo, quando l’Illinois ripristinò la Pena capitale. Per i casi delle vittime uccise tra il luglio 1977 e il dicembre 1978 furono inflitte dodici condanne a morte. Per i quattordici anni successivi, Gacy fu sempre un carcerato al centro di polemiche. Dopo aver abbandonato la linea difensiva della doppia personalità, egli sostenne che i corpi riemersi a casa sua erano stati messi lì durante la sua assenza da cospiratori sconosciuti. Egli descrisse se stesso come “la trentaquattresima vittima” di un insidioso complotto omicida, con i veri killer ancora in libertà. Gacy sollevò anche un coro di proteste con i dipinti, per lo più teschi ghignanti e clown dal viso triste, che produceva e vendeva dal braccio della morte. Mentre all’inizio del 1994 le sue possibilità di ricorrere in appello si esaurivano e il tempo scorreva inesorabile, i quadri del killer furono accolti come articoli per collezionisti, alcuni venduti a prezzi molto alti. Ottime furono anche le vendite fatte registrare dai due volumi pubblicati sulla corrispondenza dal carcere con amici. Gli appelli dell’ultima ora non riuscirono a fermare la sua esecuzione. Lo Stato dell’Illinois, nel frattempo, indignato dalla celebrità ottenuta dall’omicida, annunciò l’intenzione di citare in giudizio i suoi eredi, per ottenere il rimborso dei costi sostenuti durante i quattordici anni che Gacy trascorse nel braccio della morte.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +20. Livorno (Italia, Europa) per lo più soleggiato +20. Ban Houayxay (Laos, Asia) sereno +24. Walvisbaai (Namibia, Africa) sereno +19. Elko (Nevada, Stati Uniti d’America) soleggiato +17. Ua Pou (Polinesia Francese, Oceania) parzialmente nuvoloso +23.


9 maggio   -237

La notizia del giorno.

Omicidio di Marta Russo: venti anni dopo la sorella Tiziana ha scritto un libro.

luogo-omicidio-marta-russoLa mattina del 9 maggio del 1997, alle 11,42, Marta Russo, 22 anni, studentessa di Giurisprudenza ed ex campionessa juniores di scherma, viene colpita da un proiettile alla nuca mentre cammina con un’amica in un vialetto all’interno dell’Università La Sapienza, a Roma. Il colpo entra da sotto l’orecchio sinistro e le condizioni della ragazza appaiono subito molto gravi. I testimoni raccontano che nessuno si è avvi-cinato a Marta prima dello sparo: il colpo è partito da lontano. Molti studenti – come riporta uno dei primi lanci dell’agenzia Ansa di quel giorno – «dicono di aver sentito una sorta di “tonfo sordo” che farebbe pensare che sia stato utilizzato un silenziatore». L’amica di Marta Russo, Iolanda Ricci, dirà di aver pensato inizialmente a un malore. Buio fitto sul movente. Per il delitto sono stati poi condannati il ricercatore Salvatore Ferraro (favoreggiamento) e l’assistente Giovanni Scattone (omicidio colposo): sarebbe stato lui a impugnare la pistola da cui partì il colpo fatale. Un proiettile calibro 22, una giovane vita spezzata senza un perché, due colpevoli che non hanno mai smesso di professarsi innocenti, la difficoltà a individuare un movente, sospeso tra lo sparo accidentale, lo scambio di persona e la teorizzazione del “delitto perfetto” sono solo alcuni degli elementi che, venti anni dopo, ancora oggi, fanno del “delitto della Sapienza” uno dei casi più controversi della storia della cronaca nera nazionale. Venti anni dopo la sorella della studentessa, Tiziana, ha scritto un libro, in cui “parla direttamente a sua sorella raccontandole la sua uccisione, ricercando la sua vicinanza attraverso i loro ricordi di infanzia e adolescenza, chiudendo con tutto ciò che è stato realizzato in questi venti anni dall’Associazione che porta il suo nome”. “Con questo primo scritto e il successivo Tiziana Russo – viene precisato dall’Associazione stessa – rompe il proprio silenzio per opporsi a chi, in tutti questi anni, ha portato avanti la tesi degli innocentisti che in modo spregiudicato continuano a difendere due pregiudicati condannati in ben cinque gradi di giudizio”. Con questi due scritti Tiziana Russo “vuole mostrare un punto di vista su sua sorella Marta che nessuno, tranne lei, può offrire, restituendole così tutta l’umanità che nel corso degli anni le è stata tolta dal suo ruolo di icona e falso mistero criminale”.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Il 9 maggio 1978, dopo una prigionia di quasi due mesi, le Brigate Rosse uccisero Aldo Moro.

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La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto “al momento giusto”. (Elias Canetti). L’Affair Moro di Leonardo Sciascia scritto a caldo nel 1978 non ha che guadagnato con gli anni. Mentre, in una nobile gara di codardia, i politici italiani, nonché i giornalisti, si affannavano a dichiarare che le lettere di Moro dalla prigionia erano opera di un pazzo o comunque prive di valore perché risultanti da una costrizione, Sciascia si azzardò a leggerle, con l’acume e lo scrupolo che sempre aveva verso qualsiasi documento. Riuscì in tal modo, sulla base di quelle lettere, a ricostruire una intelaiatura di pensieri, di correlazioni, di fatti che sono, fino a oggi, ciò che più ci ha permesso di capire, o di avvicinarci a capire, un episodio orribile della nostra storia. Presentando il libro nella sua ultima edizione (1983), Sciascia scriveva opportunamente: “questo libro potrebbe anche essere letto come “opera letteraria”. Ma l’autore, come membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’affaire, ha continuato a viverlo come “opera di verità”. Viene quindi ripubblicato (non più col rischio delle polemiche, ma del silenzio) con l’aggiunta della relazione di minoranza (di assoluta minoranza) presentata in Commissione e al Parlamento. Una relazione che l’autore ha voluto al possibile stringere, nella speranza abbia la sorte di essere largamente letta: qual di solito non hanno le voluminosissime relazioni che vengono fuori dalle inchieste parlamentari.
Nel giugno 1978 si era a conoscenza di sole 30 lettere (delle circa 80 spedite); non solo, a pochi mesi dalla morte di Moro, molti dei fatti e dei dubbi sulla ricostruzione ufficiale non erano ancora usciti. Sorprende ancora di più allora, la lucidità e l’intelligenza dimostrata dal lavoro di Sciascia: l’analisi delle parole del presidente e di quelle del partito e degli uomini delle istituzioni. Un lavoro che prende spunto da un articolo scritto da Pasolini nel 1975 prima di essere ucciso sulla DC, “Il vuoto del potere in Italia”, raccolto negli Scritti corsari, dove si parla delle lucciole e della loro scomparsa, da mettere in relazione alla trasformazione del partito di maggioranza, la Democrazia Cristiana. Da partito che inizialmente rappresentava la “continuazione del potere fascista” e che aveva permesso la trasformazione industriale del paese degli anni ’60 che aveva fatto sparire dalle campagne le lucciole. “Le lucciole. Il palazzo. Il processo al Palazzo – E come se, dentro al Palazzo, tre anni dopo la pubblicazione sul Corriere della sera di questo articolo di Pasolini, soltanto Aldo Moro continuasse ad aggirarsi: in quelle stanze vuote, in quelle stanze già sgomberate. Già sgomberate per occuparne altre ritenute più sicure: in un nuovo e più vasto palazzo. E più sicure, s’intende, per i peggiori. «Il meno implicato di tutti», dunque. In ritardo e solo: e aveva creduto di essere una guida. In ritardo e solo appunto perché «Il meno implicato di tutti». E appunto perché «il meno implicato di tutti» destinato a più enigmatiche e tragiche correlazioni (pagina 14) Aldo Moro, «il meno implicato di tutti» che per questa tragica correlazione degli eventi, pagherà il prezzo per tutto il partito”. Sciascia riprende allora tutte le lettere note, che Moro scrisse dalla “prigione del popolo” e che, sostiene l’autore, se anche subirono un intervento censorio da parte delle Br, non furono scritte sotto dettatura. Lettere in cui si ritrova lo stesso Moro politico, i suoi stessi valori caritatevoli che gli facevano chiedere al suo stesso partito, quel gesto di umanità per portare avanti una trattativa per liberarlo. Furono queste lettere ad ucciderlo? Fin da subito, all’interno del suo partito e sui principali quotidiani, si iniziò a parlare di un Moro prima del rapimento e di un Moro dopo. Le lettere spedite “non erano a lui ascrivibili”. La trattativa non poteva essere accettata, per un senso dello stato: scrive Sciascia che “né Moro né il partito da lui presieduto avevano mai avuto il senso dello Stato”. Ecco che il Moro uomo si trasforma, in una sorta di “santificazione” fatta dai suoi stessi compagni, nel moro “statista”: “Moro non era stato, fino al 16 marzo, un “grande statista”. Era stato e continuò ad esserlo anche nella “prigione del popolo” un grande politicante”. Moro statista e non uomo dunque, per rendere meno pesante ai compagni e all’opinione pubblica la scelta della linea della fermezza che avrebbe comportato la sua condanna a morte. In barba a quei valori cristiani che il partito intendeva rappresentare. In una delle sue lettere Moro ricorda infatti ai suoi compagni di partito che non sarebbe stata la prima volta che lo Stato si piegava (in modo magari poco palese) ad una trattativa: «non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti e anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione …» Non ci fu nulla da fare: se si esclude il partito socialista, il fronte della fermezza non mostrò cedimenti. In una delle ultime lettere scrive: «Con queste tesi (la linea della fermezza) si avalla il peggiore rigore comunista ed a servizio dell’unicità del comunismo». E ancora: “… eccomi qui, sul punto di morire per aver detto di sì alla Dc. Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d’Italia …”. La condanna al suo partito: il mio sangue ricadrà su di loro. “Mia carissima Noretta, scriveva Aldo Moro alla moglie, resta pure in questo momento la mia profonda amarezza personale. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro. Ma non è di questo che voglio parlare; ma di voi che amo e amerò sempre, della gratitudine che vi debbo, della gioia indicibile che mi avete dato nella vita …”. Sciascia compie un altro lavoro di analisi: nelle sue lettere Moro, da persona intelligente quale era, avrà certamente cercato di fornire indizi sul luogo di detenzione. Nella lettera a Cossiga, ad un certo punto Moro scrive: “Penso che un preventivo passo della Santa Sede (…) potrebbe essere utile”. Veramente Moro intendeva portare avanti una trattativa col Vaticano. Forse, è parere dello scrittore, Moro riteneva di essere nei paraggi della Città del Vaticano, o comunque a Roma. Un altro esempio riportato da Sciascia è contenuto nel brano in cui lo statista dice di trovarsi sotto un “dominio pieno e incontrollato”: forse voleva lasciar intendere un condominio pieno e ancora non controllato dalle forze dell’ordine? La Relazione di minoranza presentata dalla “Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani e il sequestro e l’omicidio dell’Onorevole Aldo Moro”. Nella relazione di minoranza presentata dal deputato radicale emergono, lampanti, tutti gli errori nella ricerca del covo, nella condivisione delle informazioni, le incongruenze della versione ufficiale. I timori e le preoccupazioni del brigadiere Leonardi e dell’autista Ricci, per l’assenza dell’auto blindata (che secondo la moglie era stata richiesta), i pochi uomini per la scorta. Di tutte queste preoccupazioni, che sicuramente i due avranno condiviso coi loro superiori, non c’è traccia nei documenti ufficiali. La parata coreografica messa in atto, in tutto il paese, per trovare il covo dei brigatisti. Un’operazione quantitativamente grossa, ma di scarsa qualità: tutti i posti di blocco non hanno bloccato né i postini né il viaggio della Renault 4. Forse ci si poteva concentrare sulla città di Roma. Il falso comunicato numero 7, quello che indica il cadavare sul fondo del lago della Duchessa. Falso comunicato dello stato, o falso comunicato dei brigatisti stessi? La tipografia in via Foà, con la macchina per stampare che arrivava da un ufficio dei servizi segreti (ufficio R). Il pedinamento ad intervalli delle persone che frequentavano la tipografia. Il covo in via Gradoli che non viene perquisito il 18 marzo (perché gli agenti si trovarono una porta chiusa davanti), mentre venne scoperto (casualmente per una perdita d’acqua) il 18 aprile. Gradoli, la via che secondo la Questura, su domanda della moglie del presidente DC, non esisteva. Nonostante fossero noti i contatti dei Br con l’area dell’autonomia, questo non ha impedito i contatti tra Faranda e Morucci con Pace e Piperno, non sono stati pedinati volutamente o cosa? I verbali delle riunioni del gruppo politico tecnico operativo, presieduto dal presidente del Consiglio e dai capi delle forze dell’ordine e dei servizi, spariti. Era il gruppo che doveva decidere e vagliare sulle informazioni ricevute e coordinare le operazioni”.

Nel 1980 Giorgio Gaber compose una canzone, “Io se fossi Dio” nella quale non risparmia davvero nessuno, riservando le invettive più feroci ai protagonisti, grandi e piccoli, della scena politica italiana del tempo. Nel brano Gaber condanna il terrorismo verso il quale si confessa sgomento, impaurito e incapace di dare un giudizio ma, lancia anche un’invettiva amareggiata e a tratti sardonica tesa a colpire ogni elemento della società italiana impregnato nella corruzione e nell’ipocrisia.

Mary Titton

Io se fossi Dio
(e io potrei anche esserlo, sennò non vedo chi!)

Io se fossi Dio, non mi farei fregare dai modi furbetti della gente:
non sarei mica un dilettante!
Sarei sempre presente.
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
o, meglio ancora, a criticare, appunto …
cosa fa la gente.
 
Per esempio il piccolo borghese, com’è noioso!
Non commette mai peccati grossi!
Non è mai intensamente peccaminoso!
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sweda
lui pensa che l’errore piccolino non lo conti o non lo veda.
 
Per questo io se fossi Dio,
preferirei il secolo passato,
se fossi Dio rimpiangerei il furore antico,
dove si odiava, e poi si amava,
e si ammazzava il nemico!
 
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli,
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.
 
Io se fossi Dio,
non sarei così coglione
a credere solo ai palpiti del cuore
o solo agli alambicchi della ragione.
Io se fossi Dio,
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato
come dovreste essere voi!
 
Io se fossi Dio,
non sarei mica stato a risparmiare:
avrei fatto un uomo migliore.
Sì vabbe’, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene,
ed è per questo, per predicare il giusto,
che io ogni tanto mando giù qualcuno,
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino!
 
Io se fossi Dio,
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio!
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India,
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna!
Che viene da dire:
Ma dopo come fa a essere così carogna?
 
Io se fossi Dio
non sarei ridotto come voi
e se lo fossi io certo morirei
per qualcosa di importante!
Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente
non capita sempre
e anche l’avventuriero più spinto
muore dove gli può capitare
e neanche tanto convinto.
 
Io se fossi Dio
farei quello che voglio,
non sarei certo permissivo,
bastonerei mio figlio,
sarei severo e giusto,
stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto,
e se potessi
anche gli africanisti e l’Asia e poi gli Americani e i Russi;
bastonerei la militanza come la misticanza
e prenderei a schiaffi
i volteriani, i ladri, gli stupidi e i bigotti:
perché Dio è violento!
E gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro tutti!
 
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli,
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli …
 
Finora abbiamo scherzato,
ma va a finire che uno prima o poi ci piglia gusto
e con la scusa di Dio
tira fuori tutto quello che gli sembra giusto.
 
E a te ragazza che mi dici che non è vero
che il piccolo borghese è solo un po’ coglione,
che quell’uomo è proprio un delinquente, un mascalzone,
un porco in tutti i sensi, una canaglia
e che ha tentato pure di violentare sua figlia …
Io come Dio inventato, come Dio fittizio,
prendo coraggio e sparo il mio giudizio
e dico: Speriamo che a tuo padre
gli sparino nel culo cara figlia!
così per i giornali diventa un bravo padre di famiglia.
 
Io se fossi Dio,
maledirei davvero i giornalisti e specialmente … tutti.
Che certamente non son brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti, avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete:
avete ancora la libertà di pensare,
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere,
e di fotografare.

Immagini geniali e interessanti,
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento!
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti,
e si direbbe proprio compiaciuti!
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano!

Sì vabbe’, lo ammetto:
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia …
ma io se fossi Dio
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia!
 
Ma io non sono ancora del regno dei cieli,
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli …
     
Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente:
nel regno dei cieli non vorrei ministri
e gente di partito tra le palle,
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle!
E tutti quelli che fanno questo gioco,
che poi è un gioco di forze, ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo…
E tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo,
che siano untuosi democristiani
o grigi compagni del piccì.
Sono nati proprio brutti o, per lo meno, tutti
finiscono così.
 
Io se fossi Dio,
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare a Platone,
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione;  
è un uomo tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo,
che scivola sulle parole
anche quando non sembra … o non lo vuole.
 
Compagno radicale,
la parola “compagno” non so chi te l’ha data,
ma in fondo ti sta bene,
tanto ormai è squalificata.
Compagno radicale,
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
ti muovi proprio bene in questo gran casino
e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio
e dall’altra si riempiono le galere
di gente che non c’entra un cazzo …
Compagno radicale,
tu occupati pure di diritti civili e di idiozia
che fa democrazia
e preparaci pure un altro referendum
questa volta per sapere
dov’è che i cani devono pisciare!
 
Compagni socialisti,
ma sì anche voi insinuanti, astuti e tondi!
Compagni socialisti,
con le vostre spensierate alleanze
di destra, di sinistra, di centro,
coi vostri uomini aggiornati,
nuovi di fuori e vecchi di dentro! …
Compagni socialisti fatevi avanti
che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti!
Fatevi avanti col mito del progresso
e con la vostra schifosa ambiguità!
Ringraziate la dilagante imbecillità!
 
Ma io non sono ancora nel regno dei cieli,
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli …
 
Io se fossi Dio,
non avrei proprio più pazienza,
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale!
Voi mi direte perché è così parziale
il mio personalissimo Giudizio universale:
perché non suonano le mie trombe
per gli attentati, i rapimenti, i giovani drogati
e per le bombe.
Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.
 
Io come Dio, non è che non ne ho voglia.
Io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili!
Ma come uomo, come sono e fui,
ho parlato di noi, comuni mortali:
quegli altri non li capisco, mi spavento,
non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere
lo stupido pietismo per il carabiniere.
Di loro posso dire solamente
che mi hanno tolto il gusto
di essere incazzato personalmente.
Io come uomo posso dire solo ciò che sento,
cioè solo l’immagine del grande smarrimento.
 
Però se fossi Dio
sarei anche invulnerabile e perfetto,
allora non avrei paura affatto,
così potrei gridare, e griderei senza ritegno che è una porcheria,
che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia!
 
Ecco la differenza che c’è tra noi e “gli innominabili”:
di noi posso parlare perché so chi siamo
e forse facciamo più schifo che spavento.
Ma di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.
 
Ma io se fossi Dio,
non mi farei fregare da questo sgomento
e nei confronti dei politici
sarei severo come all’inizio,
perché a Dio i martiri
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.
E se al mio Dio che ancora si accalora,
gli fa rabbia chi spara,
gli fa anche rabbia il fatto
che un politicante qualunque
se gli ha sparato un brigatista,
diventa l’unico statista!
 
Io se fossi Dio,
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio,
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana
è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana.

Io se fossi Dio,
un Dio incosciente enormemente saggio,
avrei anche il coraggio di andare dritto in galera,
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era!
 
Ma in fondo tutto questo è stupido perché, logicamente …
io se fossi Dio,
la terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi in questo scontro quotidiano.
Io se fossi Dio,
non mi interesserei di odio o di vendetta e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono!
 
E allora va a finire che se fossi Dio,
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io …

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +20. Livorno (Italia, Europa) idem. Harbin (Heilongjiang, Cina, Asia) nuvoloso +10. Uyo (Niger, Africa) pioggia +25. Palo Alto (California, Stati Uniti d’America) nuvoloso +16. Waitangi (Northland, Nuova Zelanda, Oceania) nuvoloso +19.


8 maggio   -238

La notizia del giorno.

Mattarella a Buenos Aires incontra le madri di Plaza de Mayo.

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La visita del presidente della Repubblica italiana in Argentina è cominciata con un omaggio alle famiglie delle migliaia e migliaia di vittime della brutalità del regime militare che ha retto con il pugno di ferro l’Argentina dal 1976 al 1983. Sotto una pioggia battente il capo dello Stato ha visitato il memoriale che testimonia le atrocità compiute dai militari dal 1976 al 1983, che rimangono una ferita aperta. Accompagnato dalle responsabili del “Parco de la memoria” che si affaccia sul Rio de la Plata, Mattarella ha percorso lentamente e sotto una pioggia battente il muro dove sono scritti i nomi di 9 mila desaparecidos. Il presidente ha ascoltato le spiegazioni sul luogo e alcuni dei casi degli scomparsi. Alla fine del percorso ha incontrato le Madri dell’associazione, tra cui Vera Jarach, madre di una ragazza “desaparecida”, e Angela ‘Lita’ Boitano, mamma di due figli scomparsi. Sia Vera sia Lita hanno ricordato i “desaparecidos”, puntando non alla storia o alle proprie tragedie, ma ad una vicenda di questi giorni che ha riportato al centro dell’attenzione del paese il dramma degli scomparsi. In una sentenza definita “del 2×1”, la Corte Suprema ha stabilito che i militari accusati di delitti contro i diritti umani, che si trovano in carcere, possono contare i giorni di prigionia in modo doppio ai fini della loro condanna definitiva. Per Vera, ‘Lita’ e tanti altre “madres” e “nonne” della Plaza de Mayo la sentenza è molto grave, in quanto potrebbe spianare la strada all’immunità di decine e decine di militari colpevoli di aver violato i diritti umani. “Abbiamo riferito questo punto che per noi è molto serio, per questo l’abbiamo raccontato al presidente, che ci ha ascoltato” e che, ha precisato Boitano, “ha un viso che ci ha trasmesso serenità.” Mattarella le ha incoraggiate dicendo: “Dovete avere fiducia perchè la forza della verità non si ferma.” Poi ha gettato con loro fiori bianchi nel Rio de la Plata, dove vennero fatti sparire migliaia di oppositori.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Paul Gauguin.

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Prima dell’impressionismo la pittura era disciplinata dalle regole della prospettiva, che metteva in primo piano il disegno e la necessità di razionalizzare lo spazio. Questi principi, rispettati per secoli, sono messi in discussione dagli impressionisti ed è questa “insubordinazione” e non la presenza di nudi, a scatenare le ire dei giudici del Salon, le incomprensioni della critica e la derisione del pubblico. Le pareti del Salon erano infatti piene di tele dai soggetti mitologici, biblici o storici, ben più sensuali e provocanti delle loro. I fattori che determinano la carica eversiva di queste opere sono la nuova disposizione dello spazio e l’uso rivoluzionario dei colori, che più di qualsiasi altro aspetto tecnico concretizzano il netto distacco dalla tradizione accademica. Attraverso la pittura all’aperto, en plein air, gli impressionisti concentrano il loro interesse sui mutevoli effetti della luce e dei colori in natura; i contemporanei studi di ottica confermano queste ipotesi e forniscono le basi teoriche per le loro ricerche. All’armonia della composizione, creata attraverso il disegno, sostituiscono il senso del ritmo, dato dai contrasti o dagli accostamenti sempre più liberi dei colori. L’8 maggio del 1903 moriva suicida Paul Gauguin, uno degli esponenti più grandi di questa corrente pittorica consegnando all’arte capolavori di stupefacente bellezza e inestimabile valore. Eugène Henri Paul Gauguin nacque a Parigi il 7 giugno 1848. Trascorse l’infanzia in Perù, dai parenti della madre. Tornato in Francia si imbarcò come marinaio e in seguito venne assunto presso l’agenzia di cambio Bertin. Un suo collega, Emile Schuffenecker, gli trasmise l’amore per l’arte: visitò i musei, acquistò dei quadri e cominciò a dipingere. Nel 1873 sposò la danese Mette Gad, dalla quale ebbe cinque figli. Nel gennaio del 1883 perse il posto di lavoro e decise di dedicarsi alla pittura: conobbe Pizzarro, grazie al quale partecipò alle ultime cinque edizioni delle mostre degli impressionisti. I suoi quadri, però, non trovarono acquirenti e la moglie ritornò con i figli dalla sua famiglia, a Copenhagen. Nel 1886 Gauguin si recò in Bretagna, a Pont-Aven; l’anno dopo, in compagnia dell’amico Charles Laval, tentò la fortuna in Martinica, ma l’esperienza fu fallimentare. Nel 1888 tornò a Pont-Aven e trascorre alcuni mesi ad Arles, ospite di Van Gogh. Nel febbraio del 1889 si trasferì per la terza volta a Pont-Aven e nella vicina cittadina di Le Pouldu, dove rimase fino al 1890. Il 4 aprile 1891 partì per Tahiti e vi rimase fino all’aprile del 1893. A Parigi il gallerista Paul Durand-Ruel organizzò la sua prima mostra personale, dal 4 novembre al 1° dicembre 1893, che però ebbe scarso successo. Deluso, si recò nuovamente in Bretagna, dove cercò invano di riallacciare i contatti con gli altri pittori della scuola di Pont-Aven. Il 28 giugno 1895 lasciò per sempre Parigi e visse prima a Tahiti, poi nelle isole Marchesi, dove morì.

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I suoi ultimi otto anni di vita, trascorsi a Tahiti e nelle isole Marchesi, sono segnati dai ricoveri in ospedale, almeno in sei occasioni, ma sono caratterizzati anche da un’intensa creatività che lo porta a realizzare alcuni dei suoi capolavori. Lì, nel 1897-1898 dipinge “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Questo grande quadro, un olio su tela, oggi conservato al Museum of Fine Arts di Boston, è considerato il suo testamento artistico e spirituale, una sintesi perfetta della sua visione del mondo. La prima idea della composizione compare in un disegno che accompagna una lettera a de Monfreid nel febbraio 1898. Lavora quindi giorno e notte, febbrilmente, per oltre un mese. A luglio spedisce il quadro a Parigi: sin dalla sua prima apparizione nella galleria di Ambroise Vollard, alla fine del 1898, i critici lo studiano, facendone l’oggetto di numerose interpretazioni. Le figure sono disposte nel paesaggio con un andamento che ricorda i fregi antichi, i grandi cicli di affreschi nei palazzi rinascimentali, ma anche il Bosco sacro di Puvi de Chavannes. Alcuni personaggi sono già presenti nelle tele precedenti, ma assumono qui un significato differente, ottenendo una carica simbolica maggiore. Singolare appare la presenza dell’idolo blu e dello “strano uccello bianco con una lucertola tra le zampe, che sta a significare la vanità delle parole”. L’opera è una metafora delle età dell’uomo, dall’infanzia alla vecchiaia, ma anche un confronto tra l’azione e la contemplazione, tra l’istinto e la ragione. E, inoltre, una meditazione sul senso profondo della vita, su cui l’artista si trova a riflettere dopo la morte della figlia prediletta Aline, nel febbraio del 1897, a soli vent’anni. La notizia, infatti, lo getta in una profonda crisi depressiva, tanto che nel febbraio 1898, proprio mentre sta dipingendo questo quadro, tenta il suicidio, ingerendo dell’arsenico.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno la mattina pioggia la sera +20. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +18. Haiphong (Vietnam, Asia) sereno con nuvolosità sparsa+26. Mopti (Mali, Africa) per lo più soleggiato +43. Faribault (Minnesota, Stati Uniti d’America) parzialmente nuvoloso +18. Glenelg (Australia) sereno +8.


7 maggio   -239

La notizia del giorno.

Elezioni Francia: Macron è il nuovo presidente.

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Emmanuel Macron ha vinto il ballottaggio nelle elezioni presidenziali francesi con il 66,06% delle preferenze, contro il 33,94% della sfidante Marine Le Pen. Questi i dati definitivi pubblicati sul sito ufficiale del Ministero dell’Interno francese: il neopresidente francese ha ottenuto 20.703.631 voti, mentre la leader del Front National si è fermata a 10.637.183. Macron, 39 anni, è il presidente più giovane della Repubblica dopo Napoleone e arriva all’Eliseo senza partiti, in sella alla sua creatura En Marche! dopo aver rottamato in pochi mesi un sistema che sembrava immutabile, quello dell’alternanza destra gollista-gauche socialista. Macron in tarda serata è arrivato sulla piazza del Louvre, nel cuore di Parigi, per parlare ai militanti che lo attendevano per festeggiare il suo trionfo nel voto presidenziale. Ad accoglierlo le note dell’inno alla gioia, la nona sinfonia di Beethoven, che è anche l’inno europeo. Queste le prime parole di Emmanuel Macron all’arrivo al Louvre, davanti ad un’enorme folla: “Stasera la Francia ha vinto. Chi diceva non è possibile non conosce la Francia.” Ha poi detto: “Voglio esprimere un pensiero per Marine Le Pen, non fischiate, hanno espresso, una rabbia e una collera, va ascoltata …”, aggiungendo: “Farò di tutto affinché nei prossimi anni non ci sia nessun motivo per votare per gli estremi. La Francia e il mondo si aspettano da noi la difesa dello spirito dei Lumi, ovunque. Vi servirò in nome del nostro motto: Libertà, Eguaglianza, Fraternità, vi servirò sulla base della fiducia che mi avete attribuito, vi servirò con amore, viva la Repubblica, viva la Francia”, Poco prima delle 23:00, la nuova première Dame, Brigitte Macron, è salita sul palco della piazza del Louvre per salutare i militanti che l’hanno accolta con un applauso, Emmanuel Macron l’ha presa per mano e hanno cantato insieme alla gente la Marsigliese. Poi sono stati raggiunti dai tre figli con i 7 nipoti e gli amici.

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Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Johannes Brahms: quel burbero romantico che voleva essere classico.

“Ex Uno Verbo omnia, et unum loquntur omnia, et hoc est principium quod et loquitur in vobis” (da una sola Parola tutto, e tutto parla di una sola parola e questo è il principio che parla anche a voi). In questo senso l’arte ci introduce alla realtà totale perché la bellezza dell’arte sta nella sua capacità di renderci manifesta la bellezza dell’essere stesso. Tutte le arti creative, la scultura, la pittura debbono raccogliere insieme le rappresentazioni prima di indovinare le segrete intenzioni della natura; la musica invece, le melodie, le armonie dei suoni, sono l’immediata espressione della natura stessa e questo la colloca a un gradino più alto che non tutte le altre arti. Il musicista sente direttamente la pulsazione di una volontà superiore attraverso il mondo e percepisce come questa volontà si esprima nei suoni. Nel musicista vive la capacità di rappresentare quella volontà, la volontà del mondo; la sua musica è l’espressione della volontà della natura, mentre tutte le altre arti sono l’espressione dell’idea della natura. Ecco perché la musica è la forma d’arte più immediata e ha una profonda importanza, perché da sempre le è stato assegnato, da tutti coloro che conoscono il rapporto tra le cose interiori, il più alto posto fra le arti, perché anche dagli ignoranti le sia stato riconosciuta una posizione importante, e perché essa tocchi nella nostra anima le corde più profonde e le faccia risuonare. Ripercorrere la storia umana nelle sue diverse configurazioni attraverso il linguaggio musicale dei massimi autori classici, come è raccontata ne “La Storia della Musica Classica” è un vero godimento. Il testo di Michelangelo Zurletti che commenta l’arte musicale di Brahms ed alcuni suoi aspetti biografici, nella cultura del suo tempo, costituisce una narrazione di particolare interesse per chi voglia approfondire questo argomento. Ne viene di seguito riportata una parte “L’immagine che tutti hanno di Johannes Brahms, confortata dai ritratti più noti, è conforme alle sensazioni che vengono dalla sua musica: di un austero bonario tranquillo cordiale zio borbottone, irsuto e fiero della sua pancia. Curiosamente è vero il contrario: Brahms era certamente austero ma non bonario, non era tranquillo ed era cordiale solo con gli amici, e per poco tempo. Anche l’aspetto fisico trasmesso dai ritratti è la netta smentita di quello che era in gioventù: un bellissimo nordico dai capelli biondi, occhi celesti, magro anche se abbastanza piccolo. Trasandato, già da giovane, sempre con gli stessi abiti, perfino rattoppati, in ogni caso pochissimo interessato all’aspetto esteriore, anche nei luoghi pubblici e nelle occasioni ufficiali. Era taciturno, collerico, perfino violento nei frequenti litigi (“Se qui c’è qualcuno che non ho insultato mi scuso con lui”). Un animale solitario, ombroso e scontroso. Schumann lo conobbe ventenne e forse gli piacque proprio perché era così, il suo perfetto opposto. Era il 1853. Brahms era nato ad Amburgo il 7 maggio 1833. E con Schumann conobbe lo stesso giorno la moglie Clara, la pianista insigne, catturata dall’intelligenza del ragazzo, dall’acutezza delle sue osservazioni e dal fascino della sua musica e subito con lui avviò quell’amicizia che sarebbe durata tutta la vita. Amicizia essenzialmente intellettuale, anche se ebbe, soprattutto dopo la morte di Schumann, sbocchi più terreni. Ma è difficile che cosa Clara avesse potuto vedere di interessante in un ragazzo che aveva avuto scarse opportunità per formarsi bene. Figlio di un modesto suonatore di strumenti  che solo a oltre cinquant’anni ebbe un posto fisso di contrabbassista e che per il resto campò di espedienti musicali nel giro delle taverne amburghesi, non aveva potuto andare oltre la scuola normale e si era dovuto accontentare di studi musicali modesti. Anche perché aveva avuto poco tempo da dedicare agli studi. Doveva passare di bettola in bettola, sulle orme del padre e col suo compiacimento, suonando il pianoforte in accompagnamento ai canti collettivi intrattenendo il pubblico che si interessava alle prostitute locali. Alla scarsezza di educazione scolastica supplì con l’autoeducazione, leggendo moltissimo, osservando acutamente le opere d’arte (era innamorato dell’Italia rinascimentale) e sarebbe diventato così colto da poter intrattenere rapporti con i grandi intellettuali viennesi. Ma questo riguarda la sua maturità, la vita adulta spesa alla ricerca del bello. Per restare agli anni giovanili ebbe la fortuna di incontrare due maestri seri, Otto Cossel, docente di piano ed Eduard Marxsen, insegnante di composizione, ammiratore entusiasta di  Bach. I due lavorarono così bene che a 18 anni il giovane non solo era un pianista egregio ma anche un compositore interessante. È quello che videro i due Schumann nel giovanotto riservato portato nella loro casa di Dusseldorf da Joseph Joachim, il grande violoncellista che con lui aveva costituito un duo. Come è noto Schumann aveva scritto sul giovane Brahms un articolo importantissimo sulla “Neue Zeitschrft Fur Musik”, l’importante rivista di Lipsia di cui Schumann era direttore. L’articolo, “Vie nuove”, era così lusinghiero da segnalare il giovane musicista ai tedeschi come un genio. Fu la carta vincente per Johannes, che si trovò di colpo sbalzato dall’anonimato alla notorietà. Ma fu anche un problema perché acuì la curiosità di tutti nei confronti dei suoi lavori e fornì facili occasioni di invidia. Per lo stesso Johannes l’articolo di Schumann fu l’origine di un continuo interrogarsi sulle effettive qualità della sua musica, un continuo temere che l’esito non corrispondesse alle qualità proclamate da Schumann. Qualche dubbio Brahms lo aveva sul serio: non per sé, perché tal genere di dubbi non li ebbe mai, ma del possesso dei mezzi necessari per realizzare i lavori ai quali pensava. Schumann aveva intravisto nei lavori pianistici che il ventenne Brahms era un sinfonista, ma proprio quella scrittura orchestrale Brahms paventava. Il senso di autocritica, che gli era innato ma che Schumann sviluppò, lo spingerà per tutta la vita a riscrivere, rivedere, correggere lavori già scritti quando non a stracciarli (fu una strage di lavori, anche di alcuni già lodati da esperti lettori). Solo con la musica pianistica non ebbe ripensamenti così radicali: ma il pianoforte era il suo strumento, lo conosceva benissimo e sapeva come usarlo. Ma non c’erano soltanto i dubbi sui ferri del mestiere sinfonico a ostacolare la produzione, ce n’erano anche altri più difficili e fondamentali, a cominciare dall’espressione dei sentimenti, che doveva essere repressa o almeno controllata nei dettagli per non varcare i limiti della convenienza (per Brahms, si intende: per altri non ci furono limiti all’esternazione sentimentale nel tumultuoso volgere del decadentismo romantico). E questo valeva non solo per la musica ma anche per la vita privata. Probabilmente Brahms si innamorò molte volte ma si dichiarò raramente e sempre in termini che avevano bisogno di molte e sottili interpretazioni. Probabilmente il sospetto verso il matrimonio e diciamo pure il generale rapporto con le donne, che divenne nel tempo vera misoginia, aveva radici nelle esperienze adolescenziali dei bordelli che frequentava per lavoro, dove le donne avevano il solo obiettivo di compiacere i clienti e non potevano essere altro che oggetti di piacere (questo piacere Brahms lo conobbe e praticò bene). Un altro freno nella vita compositiva gli veniva da un culto per la forma classica che era diventato perfettamente inattuale. Nella musica tedesca nel medio Ottocento la tradizione dei grandi classici, da Bach a Haydn, Mozart, Beethoven era messa in crisi dalle spinte antiformalistiche dei primi romantici. E Brahms conosceva abbastanza poco la musica di Schumann per rendersi conto del rovello formale che attanagliava chi non accettava quelle spinte ma sapeva anche di non potersi più concedere senza patti al formalismo del passato. E l’altro gruppo, più apparentemente evolutivo, che faceva capo a Liszt e a Wagner, dopo un momento di ammirato stupore e di reale attrazione gli sembrò ancor più lontano dalla sua strada. La “musica dell’avvenire” non lo attraeva e mai e poi mai si sarebbe abbandonato all’urgenza della pura espressione poetica: di fatto non fu mai tentato dalla musica a programma quale veniva proposta da Berlioz e da Liszt. Continuava ad essere attratto dalla forma classica e risaliva ancor più indietro, rileggeva senza sosta le pagine polifoniche di Bach, Handel, Palestrina, Lasso. Il rovello formale non è naturalmente solo di Brahms ma anche di Mahler e Bruckner, i due grandi sinfonisti coevi. Ma mentre quest’ultimi distrussero l’antica forma, Brahms la assunse (“Beethoven è il mio maestro”) e la fece sua, pur adeguandola alla sua natura crepuscolare e avvolgendola di caldo lirismo. E se anche si pensasse, come è stato pensato, che il culto delle forme classiche fosse una maschera dietro la quale celare l’intimità dei sentimenti, sta di fatto che tale culto è stato elevato da Brahms a imperativo categorico. Che doveva rassicurarlo contro la dissolvenza dei valori e degli ideali raggiunta dai cultori della musica dell’avvenire. La forma come etica, ossia un percorso che assimila l’arte alla vita. “Non c’è vera creazione senza duro lavoro”. Ciò che chiamate invenzione è per così dire suggestione dall’alto, ispirazione … un dono, un regalo che dovrei addirittura disprezzare se non facessi cosa mia a forza di lavoro incessante”. La sua musica dai temi lunghi, fluidi, lirici, accattivanti e spesso struggenti giungono all’ascoltatore con una semplicità che però non è mai disgiunta dalla percezione del lavoro. Ed è un suo grande merito aver saputo rivitalizzare la lezione che gli veniva dai classici nel suo linguaggio. Gli ultimi anni furono confortati dall’amicizia di Dvorak e di Grieg ma anche funestati dalla malattia di Clara Schumann. Clara morì nel maggio del 1896 e Brahms, per cancro al fegato, il 3 aprile dell’anno dopo. È sepolto accanto a Beethoven e a Schubert nel cimitero di Vienna.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +20. Livorno (Italia, Europa) per lo più soleggiato +20. Attapeu (Laos, Asia) nuvoloso +26. Outjo (Namibia, Africa) per lo più soleggiato +26Henderson (Nevada, Stati Uniti d’America) soleggiato +19. Tumara (Polinesia Francese, Oceania) sereno con nuvolosità sparsa +23.


6 maggio   -240

La notizia del giorno.

6.500 geni diversi fra uomini e donne.

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Identificati 6.500 geni diversi tra uomini e donne: controllano vari aspetti che vanno dai muscoli alla peluria, dall’accumulo di grasso alla produzione di latte e potrebbero spiegare molte differenze tra i due sessi dalla suscettibilità ad alcune malattie alla risposta ai farmaci. Questi risultati sono dovuti allo studio pubblicato sulla rivista BMC Medicine dall’istituto Weizmann di Israele, che ha analizzato i geni “accesi”, ossia espressi, nei vari organi e tessuti del corpo umano di quasi 550 adulti di entrambi i sessi, portando alla realizzazione della prima mappa delle differenze genetiche tra uomini e donne. I coordinatori della ricerca, Shmuel Pietrokovski e Moran Gershoni, hanno usato questa banca dati e hanno identificato 6.500 geni che sono “accesi” in modo diverso tra maschi e femmine in almeno un tessuto dell’organismo. Oltre ai geni legati a caratteristiche specifiche del sesso, come la peluria o la produzione di latte, ne sono stati individuati altri, come alcuni geni “accesi” solo nel ventricolo sinistro del cuore della donna, tra i quali uno in particolare, legato all’uso del calcio, che tende a spegnersi con l’avanzare dell’età, probabilmente aumentando il rischio di malattie cardiovascolari e osteoporosi dopo la menopausa;un altro gene è stato trovato prevalentemente nel cervello delle donne e potrebbe proteggere i neuroni dal Parkinson. I ricercatori hanno scoperto che la selezione naturale è stata più indulgente con le mutazioni sesso-specifiche contenute in questi geni, soprattutto quelle legate al genere maschile, favorendone di fatto la diffusione. Di qui l’ipotesi che uomini e donne non abbiano seguito lo stesso cammino evolutivo, bensì due percorsi separati e interconnessi fra loro: l’evoluzione umana sarebbe dunque da rileggere come una co-evoluzione.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Il sacco di Roma.

800px-Landsknechte(Lanzichenecchi in una incisione del 1530)

Il 6 maggio 1527 avvenne il sacco di Roma da parte delle truppe dei lanzichenecchi, i soldati mercenari tedeschi arruolati nell’esercito dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo. Il tragico evento, caratterizzato dalla brutalità e dalla violenza incontrollata di questi mercenari, segnò un momento importante delle lunghe guerre per il predominio in Europa tra il Sacro Romano Impero e il Regno di Francia, alleato con lo Stato della Chiesa guidato dal Papa Clemente VII. Per contrastare l’egemonia di Carlo V, il re di Francia Francesco I diede vita a un’alleanza antispagnola, la Lega di Cognac (1526), cui aderì anche il papa Clemente VII, figlio naturale di Giuliano dei Medici, ucciso nella Congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita e in seguito protetto da Lorenzo il Magnifico, fratello di Giuliano. Clemente VII era, infatti, preoccupato che un impero troppo potente nella penisola avrebbe soffocato i territori della Chiesa.  Carlo V considerò il voltafaccia del papa, che era stato eletto con il suo sostegno, un tradimento e la terribile punizione non tardò ad arrivare. La devastazione e l’occupazione della città di Roma sembrarono confermare simbolicamente il declino dell’Italia, in balia degli eserciti stranieri, e l’umiliazione della Chiesa cattolica impegnata a contrastare anche il movimento della Riforma luterana sviluppatosi in Germania. I lanzichenecchi, noti per la loro ferocia verso i nemici di turno, portarono il caos nella città per diversi mesi, un evento mai accaduto dai tempi di Nerone. Nel 1527 in Italia erano presenti 12.000 lanzichenecchi che avrebbero dovuto annientare la Lega di Cognac, ma furono lasciati senza paga e senza cibo e così prima devastarono le campagne, poi marciarono su Roma. Bisogna tenere presente che in quegli anni i Tedeschi, di fede luterana, consideravano Roma la “città di Satana” e il covo di tutti i vizi; saccheggiarla ai loro occhi non appariva un sacrilegio, ma un atto della giustizia divina. Arrivati alle mura, i lanzichenecchi sbaragliarono i 3000 mercenari svizzeri che le difendevano e misero a ferro e fuoco l’intera città: i cittadini romani furono massacrati; principi, cardinali, mercanti furono torturati dai lanzichenecchi perché rivelassero dove avevano nascosto le proprie ricchezze; i preti furono messi alla gogna; le monache furono violentate così come le donne nelle loro case; le chiese vennero devastate e molte opere d’arte distrutte: «Sentivansi i gridi e urla miserabili delle donne romane e delle monache, condotte a torme da’ soldati per saziare la loro libidine […]. Udivansi per tutto infiniti lamenti di quegli che erano miserabilmente tormentati, parte per astrignerli a fare la taglia parte per manifestare le robe ascoste. Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de’ santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de’ loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiungendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi» (Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, Libro XVIII, cap. VIII, righi 74-82). Carlo V, che era un cattolico fervente, non fece nulla per far cessare il saccheggio. I lanzichenecchi restarono a Roma nove mesi, durante i quali il papa si salvò asserragliandosi nella fortezza di Castel Sant’Angelo con la sua corte di prelati, cardinali, burocrati, diplomatici, servi, artisti, scortato dalla Guardia Svizzera. Alla fine i lanzichenecchi si ritirarono solo perché la Chiesa, dopo dieci mesi di occupazione, pagò un altissimo riscatto in oro e preziosi e perché restare era diventato impossibile: la città era rimasta senza viveri, le strade erano piene di cadaveri insepolti, l’acqua mancava perché tutte le fontane erano state distrutte e le epidemie falciavano sia le vittime sia i loro carnefici. A partire dal sacco, inizierà una svolta per l’intero mondo cattolico. Le logiche di potere delle famiglie e i discutibili costumi che avevano dominato il papato avevano dato luogo alla critica luterana e alla nascita del Luteranesimo. Il sacco della cattolica Roma da parte di un astioso e sprezzante esercito protestante, appena dieci anni dopo la pubblicazione delle tesi di Lutero (1517), è uno degli eventi che obbligarono la Chiesa a reagire. Paolo III Farnese, successore di Clemente VII Medici, nel 1545 indisse il Concilio di Trento, che voluto da Carlo V d’Asburgo e avvenuto all’interno della Guerra della Lega di Cognac (1526-30), si inquadra come evento clamoroso all’interno di uno dei conflitti del XVI secolo che porteranno alla spartizione dell’Europa tra Asburgo e Francia, culminando poi, nel 1559, con la Pace di Cateau-Cambrésis. Tale pace definì gli equilibri europei per tutto il secolo successivo, ufficializzando la debolezza politica italiana e del papato, mentre riconosceva protagoniste della scena europea la Spagna e la Francia e sanciva l’inizio del predominio spagnolo in Italia. L’arte, che prima del sacco, aveva raggiunto elevati livelli di splendore e raffinatezza, dopo il concilio di Trento, fu caratterizzata da forme più didascaliche, proprie della Controriforma. Allo stesso Michelangelo Buonarroti, che nel 1508-1512 aveva dipinto la Volta della Cappella Sistina con raffigurazioni bibliche, Clemente VII nel 1534 commissionò l’ammonitorio Giudizio Universale, eseguito nel 1536-1541 sotto Paolo III. Il Sacco di Roma del 1527 ebbe, quindi, il valore di uno shock, fu vissuto come uno stupro e assunse una valenza epocale, tanto che Bertrand Russel e altri studiosi indicano il 6 maggio 1527 come la data simbolica in cui porre la fine del Rinascimento.

METEO

Roma (Italia, Europa) per lo più soleggiato +18. Livorno (Italia, Europa) idem. San Fernando (Provincia di Pampanga, Filippine, Asia) per lo più nuvoloso +29Meknes (Marocco, Africa) per lo più nuvoloso +28. Naperville (Illinois, Stati Uniti d’America) nuvoloso +7Alotau, (Papua Nuova Guinea, Oceania) parzialmente nuvoloso +23.


5 maggio   -241

La notizia del giorno.

Fiamme in un deposito di rifiuti a sud di Roma.

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Un’altissima colonna di fumo nero e denso in pochi minuti ha trasformato il paesaggio della frazione Cinque Poderi di Pomezia, comune a sud di Roma, rendendo buia la zona, mentre nelle campagne intorno splendeva il sole. Un odore acre e forte bruciava narici ed occhi. Infatti, intorno alle 8:00 è divampato un incendio nello stabilimento di stoccaggio e smaltimento di rifiuti industriali Eco X al km.33 della via Pontina Vecchia, accompagnato da un grande boato e da una serie di esplosioni. Con il passare delle ore ben 21 comuni sono stati coinvolti dalla nuvola nera: nel pomeriggio la sindaca Raggi ha invitato, su indicazione della Asl, a tenere le finestre chiuse di abitazioni, uffici ed ospedali. Per lo più sono coinvolti comuni dei Castelli romani, non la Capitale, né tantomeno la via Pontina, arteria che collega Roma al litorale del Circeo. Il sindaco di Pomezia Fabio Fucci (M5s) ha invitato gli abitanti a lavare accuratamente frutta e verdura, ha chiuso le scuole ed evacuato le abitazioni nel raggio di 100 metri dall’incendio. Il bar che si trova a poca distanza dallo stabilimento andato a fuoco ha apposto sulla serranda un piccolo cartello con su scritto: “bar chiuso causa nube tossica”. Non ci sono stati intossicati, ma il rischio adesso è il problema ambientale, soprattutto, perché intorno a Pomezia sono tantissimi i campi coltivati. La procura di Velletri ha aperto un’inchiesta sul rogo divampato nel deposito di plastica a Pomezia e procede per incendio colposo. Il procuratore Francesco Prete ha affidato gli accertamenti al sostituto Luigi Paoletti ed il primo atto è stato quello di affidare all’Arpa l’incarico di monitorare l’aria, il suolo, il sottosuolo oltre alle falde acquifere. Gli esiti di questi primi interventi sono previsti nel giro di un paio di giorni e lo stesso tempo sarà necessario per domare i focolai dell’incendio.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

“E sparve e i dì nell’ozio …”

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Il 5 maggio 1821, alle ore 17:49, nell’isola di Sant’Elena, dove era stato esiliato dopo la definitiva sconfitta di Waterloo, moriva Napoleone Bonaparte, imperatore dei Francesi e re d’Italia, genio militare senza pari e grande legislatore in un momento di trapasso da un’epoca storica a un’altra profondamente segnata dagli sconvolgimenti della Rivoluzione francese. Le sue ultime parole furono Francia, esercito – capo dell’esercito – Giuseppina. Riportiamo qui uno scritto facente parte degli di Studi Napoleonici volto a far luce sul tempo trascorso a Sant’Elena da Napoleone, sulla cui morte cominciarono subito a diffondersi ipotesi alternative, frutto, in generale, di teorie del complotto, che, pur accreditate, non smentiscono la veridicità della causa della morte per tumore allo stomaco: Sant’Elena, “fabbrica” della leggenda napoleonica. Durante il suo esilio a Sant’Elena, Napoleone Bonaparte consacrò tempo ed energie a controbattere e a confutare la “leggenda nera”, costruita ad arte dai suoi avversari. Questa “leggenda nera” presentava spesso numerose mistificazioni ed esagerazioni; lo scopo era denigrare l’Imperatore dei Francesi, ormai sconfitto ma comunque temuto, presentandolo come un tiranno privo di senno, avido di potere e assetato di sangue. A Sant’Elena Napoleone, condannato alla lontananza dalla scena politica europea, lottò per confutare quella rappresentazione e divenne così l’artefice della propria leggenda. Al suo seguito, nell’esilio, vi erano i generali Gourgaud, Bertrand, Montholon, il ciambellano Las Cases, i medici Warden, O’Meara, Antommarchi. Con costoro, ascoltatori compiacenti, egli iniziò l’opera di demolizione della “leggenda nera”, presentandosi come genuino erede dei valori del 1789, come strenuo difensore di un patriottismo altrimenti languente, infine come geniale statista. Una prima spassionata difesa dell’Imperatore venne data alle stampe nel 1817, a Londra e a Bruxelles: venne attribuita inizialmente a Napoleone stesso, ma in proposito non mancano numerosi dubbi. D’altronde, secondo il cameriere Marchand, fu proprio Bonaparte a notare come, in quell’opera, generalmente apprezzabile, vi fosse una notevole confusione di date. È stato persino ipotizzato che autore di quel testo, intitolato Manoscritto di Sant’Elena, fosse il maresciallo Marmont. Comunque il Manoscritto andò presto a ruba, dimostrando quanto vivo fosse l’interesse, quanto forte fosse la curiosità nei confronti di Napoleone; con ciò iniziò un vero e proprio profluvio di pubblicazioni sull’argomento. Uno dei medici, William Warden, pubblicò le Lettere di Sant’Elena dove descrisse le proprie conversazioni avute con Napoleone; alle numerose inesattezze contenute in questo testo rispose Napoleone in persona, con delle lettere anonime, intitolate Lettere dal Capo di Buona Speranza, confutazione al dottor Warden. Possiamo dire che queste costituiscano una sorta di “assaggio” della leggenda che Bonaparte andava tessendo e che si sarebbe, nei successivi anni, consolidata. Seguirono poi un’opera, uscita nel 1821 a firma M.C., e intitolata Napoleone, nascita, educazione, carriera militare, governo, caduta, esilio e morte; quasi contemporaneamente, nel 1822, vedevano la luce le memorie del dottor Barry Edward O’Meara intitolate Napoleone in esilio, una voce da Sant’Elena. Questi, accusato di aver simpatizzato col prigioniero, era stato richiamato in patria nel 1818. E infine citiamo la fatica di Emmanuel de Las Cases, opera destinata ad avere uno strepitoso successo: il Memoriale di Sant’Elena, che fu scritto raccogliendo e trascrivendo le parole di Napoleone. Possiamo dire che in questo testo è contenuta l’eredità napoleonica, cioè il messaggio che l’Imperatore dei francesi voleva lasciare al mondo e alla posterità. Ma l’interesse di quest’opera, forse, risiede nella una molteplicità di aneddoti che fornisce sulla vita quotidiana di Bonaparte, racconti che permettono di entrare nella vita privata dell’uomo che aveva terrorizzato l’Europa intera. Tradotto in sette lingue, il Memoriale diede la notorietà a Las Cases. Come ha scritto lo storico Jacques Godechot, questo fu il primo dei «Vangeli di Sant’Elena»: molti altri ne seguirono. Dal Memoriale di Sant’Elena nella pagina di apertura il ritratto politico di Napoleone dettato da lui, Sant’Elena 1° maggio 1816:

“In pochissime parole, questa è la mia storia … Invano, gli storici inglesi taglieranno, sopprimeranno, mutileranno, sarà per loro molto difficile farmi scomparire totalmente. E uno storico francese dovrà pure occuparsi dell’Impero! Dovrà pure, se avrà un po’ di coraggio, restituirmi qualcosa, darmi la mia parte! Il suo compito sarà facile, poichè i fatti parlano, poichè i fatti brillano come il sole. Io richiusi l’abisso anarchico, e districai il caos: ripulii la Rivoluzione nobilitai i popoli e consolidai i re. Eccitai tutte le emulazioni, premiai tutti i meriti, ed allargai i limiti della gloria. Tutto questo, è pure qualcosa! E poi, per quali fatti mi si potrebbe accusare, senza che uno storico potesse difendermi? Forse per le mie intenzioni? Ma non mancano ragioni per assolvermi. Forse per il mio dispotismo? Ma si potrà sempre dimostrare che la dittatura era assolutamente necessaria. Si dirà che ridussi la libertà? Ma uno storico potrà dimostrare che la licenza, l’anarchia, i grandi disordini erano ancora alle porte. Sarò accusato di aver troppo amato la guerra? Ma lo storico spiegherà ch’essa fu soltanto opera fortuita delle circostanze, e che furono i nostri nemici che ad essa condussero gradatamente. Mi si rimprovererà, infine, la mia ambizione? Ah, certo, lo storico me ne troverà molta; ma della più grande e della più alta che, forse, sia mai esistita: quella di stabilire, di consacrare finalmente l’impero della ragione, ed il completo esercizio, l’intero godimento delle facoltà umana. E qui lo storico si troverà forse ridotto a dover rimpiangere che una simile ambizione non sia stata compiuta, soddisfatta! … In pochissime parole … questa è la mia storia!”

“Tutti nascono anonimi come me, in una anonima Ajaccio, in un’anonima isola, in un anonimo 15 agosto, di un anonimo 1769, da due anonimi Carlo e Letizia Ramolino; solo dopo diventano qualcuno; e se prima di ogni altra cosa sono capaci di non deludere se stessi, anche la volontà divina si manifesta sull’uomo …” Come scrive Alessandro Manzoni nella famosa ode a lui dedicata: “Fu vera gloria? Ai posteri/l’ardua sentenza …”

METEO

Roma (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +18. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +17. Masdar (Abu Dhabi – Emirati Arabi Uniti, Asia) Sereno con nuvolosità sparsa +32. Merca (Somalia, Africa) per lo più nuvoloso +28. Pasto (Dipartimento di Nariño, Colombia, Sud America) per lo più nuvoloso +16Strahan (Tasmania, Australia) nuvoloso +12.


4 maggio   -242

La notizia del giorno.

L’ultimo scatto prima di morire.

U.S Army combat camera photographer Spc. Hilda Clayton took this photo July 2, 2013 that was released by the U.S. Army, that shows an Afghan soldier engulfed in flame as a mortar tube explodes during an Afghan National Army live-fire training exercise in Laghman Province, Afghanistan. The accident killed Clayton and four Afghan National Army soldiers. (Spc. Hilda Clayton/U.S. Army via AP)(Spc. Hilda Clayton/U.S. Army via AP)

Hilda Clayton ha perso la vita nel luglio 2013 in Afghanistan, dove seguiva la brigata americana, realizzando il suo sogno di diventare una fotografa di guerra. Quel drammatico giorno sono morti in cinque: insieme a Hilda e al suo collega hanno perso la vita tre soldati americani. L’esercito statunitense ha pubblicato l’ultima foto scattata dalla soldatessa fotografa americana di 22 anni, prima di essere uccisa insieme ad altri 4 militari dell’esercito afghano, dall’esplosione accidentale di un mortaio durante un’esercitazione in Afghanistan. L’incidente risale al 2 luglio del 2013, nella provincia di Laghman, ma le foto sono state pubblicate soltanto adesso, con il consenso della famiglia della soldatessa, dalla rivista Military Review, che ha scritto: “La morte di Clayton simboleggia come anche le donne in zone di guerra siano esposte a situazioni di pericolo come gli uomini”. La sua compagnia, la Forty Meade di Maryland, conosciuta con la sigla “Combat Camera” (persone addestrate a scattare foto e video in qualsiasi ambiente per documentare le operazioni di combattimento), le ha dedicato il Best Combat Camera, premio annuale per la migliore fotografia di combattimento.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Il Grande Torino.

“Quei meravigliosi ragazzi non sono più con noi. E l’acerbo rimpianto non ha fine”. Gianni Brera.

Il 4 maggio 1949 il Torino è la più forte squadra d’Europa, la bandiera del calcio italiano. Bacicalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti II, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola erano i campioni più amati dall’Italia sportiva. Il Grande Torino, soprannominato così perché dal 1942 al 1949 vince 5 scudetti consecutivi e la coppa Italia: una delle formazioni più forti del mondo. I giocatori sono la colonna portante anche della Nazionale italiana. Una gloria nazionale di un Paese che non ha glorie, in un’Italia ancora contadina, pre-industriale, tesa a ritrovare la forza di rialzare la testa dopo i drammi della guerra. Così si esprimeva sull’argomento Giorgio Bocca: “Il Grande Torino non era solo una squadra di calcio, era la voglia di vivere, di sentirsi di nuovo cittadini di una città viva e concorde, che però ci prendeva alla gola quando passavamo davanti alle macerie di piazza San Carlo”. Poi un urto nella nebbia e il Grande Torino non c’è più. Da un articolo di Marco Filacchione tratto da “Storie di Calcio”, storiedicalcio.altervista.org la cronaca della tragedia di Superga, una sciagura che cambiò il calcio e gettò nel lutto un intero Paese. Ancora oggi, dopo 68 anni, è ancora viva nella memoria collettiva come un’immane perdita per tutti anche perché, oggi, il calcio è un’altra cosa: “Sono le diciassette di una brutta giornata d’inizio maggio. Torino, così come buona parte dell’Italia del Nord, è avvolta in una straordinaria cappa di maltempo. Il muratore Amilcare Rocco, che abita a un tiro di schioppo dalla cima di Superga, sente un rombo divenire via via sempre più forte fino a farsi assordante. Il fragore che gli passa in un lampo sopra la testa si trasforma subito dopo in un tonfo sinistro. L’uomo esce di casa, solcando la cortina di nebbia. Sulla strada incrocia alcuni contadini della zona, tutti usciti per lo stesso motivo. Correndo sgomenti verso la basilica che domina il colle, gli uomini scorgono sempre più nitido il profilo scomposto di una carlinga, sormontata da una colonna di fumo nero. Il cappellano, don Tancredi Ricca, è già lì che si aggira tra miseri resti di corpi umani, sparsi tra lamiere arroventate e focolai di incendio. Capisce ben presto che per quelle povere anime non si può che pregare. Il giardino che sorge ai piedi della basilica è delimitato da un poderoso bastione: proprio contro di esso si era schiantato l’aereo, un Fiat G 212, provocando un foro circolare di quattro metri di diametro e proiettandosi poi sulla spianata. Nel frattempo, poco distante, al campo dell’Aeritalia, ci si comincia a preoccupare: perché ancora non si sente il rumore del G 212? E perché dalla radio del velivolo nessuno risponde più? L’ultimo contatto è avvenuto qualche minuto prima: «Visibilità zero – aveva scandito in Morse il radiotelegrafista del campo – se volete atterrare dovete volare alla cieca». In quel momento l’aereo era già in vista di Torino. In vista si fa per dire, perché in realtà viaggiava sballottato fra nubi nerissime e raffiche di vento. Ma dopo qualche attimo di silenzio, la risposta proveniente dall’aria aveva sciolto ogni dubbio sulle intenzioni del comandante: «Quota duemila, tagliamo su Superga». Il volo sopra il colle era un fatto abituale per chi si preparava all’atterraggio. Erano le 16,58: di lì a poco si sarebbe compreso il tragico errore, causato forse da un guasto delle apparecchiature di bordo: credendosi a duemila metri di altezza, il pilota viaggiava invece a poco più di duecento. Non stava sorvolando la collina di Superga, stava per colpirla in pieno.

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Contrariamente agli addetti dell’Aeritalia, i clienti del ristorante di Superga hanno invece già percepito i contorni del dramma. Anche loro hanno sentito il rombo e il tonfo, e dopo pochissimo un uomo proveniente in automobile dal luogo della sciagura li ha messi al corrente dell’accaduto. Una decina di minuti dopo le diciassette la notizia corre via telefono dal ristorante a Torino, da dove partono tredici ambulanze, vigili del fuoco e polizia. Sul colle, attorno alle salme, si continua a rovistare. Alcuni dei corpi sono quasi completamente svestiti per l’urto. Alcuni non hanno più volto. Valigie e pacchi regalo sono sparsi d’intorno. A un tratto qualcuno scorge due maglie di colore granata con lo scudetto tricolore e la verità passa davanti alle menti in un baleno: «È il Torino! È l’aereo del Torino che tornava da Lisbona!». La stessa verità che viene urlata di lì a poco in tutta Italia. E da tutta Italia risponde un mare di telefonate a giornali, vigili del fuoco, Aeronautica: «Ma è proprio vero? Sono loro? Sono morti proprio tutti?». I quotidiani della sera, usciti poco dopo in edizione straordinaria, vengono letteralmente strappati di mano agli strilloni.

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Già: al cospetto della Basilica di Superga, quella sera del 4 maggio 1949, si era immolata una squadra leggendaria, capace di dominare il calcio italiano come mai più sarebbe accaduto. Una squadra e una società assurti a modello assoluto e intoccabile. E proprio il grande prestigio internazionale sarebbe stato indiretto motivo della rovina. La scintilla era scoccata nel febbraio precedente, quando l’Italia marcata Torino vinse facile, 4 a 1, con il Portogallo. Era quella la prima esperienza del dopo-Pozzo: il ciclo del vecchio alpino, straordinario artefice dei massimi successi, era giunto al tramonto. La Nazionale era stata affidata a una commissione tecnica federale presieduta da Ferruccio Novo, vale a dire il presidente del Torino. Proprio in quell’occasione, il capitano del Portogallo, Ferreira, in cerca di un grande partner per la sua partita d’addio, convinse Valentino Mazzola a portare il Torino a Lisbona, per giocare contro il suo Benfica nel maggio successivo. Novo si era subito mostrato in disaccordo con la promessa fatta dal suo capitano. La trasferta lusitana si incrociava infatti con il finale di campionato e, anche se il Toro era in testa per l’ennesimo anno, gli avversari incalzavano e le distrazioni potevano risultare pericolose. «Va bene – aveva detto Mazzola – facciamo così: se a San Siro contro l’Inter non perderemo, andremo in Portogallo». Novo aveva accettato: del resto non perdere a Milano avrebbe significato scudetto pressoché sicuro, con i nerazzurri tenuti a cinque punti con sole quattro partite da giocare. Non erano più di primo pelo le colonne storiche di quella macchina micidiale. Mazzola, Loik, Menti e Grezar avevano toccato la sponda dei trent’anni, Gabetto era già sui trentatré. Gli altri erano più giovani ma sulle loro spalle pesavano quattro campionati consecutivi a far da lepri irraggiungibili. Sicché la minaccia di quell’Inter, che dopo la guerra aveva smesso di chiamarsi “autarchicamente” Ambrosiana per riappropriarsi del suo vecchio nome, era parsa quanto mai fondata. San Siro traboccava per la partita più importante del campionato. Finalmente c’era la possibilità di mettere paura a quegli undici marziani, che l’anno prima avevano vinto il campionato con sedici punti di vantaggio sulla seconda. L’Inter calava il suo tris d’attacco, formato da Nyers, Amadei e Lorenzi (in tre andarono a segno quell’anno 65 volte). Una trazione anteriore formidabile. Il Toro doveva lasciare in tribuna un febbricitante Mazzola e non era certo una prospettiva gradevole fare a meno del superuomo, dell’atleta capace di dispensare saggezza, potenza e meraviglie tecniche in ogni parte del campo. Ma alla fine, la missione fu compiuta: 0 a 0, con qualche patema. La strada era ormai in discesa fino alla fine. «Nell’ora del pericolo – scrisse quel giorno il direttore di Tuttosport, Renato Casalbore – la squadra granata ha svelato una potente freschezza atletica e anche questi sono segni della classe di una squadra; voglio dire: saper essere tempestivamente al momento giusto, sempre aderenti alla situazione. Ed era una situazione difficile per il Torino. Domani i campioni partono per Lisbona». Partono, annotò Casalbore. In realtà avrebbe dovuto scrivere “partiamo”, perché sull’aereo dei granata, il 2 maggio, stava per imbarcarsi anche lui. Intorno a quell’aereo, a dire il vero, si svolse una singolare danza di appuntamenti mancati o centrati in extremis: il giovane granata Giuliano, per esempio, che già da un po’ bazzicava la comitiva dei “grandi”, fu bloccato da problemi di passaporto e lasciò il posto proprio a Casalbore. A terra rimase anche Gandolfi, il portiere di riserva che presentatosi all’aeroporto scoprì con dispetto che al suo posto era stato convocato Dino Ballarin, fratello minore di Aldo. Così come restarono in Italia Nicolò Carosio e Ferruccio Novo: la “voce” del calcio italiano era inizialmente della partita, ma la prima Comunione del figlio lo convinse a rinunciare in favore di Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo. Novo, invece, era a letto malato. E infine, non partì uno dei rincalzi, Sauro Toma: qualche giorno prima, vittima di una distorsione, si era fatto visitare insieme con Maroso. Per Lisbona il medico bloccò Toma e diede via libera a Maroso. Peraltro, il fine terzino sinistro, che ad appena 24 anni aveva già le stimmate del fuoriclasse, sarebbe partito solo per ingrossare la schiera dei rincalzi. Neanche Mazzola era ancora del tutto guarito dalla sua influenza, ma come poteva rinunciare a quella trasferta che proprio lui aveva organizzato? Invano un altro grande giornalista e disegnatore di Tuttosport, Carlin Bergoglio, aveva cercato di persuaderlo: «Non andare, sei ancora malato». «I campioni e lo sport vanno onorati degnamente», sosteneva capitan Valentino. La partita non aveva tradito le attese del pubblico. Del resto, se il Torino era un punto di riferimento internazionale, anche il prestigio del Benfica era molto alto. I granata avevano perduto di misura, anche perché la fatica di San Siro non poteva essere svanita in tre giorni, ma lo spettacolo offerto sul campo era stato divertente e di buon livello. Il giorno dopo, sulla Stampa Sera, Luigi Cavallero, che con Casalbore e Tosatti componeva il terzetto di giornalisti al seguito del Toro, aveva scritto: «Stamane i granata si sono alzati presto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore l’aereo, che ha trasportato a Lisbona dirigenti, giocatori e giornalisti, spiccherà il volo per atterrare all’Aeronautica di Torino, tempo permettendo, verso le 17. Che le nubi ed i venti ci siano propizi e non facciano troppo ballare …».

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La mattina del 4 erano infatti giunte dall’Italia notizie poco rassicuranti. Pioveva a catini, il Po era gonfio come mai negli ultimi 50 anni e tracimava rovinosamente sulla piana. In migliaia abbandonavano le loro case. Il Fiat G 212, velivolo ad elica fabbricato solo due anni prima, era decollato in direzione Milano Malpensa, dove i giocatori avrebbero trovato il celebre “Conte Rosso”, il pullman che sempre li accompagnava in trasferta. A Barcellona, dove aveva fatto scalo per il rifornimento, il comandante Meroni era stato avvertito delle critiche condizioni meteorologiche di Torino. Eppure, chissà perché, aveva deciso di ignorare il previsto arrivo a Milano per atterrare proprio nel capoluogo piemontese. Su questa decisione fioriranno poi sospetti romanzeschi. Nell’aeroporto catalano i granata avevano incrociato i giocatori del Milan, diretti a Madrid per affrontare il Real: «Loro erano stravolti – ricorderà il milanista Carapellese – avevano già avuto un brutto trasferimento da Lisbona a Barcellona. Parlammo di cose comuni, della loro partita con il Benfica, della nostra con il Real Madrid, della rabbia che certamente gli spagnoli avrebbero avuto per vendicare il 3-1 che l’Italia aveva inflitto proprio a Madrid alla Spagna qualche tempo prima. Parlammo pochi minuti poi ciascuno si diresse verso il proprio aereo». A Montecitorio, la notizia della sciagura arriva mentre è in atto una discussione animata. Immediatamente i lavori vengono sospesi in segno di lutto. Il presidente del Consiglio De Gasperi è in Sardegna. Al posto suo, per Torino parte il sottosegretario Andreotti. Intanto, la strada per Superga è ormai preda di un gigantesco ingorgo: centinaia di automobili, migliaia di ciclisti, gente che a piedi sfida la pioggia. Tutti vogliono constatare di persona, ma tutti, compresi i familiari delle vittime, vengono bloccati ai cancelli della Basilica. I vigili del fuoco hanno ormai spento gli ultimi, flebili focolai. È arrivato anche Vittorio Pozzo. Antica anima granata, conosce e ama quella squadra che anche lui ha contribuito a formare e che ha trasferito in azzurro quasi in blocco nell’ultima parte della sua epopea azzurra. Dal Torino il vecchio maestro si è distaccato a causa di un dissidio personale con Novo, proprio l’uomo che lo ha sostituito alla guida della Nazionale. Ma i ragazzi no, non c’entrano, per lui sono come figli. Pozzo avanza con passo eretto fra i rottami, incrociando gente che corre, che grida, che piange. «Su un lato del terrazzo – ricorderà dieci anni dopo – spazzando i rottami, qualcuno aveva già disposto quattro o cinque cadaveri. Erano i corpi, non martoriati, di Loik, di Ballarin, di Castigliano … Li riconobbi, e li nominai, sentendo uno dei presenti che aveva dato un’indicazione errata. Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli abiti, dalle cravatte, da tutto. Fu allora che mi accorsi di un maresciallo dei carabinieri, che mi seguiva e prendeva nota di quanto dicevo. “Nessuno meglio di lei …”, sussurrò, mettendosi sull’attenti. Fu allora, mentre rovistavo fra i resti di un po’ di tutto che giacevano al suolo, che un uomo più alto di me ed avvolto in un impermeabile, mi mise una mano sulla spalla e mi disse in inglese: ‘Your boys”, i suoi ragazzi. Era John Hansen della Juventus, accorso fin lassù. Non so se piangessi, in quel momento. Dopo sì». Pioggia, nebbia e vento, compagni maledetti di quella giornata, non danno tregua: i morti vengono via via raggruppati sul piccolo piazzale dietro la canonica e coperti da un grande telone impermeabile. Quattro di essi sono stati scagliati molto lontano dal luogo dell’impatto. Ai piedi di Renato Tosatti viene trovata una foto del Torino edizione ’46-47. È appena bruciacchiata ai margini, solo il viso di Castigliano è stato mangiato. Dopo tre ore l’opera di ricomposizione è compiuta: si decide di trasferire il riconoscimento ufficiale al cimitero di Torino, dove il tragico corteo arriva alle 21. È ancora Pozzo, assieme ad altre due persone e a due medici, a farsi carico del triste compito. L’ex commissario azzurro ha un paio di cedimenti, ma procede nell’identificazione. In molti casi si deve riconoscere la salma da un anello, da un documento, da qualche oggetto personale. Martelli e Maroso, riconosciuti solo per eliminazione, mettono a dura prova l’animo e la scorza di Pozzo. Quella sera, in una casa di Torino, il piccolo Sandro nota uno strano via vai di gente. In quella casa vive con una donna che non è sua madre, mentre sua madre è a Cassano d’Adda con il fratellino Ferruccio. A Sandrino nessuno dice quella sera che suo padre, il grande, generoso, infedele Mazzola, non tornerà mai più. Il figlio di Ossola, invece, non può avere di questi problemi, visto che è stato appena concepito. E pensare che suo padre, appresa la lieta novella, era così eccitato che per farlo partire per Lisbona avevano dovuto faticare. A poche ore dall’incidente, l’Italia è già in lutto: il Grande Torino era da tempo al di sopra del tifo di parte e delle beghe di campanile. Era l’orgoglio di tutti; un simbolo della rinascita italiana dopo le piaghe di guerra; un inno alla gioventù, alla forza, alla lealtà. In un attimo era finito tutto, per un guasto, un errore o chissà che altro. L’aereo sembrava ora un’invenzione perversa: Carapellese e Lorenzi, compagni in azzurro dei granata, non vorranno più salirci, per tutta la vita. Boniperti ricorderà le parole che un giorno gli disse Loik, durante una trasferta della Nazionale: «Questa – e si riferiva all’aereo – sarà la nostra bara». Il trauma sarà così forte che un anno più tardi l’Italia partirà per i mondiali brasiliani in nave anziché in aereo. Risultato: durante il viaggio tutti i palloni d’allenamento finiranno in mare e tutti gli atleti arriveranno sballottati e fuori forma.

image007(L’ultima partita del Toro a Lisbona, scambio di gagliardetti tra Mazzola e Ferreira)

Già, i mondiali: sarebbe stata forse quella la consacrazione del Grande Torino, chiamato a difendere in azzurro il titolo conquistato da Meazza e compagni nell’ormai lontana ultima edizione del 1938. Giocatori che in tempi normali avrebbero partecipato a due o tre edizioni del torneo più prestigioso, non fecero in tempo a viverne una. Prima la guerra, poi la morte. Proprio in Brasile, nel 1947, i granata in tournée avevano lasciato negli occhi della “torcida” riflessi entusiasmanti. Tanto che anni dopo il giovane talento Altafini venne soprannominato “Mazzola”. Anche in occasione della trasferta brasiliana, peraltro, l’aereo che portava il Torino a Rio volteggiò pericolosamente per tre ore su un cielo in burrasca alla ricerca dell’atterraggio. Il giorno del funerale, Torino è una città distrutta: al passaggio delle salme in molti si inginocchiano singhiozzando, come se in quelle bare ognuno avesse lasciato un pezzo della propria giovinezza. Carlin, su Tuttosport, riferisce il toccante discorso del presidente federale Barassi: «Egli aveva parlato agli atleti racchiusi tutt’intorno (sorridevano i loro ritratti sulle bare) come se sentissero, e ci era parso veramente che sentissero. Aveva assegnato ad essi, ufficialmente, il quinto scudetto consecutivo, li aveva premiati simbolicamente per nome, uno per uno, chiamando anche i giornalisti, i dirigenti, gli uomini dell’equipaggio, infine aveva ancora chiamato Mazzola: “La vedi questa bella Coppa? (e disegnava con le braccia aperte una gran coppa nell’aria). La vedi com’è bella? È per te, è per voi. È molto grande, è più grande di questa stanza, è grande come il mondo: e dentro ci sono i nostri cuori». Una vicino all’altra, le bare di Bacigalupo, Martelli e Rigamonti, quelli del “trio Nizza”, com’erano chiamati dalla via in cui abitavano. «Noi tre dobbiamo morire insieme – diceva Rigamonti – perché siamo troppo amici; e tu Martelli, che sei piccolo, ti porteremo in tasca dal Signore Iddio». «Siamo vecchi torinesi – annota ancora Carlin – ma non ricordiamo di aver mai visto nulla di simile, una unanimità così commossa, una vibrazione così profonda». Salutato il Grande Torino, il calcio italiano non ritroverà più per anni un modello di squadra così compatta e vincente. Anzi, di lì in poi salirà alla ribalta un ben diverso stereotipo di calciatore italico: il bambino viziato, superpagato, isterico, individualista, refrattario al sacrificio. La gente conserverà la passione per il calcio, ma perderà in buona misura la stima del calciatore. La Nazionale, infarcita di oriundi poco interessati alla causa, passerà da una delusione all’altra. Ci vorrà l’Inter di Moratti ed Herrera per riportare il nostro calcio alla gloria. E nella notte di Vienna, 27 maggio 1964, i nerazzurri vinceranno la loro prima Coppa dei Campioni ai danni del leggendario Real Madrid con due reti di Sandro Mazzola.

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Al termine della gara, un ormai invecchiato Puskas, che da ragazzino, in un’Italia-Ungheria del 1947, aveva incrociato la sua rotta con gli uomini del Grande Torino, si sfilerà la maglia a la donerà a Sandrino: «Ho conosciuto tuo padre – gli dirà – e oggi ho capito che tu sei degno di lui». La sciagura di Superga, nell’immaginazione popolare, rese eroi immortali i componenti di quella squadra. Si seppe poi che Novo, notando degli scricchiolii nella macchina perfetta che aveva costruito, aveva in mente dei ritocchi sostanziali. Esistevano già trattative per il milanista Annovazzi e per uno scambio fra Castigliano e il centrocampista dell’Inter Campatelli. Inoltre, si ipotizzava un futuro rimpiazzo di Loik, apparso fra i più logori, e dell’anziano Gabetto. Ma chissà con quale rammarico il presidentissimo si sarebbe separato dai suoi ragazzi. Raccontano che da quando il fato glieli strappò d’un colpo, Novo si perse nel dolore. Aveva azzeccato tutto prima, sbagliò tutto dopo. Come se ai piedi della Basilica fosse rimasta anche la sua anima …

Mary Titton

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METEO

Roma (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +20. Livorno (Italia, Europa) per lo più soleggiato +20. Thakhek (Laos, Asia) nuvoloso +27. Paarl (Sudafrica) lievi rovesci di pioggia +19Sparks (Nevada, Stati Uniti d’America) parzialmente nuvoloso +18. Paea (Polinesia Francese, Oceania) sereno con nuvolosità sparsa +24.

Auguri Aura!


3 maggio   -243

La notizia del giorno.

Sospetti su alcune ong e ombra della mafia sul denaro per l’accoglienza dei migranti.

Migranti(Immagine da Civiltà del Mare. La grande Storia della Marineria Italiana. Progetto Editoriale)

Il pm Carmelo Zuccaro, in audizione davanti alla Commissione Difesa del Senato, dopo che nei giorni scorsi aveva rilasciato dichiarazioni alla stampa che non avevano mancato di scatenare reazioni, poiché sosteneva l’esistenza di sospetti contatti tra i trafficanti di uomini e alcune persone legate alle Ong, ha confermato punto per punto quanto detto in precedenza: “Contatti radio” e “comunicazioni” tra trafficanti e appartenenti ad alcune ong sono “dati che vengono da Frontex e dalla Marina militare, in particolare i dispositivi impegnati nella missione Eunavformed … ci risulta anche da internet, perché in rete ci sono i dati della posizione delle ong. Il focus della nostra azione non sono le ong bensì i trafficanti”. Ha poi citato Save the Children e Medici senza frontiere tra quelle ong che “hanno dimostrato in maniera inequivocabile che operano per solidarietà”, ma ha pure precisato che nelle ong ci sono persone che hanno “profili di dubbia rilevanza, non collimanti con quelli dei filantropi”, cosa che “giustifica indagini in tal senso.” Poi avanza una serie di proposte volte a mettere gli inquirenti in grado di fare il loro lavoro in modo efficace: “Siamo in una fase in cui non riusciamo più a svolgere l’attività investigativa: non riusciamo a intercettare i facilitatori e ad intercettare i satellitari e ad avere quegli elementi probatori necessari. Chiedo di essere messo nelle condizioni di poter indagare su queste organizzazioni di trafficanti, è uno sforzo che vale la pena. Sono forti e in grado di impedire la formazione di un governo ufficiale nello Stato libico.” Il procuratore di Catania ritiene che, a fronte dell’evolversi delle nuove modalità adottate dai trafficanti, gli investigatori non siano più in grado di effettuare indagini ad ampio respiro sulle organizzazioni di trafficanti, “anche a tutela degli stessi migranti”. Per questo chiede al governo alcuni nuovi strumenti di indagine: intercettazioni, innanzitutto, delle chiamate di soccorso, ma anche delle conversazioni telefoniche e telematiche di tutte le unità navali che si trovano nelle vicinanze di un evento di ricerca e soccorso, comprese le navi umanitarie. Il magistrato chiede anche la presenza di polizia giudiziaria a bordo delle navi delle ong e l’obbligo per le stesse di battere bandiera del paese in cui ha sede la ong. Zuccaro insiste inoltre sulla necessità di indagini sull’origine delle capacità finanziaria delle ong. Il procuratore ha pure segnalato che “le organizzazioni mafiose appetiscono alle ingenti quantità di denaro che vengono erogate per l’accoglienza dei migranti in Italia.”

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

James Brown (Barnwell, 3 maggio 1933 – Atlanta, 25 dicembre 2006).

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Nel 2003, durante la cerimonia di premiazione dei BET Awards, Michael Jackson ebbe l’occasione di consegnare a James Brown il prestigioso BET Lifetime Archievement Award, un riconoscimento speciale destinato alle personalità che hanno cambiato il modo di concepire la musica. Durante la consegna del premio, Jackson disse: “Chi è il genio? Un genio è colui che dà l’ispirazione, l’uomo che cambia. Non potevo rifiutarmi di consegnare questo premio stasera perché nessuno mi ha influenzato più di quest’uomo. Fin da quando ero un bambino di sei anni, lui era l’intrattenitore più grande di tutti! E lo è ancora oggi! Perciò, sono profondamente onorato di consegnare a James Brown questo BET Lifetime Achievement Award, nessuno lo merita più di quest’uomo”. James Brown era veramente un genio, una delle figure più importanti ed influenti della musica del XX secolo. Oltre ad essere stato un pioniere nell’evoluzione della musica gospel e rhythm and blues, del soul, del funk, del rap e della disco music rivoluzionò i classici assetti melodici, spostando per la prima volta l’accento ritmico sulla prima e sulla terza misura della battuta, anziché, come era tipico, sulla seconda e sulla quarta. Ma quello che colpiva era la sua esplosiva presenza scenica: le sue esibizioni dal vivo provocavano uno scombussolamento del sangue, erano travolgenti, sul palco, Brown sprigionava una prorompente energia, una forza fisica insolita che si esprimeva con spaccate spettacolari, salti ad effetto, era un ballerino bravissimo e sorprendeva il pubblico coi suoi passi vibranti, originali, innovativi, uno dei suoi segni distintivi; maestro nel moonwalk (ereditato, in seguito, da molti artisti ed eseguito in modo magistrale da Michael Jackson) James Brown, sul palco consegnava tutto se stesso, fino all’ultima goccia del suo essere. Lo si può vedere oggi nei video dei suoi spettacoli più famosi, ma quella corrente eccitante e le trovate geniali, come quella di crollare sulle ginocchia a sottolineare l’intensità della performance, attraverso un mezzo virtuale, certo perdono di efficacia. Mick Jagger, lo dice sempre: “mi ha insegnato a stare sul palco.” Nel 2014 il cantante dei Rolling Stone gli ha dedicato un film “Get on Up” prodotto insieme ad altri e diretto da Tate Taylor. La pellicola ripercorre la vita dell’artista, a partire dalla povera infanzia fino alla consacrazione mondiale. Come tutte le grandi storie di artisti, James non è nato da una famiglia ricca, ma al contrario è cresciuto in una baracca nel South Carolina. La sua non è stata un’infanzia felice: lavorò fin da bambino come lustrascarpe, nei campi di cotone e raccogliendo le mance dei soldati neri di stanza in città. Dopo che la madre lo abbandonò, il padre, incapace di crescerlo, lo diede in affidamento alla zia che gestiva un bordello e per il quale, il bambino non ancora decenne, fu incaricato di procurare i clienti. Probabilmente fu in questo periodo che Brown forgiò il carattere; vide intorno a sé un mondo fatto di difficoltà e durezza e dovette imparare a cavarsela da solo e a sopravvivere. Doveva lottare ogni giorno e nessuno lo avrebbe fatto per lui. Cominciò ad esibirsi in qualche piccolo locale della zona, ma allo stesso tempo commettendo piccoli reati. A 16 anni fu arrestato per rapina a mano armata e fu recluso in riformatorio con una condanna da scontare di 12 anni. Fortunatamente ne fece solo tre grazie all’intervento della famiglia di B. Byrd (per molto tempo seconda voce del futuro Padrino del Soul, sia sul palco che in studio) che gli fece ottenere il rilascio sulla parola a condizione che non tornasse ad Augusta o nella contea di Richmond. Fece qualche passo nello sport, in particolare nel pugilato e nel baseball, ma dovette ritirarsi dall’agonismo a causa di un incidente ad una gamba. Si dedicò allora a tempo pieno alla musica, in particolare, si appassionò al gospel, che ascoltava in chiesa fin da piccolo, allo swing, al jazz ed al rhythm & blues. Esordì alla fine degli anni quaranta nel quartetto vocale dei Gospel Starlighters destreggiandosi anche alla batteria, all’organo e al pianoforte. Nel libro “I giorni del Rock” di Ernesto Assante, Ed. White Star, l’evento del 24 ottobre 1962 che consacrò definitivamente Brown come artista geniale ci fa calare, con particolare suggestione, nell’atmosfera di quel momento storico per la musica e mette in evidenza la forte e carismatica personalità dell’“Universal James”: “James Brown aveva imboccato la via verso il successo alla fine degli anni ’50, sull’onda del rock’n’roll, che aveva aperto nuove opportunità per i musicisti di colore, ma le cose non erano facili: scavalcare lo steccato, fare il crossover, uscire dal mercato della black music per entrare nell’universo del pop statunitense bianco era complicatissimo. Brown, però, sapeva di avere i numeri per farlo, sapeva che la sua miscela di r’n’b, soul e gospel aveva tutte le carte in regola per piacere al pubblico dei ragazzi, a quella gioventù che si stava mettendo in movimento e che aveva bisogno del suo ritmo. Brown sapeva come conquistare quel pubblico perché, negli anni, aveva messo a punto uno show assolutamente esplosivo, imbattibile, costruito con meticolosa attenzione, sera dopo sera, in una interminabile serie di concerti in ogni angolo d’America. Non a caso si era guadagnato l’appellativo di “The Hardest Working Man In Show Business”. Fu però il 24 ottobre del 1962 che Brown salì in scena all’Apollo Theater, nel cuore di Harlem, per cambiare le sorti della propria carriera e quella della popular music, con una performance assolutamente  travolgente, che l’avrebbe spinto là dove nessun artista di colore era mai arrivato. La fama nel mondo del r’n’b l’aveva già raggiunta, era popolarissimo, amato e osannato dalle platee nei suoi concerti, aveva scalato le classifiche black con “Please, Please, Please”, ma questa fama non aveva trovato corrispondenza nel mercato discografico bianco, che non era ancora riuscito a conquistare davvero. Perché nessun disco riusciva, in nessun modo a catturare la forza, l’energia, il travolgente entusiasmo dei suoi spettacoli dal vivo: Ma Brown decise che le cose dovevano cambiare che lo avrebbe fatto in quella serata, registrando uno straordinario disco live. Per prepararsi aveva stressato fino all’estremo la sua band, i Famous Flames, pronti a tutto, perfettamente strutturati, in grado di non commettere nemmeno il più piccolo errore (Brown aveva istituito un rigido sistema di multe all’interno della band per “punire” eventuali sbagli decurtando la paga), che in quest’occasione non sarebbe stato assolutamente tollerato. Perché la serata era di quelle win or lose, senza mezzi termini, e la possibilità della sconfitta non era stata in realtà nemmeno presa in considerazione. Perché a rischiare tutto, anche economicamente, era proprio James Brown che, non essendo riuscito a convincere la casa discografica per la quale lavorava, la King Records, della bontà del suo progetto, aveva deciso di finanziare lui stesso la registrazione del disco, certo del successo dell’operazione. James Brown aveva ragione: lo show fu perfetto e l’album che venne realizzato, Live at The Apollo, pubblicato nel 1963, è ancora oggi considerato uno dei dischi più importanti della storia della musica popolare del Novecento, un album essenziale per chiunque ami la musica, il soul, il rock. Sì, il rock, perché nessuno degli artisti che di lì a poco avrebbero rivoluzionato il mondo della musica con nuove melodie elettriche non avrebbe potuto prescindere da quell’album, da quel modo si stare in scena, di coinvolgere il pubblico, di trasformare un concerto in un evento. L’album rimase in classifica la bellezza di 66 settimane consecutive, vendendo più di un milione di copie, a un pubblico che non era più quello della race music, ma quello bianco e nero che avrebbe incoronato James Brown re del r&b e del soul”.
Mary Titton

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2 maggio   -244

La notizia del giorno.

È morto Valentino Parlato, fondatore del Manifesto.

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“Comunista per tutta la vita – si legge sul sito del manifesto – ha militato nel Pci fino alla radiazione, lavorato a Rinascita, fondato e difeso il Manifesto in tutta la sua lunga storia. Per ora ci fermiamo qui, abbracciando forte la sua splendida famiglia e tutti i compagni che, come noi, l’hanno conosciuto e gli hanno voluto bene”. Quando lasciò la direzione per l’ultima volta scrisse alla Rangeri: “La crisi non è solo di soldi, ma anche di soldati e di linea. Dopo più di quarant’anni sono fuori di questo manifesto che è stata tanta parte della mia vita”. Nato il 7 febbraio 1931 a Tripoli, in Libia, dove il padre lavorava come funzionario del fisco, Valentino Parlato venne espulso dal Protettorato inglese nel ’51. Raccontò così quegli anni lontani: “Ero studente in Legge: se fossi sfuggito a questa prima ondata sarei diventato un avvocato tripolino e quando Gheddafi m’avrebbe cacciato, nel 1979, insieme a tutti gli altri, mi sarei ritrovato in Italia, a quasi cinquant’anni, senz’arte né parte. Sarei finito a fare l’avvocaticchio per una compagnia d’assicurazione ad Agrigento, a Catania. Un incubo. L’ho veramente scampata bella”. Il 24 novembre 1969 Valentino Parlato viene licenziato da Rinascita, e insieme a Natoli, Rossanda, Pintor, è radiato dal Pci. A 38 anni lascia il Pci e Rinascita, dove era giornalista economico, per fondare con Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina e Ninetta Zandegiacomi il Manifesto, di cui è stato direttore, spesso anzi condirettore, secondo l’abitudine del Manifesto, molte volte tra il 1975 e il 2010 e che ha lasciato nel 2012. Il primo numero costa 50 lire e vende 30mila copie. Enrico Berlinguer prova a mediare con Rossanda, nel tentativo di evitare la rottura definitiva, ma il 4 settembre, dopo l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione sovietica, la rivista esce con l’articolo “Praga è sola”: un duro affondo contro il Pci per non aver condannato l’intervento sovietico, un pezzo non firmato, scritto da Luigi Pintor. È il divorzio immediato, come Parlato raccontò nel libro-intervista: “La rivoluzione non russa”, a cura di Giancarlo Greco. Il manifesto diventa quotidiano il 28 aprile 1971, e pur nella forte connotazione politica, doveva essere “un giornale, un giornale, un giornale”, come disse Pintor, parafrasando la celebre frase di Gertrude Stein “una rosa è una rosa è una rosa”. Il primo numero vende 22mila copie. La sede è in via Tomacelli, al quinto piano di uno stabile dell’Ina, dove rimarrà fino al 2007. Magri stipendi per tutti, rotazione delle mansioni, un redattore deve occuparsi delle spedizioni. Nel ’78, per finanziare l’acquisto della tipografia a Milano, tutti rinunciarono allo stipendio per tre mesi. Non fosse stato per lui, per la sua incessante ricerca di finanziamenti, a tutti i livelli – perfino dal Psi di Craxi una volta ottenne un prestito di 60 milioni di lire, poi restituito – il quotidiano, un pezzo di storia della nostra editoria, probabilmente non sarebbe sopravvissuto. Di origini siciliane, fumatore accanito, nelle foto che lo ritraggono nella redazione del Manifesto è sempre circondato da una nuvola di fumo, ha raccontato se stesso nel documentario “Vita e avventure del Signor di Bric à Bra’”, scritto e diretto dal figlio Matteo insieme a Marina Catucci e Roberto Salinas. Ha curato l’edizione di opere di Adam Smith, Lenin, Antonio Gramsci e Mu’ammar Gheddafi. Nel suo ultimo colloquio con Repubblica nel novembre scorso, disse: “Siamo in una fase di passaggio, le forze di produzione sono cambiate ma non sappiamo come analizzarle; il lavoro umano è diventato meno importante di una volta; servirebbe una rielaborazione del pensiero, ma la sinistra ragiona come se il passato fosse ancora presente. È in crisi la speranza, mio nipote ha 9 anni e so già che avrà meno possibilità di quelli della mia generazione. Non si può non essere pessimisti.”

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

La Vergine delle rocce di Leonardo: un quadro “a chiave”.

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“Il genio di Leonardo, la sua incredibile attività di ricerca e di rappresentazione sono diventati, mai come oggi, un punto di riferimento irrinunciabile che permette di intraprendere un’esplorazione appassio-nante e piena di sorprese fin nelle profondità del suo pensiero. Un percorso di conoscenza che ha la valenza di un viaggio senza tempo, lì dove il grande Maestro Vinciano sembra indicare frontiere nuove e inaspettate: un andare oltre quasi a voler trascendere la realtà, rendendo la percezione di ognuno incerta e coinvolta. Leonardo infinito, oltre se stesso in una proiezione fantastica del divenire lungo una strada disseminata di indizi, di sorprese, di autentiche rivelazioni.” Questa la presentazione da parte di Francesco Malvasi, editore di Progetto Editoriale, della riproduzione delle più importanti Opere di Leonardo da Vinci e di uno splendido e raffinato volume antologico, che offre la possibilità per un eccezionale percorso artistico e conoscitivo di questo poliedrico artista, scienziato e inventore del Rinascimento, figlio primogenito del notaio venticinquenne Piero da Vinci, di famiglia facoltosa, e di Caterina, una donna di estrazione sociale inferiore, frutto di una relazione illegittima fra i due, morto il 2 maggio 1549 ad Amboise, dove volle essere sepolto nella chiesa di San Fiorentino. Intensa e affascinante fu la sua indagine e la sua sperimentazione in ogni campo: dall’ingegneria all’idraulica, all’anatomia, alla geologia, agli studi sul volo, alla pittura, che per Leonardo è scienza, rappresentando «al senso con più verità e certezza le opere di natura». Leonardo utilizzò la tecnica della prospettiva aerea in alcuni suoi capolavori come la Gioconda e la Vergine delle Rocce. L’artista si rifece anche agli studi dello scienziato arabo Alhazen, secondo il quale da ogni minuscola particella di un oggetto ipoteticamente osservato si staccano “scorzettine”, cioè informazioni luminose che viaggiano nell’aria fino a raggiungere la nostra retina, dove le immagini si fissano capovolte. Tanti i capolavori leonardeschi che meriterebbero di essere ammirati e debitamente illustrati, dalla Dama con l’Ermellino, alle diverse Madonne, alla celeberrima Gioconda, al Cenacolo, oggetto di analisi e commento da parte nostra in un precedente articolo del 13 aprile scorso: oggi vogliamo soffermarci ad individuare alcuni aspetti della Vergine delle rocce, la cui riproduzione è nel Catalogo di Progetto editoriale e la cui prima versione è un dipinto a olio su tavola trasportato su tela (199×122 cm), databile al 1483-1486 e conservato nel Musée du Louvre di Parigi, mentre la seconda versione è conservata alla National Gallery di Londra. La scena raffigura l’incontro tra il piccolo Gesù e Giovanni Battista, un episodio che non è narrato nei vangeli canonici, ma deriva principalmente dalla Vita di Giovanni secondo Serapione e, per certi particolari come l’ambientazione in un paesaggio roccioso, da episodi tratti dai vangeli apocrifi. La scena si svolge in un umido paesaggio roccioso, orchestrato architettonicamente, in cui dominano fiori e piante acquatiche, descritti con minuzia da botanico; da lontano si intravede un corso d’acqua. Al centro Maria allunga la mano destra a proteggere il piccolo san Giovanni in preghiera, inginocchiato e rivolto verso Gesù Bambino, che si trova più in basso, a destra, in atto di benedirlo e con il corpo in torsione. Dietro di lui si trova un angelo, con un vaporoso mantello rosso, che guarda direttamente verso lo spettatore con un lieve sorriso, coinvolgendolo nella rappresentazione, e con la mano destra indica il Battista, rinviando lo sguardo verso il punto di partenza in una moltitudine di linee di forza. La mano sinistra di Maria si protende in avanti come a proteggere il figlio. Due cavità si aprono ad arte nello sfondo, rivelando interessanti vedute di speroni rocciosi e gruppi di rocce irte, che a sinistra sfumano in lontananza per effetto della foschia, secondo la tecnica della prospettiva aerea di cui Leonardo è considerato l’iniziatore. In alto invece il cielo si fa cupo, quasi notturno, con l’incombere minaccioso della grotta, punteggiata da innumerevoli pianticelle. Già Pedretti rilevava una serie di elementi inquietanti nella tavola, come la fisionomia ambigua dell’angelo, definito “un’arpia”, mentre Bramly, riferendosi all’inconsueta posizione della mano sinistra di Maria, la descrive come “l’artiglio di un’aquila”. Giulio Carlo Argan lo vedeva come un quadro “a chiave”, cioè carico di significati ermetici più che simbolici. Opera misteriosa dunque, riletta a modo suo anche da Dan Brown nel suo “Codice da Vinci”, piena di arcani ed enigmi, a cominciare dalla storia delle due versioni. Si sa per certo che nel 1483 Leonardo accettò di dipingere per la Confraternita dell’Immacolata Concezione la parte centrale di un trittico. Fu consegnata l’8 dicembre di quell’anno, ma l’artista aveva disatteso l’iconografia richiesta per contratto. L’opera fu rifiutata, acquistata da Ludovico Sforza per presunti poteri magici (proteggeva contro la peste), poi confiscata da Luigi XII. In Francia il dipinto dalla tavola su cui era stato eseguito fu trasferito su tela. Quella di Londra, forse terminata intorno al 1508, viene considerata una seconda versione di bottega, ma con interventi di Leonardo e con un’iconografia più classica. In entrambe però i quattro personaggi del dipinto – Gesù, il Battista, l’angelo, la Vergine – sembrano allontanare l’oscurità, ma i loro gesti sono ambigui, particolarmente nella versione del Louvre. La mano sinistra della Vergine sembra proteggere e allo stesso tempo minacciare il Bambino Gesù; la mano destra intorno a San Giovanni appare contratta. Siedono su un prato dove compaiono l’iris, che allude alla pace, l’edera, simbolo di fedeltà, l’anemone rosso segno di tristezza e morte. Ma chi è Gesù e chi è il Battista? Chi benedice chi? E vero che Leonardo aveva aderito alla setta dei Giovanniti, che consideravano il Messia non Gesù ma Giovanni Battista? Mistero, come il disegno. Per gli storici e i critici è sicuramente di Leonardo la tela esposta a Parigi, al Louvre, quella londinese è considerata autografa soltanto parzialmente. Anche per questo da anni viene attentamente studiata, sottoposta ad accurati esami. L’ultimo mezzo usato è uno scanner a raggi infrarossi – una tecnologia con cui solitamente si cercano i carri armati sui campi di battaglia – che ha permesso di individuare lo schizzo di un disegno incompiuto che raffigura una donna inginocchiata con un braccio allungato e lo sguardo rivolto verso il basso. E forse un’adorazione di Gesù e per Luke Syson, uno degli esperti della galleria londinese, è sicuramente di Leonardo. Recentemente, nella versione del Louvre, sarebbe stato scoperto un cane con guinzaglio sotto la selva che sovrasta le figure umane, secondo quanto annunciato da Silvano Vinceti, presidente del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici, che sottolinea: “Quel cane è l’atto di accusa di Leonardo Da Vinci contro la corruzione del Papato dell’epoca”.

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1 maggio   -245

La notizia del giorno.

1° maggio: festa dei lavoratori.

latest(Renato Guttuso – Portella della Ginestra, 1953)

La Festa del lavoro o Festa dei lavoratori viene celebrata il 1º maggio di ogni anno in molti paesi del mondo per ricordare la lotta dei lavoratori per la riduzione della giornata lavorativa. La festa ricorda le battaglie operaie, in particolare quelle volte alla conquista di un diritto ben preciso: l’orario di lavoro quotidiano fissato in otto ore (in Italia con il RDL n. 692/1923). Tali battaglie portarono alla promulgazione di una legge che fu approvata nel 1867 nell’Illinois. La Prima Internazionale richiese poi che legislazioni simili fossero introdotte anche in Europa. La sua origine risale a una manifestazione organizzata a New York il 5 settembre 1882 dai Knights of Labor, un’associazione fondata nel 1869. Due anni dopo, nel 1884, in un’analoga manifestazione i Knights of Labor approvarono una risoluzione affinché l’evento avesse una cadenza annuale. Altre organizzazioni sindacali affiliate all’Internazionale dei lavoratori – vicine ai movimenti socialisti ed anarchici – suggerirono come data della festività il primo maggio. A far cadere definitivamente la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago e conosciuti come rivolta di Haymarket. Il 3 maggio i lavoratori in sciopero di Chicago si ritrovarono all’ingresso della fabbrica di macchine agricole McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l’assembramento, sparò sui manifestanti uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell’ordine gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nell’Haymarket Square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio, quando da una traversa fu lanciata una bomba che provocò la morte di sei poliziotti e ne ferì una cinquantina. A quel punto la polizia sparò sui manifestanti. Nessuno ha mai saputo né il numero delle vittime né chi sia stato a lanciare la bomba. Fu il primo attentato alla dinamite nella storia degli Stati Uniti. In Europa la festività del primo maggio fu ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889, ratificata in Italia due anni dopo. Nel 1947 la ricorrenza venne funestata in Italia, a Portella della Ginestra, Palermo, quando si suppone che la banda di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone undici e ferendone una cinquantina. Altre fonti sostengono che tale sparatoria fu organizzata dai “servizi segreti”, al fine di poter accusare e screditare agli occhi dei cittadini Salvatore Giuliano con la sua banda. Il 1º maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, perché tale data potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici. Dal 1990 i sindacati confederali CGIL, CISL e UIL, in collaborazione con il comune di Roma, organizzano un grande concerto per celebrare il primo maggio, rivolto soprattutto ai giovani: si tiene in piazza San Giovanni, dal pomeriggio a notte, con la partecipazione di molti gruppi musicali e cantanti, ed è seguito da centinaia di migliaia di persone, oltre a essere trasmesso in diretta televisiva dalla Rai. Anche quest’anno numerose le manifestazioni in tutte le città a partire dal concertone di piazza San Giovanni a Roma.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

“Citizen Kane”, nella versione italiana “Quarto potere” di Orson Welles.

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Lo sfolgorante film d’esordio del venticinquenne Orson Welles, un capolavoro che ha rivoluzionato la storia del cinema per le sue innovazioni stilistiche e narrative, uscì nelle sale il 1° maggio 1941 e fu subito giudicato un’opera d’arte. Malgrado la critica fosse pronta a stroncare la presunzione giovanile del regista dovette riconoscerne la genialità; il film avrebbe inaugurato gli anni ’40 in modo magistrale e lanciato inesorabilmente l’America verso la modernità. “Quarto potere” (Citizen Kane) scritto, diretto, prodotto e interpretato da Orson Welles è liberamente ispirato alla biografia del magnate dell’industria del legno e dell’editoria William Randolph Hearst che boicottò con perseveranza la pellicola da comprometterne, in parte, il successo commerciale. Louella Parsons, la regina dei pettegolezzi, carismatica giornalista alle dipendenze del grande editore aveva orchestrato una campagna stampa violentissima: “si diceva che il film raccontasse impudicamente la vita di un magnate della stampa sorprendentemente simile a una celebre personalità degli Stati Uniti”. Fu candidato a nove premi Oscar ma infine Welles ne ricevette uno soltanto: quello, condiviso con Herman J. Mankiewicz per la miglior sceneggiatura originale. Il pubblico, invece, lo accolse trionfalmente. “A causa della guerra, il film uscì quando il potere di Welles era ormai in rovina: in Francia, nel 1946 dove fu stroncato da Jean-Paul Sartre, ma colpì André Bazin e una manciata di giovanissimi spettatori, che pochi anni dopo lo avrebbero osannato nei “Cahiers du cinéma”, prima di diventare protagonisti della Nouvelle vague; in Italia, nel 1948”. Il film “narra dunque la vita del magnate della stampa Charles Foster Kane, interpretato dallo stesso Welles, incapace di amare se non “solo alle sue condizioni”, con la conseguenza che egli fa il vuoto attorno a sé e rimane solo all’interno della sua gigantesca residenza (Xanadu, nella versione italiana Candalù), dove muore abbandonato da tutti. Welles, servendosi di una sequenza di flahback (sei, compreso il cinegiornale con cui inizia il film), mostra i frammenti della vita del magnate, quasi fossero i pezzi di un gigantesco puzzle (rompicapo che metaforicamente appare più volte nel film). Allo spettatore è lasciato il compito di ricomporre, in tutta la sua complessità, la sua personalità. Ma si tratta di uno sforzo vano, poiché i frammenti della vita di Kane non permettono di comprenderne l’intima essenza, se non a chi fu testimone dell’unico fatto, di fondamentale importanza, che determinò il trauma di Kane: l’allontanamento dai genitori, fortemente voluto dalla madre allo scopo di affidarlo alla tutela di un uomo d’affari, incaricato di amministrare la sua smisurata eredità. Kane, giovanissimo erede di una colossale fortuna, venne così strappato al suo mondo d’infanzia. Da adulto concepirà l’amore come possesso, non come dono, e ciò lo condurrà inesorabilmente alla disperazione e all’isolamento. Nella trama, il vecchio magnate dell’editoria si trova nel castello di Candalù ed è in punto di morte. Tenendo in mano una palla di vetro, dice come ultima parola “Rosabella” (Rosebud). Il direttore di un cinegiornale, che trasmetterà la storia di Kene, incarica il giornalista Jerry Thompson di scoprire il significato di “Rosabella”. Il giornalista si reca inizialmente dalla seconda moglie di Kane, Susan Kane, ora alcolizzata e proprietaria di un nightclub, che però si rifiuta di parlargli. Si reca poi nell’ufficio del defunto banchiere Walter Parks Thatcher: leggendo le sue memorie, scopre che l’infanzia di Kane iniziò in povertà in Colorado. Nel 1871, dopo aver scoperto di possedere una miniera d’oro, sua madre Mary lo affidò a Thatcher per istruirlo. Il piccolo Kane, che stava giocando con uno slittino nella neve, protestò e scagliò lo slittino contro il banchiere. Ottenuto il controllo delle sue finanze a 25 anni, Kane entrò nel mondo del giornalismo e rilevò il New York Inquirer, concentrandosi sulla stampa scandalistica, in particolare contro Thatcher. Thompson intervista Bernstein, il braccio destro di Kane. Questi ricorda che Kane, ormai uomo di successo, manipolò l’opinione pubblica sulla guerra ispano-americana e sposò Emily Norton, nipote di un Presidente degli Stati Uniti. Thompson intervista poi l’ex migliore amico di Kane, Leland, in una casa di riposo. Egli ricorda che il matrimonio di Kane e Emily andò deteriorandosi negli anni e che Kane intraprese una relazione con la cantante Susan, mentre era candidato governatore di New York. Sia la moglie che il suo avversario politico scoprirono la relazione e il conseguente scandalo pubblico pose fine alla sua carriera politica. Kane sposò Susan e la costrinse ad intraprendere un’umiliante carriera lirica, per cui lei non aveva né il talento né l’ambizione. Susan decide di acconsentire all’intervista con Thompson e ricorda che Kane le permise di abbandonare l’opera per il suo tentato suicidio. Dopo anni di isolamento e di oppressione a Candalù, Susan lasciò Kane. Il suo maggiordomo, Raymond, racconta che dopo la sua partenza, Kane iniziò a sfasciare la sua camera. Si fermò improvvisamente quando notò una palla di vetro e disse “Rosabella”. A Candalù, i beni di Kane vengono catalogati e quelli ritenuti inutili eliminati. Thompson conclude di aver fallito e che dunque il significato di “Rosabella” resterà un mistero. Il finale del film, tuttavia, rivela allo spettatore che “Rosabella” è il marchio dello slittino con cui Kane da piccolo stava giocando quando fu costretto a lasciare la sua casa in Colorado. Creduto un oggetto inutile, lo slittino viene bruciato in una fornace”. Il film, insuperato nel racconto del rapporto tra individuo e sistema capitalistico, mette in evidenza le ambiguità del sogno americano. Numerosi critici (tra cui Paolo Bertetto) hanno ipotizzato che, dietro la vicenda dell’uomo Kane, ci sia una intenzione metaforizzante: il magnate che ha iniziato la sua fortuna grazie all’oro di una miniera per poi franare nell’impossibilità di amare a seguito della sua caduta nelle spire degli interessi economici rappresenterebbe l’America e la sua “caduta”, dovuta proprio ad un surplus di risorse accumulate (crisi del ’29), dalla condizione di grazia di “giovane nazione”. Viene inoltre messo in evidenza l’impatto persuasivo, sull’opinione pubblica, dei mezzi di comunicazione e il loro potere condizionante (Orson Welles dimostrò, sapientemente, l’autorità derivante dai mass-media in una nota trasmissione radiofonica in cui annunciava l’invasione degli extraterrestri sulla terra suscitando letteralmente il panico fra gli ascoltatori. “Dire che “Quarto potere” è un film che maggiormente influenzò i registi a venire è insufficiente”, così commenta Altiero Scicchitano nell’Enciclopedia del cinema “Sarebbe più esatto affermare che è inammissibile che un cineasta possa debuttare senza averlo visto almeno una volta. In meno di due ore, Welles sconvolge la struttura narrativa, i tempi del racconto, le tecniche di ripresa e il montaggio. La storia inizia con la morte del protagonista e procede a ritroso in modo frammentario, alla ricerca del significato dell’ultima parola pronunciata da Kane: “Rosebud”, un pretesto per raccontare settant’anni di storia americana attraverso un personaggio emblematico e contradditorio, di cui nulla viene nascosto, in un incrociarsi di opinioni, aneddoti, falsi cinegiornali e dicerie che percorrono (e spesso ripercorrono, modificando l’angolazione) tutti i lati possibili di Kane, grazie a una macchina da presa tanto indiscreta quanto onnipotente, capace di sfidare le leggi spazio-temporali. Si è parlato molto dei numerosi prodigi tecnici del film: dell’uso di obiettivi ideati per l’occasione dal direttore della fotografia Gregg Toland, che deformano la prospettiva esaltando una profondità di campo dove ogni dettaglio è ugualmente a fuoco in lunghi piani sequenza; dei soffitti costruiti nei teatri di posa e valorizzati da audaci angolazioni dal basso, miranti a restituire la megalomania di Kane e insieme a “schiacciarla”; di una colonna sonora ricchissima, memore delle sperimentazioni radiofoniche di Wells e splendidamente accompagnata dalle musiche di Bernard Hermann. Gli storici hanno ormai provato ampiamente che ognuno di questi aspetti, preso singolarmente, aveva conosciuto precedenti. La vera violazione delle regole cinematografiche allora vigenti sembra nascondersi nell’insieme del film, e più particolarmente nel palese protagonismo della macchina da presa, entità divina mossa da un’ambizione smisurata (e consapevole del proprio inevitabile scacco): raccontare la vita di un uomo. Nelle ultime immagini, Welles svelerà, per il solo spettatore e per un attimo appena, la verità, prima che le fiamme di un gigantesco forno la divorino e forse il celebre finale (secondo molti attribuibile a Mankiewicz) è l’unica caduta “psicologica” del film. Ma in fondo, persino quest’informazione riservata non era che un tassello sconnesso del puzzle: che Rosebud fosse lo slittino d’infanzia del magnate non è determinante. Chi fosse, realmente, Charles Foster Kane non lo sapremo mai. Forse nulla, come suggerisce il fumo nero sprigionato dal forno nell’ultima immagine”.

Mary Titton   

METEO

Roma (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +18. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +17. Ping Yao (Jinzhong, Shanxi, Cina, Asia) parzialmente nuvoloso +19Nelspruit (Sudafrica) parzialmente nuvoloso +22. Lansing (Michigan, Stati Uniti d’America) nuvoloso +6. Nuku’alofa (Tonga, Oceania) per lo più nuvoloso +24.


30 aprile   -246

La notizia del giorno.

Primarie Pd: vince Renzi.

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Il popolo dem ha votato oggi per le primarie del partito nella sfida a tre fra l’ex premier Renzi, il guardasigilli Orlando e il governatore della Puglia Emiliano. Quasi due milioni al voto, Renzi vince nettamente e dichiara: “Al fianco del governo: nuovo inizio, niente rivincite”. L’ex premier incassa una larga maggioranza, oltre il 70 per cento. Nei dati ancora parziali e non ufficiali, Orlando è intorno al 20%, Emiliano al 7%. L’ex premier esalta la “giornata speciale”, ringrazia gli avversari, poi accenna anche ad un’autocritica “Ho imparato – dice – che questo non è un partito personale. Quando centinaia di migliaia di persone votano, come si fa a dire che questo è il partito di una persona?”. “Inizia una storia totalmente nuova – spiega il segretario del Pd dopo aver rivendicato la sua azione di governo – il 30 aprile, nel giorno dell’anniversario della morte di Pio La Torre, inizia una nuova partita rivolta al futuro, non la rivincita di quella vecchia”. “Vogliamo fare una grande coalizione con i cittadini – spiega – non con partiti che alla fine non rappresentano nemmeno se stessi. Abbiamo il compito storico di non lasciare l’Italia nella palude”. Caos e accuse di brogli al sud. Accuse reciproche di brogli, seggi chiusi per irregolarità, con l’annullamento di tutti i voti espressi e intervento delle forze dell’ordine. Mentre a Napoli, a vigilare sulla regolarità del voto il Pd nazionale ha inviato il deputato Ernesto Carbone, dalla Sicilia alla Puglia, passando per la Calabria, i rappresentanti delle mozioni dei tre candidati non si sono risparmiati accuse di irregolarità, violazioni delle norme e brogli. Accuse che alla fine hanno portato la Commissione nazionale per il congresso a chiudere tre seggi: a Cariati (Cosenza), Nardò (Lecce) e Gela (Caltanissetta) e ad annullare i voti già espressi.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Le Madri di Plaza del Mayo.

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Il 30 aprile del 1977, in Argentina avviene, di fronte alla Casa Rosada, il palazzo presidenziale, la prima marcia della Madri di Plaza del Mayo, unitesi per avere informazioni sui figli scomparsi, i tristemente famosi desaparecidos. Le donne organizzano manifestazioni pacifiche, tutte con lo stesso scopo: fare luce sulla scomparsa dei loro figli. Un fazzoletto bianco annodato sulla testa è il loro simbolo di protesta, che in origine era costituito dal primo pannolino di tela utilizzato per i loro figli neonati. Il loro nome trae origine dalla celebre piazza di Buenos Aires, Plaza de Mayo, dove queste donne coraggiose si riunirono per la prima volta, ritrovandosi da allora, ogni giovedì pomeriggio, nella piazza e percorrendola in senso circolare, per circa mezz’ora. I figli delle madri di Plaza de Mayo sono stati tutti arrestati e tenuti illegalmente prigionieri dagli agenti della polizia argentina in centri clandestini di detenzione durante il periodo passato alla storia come la guerra sporca, così chiamata per i metodi illegali utilizzati dalla giunta militare; poi, dopo essere stati torturati, venivano assassinati e fatti sparire nella più assoluta segretezza. Si ritiene che, tra il 1976 e il 1983, in Argentina, sotto il regime della Giunta militare, siano scomparsi fino a 30.000 dissidenti. Le modalità di sequestro e di sparizione delle vittime della repressione fu ideata per perseguire due obiettivi: il primo fu quello di evitare quanto verificatosi nel Cile di Pinochet, dove le immagini della prigionia dei dissidenti nello stadio di Santiago del Cile avevano fatto il giro del mondo, sollevando l’indignazione e l’interessamento delle associazioni per la difesa dei diritti umani; l’assoluta segretezza degli arresti viceversa garantì per lungo tempo al regime militare argentino una sorta di “invisibilità” agli occhi del mondo, infatti, dovettero passare almeno 4 o 5 anni dall’inizio della dittatura prima che all’estero si iniziasse ad avere una percezione esatta di quanto stesse accadendo in Argentina. Il secondo obiettivo era quello di terrorizzare la popolazione attraverso la mancata diffusione di notizie in merito alla sorte degli arrestati, limitando in questo modo fortemente non solo ogni possibile dissenso al regime, ma anche la semplice richiesta di notizie da parte dei parenti. Gli arresti avvenivano molto spesso con modalità da “rapimenti”: squadre non ufficiali di militari arrivavano con una Ford Falcon verde scuro senza targa, la cui sola vista suscitava terrore, e piombavano nelle case in piena notte, sequestrando a volte intere famiglie. Nel 1986 l’associazione della Madri di Plaza del Mayo si divise in Asociación Madres de Plaza de Mayo e in Madres de Plaza de Mayo-Línea Fundadora, in seguito a forti divergenze sorte all’interno dell’organismo circa l’opportunità di accettare le riparazioni economiche per la perdita dei loro figli offerte dall’allora presidente radicale Raúl Alfonsín. Alcune madri, che allora si trovavano in condizioni economiche critiche a causa della perdita dei loro familiari e della crisi economica che stava colpendo l’Argentina, decisero di accettare le riparazioni, non rinunciando comunque a combattere per la verità e la giustizia. Queste madri, capeggiate da Hebe de Bonafini, decisero di abbandonare l’organizzazione originaria, che da allora in poi prese il nome di Madres de Plaza de Mayo – Línea Fundadora, e di fondare l’Asociación Madres de Plaza de Mayo, che intraprese un cammino fortemente politicizzato ed ideologico, basato su temi ed obiettivi del marxismo e del peronismo sociale degli anni ’40, rivolse l’attenzione ai diritti degli indigeni e delle popolazioni oppresse e appoggiò le lotte condotte dai neozapatisti del Subcomandante Marcos, dal presidente venezuelano Hugo Chávez e da Fidel Castro. Le Madres de Plaza de Mayo-Línea Fundadora sostengono, invece, che non ci sia futuro senza memoria e che l’attività del presente, se vuole proiettarsi nel futuro, deve mantenere comunque una relazione con il passato, affinché le aberrazioni compiute non si ripetano. Il loro lavoro si sviluppa sostanzialmente attraverso gli incontri tenuti nelle scuole e la partecipazione ai progetti di recupero archeologico ed antropologico dei luoghi della repressione. Di questo gruppo fa parte anche Estela Carlotto, fondatrice delle Nonne di Plaza de Mayo, un’associazione nata nel 1977, che si inserisce nello stesso contesto delle Madri, ma con un diverso obiettivo: identificare i tanti bambini nati durante gli anni della dittatura, che ancora neonati furono sottratti con la forza alle loro famiglie naturali e “dati in adozione” alle famiglie di gerarchi o amici del regime. Per identificare le nonne materne dei piccoli orfani, i cui genitori risultavano tra gli “scomparsi”, si è ricorso, a partire dagli anni 2000, a test del DNA e più in particolare all’analisi dei polimorfismi del mtDNA (DNA mitocondriale), che, trasmettendosi esclusivamente per via materna, permette di riconoscere gli individui e le loro madri. Sebbene fino ai primi anni del XXI secolo queste madri si siano volutamente tenute lontane dalla politica ufficiale argentina, diffidando profondamente di ogni politico che salisse al governo, negli ultimi anni si è verificato un cambiamento di rotta in seguito alla politica fortemente incentrata sulla difesa dei diritti umani adottata dal presidente Néstor Kirchner, in carica del 2003 al 2007. A gennaio del 2005 è stato riesumato ed identificato grazie a un test del DNA il corpo di Leonie Duquet, una suora di nazionalità francese che supportava il movimento della madri di Plaza de Mayo, scatenando le ire della comunità internazionale contro il regime dittatoriale. I resti di Azucena Villaflor e di altre due fondatrici dell’associazione sono stati riesumati e le loro ceneri sono state sepolte da Madres de Plaza de Mayo-Linea Fundadora ai piedi della Piramide di Maggio nella Plaza de Mayo l’8 dicembre 2005. Documenti segreti del governo degli Stati Uniti, declassificati nel 2002, provano che il governo statunitense era a conoscenza già dal 1978 che i cadaveri di Azucena Villaflor, Esther Ballestrino, María Ponce e sorella Léonie Duquet erano stati ritrovati nelle spiagge bonaerensi, ma questa informazione fu mantenuta segreta e non fu mai comunicata al governo democratico argentino. I militari hanno ammesso l’arresto e la scomparsa di circa 9.000 persone, ma le madri di Plaza de Mayo affermano che questa stima è di gran lunga inferiore al vero numero: 30.000 persone scomparse. Dopo la caduta del regime militare, una commissione parlamentare nazionale argentina ha ricostruito la sparizione di circa 11.000 persone.

METEO

Roma (Italia, Europa) coperto +16. Livorno (Italia, Europa) idem. Tsingtao (Shandong, Cina, Asia) sereno con nuvolosità sparsa +16. Merca (Somalia, Africa) per lo più nuvoloso +29. Barranquilla (Dipartimento dell’Atlantico, Colombia, Sud America) banchi di nebbia +28Strahan (Tasmania, Australia) nuvoloso +11.


29 aprile   -247

La notizia del giorno.

La visita di papa Francesco in Egitto.

Papa-Francesco-Egitto(Immagine di Secondopiano News)

Dopo l’intensa giornata di ieri, in cui hanno prevalso le dimensioni istituzionali, interreligiose ed ecumeniche, con gli incontri col presidente egiziano Al-Sisi, il discorso all’Università Al-Azhar e la visita al patriarca copto ortodosso Tawadros II, oggi papa Francesco conclude la sua visita in Egitto dedicandosi interamente, sempre al Cairo, all’aspetto pastorale con la messa del Pontefice nello stadio dell’Aeronautica, a cui hanno partecipato in 30mila, tra cui anche molti musulmani e greco-ortodossi. Una visita storica, quella del Pontefice, in un momento in cui altissime sono le tensioni per il terrore di matrice religiosa, che Francesco, alla presenza anche di altri leader e patriarchi come quello di Costantinopoli Bartolomeo, propone di combattere alla radice. In un mondo dove divampano sempre nuove minacce di guerra, la denuncia del Papa è anche contro chi si fa “provocatore di conflitti”, contro gli “incendiari”, i “banditori di distruzione”. Parlando prima del Papa, il grande imam Al-Tayyeb chiede un minuto di silenzio per le vittime degli attentati, l’ultimo quello duplice della Domenica delle Palme con oltre 40 morti alle chiese copte di Tanta e Alessandria e afferma che “l’Islam non è un religione del terrorismo”, come non lo sono il cristianesimo e l’ebraismo. Oltre ad andare al colloquio col presidente della Repubblica Abdel Fattah Al-Sisi, parlando alle autorità egiziane il Papa invita al rispetto dei “diritti inalienabili dell’uomo” e ancora una volta a “ripudiare ogni ideologia del male, della violenza e ogni interpretazione estremista che pretende di annullare l’altro e di annientare le diversità manipolando e oltraggiando il Sacro Nome di Dio. E per l’Egitto, “ferito”, vede comunque la capacità di “rafforzare e consolidare la pace regionale” in tutto il Medio Oriente. Nell’incontro col patriarca copto ortodosso Tawadros II, che lo saluta come “uno dei simboli della pace in un mondo tormentato dai conflitti e dalle guerre” e che ricorda il precedente di 800 anni fa di San Francesco che incontra il sultano, prima di firmare insieme una dichiarazione congiunta ricorda infine l’“ecumenismo del sangue”, l’unione sancita tra cristiani dal “sangue innocente di fedeli inermi”. Resta intanto l’incertezza in merito all’incontro di ieri mattina avvenuto fra lo stesso Pontefice e il presidente egiziano Al-Sisi. Secondo alcune fonti egiziane, infatti, il Papa avrebbe accennato al presidente di Giulio Regeni, il ricercatore italiano trovato morto in Egitto. Ma al momento conferme da parte della Santa Sede non ve ne sono. Ancora ieri, infatti, il portavoce vaticano Greg Burke aveva risposto semplicemente ricordando che “l’incontro fra il Papa e Al-Sisi è stato strettamente privato”. Parole che comunque non hanno del tutto smentito una notizia che invece alcuni media egiziani sono più propensi a confermare.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

“Il più terribile cervello che abbia avuto mai la pittura”.

800px-Jacopo_Tintoretto_-_Paradise_-_WGA22637(Iacopo Robusti – Il Paradiso, 1588 circa)

«Nelle cose della pittura stravagante, capriccioso, presto e risoluto, et il più terribile cervello che abbia avuto mai la pittura, come si può vedere in tutte le sue opere e ne’ componimenti delle storie, fantastiche e fatte da lui diversamente e fuori dell’uso degl’altri pittori». Con queste parole Vasari descriveva Iacopo Robusti (Venezia 1518-1594), detto Tintoretto perché figlio di un tintore di panni. Artista complesso e contraddittorio, sorprendeva e lasciava a volte interdetti i suoi contemporanei per le sue drammatiche composizioni. Animato da un instancabile furore creativo, sempre secondo Vasari, pare lavorasse spesso «a caso e senza disegno» ed è proprio la tensione emotiva che traspare dalle sue «nuove e capricciose invenzioni», insieme al gioco inquieto di luci e ombre, che conferisce ai suoi dipinti un tono particolare. Jacopo Robusti, noto come il Tintoretto, nato a Venezia il 29 aprile 1519, per la sua straordinaria energia nella pittura è stato soprannominato Il furioso e per il suo uso drammatico della prospettiva e della luce è stato considerato il precursore dell’arte barocca. La prima importante biografia apparsa in Italia su Tintoretto è la preziosa opera storico-documentaria di Melania Mazzucco “Jacomo Tintoretto & i suoi figli”, che insieme con il romanzo “La lunga attesa dell’angelo”, l’autrice ha dedicato al grande maestro, passando così dalla libera interpretazione dei fatti e dalla dimensione fantastica dei personaggi all’indagine appassionata di una possibile verità storica. Attraverso un confronto serrato con le sue opere, frutto di oltre dieci anni di studi e ricerche negli archivi veneziani, Melania Mazzucco ricostruisce minuziosamente la vita di Jacopo Robusti, cognome ereditato dal padre per aver difeso le porte di Padova durante la guerra della Lega di Cambrai. Accanto al protagonista, come in una delle sue tele affollate di figure, troviamo i suoi familiari: il padre, la giovane moglie Faustina, le figlie suore, i nipoti rinnegati e fra tutti “la prediletta e amatissima figlia illegittima, Marietta, pittrice e musicista, allevata al di fuori delle regole della buona società per fare di lei uno dei suoi massimi capolavori: non una moglie e una madre, ma un’amante, una donna libera, un’artista”. Accanto a lui una galleria di ritratti di personaggi che hanno incrociato la loro vita con questo artrista misterioso e geniale, in una città unica e irripetibile, Venezia: attraversata casa per casa, esplorata nei fondachi, sui moli, nei bordelli, nelle botteghe e nei monasteri, rivelata in ogni aspetto delle sue attività e dei suoi costumi, evocata con impressionante realismo in tutto lo splendore e la miseria dei suoi mille traffici e dei suoi mille mestieri. Ed è qui, a Venezia che Tintoretto utilizza fin da piccolo i colori che trova nel laboratorio del padre, tanto che questi lo invia ben presto, nel 1530, a bottega da Tiziano, che, a quanto si narra, avendo visto un disegno del giovane allievo, per timore di future concorrenze, lo fece cacciare da Girolamo, uno dei suoi collaboratori. Sembra che nel 1539 Tintoretto si potesse già fregiare del titolo di maestro, con uno studio indipendente presso campo san Cassiàn, nel sestiere di San Polo. Nel 1541, appena ventitreenne, riceve dal nobile Vettor Pisani l’incarico di realizzare, in occasione delle sue nozze, 16 tavole raffiguranti le Metamorfosi di Ovidio. Nella circostanza si reca al Palazzo Te di Mantova per studiare gli affreschi di Giulio Romano. Nel 1548 dipinge Il miracolo di San Marco e riceve le lodi dell’Aretino. Sempre per la Scuola Grande di San Marco lavora fino al 1566 alle tre tele raffiguranti i miracoli postumi del santo: San Marco salva un saraceno durante un naufragio, Trafugamento del corpo di San Marco e Ritrovamento del corpo di San Marco. Per l’Albergo della Scuola della Trinità, una confraternita minore, esegue invece, tra il 1551 e il 1552, un ciclo di dipinti con storie tratte dal libro della Genesi, tra cui la Creazione degli animali, il Peccato originale e Caino e Abele. Nel 1564 Tintoretto si aggiudica il concorso bandito dalla Scuola Grande di San Rocco per la realizzazione di un San Rocco in gloria, da collocare nella sala principale dell’Albergo. L’anno successivo diventa membro della Scuola e viene incaricato di eseguire un ciclo di dipinti sulla Passione di Cristo. Nel 1566 dipinge cinque tele allegoriche da collocare nella Saletta degli Inquisitori nel Palazzo Ducale. Pur impegnato con il Palazzo Ducale e con la Scuola Grande di San Rocco, Tintoretto accetta nel 1579 l’invito di Guglielmo Gonzaga e realizza otto grandi tele per il Palazzo Ducale di Mantova in cui si esaltano le gesta della famiglia Gonzaga. Nel 1588, alla morte di Veronese, subentra a quest’ultimo nella decorazione della parete della Sala del Maggior Consiglio. L’opera che ne risulta, una immensa tela di più di 7 metri di altezza e 24 di lunghezza, raffigura il Paradiso con al centro il Cristo Pantocratore. Tintoretto muore all’età di settantacinque anni dopo aver realizzato tre ultime opere per la Basilica di San Giorgio Maggiore: gli Ebrei nel deserto e la caduta della manna, l’Ultima Cena e la Deposizione nel sepolcro (1592 – 1594).

METEO

Roma (Italia, Europa) per lo più soleggiato +18. Livorno (Italia, Europa) idem. Kunming (Yunnan, Cina, Asia) sereno con nuvolosità sparsa +18. Afgoye (Somalia, Africa) per lo più nuvoloso +29. Moengo (Suriname, Sud America) nuvoloso +29Strahan (Tasmania, Australia) nuvoloso +10.


28 aprile   -248

La notizia del giorno.

Gli ottant’ anni di Cinecittà.

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Il 28 aprile del 1937 Mussolini inaugurava gli studi di via Tuscolana. Da allora, fra alterne vicende, crisi profonde e grandi successi Cinecittà ha scritto la storia del cinema italiano e internazionale. Gli Studios di Roma rappresentano un punto di riferimento per un mercato ampio e diversificato: cinema, fiction, show tv, spot, videoclip. La storia degli stabilimenti di Cinecittà ha le sue radici nella passione di Luigi Freddi, direttore generale della cinematografia fascista dal 1934. Quando Luigi Freddi cominciò a coltivare l’idea degli Studios nazionali, il regime fascista aveva già messo a punto da tempo la macchina del consenso mediatico con la propaganda di regime dei cinegiornali Luce. Il fascismo non chiedeva a registi e sceneggiatori la stessa celebrazione del regime propria del cinema tedesco, ma chiede al cinema di intrattenere, divertire, suscitare emozioni e orgoglio nazionale. La società “Cinecittà” vide la luce già nel 1935, utilizzando gli stabilimenti della Cines, che al cinema aveva dato il primo kolossal “Quo Vadis?”, 1913, il primo film sonoro “La canzone dell’amore”, 1930 e un’intensa produzione di documentari in linea con il fascismo. Gli stabilimenti della Cines, però, bruciarono nel 1935, probabilmente per un atto doloso, e la Direzione Generale per la Cinematografia di Freddi decise di intervenire impegnando capitali pubblici a fianco dei privati per una nuova e più moderna “cittadella del cinema”, proprio di fronte all’appena nato Centro Sperimentale di Cinematografia. Tre anni dopo Cinecittà era interamente pubblica e per il fascismo divenne la fucina dei talenti. Le storie degli Studi riempiono interi volumi: dalla stagione dei telefoni bianchi, al neorealismo con Rossellini e De Sica, ai rastrellamenti nazisti che, nella Roma occupata, fanno dei teatri di posa dei veri campi di concentramento. La rinascita post bellica si deve certamente ai capitali americani arrivati in Italia con il Piano Marshall, ma anche alla rinomata eccellenza di carpentieri, scenografi, costumisti, tecnici che l’Italia è in grado di offrire. Le grandi produzioni targate Cinecittà come il nuovo “Quo Vadis?” con Robert Taylor (1951), “Ben Hur” con Charlton Heston (1959), “Cleopatra” con Liz Taylor (1963) ebbero soprattutto il pregio di risvegliare un cinema tutto italiano, realizzato in economia e traboccante di idee. È la Cinecittà di Fellini in “Roma”, di Ettore Scola in “C’eravamo tanto amati”, fino a un lento declino che diventa vera crisi nel cuore degli anni ’80, una stagione mestamente ricordata da Fellini in “Ginger e Fred”. Ancora oggi Cinecittà trasmette l’idea di una “grande incompiuta”, fin dal suo portale che riecheggia le linee dell’architettura razionalista e futurista, ma sembra appoggiato sul nulla.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

L’ammutinamento del Bounty.

00072702(Marlon Brando – Gli ammutinati del Bounty,  1962)

L’ammutinamento del Bounty, avvenuto il 28 aprile del 1789 è il più famoso atto di sedizione nella storia della marina del Regno Unito. Il viaggio del  vascello mercantile, armato con 4 cannoni che salpò da Spithead il 23 dicembre 1787, con l’intenzione di raggiungere Tahiti doppiando Capo Horn sembra l’incipit di un racconto tratto da quella serie di romanzi che va sotto il nome di “Viaggi straordinari” di  Jules Verne:  romanzi geografico-scientifici in cui l’immaginazione, non essendo del tutto “arbitraria”, possiede la facoltà di eccitare la fantasia del lettore; il pericolo reale sempre in agguato, lo spirito d’avventura esaltato dei pionieri, nell’ansia di intraprendere nuove esperienze, una narrazione raccontata in una forma divertente e pittoresca. L’avventurosa impresa del Bounty, i tumultuosi comportamenti della ciurma e gli avvenimenti correlati non potevano perciò passare inosservati allo scrittore francese che da essi trasse un racconto “I ribelli del Bounty”. I fatti dello storico ammutinamento hanno ispirato, inoltre, numerose trasposizioni cinematografiche. Tra queste la più celebre è “Gli ammutinati del Bounty” del 1962, con Marlon Brando. In occasione della data di ricorrenza riportiamo un articolo tratto dal Post che ne ripercorre la vicenda.

Oggi nella piccola isola di Norfolk, una trentina di chilometri quadrati a millecinquecento chilometri dall’Australia, si festeggia il Bounty Day, la ricorrenza del giorno in cui i discendenti degli ammutinati della nave Bounty si trasferirono a Norfolk dall’ancor più piccola isola di Pitcairn. La storia dell’ammutinamento capeggiato da Christian Fletcher e dell’incredibile navigazione del capitano Bligh è stata raccontata in tre film diversi (con Clark Gable, Marlon Brando e Mel Gibson, tutti nella parte del capo degli ammutinati). Si conosce meno quello che accadde dopo: le storie, a volte agghiaccianti, degli ammutinati e dei loro discendenti, tra omicidi e scandali legati alla pedofilia.

L’ammutinamento del Bounty
Il Bounty era una nave mercantile acquisita dalla marina militare inglese per una missione botanica: doveva attraversare il globo per raggiungere Tahiti, prelevare alcuni esemplari di albero del pane e trasportarli nei Caraibi. Per comandare la missione venne scelto il capitano Bligh, un ufficiale al suo primo comando. All’epoca Bligh aveva già 45 anni – un’età piuttosto avanzata per un primo comando, che di solito, agli ufficiali più brillanti, capitava molto prima in carriera. Il Bounty partì da Spithead in Inghilterra nel dicembre del 1787. Il viaggio fino a Tahiti durò un anno e comprese un intero mese di tentativi infruttuosi di doppiare Capo Horn, sulla punta del Sudamerica. Il maltempo impedì al Bounty di passare nel Pacifico, e quindi Bligh fu costretto a scegliere la rotta più lunga, passando dal Capo di Buona Speranza (all’estremità meridionale del continente africano). Il ritardo accumulato costrinse la nave a restare ferma a Tahiti per cinque mesi, aspettando che gli alberi del pane arrivassero a una maturazione sufficiente per permetterne il trasporto. Quei cinque mesi, probabilmente, furono la causa dell’ammutinamento. L’equipaggio si trasferì a terra e visse insieme agli indigeni tahitiani – all’epoca a Tahiti non c’era un insediamento europeo. Stando al giornale di bordo, in quei cinque mesi di sosta l’equipaggiò si divertì parecchio. I 44 marinai avevano passato un intero anno, stretti l’uno contro l’altro, a bordo di una nave lunga appena una trentina di metri ed esposti per intere settimane al freddo e alle tempeste di Capo Horn. Gli abitanti di Tahiti si rivelarono sorprendentemente ospitali, tanto che il medico di bordo cominciò a preoccuparsi per la diffusione di malattie veneree tra i marinai. Da questo punto in poi, la ricostruzione degli storici diventa piuttosto divergente. Secondo il racconto popolare, immortalato nei vari film di Hollywood, Bligh per recuperare il ritardo accumulato raddoppiò il rigore e la disciplina a bordo. Già durante il viaggio di andata Bligh era stato un comandante piuttosto duro, ma una volta partiti da Tahiti Bligh punì e umiliò così tanto i suoi marinai da portarli all’ammutinamento. In realtà, stando al giornale di bordo, Bligh non era peggiore della media dei capitani di nave della Royal Navy dell’epoca. Anzi, era persino più tenero – non che oggi la chiameremmo tenerezza. Le fonti storiche sono più o meno concordi nel dire che Bligh non fosse un comandante proprio piacevole, ma nemmeno abbastanza duro da giustificare un ammutinamento, cioè il reato più grave che un marinaio potesse commettere: garantiva una caccia spietata da parte della Royal Navy, che non lesinava sforzi per catturare gli ammutinati, e una condanna a morte per impiccagione. Secondo questa ricostruzione – in qualche modo giustificata dagli eventi successivi – più che dalla dura disciplina di Bligh, l’ammutinamento fu giustificato dal desiderio di alcuni marinai, capeggiati da Christian Fletcher, di tornare a Tahiti dalle tahitiane: quasi tutti dopo l’ammutinamento si sposarono con una di loro. L’equipaggio, in fondo, era costituto da marinai inesperti che dopo un lungo viaggio erano stati sottoposti a un lungo periodo, diciamo, di mollezze. Quale che fosse il motivo, il 28 aprile del 1789 circa 16 marinai, guidati da Fletcher, si impossessarono delle armi di bordo, fecero irruzione nella cabina del capitano e lo fecero prigioniero. Il resto dell’equipaggio non era nemmeno stato informato dell’ammutinamento, ma quando vide Bligh legato e minacciato da Fletcher con una baionetta, non oppose alcuna resistenza.

Il viaggio di Bligh
Bligh venne costretto a imbarcarsi su una scialuppa lunga appena 7 metri insieme ad altri 16 marinai, tra cui anche il chirurgo di bordo. Gli ammutinati lasciarono a Bligh un sestante e un orologio da tasca, per permettergli di calcolare la longitudine e quindi riuscire a navigare, e provviste sufficienti per qualche settimana. Non c’erano insediamenti facili da raggiungere, così Bligh fu costretto a condurre la scialuppa in un lungo viaggio per cercare di raggiungere un porto sicuro. Nel corso del viaggio Bligh e gli altri 16 marinai soffrirono la sete e la fame, dovettero lottare contro il mare agitato e vennero inseguiti dai cannibali. Dopo 47 giorni di viaggio e più di seimila chilometri, Bligh riuscì a condurre la scialuppa dall’isoletta di Tofua, nel mezzo del Pacifico, per più di seimila chilometri fino all’isola di Timor, in Indonesia. Da lì tornò in Inghilterra, dove denunciò l’ammutinamento.

Pitcairn e Norfolk oggi
Abbandonato Bligh, Fletcher diresse il Bounty verso Tahiti per fare rifornimento e imbarcare provviste e, soprattutto, le donne con cui i marinai avevano stabilito una relazione nei cinque mesi di sosta forzata nell’isola. Fletcher e gli altri non potevano rimanere a Tahiti: l’isola si trovava sulle rotte della marina britannica e non potevano correre il rischio di venire scoperti. Sedici uomini vennero sbarcati: si trattava di marinai che non avevano partecipato all’ammutinamento oppure che avevano deciso di correre il rischio di farsi catturare dalla marina pur di restare a Tahiti. Fletcher riprese il mare con otto marinai a bordo, sei uomini tahitiani, 18 donne e un bambino. Nella loro ricerca di un posto sicuro dove nascondersi scartarono diverse isole fino a che non si imbatterono in Pitcairn, una piccola isola disabitata la cui posizione era stata registrata in maniera errata sulle carte geografiche. Fletcher fece sbarcare il suo equipaggio ed incendiò la nave. L’isola aveva abbastanza cibo ed acqua dolce per tutto il piccolo equipaggio e sembrava il luogo ideale dove cominciare una nuova esistenza, ma la vita degli ammutinati fu caratterizzata per molti anni successivi da omicidi e violenze. Fletcher fu probabilmente uno dei primi ammutinati a morire, ucciso durante una ribellione dei maschi tahitiani. Nella stessa ribellione morirono altri quattro ammutinati, mentre tutti e sei i tahitiani furono uccisi per rappresaglia dagli altri tre ammutinati oppure dalle vedove dei marinai uccisi. I sopravvissuti si presero le mogli dei loro compagni morti. Alla rivolta seguì qualche anno di pace, fino a quando uno degli ammutinati riuscì a distillare una bevanda alcolica dalle piante dell’isola. I sopravvissuti, spesso ubriachi, cominciarono ad essere sempre più violenti, anche nei confronti delle loro mogli, che a loro volta si rivoltarono. Nel frattempo l’isola si popolava di decine di bambini. Gli ammutinati intanto, sempre per questioni di alcol o di donne, continuarono ad uccidersi tra di loro, fino a che rimase vivo soltanto uno di loro, John Adams. A quel punto la popolazione dell’isola contava un uomo, 8 donne e diverse decine di bambini. In pochi anni, su 15 maschi originariamente sbarcati a Pitcairn, soltanto due erano morti per cause naturali. L’isola venne riscoperta nel 1808 da una nave americana di passaggio e la notizia del rifugio trovato dagli ammutinati del Bounty si diffuse nel mondo. Nel 1825 Adams ricevette il perdono reale e morì quattro anni dopo. La sua tomba è l’unica ancora identificabile tra tutte quelle degli ammutinati del Bounty. Nel 1856 a Pitcairn abitavano 194 persone, tutti discendenti dei 9 marianai sbarcati dal Bounty. Quell’anno il governo britannico decise di trasferirli visto che l’isola non sembrava più in grado di mantenerli. La destinazione che venne scelta fu l’isola di Norfolk, un’ex colonia penale, dove i discendenti degli ammutinati arrivano l’8 giugno 1856, la data che da allora viene celebrata nel Bounty Day. Oggi Norfolk appartiene all’Australia, ha circa duemila abitanti, di cui più o meno la metà sono diretti discendenti degli ammutinati del Bounty. Nell’Ottocento alcune famiglie ritornarono da Norfolk a Pitcairn – che invece appartiene al Regno Unito – dove ora vivono 50 persone, a loro volta tutte discendenti degli ammutinati. Il Bounty Day a Pitcairn si festeggia il 23 gennaio, il giorno in cui venne bruciato il Bounty. Sia a Norfolk che a Pitcairn si parla uno strano miscuglio di tahitiano e inglese settecentesco, infarcito di parole del gergo marinaresco. La religione più diffusa è l’Avventismo del settimo giorno, un movimento religioso protestante, importato da alcuni missionari alla fine dell’Ottocento. Nel 2003 è nato il primo bambino che appartiene alla nona generazione degli ammutinati del Bounty. Sia Pitcairn che Norfolk negli ultimi anni hanno avuto una storia travagliata che ha in qualche modo ricordato il passato burrascoso degli ammutinati. A Norfolk una donna australiana è stata uccisa nel 2002, il primo omicidio sull’isola dal 1893. Nel 2004 venne ucciso il governatore dell’isola. In entrambi i casi i colpevoli vennero trovati con molta fatica, secondo alcuni a causa della lealtà che lega i discendenti degli ammutinati e che ha reso difficili le indagini. A Pitcairn, nel 2004, una commissione mista di giudici inglesi e australiani, ha condannato sei uomini – poco meno di metà dei maschi adulti dell’isola – per pedofilia e violenza sessuale. Nei mesi precedenti una ventina di donne avevano denunciato una lunga serie di abusi sessuali anche nei confronti di numerosi bambini. Secondo la sentenza l’isolamento di Pitcairn, che non ha una pista di atterraggio e può essere raggiunta soltanto in nave o con un idrovolante, ha permesso lo sviluppo nell’isola di una tolleranza per la promiscuità sessuale anche nei confronti dei più giovani. I sei condannati hanno passato 4 anni in una prigione sull’isola e sono stati rilasciati nel 2010. Il 29 ottobre 2012 la replica del Bounty, costruita per il film del 1962 (quello con Marlon Brando) e stata affondata dall’uragano Sandy. La Guardia costiera riuscì a salvare tutti i membri dell’equipaggio, tranne due. Oltre che nell’Ammutinamento del Bounty, la nave era comparsa anche nel film Pirati dei Caraibi. 

Mary Titton

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Roma (Italia, Europa) coperto +16. Livorno (Italia, Europa) idem. Tagbilaran (Provincia di Bohol, Filippine, Asia) parzialmente nuvoloso +28. Volubilis (Marocco, Africa) parzialmente nuvoloso +31. Sidell (Illinois, Stati Uniti d’America) parzialmente nuvoloso +11Popondetta (Papua Nuova Guinea, Oceania) parzialmente nuvoloso +23.


27 aprile   -249

La notizia del giorno.

80 anni fa moriva Antonio Gramsci.

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Il 27 aprile 1937, dopo 11 anni di orribile prigionia, moriva Antonio Gramsci, a cui si deve la nascita del Partito Comunista Italiano e del quotidiano L’Unità. La sua figura di intellettuale è stata il riferimento di intere generazioni di italiani. A 80 anni dalla morte, tante le iniziative per ricordarlo. La sua città d’adozione, Torino, ha organizzato, oggi, 27 aprile, nel giorno della sua morte, una no-stop al Polo del ‘900. A un dibattito su “Gramsci e la crisi della politica”, seguiranno un aperitivo sardo e uno spettacolo teatrale. Al dibattito parteciperanno Mauro Calise, docente all’Università di Napoli oltre che presidente della Società italiana di scienza politica e Fabio Bordignon, docente all’Università di Urbino. “Tutto tranne Gramsci”, ispirato a “Le donne di casa Gramsci” di Mimma Paulesi Quercioli, per la regia di Susanna Mameli, è un omaggio alla madre di Gramsci, ma anche agli affetti familiari del grande politico e intellettuale italiano. Le iniziative proseguiranno con il concorso per giovani artisti under 35 che saranno premiati a dicembre assieme ai vincitori del Premio Giuseppe Sormani. Infine il 10 ottobre il Polo del ‘900 ospiterà la mostra su “Antonio Gramsci e la Grande Guerra”, allestita per la prima volta a Roma nel febbraio scorso.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Antonio Gramsci: “un monumento del pensiero”.

Gramsci_foto_segnaletica(Foto segnaletica di Gramsci del 1933)

“Quel cervello, diceva il Duce, non deve pensare, va spento”. La notte dell’8 aprile 1926, a Roma, veniva arrestato, per ordine di Mussolini, il giornalista, filosofo, fondatore e segretario del Partito Comunista Italiano, intellettuale antifascista, Antonio Gramsci. Iniziava così il lungo calvario dell’esponente comunista tra confino e carcere, condannato, in quest’ultimo, a 20 anni; infine, logorato dalla detenzione e dall’assenza di cure, malato, rilasciato solo in seguito ad un’amnistia, quando ormai era troppo tardi, moriva, colpito da un’emorragia cerebrale, nella clinica Quisisana di Roma il 27 aprile del 1937, all’età di 46 anni. Ma cosa rende unica, nella storia del comunismo, la vicenda umana, politica e intellettuale di Antonio Gramsci? L’unanime riconoscimento del valore dei suoi scritti e di essere stato uno dei massimi studiosi del Novecento italiano, (senza che vi sia più distinzione tra chi si riconosce nelle sue posizioni e chi ne è avversario). L’aver costruito un sistema di pensiero considerato ancora oggi vitale per l’interpretazione della cultura e della politica italiana e occidentale; il coraggio di rivendicare ad oltranza, senza flettere, malgrado le sofferenze e l’isolamento, i suoi principi; la coerenza, il rigore morale e la forte resistenza alla persecuzione politica. La sua opera è un’impresa ancor più importante, considerando che la realizzò nella solitudine del carcere fascista e, come testimonia un saggio importante dello storico Mauro Canali dal titolo “Il tradimento: Gramsci, Togliatti e la verità negata”, edito da Marsilio, abbandonato e osteggiato tra l’incomprensione e l’ostilità del mondo comunista. Nel “Tempo e la Storia”, una rubrica di RAI Storia, nella puntata dedicata ad Antonio Gramsci, il professor Canali racconta e commenta i punti fondamentali della vita, dell’impegno intellettuale e politico del leader sardo: il 1919, la fondazione del giornale “Ordine Nuovo” che, nel 1924 diventerà l’Unità; il 1926, l’arresto; il 1937 l’amnistia che lo farà uscire, appunto, pochi giorni prima della morte. Gramsci, da intellettuale militante, diventa tra i fautori della scissione dal Partito Socialista un capo politico, invitato anche in Russia alla Terza Internazionale, è un uomo che riflette sulla Rivoluzione Russa, ma anche sulle peculiarità italiane del modello “comunista”, a costo anche di scontri vivaci con altri esponenti del partito, come Togliatti. Il dibattito viene però bruscamente interrotto dall’arresto da parte della polizia fascista. Invano, per lui, si muove persino Stalin che arriva a proporre a Mussolini la sua libertà in cambio di quella di alcuni sacerdoti trattenuti in Russia. In carcere continua a interrogarsi sul futuro del Comunismo e giudica negativamente il nuovo corso dell’Internazionale che annovera ora, tra i nemici, anche i socialisti e i socialdemocratici. Una riflessione che trova spazio nelle sue Lettere e, soprattutto, nei Quaderni, che comincia a scrivere nel 1929. Il professor Canali parla in trasmissione dei dati emersi, documentati da una ricerca capillare e puntigliosa basata su ricerche d’archivio, condotta per anni dallo studioso e ben circostanziata nell’analisi storiografica del suo libro, dei rapporti ormai deteriorati tra Togliatti e Gramsci, ancor prima dell’arresto di quest’ultimo nel novembre del ’26. “A quell’epoca, sullo sfondo c’era lo scontro all’interno del gruppo bolscevico dopo la morte di Lenin: Stalin e Bucharin, da una parte, Trockij, Zinoviev e Kamenev, dall’altra. Gramsci aveva inviato a Togliatti, rappresentante del Pcd’I  nella III internazionale, un documento per i dirigenti sovietici nel quale lasciava trapelare il suo dissenso per il comportamento della maggioranza staliniana del Comitato Centrale del Pcus nei confronti dell’opposizione e auspicava un riavvicinamento ideologico con personalità che godevano di prestigio mondiale e andavano annoverate fra i “nostri maestri”. Lo storico, professor Francesco Perfetti, da il Giornale.it, così riassume il libro di Canali e prosegue: “Togliatti, già folgorato dalla stella di Stalin, non consegnò il documento ritenendolo inopportuno ed ebbe con Gramsci un duro scambio di lettere. Fu il primo tradimento nei confronti di Gramsci. Non fu, però, il solo. Subentrato a Gramsci nella guida del Pcd’I, Togliatti fece imboccare al partito la strada della subordinazione allo stalinismo e di un sostanziale disinteresse per la sorte del leader comunista, il quale cominciò a nutrire dubbi e sospetti su di lui. Nel febbraio del 1928, a istruttoria ancora aperta, Gramsci, detenuto a San Vittore in attesa di giudizio, ricevette da Ruggero Grieco una lettera che lasciava intendere come egli fosse il capo del partito e avvalorava di fatto le accuse. Il giudice istruttore la commentò così: “onorevole, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera”. Quella lettera non fu un gesto di leggerezza o di stupidità, ma, per usare le parole di Gramsci, un “atto scellerato”, dietro il quale si poteva supporre una subdola mano ispiratrice. Che fosse quella di Togliatti, Gramsci lo sospettò subito e lo fece notare alla cognata Tatiana sostenendo che la lettera non era “tutta farina del sacco di Grieco”. Anni dopo, egli avrebbe ribadito all’economista Piero Sraffa i suoi sospetti sulla responsabilità di Togliatti sia nella vicenda della lettera che aveva aggravato la sua situazione processuale sia nel boicottaggio alle trattative per la sua liberazione avviate dal governo sovietico con l’intermediazione di padre Tacchi Venturi. Poi giunsero la “svolta” del 1930 decisa da Togliatti, Longo e Secchia in ossequio alle direttive della III Internazionale, l’espulsione di Bordiga, Tresso, Leonetti e Ravazzoli dal partito e la campagna contro il “socialfascismo”. Dal carcere Gramsci lanciò la proposta di una Costituente antifascista per una mobilitazione congiunta di comunisti e socialisti. Le strade di Togliatti e di Gramsci erano ormai divaricate. Del resto poco aveva fatto il partito per il detenuto se non mandargli qualche finanziamento che la cognata Tatiana otteneva tramite un misterioso personaggio, “linge”, che Canali ha identificato in Riccardo Lombardi, il futuro esponente del Partito d’Azione e, poi, nell’Italia repubblicana, del Psi. Il dissenso di Gramsci nei confronti del partito trovò riscontro nel suo isolamento. I compagni incarcerati lo evitavano e lo guardavano con ostilità. Su questo punto c’è una testimonianza di Sandro Pertini che ricordò un episodio avvenuto in una fredda giornata invernale quando, dopo una nevicata, i carcerati si misero a tirare palle di neve. Racconta Pertini: “una palla s’infranse sul muro al quale Gramsci si appoggiava, e ne uscì fuori un sasso. Io gli ero accanto e lo udii dire: “Avevano messo un sasso nella palla di neve per colpire me”. È un episodio più che eloquente sull’isolamento di Gramsci”. Eppure, gli studiosi comunisti continuarono a ribadire, nel dopoguerra, l’esistenza di un rapporto organico fra Gramsci e il partito, fino al punto da sostenere che egli inoltrò la domanda di libertà condizionale seguendo le direttive dei vertici del partito. Canali dimostra, carte alla mano, che le cose andarono diversamente: non fu Gramsci a “rispettare le norme indicate dal partito”, ma, fu, viceversa, “il partito a rincorrere l’iniziativa di Gramsci, per non farsi trovare spiazzato” da una decisione “presa in assoluta autonomia”. C’era una logica nella negazione della verità. Era necessario occultare e rimuovere l’eterodossia di Gramsci per poter affermare, nell’Italia postfascista, l’esistenza di una linea di continuità Gramsci-Togliatti che consolidasse la rappresentazione mitica e unitaria della storia del Pci. Il regista di questa operazione fu lo stesso Togliatti che fece un uso strumentale, certo funzionale ai suoi disegni politici, degli scritti gramsciani, I Quaderni del carcere e le Lettere dal carcere, gestendone la pubblicazione destrutturata e mutilata. Fu, in sostanza, come dimostra il libro di Canali, proprio Palmiro Togliatti, scaltro e intelligente, a operare il “tradimento” di Antonio Gramsci e del suo pensiero”.

Mary Titton

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Roma (Italia, Europa) sereno +18. Livorno (Italia, Europa) per lo più soleggiato +18. Cecerleg (Mongolia, Asia) per lo più nuvoloso +4. Oyem (Gabon, Africa) lievi rovesci di pioggia +26. Frisco (Texas, Stati Uniti d’America) soleggiato +21. Salelologa (Samoa, Oceania) parzialmente nuvoloso +29.


26 aprile   -250

La notizia del giorno.

Morto il regista Jonathan Demme, premio Oscar per il film “Il silenzio degli innocenti.”

751f8dbbff(Jodie Foster e Anthony Hopkins in una scena del film)

È morto oggi, 26 aprile, all’età di 73 anni, a New York, il regista Jonathan Demme. Si era ammalato di cancro all’esofago nel 2010 e dopo le cure era tornato in pubblico nel 2015 sia come presidente di Giuria alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti sia come regista con il film rock “Dove eravamo rimasti” con Meryl Streep. Nato il 22 febbraio 1944, nella contea di New York, da un’attrice e da un albergatore, trascorse l’infanzia a New York e intorno ai 15 anni di età si trasferì con la famiglia a Miami. Appena trentenne, dirige il film “Femmine in gabbia” (1974), che non ottiene un gran successo e il regista torna dietro la macchina da presa a 35 anni con il thriller “Il segno degli Hannan” (1979) che vince il “New York Film”, e con la commedia “Una volta ho incontrato un miliardario” (1980). Raccoglie favorevoli consensi dalla critica e dal pubblico con “Qualcosa di travolgente” (1986), interpretato da Melanie Griffith e Jeff Daniels, e con “Una vedova allegra … ma non troppo” (1988), interpretato da Michelle Pfeiffer e Matthew Modine. Nel 1992 vince il Premio Oscar per la miglior regia per “Il silenzio degli innocenti”, con protagonisti Anthony Hopkins e Jodie Foster (cui Demme avrebbe tuttavia preferito Meg Ryan), già premiato l’anno precedente anche al Festival di Berlino con l’Orso d’Argento e il DGA Award. L’anno successivo è quello dello straordinario successo di “Philadelphia”, il film che racconta la storia dell’avvocato gay Tom Hanks, malato di Aids che fa causa al suo studio legale per essere stato licenziato. Lo affiancherà un collega, interpretato da Denzel Washington, che dovrà superare i suoi pregiudizi per aiutarlo in questa battaglia. Il film regalò il primo Oscar a Tom Hanks e un secondo a Bruce Springsteen per il brano commovente “Streets of Philadelphia”. “Ogni film deve avere il più possibile azione, umorismo, un po’ di sesso e una buona dose di impegno sociale possibilmente orientato a sinistra” diceva Demme se gli si chiedeva qual era la formula per un buon film.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

26 aprile 1937: il bombardamento di Guernica.

picasso-guernica(Pablo Picasso davanti la sua opera)

Guernica è una cittadina basca che la sera del 26 aprile del 1937 subì un bombardamento aereo ad opera dell’aviazione militare tedesca. L’operazione fu decisa con freddo cinismo dai comandi militari nazisti semplicemente come esperimento. Il bombardamento di Guernica fu un’incursione aerea compiuta dalla Legione Condor con il supporto dell’Aviazione Legionaria, che devastò la città, anche se miracolosamente l’Assemblea Basca e il Gernikako Arbola sopravvissero. In quegli anni era in corso la guerra civile in Spagna, con la quale il generale Franco, che aveva come alleati gli italiani e i tedeschi, cercava di attuare un colpo di stato per sostituirsi al legittimo governo. La cittadina di Guernica non era teatro di azioni belliche, ma la furia distruttrice del primo bombardamento aereo della storia si abbatté sulla popolazione civile uccidendo soprattutto donne e bambini. Il bombardamento fu effettuato nel pomeriggio, a mercato chiuso: alle 16.30 nel cielo della cittadina, simbolo del nazionalismo basco, appare il primo aereo tedesco, quello del “barone nero” Rudolf von Moreau, “eroe” della Legione Condor, inviata da Adolf Hitler in Spagna agli ordini del generale Wolfgang von Richtofen per aiutare il futuro dittatore Francisco Franco a soffocare nel sangue la Repubblica. Il suo Heinkel 51 fa un primo passaggio a bassa quota, poi torna e sgancia le prime tre bombe. Subito dopo inizia la strage. A ondate di 15-20 si scagliano su Guernica gli aerei tedeschi, supportati dagli italiani della Aviazione Legionaria di Benito Mussolini, facendo piovere centinaia di bombe sugli abitanti terrorizzati. Il bombardamento a tappeto dura tre interminabili ore. Gli Heinkel 51, gli Junker 52, i Dornier 17, i Messerschmidt 109 tedeschi, con il supporto dei Fiat CR32 italiani, sganciano 31 tonnellate di bombe. Franchisti, nazisti e fascisti sostennero poi di avere voluto colpire obiettivi strategici, il ponte di Erreteria e una fabbrica di armi, che però non furono nemmeno toccati. Secondo una delle versioni dell’evento tramandate, il mercato sarebbe stato uno dei luoghi più devastati e sanguinosi. Quel giorno il mercato era stato sospeso, come misura prudenziale proprio per la vicinanza del fronte alla cittadina, che era comunque affollata da civili (soprattutto donne e bambini, mentre gli uomini abili al servizio militare erano al fronte). Si trattò di un’azione di guerra, che portò, probabilmente volutamente, anche ad un attacco “terroristico” contro la popolazione civile. È ormai storicamente accertato che la distruzione della città fu causata dal bombardamento nazista, mentre la tesi riportata dai franchisti, di essere stata provocata da miliziani anarchici in ritirata, è stata abbandonata negli anni settanta. Le autorità della Repubblica Federale tedesca hanno riconosciuto ufficialmente, dopo la Seconda guerra mondiale, la responsabilità della tedesca Luftwaffe nella distruzione tramite bombardamento aereo della cittadina basca. Quando la notizia di un tale efferato crimine contro l’umanità si diffuse tra l’opinione pubblica, Picasso era impegnato alla realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi del 1937. Decise così di realizzare un pannello che denunciasse le atrocità del bombardamento su Guernica. L’opera di notevoli dimensioni (metri 3,5×8) fu compiuta in appena due mesi, ma fu preceduta da un’intensa fase di studio, testimoniata da ben 45 schizzi preparatori che Picasso ci ha lasciato. L’ordine con cui deve essere letta l’opera d’arte è da destra a sinistra, poiché il lato destro era vicino all’entrata del luogo per cui è stata progettata, cioè il padiglione della Repubblica Spagnola all’Esposizione Universale di Parigi. Il quadro è un dipinto di protesta contro la violenza, la distruzione e la guerra in generale. La presenza della madre con il neonato in braccio, di un toro, simbolo dell’irrompere della brutalità, e di un cavallo, che somiglia a un asino, simbolo del sacrificio nella corrida, ricorda la composizione del presepe natalizio, che risulta però sconvolto dal bombardamento. La lampada a olio in mano ad una donna, posta al centro dell’opera, indica l’involuzione tecnologica e sociale che ogni guerra, insieme alla distruzione, porta con sé; la colomba a sinistra, richiamo alla pace, ha un moto di strazio prima di cadere a terra; il cavallo simboleggia la follia della guerra, mentre il toro rappresenta la Spagna. La violenza, lo stupore, l’angoscia e la sofferenza sono deducibili esplicitamente guardando, sulla sinistra dell’opera, la madre che grida al cielo disperata, con in grembo il figlio ormai senza vita; le fa da da contraltare l’altra figura apparentemente femminile a destra, che alza disperata le braccia al cielo. In basso nel dipinto c’è un cadavere che ha uno stigma sulla mano sinistra come simbolo di innocenza, in contrasto con la crudeltà nazi-fascista, e stringe nella mano destra una spada spezzata, da cui sorge un pallido fiore, quasi a dare speranza per un futuro migliore. La gamma dei colori è limitata: vengono utilizzati esclusivamente toni grigi, neri e bianchi, così da rappresentare l’assenza di vita e l’alta drammaticità dell’evento. Il senso drammatico nasce dalla deformazione dei corpi, dalle linee che si tagliano vicendevolmente, dalle lingue aguzze che fanno pensare ad urli disperati e laceranti, dall’alternarsi di campi bianchi, grigi, neri, che accentuano la dinamica delle forme contorte e sottolineano l’assenza di vita a Guernica. Questo quadro doveva rappresentare una sorta di manifesto che esponesse al mondo la crudeltà e l’ingiustizia delle guerre. I colori sono il bianco e nero perché, secondo Picasso, la guerra è sofferenza, ma nell’opera, se guardiamo bene, c’è una lampadina che simboleggia la speranza. Il dipinto venne ospitato per molti anni al Museum of Modern Art di New York e tornò in patria nel 1982 a nove anni dalla morte dell’autore e a sei da quella di Francisco Franco, passando prima per il Casón del Buen Retiro, poi per il Prado, infine per il museo Reina Sofia dal 1992. Durante gli anni ’70 fu un simbolo per gli spagnoli sia della fine del regime franchista che del nazionalismo, così come lo era stato prima, per tutta l’Europa, della resistenza al nazionalsocialismo.

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Roma (Italia, Europa) nuvoloso e ventoso +18. Livorno (Italia, Europa) per lo più nuvoloso +16. Shenzhen (Guangdong, Cina, Asia) per lo più nuvoloso +21. Borama (Somalia, Africa) parzialmente nuvoloso +30. Maceió (Jardim da Saúde – Alagoas, Brasile, Sud America) per lo più soleggiato +28Wangaratta (Victoria, Australia) sereno +9.


25 aprile   -251

La notizia del giorno.

A Potenza studenti protagonisti del 25 aprile.

A Potenza sono stati i ragazzi i protagonisti delle celebrazioni per il 72° anniversario della Liberazione: alla manifestazione, organizzata dalla prefettura nel Parco di Montereale, hanno infatti partecipato gli alunni della classe elementare V^A dell’Istituto comprensivo Busciolano del capoluogo lucano e i rappresentanti della Consulta degli Studenti che hanno letto passi riferiti al periodo storico della Liberazione. Le celebrazioni ufficiali sono cominciate con la deposizione di una corona di alloro al Monumento ai Caduti. A loro, alle nuove generazioni, è stato rivolto il pensiero del prefetto di Potenza, Giovanna Cagliostro: “Il senso di questa celebrazione – ha sottolineato nel suo intervento – deve essere quello di proseguire nell’impegno da parte di tutti, istituzioni, cittadini, studenti, ognuno nel proprio ambito lavorativo, familiare, scolastico, affinché il cammino verso un futuro migliore poggi sui valori della libertà e della democrazia, quella stessa democrazia che molti ci invidiano e che è purtroppo ancora oggi negata dalle dittature”. Il sindaco di Potenza, Dario De Luca, ha invece lanciato un chiaro messaggio alle istituzioni: “Non è sufficiente rendere onore al sacrificio di tante donne e uomini, che hanno combattuto per la libertà, con le parole nel corso di questa ricorrenza, ma è doveroso farlo con i nostri comportamenti quotidiani”. Il sindaco, rivolgendosi ai giovani e agli adulti, ha detto: “Non si può tacere e rassegnarsi dinanzi al degrado che sta coinvolgendo le nostre istituzioni pubbliche, la corruzione dilagante, la dissipazione di denaro pubblico, la degenerazione di larghi strati della burocrazia, sempre più caratterizzata da incompetenza e incapacità, fino al punto di costituire essa stessa un freno allo sviluppo del Paese. Non dobbiamo tacere dinanzi a questi fenomeni, ma anzi dobbiamo indignarci e reagire e pretendere un’inversione di rotta, proprio per rendere onore a chi ci ha garantito la libertà.”

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Il 25 aprile 1945

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il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), il cui comando aveva sede a Milano ed era presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani, proclamò l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia, facenti parte del Corpo Volontari della Libertà, di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa, prima dell’arrivo delle truppe alleate; parallelamente il CLNAI emanò in prima persona dei decreti legislativi, assumendo il potere «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano», stabilendo tra le altre cose la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, incluso Benito Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo. «Arrendersi o perire!» fu la parola d’ordine intimata dai partigiani quel giorno e in quelli immediatamente successivi. Entro il 1º maggio tutta l’Italia settentrionale fu liberata: Bologna il 21 aprile, Genova il 23 aprile e Venezia il 28 aprile. Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste all’esercito alleato, si ebbe solo il 3 maggio, come stabilito formalmente dai rappresentanti delle forze in campo durante la cosiddetta resa di Caserta firmata il 29 aprile 1945: tali date segnano anche la fine del ventennio fascista. Su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il principe Umberto II, allora luogotenente del Regno d’Italia, il 22 aprile 1946 emanò un decreto legislativo luogotenenziale, “Disposizioni in materia di ricorrenze festive” che recitava: «A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale.» La ricorrenza venne celebrata anche negli anni successivi, ma solo il 27 maggio 1949, con la legge 260 è stata istituzionalizzata stabilmente quale festa nazionale. Da allora, annualmente, in tutte le città italiane – specialmente in quelle decorate al valor militare per la guerra di liberazione – vengono organizzate manifestazioni pubbliche in memoria dell’evento. La Liberazione mise così fine a venti anni di dittatura fascista e a cinque anni di guerra; la data del 25 aprile simbolicamente rappresenta il culmine della fase militare della Resistenza e l’avvio effettivo di una fase di governo da parte dei suoi rappresentanti, che porterà prima al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica – consultazione nella quale per la prima volta furono chiamate alle urne per un voto politico le donne – e poi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione. A seguire una carrelata di foto dell’epoca della lotta partigiana:

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24 aprile   -252

La notizia del giorno.

Elezioni in Francia: Macron e Le Pen al ballottaggio.

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Tra due settimane sarà tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen il ballottaggio per la scelta del nuovo presidente francese. Le previsioni della vigilia, dunque, sono state rispettate: Emmanuel Macron scavalca Marine Le Pen nei voti reali. Il ministero dell’Interno francese comunica che il candidato indipendente è al 23,75%, la leader del Front National al 21,53%. A seguire il candidato del centrodestra Francois Fillon al 19,9%, poi quello di sinistra Jean-Luc Melenchon al 19,6%, il socialista Hamon al 6,3% e Dupont-Aignant al 6,3%. Il ballottaggio è lo specchio del nuovo mondo: da una parte l’ex banchiere Emmanuel Macron (23,8 per cento con 8 milioni e 273mila voti), uno che ha deciso di fondare il movimento En Marche! per correre alle elezioni da solo, dall’altra Marine Le Pen (21,6 per cento con 7 milioni e 515mila preferenze), la leader dell’estremista e tanto rivendicato anti-sistema Front National. Il primo ha eliminato i socialisti, di cui tra le altre cose è un prodotto, al grido di “non sono né di destra né di sinistra”; la seconda ha cancellato i Repubblicani, gli ex gaullisti. Resiste Jean-Luc Mélenchon (19,5, 6 milioni 805mila voti): un altro ex socialista che ha giocato la sua partita fuori da tutti i campi tradizionali e trascinando la sua sinistra a 19 per cento, un record. Fuori – per la prima volta i gaullisti di François Fillon (19,9 e 6 milioni e 930mila voti), demoliti e umiliati i socialisti di Benoit Hamon (6,3 e solo 2 milioni e 207mila voti). Hanno perso i partiti tradizionali, le loro strutture chiuse e farraginose, la loro lentezza nel modificare approccio e modificarsi. Il campanello d’allarme è stato il disgusto verso la politica e la richiesta di cambiamento dell’elettorato durante la presidenza di François Hollande: il disagio l’hanno sentito tutti, hanno saputo rispondere solo quelli che si sono presentati come “nuovi” prima di tutti gli altri. Macron è l’emblema di questo cambiamento. A lui che è stato ministro dell’Economia con Hollande, i socialisti avevano fatto capire che avrebbe dovuto mettersi in fila prima di candidarsi come presidente “perché troppo giovane”. Si è inventato un Movimento, che si pone come obiettivo quello di prendere voti a destra e a sinistra. Non è stato tanto importante l’essere effettivamente fuori dalle parti, ma il saper dimostrare che con lui non ci sarebbe più stata la vecchia guardia. Marine Le Pen è figlia dell’ex candidato del Front National e appartiene a una della famiglie più ricche della Francia, dal 2004 siede a Bruxelles come eurodeputata. Più establishment di così si muore, ma per gli elettori non ha importato. Ha saputo presentarsi come quella che, fuori da qualsiasi regola o compromesso, è pronta ad andare contro il sistema: quindi contro ogni richiesta dell’Ue e pronta ad andare fino in fondo, che sia l’uscita dalla Nato o quella dall’Euro. Marine riesce nell’impresa che fu possibile solo al padre: arrivare al secondo turno delle elezioni presidenziali rompendo il tabù. Nonostante gli annunci non è contenta: avrebbe voluto arrivarci come trascinatrice e invece le tocca inseguire, in una battaglia che appare già persa. Infatti secondo un sondaggio Ipsos/sopra Steria realizzato per France Info, al ballottaggio Emmanuel Macron otterrebbe il 62% delle preferenze contro il 38% di Marine Le Pen.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Padre Pio: il santo più amato.

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Il 24 aprile 2008, in occasione del quarantesimo anniversario della morte, veniva esposto, a San Giovanni Rotondo, all’interno di una teca di cristallo costruita appositamente, il corpo di Padre Pio. Il 23 settembre dello stesso anno, data coincidente con la morte del Santo, si concludeva l’esposizione della salma con una solenne cerimonia. Attorno all’itinerario umano e spirituale di Padre Pio da Pietrelcina, si è realizzata una delle più popolari esperienze di devozione religiosa dell’Italia del Novecento. Per un cinquantennio, dal 1918 al 1968, senza mai spostarsi dal convento di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo, Padre Pio ha attratto generazioni di italiani e stranieri, che si recavano nel Gargano per incontrare colui che amava definirsi “un povero frate che prega”. Quanti hanno visitato il piccolo centro pugliese si sono imbattuti in un prete cappuccino dall’esistenza segnata dalla semplicità, e per certi versi dalla ripetizione. Alla semplicità della sua vita, tuttavia, si sono accompagnati doni spirituali ed esperienze mistiche, tutti di carattere soprannaturale. Padre Pio da Pietrelcina, il santo più amato, (da tutti, san Pio continua a essere chiamato Padre Pio) al secolo Francesco Forgione nacque in una famiglia di contadini meridionali, proprietari di un appezzamento di terra di poco meno di un ettaro distante un’ora di cammino dal paese Pietrelcina. Quarto di otto fratelli Francesco, nacque il 25 maggio 1887. La vita a Pietrelcina era scandita dai ritmi della terra, della famiglia, della religione, “una religiosità semplice e assidua”. La vocazione di Francesco si sviluppò con naturalezza, senza essere legata a eventi straordinari. La frequentazione e la simpatia per un giovane cappuccino che si recava spesso a Pietrelcina, insieme alla devozione francescana della madre, fecero nascere in Fancesco il desiderio di “farsi frate”. La famiglia prese sul serio tale volontà, e investì i pochi averi nell’istruzione del ragazzo, che venne affidata a un prete del paese. Il 22 gennaio 1903, a sedici anni, entrò nel convento di Morcone e da francescano cappuccino prese il nome di fra Pio da Pietrelcina. “Francesco sostenne di aver avuto una visione, il 1 gennaio 1903, dopo la comunione, che gli avrebbe preannunciato una continua lotta con Satana. Divenuto sacerdote sette anni dopo, il 10 agosto 1910, voleva partire missionario per terre lontane, ma glielo impedì la grave malattia ai polmoni, che costrinse i superiori a rimandarlo più volte a Pietrelcina. Lì, Padre Pio trascorse sei anni, prima di essere inviato a Foggia e quindi a San Giovanni Rotondo. Gli anni della giovinezza, dello studio, del noviziato e della preparazione non furono assolutamente facili per il frate, segnati dai continui problemi di salute e il moltiplicarsi di sogni, visioni e manifestazioni “non terrene” che anticiparono quello che gli sarebbe occorso lungo tutta la vita. Tali esperienze sono note grazie alla corposa corrispondenza scambiata dal frate con il suo direttore spirituale e con il confessore. Centinaia di lettere, tutte pubblicate, scritte prima della proibizione di intrattenere rapporti epistolari che lo avrebbe raggiunto nel 1922. “In questa corrispondenza intima egli racconta il suo combattimento con il diavolo affrontato, talvolta, anche fisicamente. Incoraggiamenti gli vennero da apparizioni di Gesù e di Maria”. Il giovane Pio non amava esternare tali esperienze, né vantarsene. Un senso di timore e di inadeguatezza per l’avventura spirituale di cui era protagonista lo avrebbe accompagnato sempre. Nell’agosto del 1918 frate Pio affermò di aver avuto delle visioni su di un personaggio che lo avrebbe trafitto con una lancia, lasciandogli una ferita costantemente aperta (transverberazione). Poco tempo dopo, in seguito a un’ulteriore visione, il frate affermò che avrebbe ricevuto delle stimmate. (L’inizio del manifestarsi delle stimmate risalirebbe al 1910, quando per la sua malattia il religioso aveva avuto il permesso di lasciare il convento e di vivere nella sua casa natale di Pietrelcina: “In mezzo al palmo delle mani è apparso un po’ di rosso, grande quanto la forma di un centesimo, accompagnato da un forte e acuto dolore. Questo dolore è più sensibile alla mano sinistra. Anche sotto i piedi avverto un po’ di dolore”) . Nello stesso periodo cominciarono a circolare voci secondo le quali la sua persona aveva cominciato a emanare un “inspiegabile” profumo, che non era percepito da tutti allo stesso modo: “Chi diceva di sentire profumo di rose, chi di violette, chi di gelsomino, chi di incenso, chi di giglio, chi di lavanda, ecc.”. Un numero incalcolabile di uomini e donne, dal Gargano e da altre parti dell’Italia, cominciarono ad accorrere al suo confessionale, dove egli trascorreva moltissime ore al giorno fra grandi sofferenze fisiche e spirituali. Padre Pio venne visitato da molti medici, tra cui padre Agostino Gemelli (che mantenne sempre un atteggiamento di diffidenza nei confronti del frate) e dovette sottostare a diverse ispezioni canoniche; infine fu anche sospeso a divinis e solo dopo diversi anni, prosciolto dalle accuse, fu reintegrato nel suo ministero sacerdotale. La sua celletta, la numero 5, portava appeso alla porta un cartello con una celebre frase di San Bernardo: “Maria è tutta la ragione della mia speranza. Da lei il frate si sentiva protetto nella sua lotta quotidiana col demonio, il “cosaccio”, come lo chiamava, e per ben due volte, nel 1911 e nel 1959, la Vergine lo guarì miracolosamente. A Lei, nel maggio 1956, dedicò la Casa Sollievo della Sofferenza, una delle strutture sanitarie oggi più qualificate a livello nazionale e internazionale, con 70.000 ricoveri all’anno e collegamenti con i principali Istituti di ricerca di tutto il mondo. Negli anni ’40, per combattere con l’arma della preghiera la tremenda realtà della seconda guerra mondiale, padre Pio diede avvio ai Gruppi di Preghiera, una delle realtà ecclesiali più diffuse attualmente nel mondo, con oltre duecentomila devoti. La vicenda del frate fu sempre accompagnata da un lato da intense manifestazioni di fede popolare e dall’altro da sospetti di personalità della Chiesa, tra cui Giovanni XXIII e, come già citato, da Padre Gemelli che fu sempre scettico sulle ferite del cappuccino. A Padre Pio gli vengono attribuiti il dono della bilocazione, la profezia e la scrutazione dei cuori e delle coscienze (cardiognosi). Su di lui sono stati scritti numerosi articoli e tantissimi libri, più di 200 biografie solo in italiano. Diceva: “Farò più rumore da morto che da vivo”. Alle 2,30 del mattino di lunedì 23 settembre 1968 Padre Pio morì all’età di 81 anni. Ai suoi funerali parteciparono più di centomila persone giunte da ogni parte d’Italia. Le stimmate scomparvero dal suo corpo, lasciando le parti completamente sane, come attestano le fotografie scattate subito dopo la sua morte. Fino a pochi giorni prima di morire, ormai stanco e malato, aveva vissuto la sua giornata abituale. La sveglia alle cinque, la preghiera comunitaria, la messa con il popolo, l’interminabile processione di coloro che ne chiedevano la grazia e di essere acoltati. Nel suo testamento Padre Pio istituì la Santa Sede quale legatoria di tutti i beni della Casa Sollievo della Sofferenza. È stato beatificato il 2 maggio 1999 e proclamato Santo il 16 giugno 2002 in piazza San Pietro da Papa Giovanni Paolo II. La memoria liturgica ricorre il 23 settembre. San Giovanni Rotondo è oggi la prima meta di pellegrinaggi d’Italia, con circa nove milioni di visitatori (dato del 2002) l’anno.

Mary Titton

METEO

Roma (Italia, Europa) soleggiato +18. Livorno (Italia, Europa) parzialmente nuvoloso +19. chongqing (Cina, Asia) pioggia debole  +20Welkom (Sudafrica) soleggiato +22. Flint (Michigan, Stati Uniti d’America) soleggiato +16. Majuro (Oceania) nuvoloso +27.


23 aprile   -253

La notizia del giorno.

Spari contro Kuki Gallmann, ferita in modo grave.

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La scrittrice italiana naturalizzata keniota, Kuki Gallmann, è stata ferita a colpi di arma da fuoco nel suo ranch, a circa 300 chilometri da Nairobi, presumibilmente da un gruppo di pastori che hanno invaso la tenuta in cerca di pascoli per salvare i loro animali dalla siccità. È stata colpita allo stomaco mentre stava pattugliando il ranch nella sua riserva, la Laikipia Nature Conservancy, insieme all’autista. Secondo quanto riferisce un amico di famiglia, mentre era sul veicolo, è stata costretta a fermarsi per la presenza di un albero a terra lungo il percorso. A quel punto gli assalitori le hanno sparato, ma la Gallmann è stata salvata dall’intervento dei ranger del Servizio fauna selvatica del Kenya, che si sono scontrati con gli aggressori. Trasportata in elicottero all’ospedale di Nanyuki dove ha ricevuto le prime cure, è stata trasferita in un altro ospedale a Nairobi per essere operata. Amici di famiglia in contatto con la figlia Sveva, hanno fatto sapere che la scrittrice è in grado di parlare. Kuki Gallmann, figlia dello scrittore trevigiano Cino Boccazzi, vive in Kenya dal 1972, quando si trasferì con il secondo marito Paolo e il figlio Emanuele, morti rispettivamente nel 1980 per un incidente d’auto e nel 1983 per il morso di un serpente. Cinque mesi dopo la morte del marito diede alla luce la sua seconda figlia, Sveva. Nonostante i gravi lutti, decise di rimanere in Africa. Conosciuta nel mondo per la sua battaglia contro il contrabbando delle zanne d’avorio degli elefanti, nella regione della Laikipia è proprietaria di una riserva di circa 360 km quadrati, in cui ospita e protegge esemplari rari della fauna e flora africana, come il rinoceronte nero. Inoltre, organizza per la popolazione locale progetti di comunità, istruzione, arti e sport. Nella sua tenuta si riuniscono scienziati e botanici, etnologi e zoologi, veterinari ed erboristi, con l’obiettivo di conservare intatte le bellezze di quei luoghi, che si estendono dal monte Kenya all’orlo della grande Rift Valley. Ma anche gli indigeni hanno la possibilità di ritrovare le loro abilità creative tradizionali, dalla lavorazione della pelle alla medicina delle erbe. Già un mese fa una struttura turistica all’interno della sua riserva era stata data alle fiamme, senza che ci fossero vittime. La situazione in Kenya è molto tesa a causa della siccità che ha colpito la regione. I pastori nell’ultimo periodo si sono resi protagonisti di diversi atti violenti e hanno invaso terreni privati per poter sfamare il proprio bestiame. Il rancher britannico e organizzatore di safari Tristan Voorspuy è stato ucciso all’ inizio di marzo mentre controllava i suoi alloggi a Laikipia. La Bbc però ipotizza che dietro alle ripetute aggressioni dei pastori ci possano essere delle ragioni politiche: il giornalista Alastair Leithead il mese scorso ha provato a indagare sulle motivazioni delle proteste, ma è stato costretto a fuggire a colpi d’arma da fuoco.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

William Wordsworth.

489px-Benjamin_Robert_Haydon_002(Ritratto di William Wordsworth, 1842 – Benjamin Haydon)

William Wordsworth, insieme a Samuel Taylor Coleridge, è il fondatore del Romanticismo e soprattutto del naturalismo inglese grazie alla pubblicazione, nel 1798, delle Lyrical Ballads, vero e proprio manifesto del movimento in Inghilterra. L’amico Coleridge vi contribuì con “La ballata del vecchio marinaio” (“The Rime of the Ancient Mariner”), che apriva la raccolta nella prima edizione, chiusa da “Tintern Abbey”. Benché il poema postumo “The Prelude” di Wordsworth sia considerato il suo capolavoro, sono in realtà le Ballate liriche ad influenzare in modo determinante la letteratura ottocentesca. Il carattere decisamente innovativo della sua poesia, ambientata nella cornice suggestiva del Lake District, nel nord del Cumberland, sta nella scelta dei protagonisti, personaggi di umile estrazione tratti dalla vita di tutti i giorni, e in un linguaggio semplice e immediato che ricalca da vicino la loro parlata. Mentre Coleridge vede la poesia come fuga dalla realtà, Wordsworth offre ai suoi lettori un modo per dialogare con il presente e la società: anche se la sua poesia si ambienta nella cornice selvaggia e rupestre dei laghi inglesi, essa è anche una recollection in tranquillity, letteralmente “ricordo nella quiete”, di personali esperienze vissute nella natura che arricchiscono chi vive costretto dalla realtà della metropoli industriale. Il poeta non è solo colui che percepisce il messaggio della natura grazie alla sua particolare sensibilità, ma anche chi lo sa esprimere in modo da evocare in chi legge le sue stesse esperienze visive, uditive, tattili: nella poesia più famosa della raccolta, “Tintern Abbey”, egli dice: «… sento di nuovo/queste acque che scorrono dalle sorgenti montane/portando in sé il dolce rigoglio delle viscere della terra.» Troviamo, poi, nella prefazione alle Lyrical Ballads, anche un’importante definizione di quella che fu, secondo Wordsworth, la poesia romantica: « Ho detto che la poesia è lo spontaneo straripamento di potenti sensazioni: prende origine dall’emozione ricondotta nella tranquillità». In occasione dell’anniversario della morte, avvenuta il 23 aprile 1850 , ecco alcune poesie tratte dalle sue Lyrical Ballads:

Arcobaleno

Il mio cuore esulta al cospetto

dell’arcobaleno che sta nascendo:

come venendo al mondo;

come nel sapersi uomo;

così, nello scoprirsi vecchio,

mi sia data la morte!

Il Bambino è padre dell’Uomo

e siano i miei giorni

l’uno all’altro stretti

dal sentimento della natura.

 

Un sonno mi sigillò la mente

Un sonno mi sigillò la mente –

non avevo paure umane –

lei pareva creatura che non sente

il tocco di anni terreni.

Ora non ha più forza né moto,

non vede né sente –

avvolta nel flusso della terra

diuturno, fra piante, sassi, rocce.

METEO

Roma (Italia, Europa) sereno +12. Livorno (Italia, Europa) idem. Tsingtao (Shandong, Cina, Asia) sereno con nuvolosità sparsa +14. Chisimaio (Somalia, Africa) poco nuvoloso +29 Brownsweg (Suriname, Sud America) pioggia+27Deloraine (Tasmania, Australia) nuvoloso +12.


22 aprile   -254

La notizia del giorno.

Radiato dall’ordine di Treviso il primo medico anti-vaccini.

Poster_for_vaccination_against_smallpox(Manifesto degli anni ’60 della Campagna che sosteneva la vaccinazione contro il vaiolo negli Stati Uniti)

L’ordine dei medici di Treviso ha radiato un suo iscritto, il ministro della Salute e il presidente dell’Istituto superiore di Sanità esultano parlando della “prima radiazione di un medico anti vaccini”, mentre i suoi legali protestano contro una condanna che definiscono dettata da “massimo arbitrio e irragionevolezza”. A quattro giorni dalla contestatissima puntata di Report, il tema vaccini infiamma nuovamente la cronaca italiana: questa volta coinvolge un medico, il dottor Roberto Gava, radiato dal suo ordine e accusato dalle alte sfere della sanità italiana di essere contrario alle vaccinazioni. L’accusa è rigettata dai suoi avvocati, Silvio Riondato e Giorgio Piccolotto, che, in un post sul profilo Facebook del medico, contestano aspramente la sanzione decisa dall’ordine: “è stato condannato soltanto per le sue idee, idee ben fondate sull’esigenza di personalizzazione di ogni vaccinazione per prevenire i gravi pericoli e i vari danni da vaccino ai singoli pazienti, contro la vaccinazione indiscriminata di massa. In mancanza della motivazione che ritarda rispetto alla divulgata notizia sulla sanzione della radiazione inflitta al dottor Roberto Gava dall’Ordine dei medici di Treviso, la Difesa del dottor Gava nota che la radiazione è conforme alle attese fin dalle primissime fasi del procedimento, perché già allora il Presidente dell’Ordine Luigino Guarini ha comunicato a più persone che il procedimento contro Gava sarebbe stato un ‘processo a Galileo Galilei’, il quale com’è noto è stato ingiustamente e pesantemente condannato, come ora capita al dottor Gava”. Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova, specializzato in Cardiologia, Farmacologia Clinica e Tossicologia Medica, e poi studioso di Agopuntura Cinese, Omeopatia Classica, Bioetica e Ipnosi Medica, Gava è autore di testi di Farmacologia e numerose pubblicazioni scientifiche. “Da una ventina d’anni sto cercando di studiare gli approcci medici non convenzionali rivedendoli anche alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, essendomi convinto che il medico deve aprirsi a molte tecniche terapeutiche scegliendo di volta in volta per il suo paziente quella più appropriata”, scrive nella sua biografia.

Avvenimenti e Protagonisti del passato.

Rita Levi-Montalcini.

Rita_997-710_resize(Immagine dal Corriere della sera)

“Affrontare la vita con totale disinteresse alla propria persona e con la massima attenzione verso il mondo che ci circonda, sia quello inanimato che quello dei viventi. Questo, ritengo, è stato il mio unico merito”. (Rita Levi-Montalcini). Invece i meriti della professoressa sono stati parecchi, a giudicare dai numerosi riconoscimenti che la neurologa, senatrice, ha ricevuto lungo la sua lunga esistenza, incluso il più alto, il Premio Nobel assegnatole nel 1986 “per le sue scoperte e l’individuazione di fattori di crescita cellulare”. La scienziata, nata a Torino il 22 aprile 1909, apparteneva a una famiglia ebraico-sefardita di cultura raffinata ma tradizionalista, dominata dalla figura del padre, tanto affettuoso quanto autoritario. La sua volontà esigeva dalle tre figlie incondizionata obbedienza dovendo sottostare a una rigida educazione vittoriana che non crei conflitti tra il loro ruolo di future mogli e madri e le esigenze di una possibile carriera professionale. Sebbene i rapporti con il padre risentissero di una certa difficoltà di comunicazione, differentemente dalla gemella Paola, Rita ereditò da questo, il quale la chiamava affettuosamente “sensitiva”, la dedizione al lavoro e la serietà, nonché una concezione prettamente laica della vita, che la portò fin dall’infanzia a dichiararsi pubblicamente “una libera pensatrice”, suscitando grande stupore tra i suoi compagni, i quali mai avevano udito una simile espressione. La difficoltà di essere donna la portò a scontrarsi con il padre circa la volontà di intraprendere gli studi alla Facoltà di Medicina. I tempi vittoriani relegavano, infatti, le ambizioni di una donna esclusivamente al mondo familiare, e il destino di Rita Levi-Montalcini sembrava essere segnato. La determinazione le consentì di ribellarsi al dogmatismo e al bigottismo sociale, infondendole il coraggio di ribellarsi al padre. Rita ha sempre affermato di sentirsi una donna libera rivendicando il diritto di scegliere in autonomia la propria strada. Ha rinunciato per scelta a un marito e a una famiglia per dedicarsi interamente alla scienza, la sua vera vocazione. Riguardo alla propria esperienza di donna nell’ambito scientifico, ha descritto i rapporti coi collaboratori e studiosi sempre amichevoli e paritari, sostenendo che le donne costituiscono al pari degli uomini un immenso serbatoio di potenzialità, sebbene ancora lontane dal raggiungimento di una piena parità sociale. “L’umanità è fatta di uomini e donne e deve essere rappresentata da entrambi i sessi” e “Le capacità mentali dell’uomo e della donna sono le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio” affermava con ferrea determinazione. Rita superò a pieni voti gli esami che le permisero di accedere al “solenne anfiteatro dell’Istituto anatomico della facoltà di medicina” dell’Università di Torino. Si laureò a pieni voti sotto la guida dell’istologo Giuseppe Levi, convinto antifascista e coraggioso oppositore del regime di Mussolini, con gli amici e colleghi Salvador Luria e Renato Dulbecco, durante la sessione estiva del 1936. Agli albori dell’annunciata e temuta seconda guerra mondiale, nemmeno giornali e riviste sino ad allora politicamente neutrali, come “la Stampa”, mostrarono pietà per gli ebrei e tutti coloro definiti semiti. Il 14 luglio del 1938 uscì su tutti i quotidiani il manifesto firmato da dieci scienziati italiani, nel quale si dichiarava che gli ebrei non appartenevano alla “razza italiana”; tra questi spiccavano nomi noti: il fisiologo Sabato Visco e l’endocrinologo Nicola Pende. Questo spirito antisemita diffusosi tra la popolazione la convinse ad acc