DayByDay

21 febbraio

PRIMO PIANO

F1: presentata la nuova Ferrari per il mondiale 2018.

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La Ferrari ha presentato oggi nella sua sede di Maranello, alla presenza del presidente Sergio Marchionne, dei piloti Vettel e Raikkonen e di Piero Ferrari, la monoposto con cui parteciperà al Mondiale 2018 di Formula 1, il cui inizio è previsto per il prossimo 25 marzo a Melbourne, in Australia. Si chiama SF71H la nuova rossa con cui Sebastian Vettel, secondo l’anno scorso nel mondiale con 5 vittorie, e Kimi Raikkonen cercheranno di riportare in Italia il titolo piloti che manca dal 2007. Nella nuova vettura predomina il rosso con una minor presenza di dettagli bianchi e neri, solo in una parte del cofano posteriore si trova uno spazio bianco in cui risalta il tricolore italiano. Dal punto di vista progettuale la SF71H è una evoluzione della monoposto usata nella passata stagione, rispetto alla quale risulta più stretta e compatta: ha un muso del tutto nuovo, che si restringe in punta, dove è visibile uno spazio al momento ancora bianco, appartenente allo sponsor principale, la Philip Morris, mentre la parte posteriore della vettura, con il classico disegno cosidetto a Coca-Cola, appare ancora più stretta e rastremata rispetto alla monoposto 2017. Sopra l’abitacolo del pilota, la nuova Ferrari presenta – come tutte le altre nuove di Formula 1 – il cosiddetto “halo”, la protezione montata intorno alla testa del pilota per evitare che possa essere colpito da oggetti o detriti nel corso della gara, come già successo in passato. Dopo la presentazione, la SF71H verrà portata sul Circuit de Catalunya, presso Barcellona, dove domenica 25 è previsto un “Filming day” prima dell’inizio, lunedì 26, dei test veri e propri. La prima sessione durerà fino a giovedì 1 marzo; la seconda, sulla stessa pista, si terrà dal 6 al 9 marzo. Ad entrambe parteciperanno i piloti titolari della Scuderia Ferrari, Kimi Raikkonen e Sebastian Vettel. In mattinata, anche la scuderia detentrice dei titoli Mondiali della Formula 1, la Mercedes-AMG, la rivale principale della Ferrari, ha presentato nel circuito inglese di Silverstone la sua monoposto per il 2018.

DALLA STORIA

La Rosa Bianca. “Non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera”. “Non c’è tirannide che non sia stata sconfitta da una coscienza in piedi”.

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Sophie Scholl fu ghigliottinata all’età di 21 anni dal Tribunale del Popolo di Monaco di Baviera, il 22 febbraio 1943, per tradimento contro lo Stato e il Führer. Insieme a lei vennero decapitati il fratello Hans, Christoph Probst e, due mesi dopo, Alexander Schorell, Willi Graf e il loro professore di filosofia, Kurt Huber. Si concluse così l’opposizione non violenta al regime nazista di cinque giovani universitari tedeschi, chiamati “La Rosa Bianca” che, nel corso del 1942 e nelle prime settimane del 1943, sfidarono il partito nazionalsocialista stampando e diffondendo clandestinamente, in Germania e in Austria, sei opuscoli contro Hitler. Questi fogli raccontavano gli orrori che si stavano consumando ai danni degli ebrei, informavano delle sconfitte militari naziste (Stalingrado), facevano appello ai grandi ideali della cultura ispirandosi al Vangelo, a Sant’Agostino, a Rilke, a Lao-Tse, ad Aristotele, a Novalis, a Romano Guardini così come a Ghoete, Pascal, Platone, Dostoevskij, Schiller e … alle lezioni della storia. I volantini, attraverso semplici parole, esortavano i tedeschi alla comprensione morale dei gravi mali presenti nella vita nazista, incitavano le persone a diffidare dei falsi miti come la purezza della razza o il concetto esasperato di nazionalismo diffusi dalla brutale e arrogante propaganda del partito. Nel primo volantino c’era scritto: “Ogni singolo deve coscientemente difendersi con ogni sua forza, opporsi in quest’ultima ora al flagello dell’umanità, al fascismo e a ogni simile sistema di stato assoluto. Fate resistenza passiva, resistenza ovunque vi troviate; non dimenticate che ogni popolo merita il governo che tollera. Impedite che questa atea macchina da guerra continui a funzionare, prima che le città diventino un cumulo di macerie”. Il sesto opuscolo venne distribuito nell’Università di Monaco il 18 febbraio 1943, in coincidenza con la fine delle lezioni. Quasi tutti i volantini vennero distribuiti in luoghi frequentati; Sophie Scholl prese la coraggiosa decisione di salire in cima alle scale dell’atrio e lanciare da lì gli ultimi volantini sugli studenti sottostanti. Venne individuata da in bidello nazista, Jakob Schmid, che la bloccò e la consegnò assieme al fratello alla polizia di regime. Gli altri membri attivi vennero subito fermati e il gruppo, assieme a tutti quelli a loro associati, venne sottoposto a interrogatorio da parte della Gestapo. Gli Scholl si assunsero immediatamente la piena responsabilità degli scritti sperando, invano, di proteggere i rimanenti membri del circolo; i funzionari della Gestapo che li interrogarono rimasero sorpresi per il coraggio e la determinazione dei due giovani (la Gestapo torturò Sophie Scholl per quattro giorni, dal 18 al 22). Il 22 febbraio, in un tribunale politico speciale presieduto da Roland Fresler, i ragazzi subirono un processo-farsa e, nel corso del breve dibattimento, furono reputati colpevoli e ghigliottinati nello stesso giorno. (Il famigerato giudice Roland Freisler, nell’ultimo triennio del regime nazista, si era reso responsabile di migliaia di condanne a morte a seguito dei dibattimenti da lui presieduti, per lo più processi-farsa, i cui esiti erano scontati fin dal principio. Freisler è tristemente noto come il più celebre giudice penale del terzo Reich. Il suo atteggiamento aggressivo e mortificante nei confronti degli imputati è un esempio rappresentativo della “stortura del diritto”, sotto il nazismo e dell’asservimento della giustizia al terrore organizzato del regime). Le guardie del carcere e lo stesso boia dissero che mai avevano visto morire tanto coraggiosamente dei giovani, in particolare la ragazza. La Rosa Bianca, nome scelto da Hans insieme al gruppo, evoca spiriti integri, contrari alle guerre, capaci di non cedere al demoniaco del potere. Essa non era un’organizzazione sul modello della Resistenza italiana (diffusa, strutturata, con collegamenti internazionali); non implicava l’adesione ad un’ideologia politica; era la reazione spontanea e irrinunciabile di ragazzi incapaci di piegarsi alla menzogna, alla inumana violenza perseguita con metodo dai nazisti contro innocenti; essi furono disposti a sacrificare la loro giovinezza per difendere i principi umani e cristiani di fratellanza e giustizia. Sophie e i suoi compagni erano consci dei rischi che correvano, ma decisero all’unanimità di stampare e divulgare volantini contrari al regime. Erano ragazzi dalla coscienza integra, che non volevano cedere ai compromessi. Sentivano di dover difendere, a qualsiasi costo, il senso di giustizia e la libertà: “La libertà è il più prezioso tesoro che abbiamo”. Nel V° volantino si leggeva: “Appello ai tedeschi! Libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall’arbitrio di stati criminali fondati sulla violenza: queste sono le basi della nuova Europa”. Il volantino si concludeva con un appello: “In nome della gioventù tedesca esigiamo dallo Stato di Adolf Hitler la restituzione della libertà personale, il bene più prezioso dei tedeschi che egli ci ha tolto nel modo più spregevole”. Il linguaggio era importante, con tutta probabilità Sophie e i suoi amici conoscevano le riflessioni sull’importanza della parola in politica di uno dei “loro” scrittori: Romano Guardini. La parola, secondo Guardini, crea la comunicazione e fonda la politica che è legata alla virtù della veridicità. La politica autentica (al contrario di quella inautentica) è fondata sulla parola autentica che si afferma quando una persona sostiene ciò di cui è convinta e se ne fa interiormente garante. Far politica significa dunque “ridare valore alle parole, essere fedeli alle parole, rispettare la verità delle cose e delle persone, sentire dentro di sé l’autorità della coscienza”. Il nazionalsocialismo aveva supportato il suo potere stravolgendo il significato delle parole e creandone di nuove. Durante la guerra per incitare e unire la nazione tedesca l’espressione “morte eroica”, con cui il partito identificava i caduti in battaglia o lo slogan “lotta fatale”, come notò Hanna Arendt, non solo convinse le persone che “la guerra non era guerra” o che “la guerra era venuta dal destino e non dalla Germania”, ma anche che “era una questione di vita o di morte: o annientare i nemici o essere annientati”. Per riappropriarsi del significato vero occorrevano riflessione, discernimento, coraggio. “Libertà e onore! Per dieci lunghi anni Hitler e i suoi seguaci hanno spremuto fino alla nausea queste due magnifiche parole tedesche, le hanno svuotate, alterate come possono fare soltanto i dilettanti che gettano ai porci i più alti valori di una nazione”. Il grido della Rosa Bianca fu una cascata di parole definite da Thomas Mann, nel 1943, in diretta radiofonica alla BBC, “positive”, poiché affermavano il valore della persona sulla massa, della coscienza sul fanatismo, della fede in Dio sul paganesimo nazista, della bellezza sulla crudeltà, dell’amicizia e della fraternità sugli assemblamenti costrittivi, razzisti, gerarchici e burocratici. Una parola fondamentale per i giovani della Rosa Bianca citata ripetutamente nei volantini fu “resistenza” (Widerstand), parola formata da due suffissi: Wider, che significa contro, e Stand, stare in piedi. Widerstand è dunque ergersi. Si adatta bene a quanti hanno saputo restare diritti in mezzo ai tanti che piegavano la schiena e il capo!

Mary Titton


21 febbraio

PRIMO PIANO

Siria: “Situazione oltre l’immaginazione.”

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La sconfitta militare del sedicente Stato islamico non ha messo fine alla guerra in Siria, cominciata prima dell’avvento dell’Isis, nel 2013, e destinata a continuare a lungo, mentre le cellule jihadiste si riorganizzano in clandestinità nelle aree “liberate”, controllate da milizie siriane e straniere. Nella Siria si combattono due conflitti principali: uno a ovest, dove la Russia, l’Iran, la Turchia e la Giordania si stanno spartendo i territori che vanno dall’estremo sud, al confine col regno hascemita, all’estremo nord, alla frontiera turca, e uno a est, lungo la valle dell’Eufrate, nella parte più ricca di fonti energetiche, dove gli Stati Uniti sostengono il Pkk curdo per arginare l’avanzata russo-iraniana verso l’Iraq. Ieri, un mese esatto dopo l’inizio dell’offensiva turca su Afrin, nel nord della Siria, milizie fedeli al regime di Damasco sono entrate in azione per cercare di dare man forte alle unità curde, innalzando al massimo il livello di tensione tra Ankara e Damasco. L’artiglieria turca ha immediatamente risposto e, secondo l’agenzia turca Anadolu, ha costretto le milizie filo-Assad a ritirarsi di una decina di chilometri. Intanto anche a Ghouta, considerata l’ultima roccaforte nelle mani dei ribelli, i raid aerei non si fermano ed è salito a 296 il numero dei morti, tra cui 71 bambini e numerose donne. Il bilancio delle vittime degli attacchi governativi siriani sulla regione a est di Damasco, assediata dalle truppe lealiste e controllata dai gruppi armati delle opposizioni, si aggrava di ora in ora. Per le Nazioni Unite “non ci sono più parole” per esprimere lo sdegno dinanzi alle uccisioni e alle sofferenze dei bambini nella Ghouta orientale. “Nessuna parola renderà giustizia ai bambini uccisi, alle loro madri, ai loro padri e ai loro cari”, afferma una dichiarazione diffusa da Geert Cappelaere, direttore regionale di Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa. Il conflitto è purtroppo lotano da una soluzione: il presidente turco Erdogan continua a usare toni aggressivi, promettendo che l’offensiva delle sue truppe non si fermerà se non dopo aver raggiuto il suo risultato, cioè spazzar via ogni minaccia “terrorista”, includendo in questa categoria sia i jihadisti del sedicente Stato Islamico sia i miliziani curdi delle Ypg, le unità di protezione popolare che Ankara considera vicine al Pkk fuorilegge; neanche Bashar Assad, rientrato nei giochi grazie al sostegno russo, vuole fare un passo indietro, accettando che siano i turchi a operare con tank e truppe di terra dentro i confini siriani. Alla fine, sarà nelle sale del Cremlino che si cercherà una via d’uscita: Vladimir Putin è un alleato di ferro di Assad, ma ha comunque anche rinsaldato l’amicizia con Erdogan, quindi è nelle condizioni di mediare per evitare uno scontro diretto. Il governo tedesco ha condannato i drammatici sviluppi del conflitto siriano e gli attacchi del regime di Assad; “Ci chiediamo dove siano Russia e Cina, senza il supporto dei quali oggi il regime militare di Assad non sarebbe dove si trova”, ha detto il portavoce Steffen Seibert rivolgendo poi un appello al presidente siriano Assad, perché fermi subito la violenza, e ai suoi sostenitori, perché esercitino la loro influenza su Damasco. Intanto la guerra continua e la situazione nella regione della Ghuta orientale va “oltre l’immaginazione”, come ha detto alla Bbc, alla luce degli ultimi tre giorni di bombardamenti da parte delle forze governative, il coordinatore umanitario regionale delle Nazioni Unite, Panos Moumtzis.

DALLA STORIA

Malcom X, il leader controverso.

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Dalla metà degli anni ’50 si sviluppa negli Stati Uniti il movimento per i diritti civili dei neri, sotto la guida del reverendo Martin Luther King. Al fianco di questo, ispirato ai principi della non violenza, crescono movimenti e leader più radicali, che non si accontentano di ottenere diritti formali, perché ritengono che il problema sostanziale dei neri sia la povertà endemica e la marginalità sociale. Il più importante tra questi è senza dubbio Malcom X. Giovane brillante dall’infanzia drammatica, figlio di un pastore battista, probabilmente assassinato dai bianchi, nei primi anni ’50, Malcom X aveva aderito alla setta “Nation of Islam”, di Elijad Muhammad che auspicava la creazione nera separata dal resto degli Stati Uniti. È allora che rinuncia al suo cognome (Little) e assume la X, a simboleggiare il rifiuto del “nome da schiavo”. In opposizione al reverendo King che esortava alla non violenza, Malcom X riteneva prioritario risvegliare, nella popolazione afroamericana, l’orgoglio nero, sistematicamente e brutalmente demolito, per oltre tre secoli, dalla società bianca. Tale sentimento avrebbe irrobustito, nei neri, lo spirito di rivolta nella rivendicazione dei diritti civili e della parità coi bianchi. “Con la rivoluzione e con ogni mezzo, se necessario”, aveva lui stesso incitato nei comizi. “Straordinario oratore, Malcom X divenne lo schermo sul quale milioni di neri proiettarono le loro speranze”. Nel 1963 il carismatico leader si allontana dal gruppo “Nation of Islam”, criticando, da radicale qual era, anche la marcia su Washington e dichiarando, provocatoriamente, che Kennedy si era meritato di essere assassinato. A sua volta, il 21 febbraio 1965 all’età di trentanove anni, viene freddato mentre teneva un comizio nella Audubon Ballroom di Harlem. Quel 21 febbraio del 1965, nel giorno di una morte violenta che lui stesso aveva prevista e annunciata, Malcom X si portò nella tomba tanti segreti: a partire dall’identità dei suoi assassini e dei mandanti. “So troppe cose” diceva, “so tutto. So dove si seppelliscono i cadaveri. So quali rapporti segreti esistono tra Muhammad e il Ku-Klux-Klan, tra Muhammad e i nazisti di George Lincoln Rockwell. Muhammad farà di tutto per togliermi di mezzo”. Quando Elijad Muhammad apprese dell’uccisione di colui che era stato il suo discepolo prediletto, il “Messaggero di Allah”, si affrettò a dichiarare di essere estraneo al delitto, sottolineando che i suoi musulmani sono fautori della non violenza. Nondimeno i suoi seguaci manifestarono la loro gioia persino sui marciapiedi di Harlem”. Oltre 1 milione e mezzo di persone partecipò ai funerali a Harlem, il 27 febbraio.

Mary Titton

IL PERSONAGGIO

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Margarethe von Trotta nasce a Berlino, il 21 febbraio 1942. Esponente del nuovo cinema tedesco, inizia la carriera a Parigi nel 1960 come attrice per Rainer Fassbinder e per Volker Schlöndorff cominciando a collaborare alla regia di vari cortometraggi cinematografici. Il debutto alla regia risale al 1975, quando presenta “Il caso Katharina Blum”, tratto da un romanzo di Heinrich Böll. Il suo è un cinema politicamente impegnato, soprattutto agli esordi; con “Anni di piombo”, del 1981, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, si aggiudica il “Leone d’Oro”, film che valse a proiettarla tra i registi di culto. Famosa per il suo utilizzo di personaggi femminili di grande spessore si sofferma, soprattutto, attraverso l’analisi delle loro motivazioni psicologiche profonde stabilendo un rapporto preferenziale con le sue attrici (in particolare Jutta Lampe e Barbara Sukova). Quest’ultima interpreta, nel 1985, “Rosa Luxemburg”, film biografico attento anche alla dimensione personale della rivoluzionaria spartachista. Più tardi, nel 2012 la Sukova sarà Hanna Arendt, nell’omonimo film che ha come soggetto il processo del nazista Adolf Eichmann, a Israele dove la filosofa venne inviata dal New York Times, per seguirne le fasi. Numerosi altri film l’hanno consegnata tra i più grandi registi degli ultimi decenni. Dal 2017 la regista è presidente del Bif&st-Bari International Film Festival, ideato e diretto da Felice Laudadio.


20 febbraio

PRIMO PIANO

Cresce anche in Italia il fenomeno delle baby gang.

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Assistiamo purtroppo sempre più spesso ad episodi di violenza, che vedono come protagonisti ragazzini che aggrediscono una persona, scelta a caso, ai loro occhi più debole e indifesa (l’anziano, il barbone, l’extracomunitario, ecc.). L’ultimo episodio risale al 16 febbraio scorso ma è emerso ieri, dopo la diffusione sul web delle immagini, poi rimosse dalla polizia. Cinque ragazzini, tutti minorenni, hanno aggredito un anziano per derubarlo, a Casalguidi, nel comune di Serravalle Pistoiese, e uno di loro ha filmato la sequenza e l’ha postata su Facebook. Il video è agghiacciante: il gruppo di adolescenti, dopo aver avvistato l’anziano, che è claudicante e cammina con l’aiuto di un bastone, ne preparano “l’aggressione tra risa e schiamazzi”, come rileva la questura. In particolare uno dei ragazzi gli va incontro e poi gli strappa di mano il bastone, facendolo così cadere a terra. All’identificazione dei giovani, a cui la polizia contesta il tentato furto con strappo, la squadra mobile è arrivata nella tarda serata di ieri, dopo essere venuta a conoscenza del video, postato su Facebook. Ai cinque la polizia è risalita anche consultando persone che avevano partecipato alle chat in rete dopo la diffusione del video. La squadra mobile ha sequestrato i telefoni cellulari in uso a tre degli indagati e alcuni capi di abbigliamento. Uno dei ragazzini individuati ha meno di 14 anni, quindi non è imputabile, gli altri hanno tra i 16 e i 14 anni. La vicenda è al vaglio della procura dei minori di Firenze. Gli studiosi s’interrogano sulle cause di tali comportamenti e di tanta aggressività, che a volte dà luogo a reazioni violente anche nei confronti di compagni e professori, come emerge dagli ultimi episodi di cronaca, e in genere ne identificano i fattori scatenanti nella vita familiare, nella mancanza di valori morali e di un orientamento socio-educativo.    

DALLA STORIA

Il Metropolitan Museum di New York: compendio dell’arte mondiale.

image001(Inaugurazione del Metropolitan Museum, 20 febbraio 1872)

Quello che è oggi uno dei maggiori musei del mondo, poco più di un secolo fa non esisteva. Mentre le grandi istituzioni europee si fondarono, infatti, quasi sempre su collezioni assemblate nei secoli dai regnanti, come è il caso del Louvre, degli Uffizi, del Prado, il più importante museo americano venne creato dal nulla alla fine del XIX secolo. Nel 1866, un influente avvocato e uomo di cultura, John Jay, durante un pranzo, lanciò la proposta di fondare a New York “un’istituzione nazionale e una galleria d’arte”. All’incontro, che si svolse in un ristorante di Parigi, erano presenti uomini d’affari ed esponenti del governo, riunitisi per celebrare la ricorrenza del 4 luglio. Nel novembre di tre anno dopo, raccogliendo le sollecitazioni di un comitato nato per sostenere l’idea di Jay, la Union League Club, un’autorevole associazione di finanzieri, letterati, artisti e filantropi, stese un programma per il museo e selezionò un collegio di ventisette uomini d’affari e di cultura, che avrebbe dovuto presiedere la nascente istituzione. Il Metropolitan Museum venne così costituito ufficialmente all’inizio del 1870. Nonostante consistesse soltanto in un’entità virtuale, senza sede e senza alcun oggetto da mostrare al pubblico, la sua finalità apparve subito chiara “viene fondato nella città di New York per istruire e mantenere nella suddetta città un museo e biblioteche d’arte, per incoraggiare e sviluppare lo studio delle Belle Arti e la loro applicazione nell’industria, per stimolare la conoscenza di soggetti correlati e per fornire quindi di uno strumento di istruzione popolare e di ricreazione”. Primo importante acquisto furono 174 dipinti di maestri europei del Seicento e del Settecento; nel frattempo cominciava la costruzione dell’edificio in Central Park, destinato a subire continui ampliamenti per la crescita costante delle collezioni. Nel 1901 un lascito di quasi cinque milioni di dollari permise al museo di diventare la più importante istituzione culturale americana. Il Metropolitan possiede oggi oltre tre milioni di opere d’arte, capolavori non solo pittorici di ogni epoca, stile e cultura. Attraverso le numerose “period rooms” è inoltre possibile compiere una vera e propria passeggiata nella storia, dall’egizia Tomba di Perneb allo Studiolo di Gubbio rinascimentale; dai chiostri medievali alle dimore dei primi coloni americani, fino agli ambienti essenziali ideati da Frank Lloyd Wright. L’infinita varietà delle collezioni comprende, inoltre, le arti africane, oceaniche e islamiche, la fotografia, i costumi, le armi e gli strumenti musicali di ogni epoca e provenienza, senza contare le mostre temporanee. Il progetto di raccogliere nel Metropolitan (più sbrigativamente chiamato anche Met) opere di ogni epoca e cultura, per offrire ai visitatori un panorama dello sviluppo artistico dell’umanità, è stato splendidamente raggiunto; la sua visita vale di per sé il viaggio!

Mary Titton

IL PERSONAGGIO

Oggi celebriamo un genio della musica che la cultura giovanile, a partire dalla fine degli anni ’80, considera il portavoce di una generazione in crisi così come, molti anni prima Bob Dylan seppe raccontare la voglia di cambiamento della sua generazione e la sua contestazione. Parliamo di Kurt Cobain, leader “maledetto” del gruppo Nirvana. Figlio di un proletario di Seattle, Cobain aveva sulle spalle un’infanzia infelice e travagliata. Soffrì molto a causa del divorzio dei genitori, un trauma che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita. “Per qualche ragione me ne vergognavo. Mi vergognavo dei miei genitori. Non riuscivo più a guardare in faccia alcuni dei miei compagni di scuola perché desideravo disperatamente avere una familgia normale. Mamma, papà. Volevo quel tipo di sicurezza e lo rinfacciai ai miei genitori per parecchi anni”. Da molti anni drogato, Cobain era sposato con Courtney Love, ex leader del gruppo “Hole”, anche lei eroinomane. La coppia aveva avuto una bambina, Frances Bean. Nonostante la sua breve vita, Cobain è stato il  miglior artista degli anni Novanta. Insieme agli altri membri dei Nirvana, Kris Novoselic e Dave Grohl, è stato introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2014, il primo anno in cui erano eleggibili. L’8 aprile 1994 venne trovato morto nella sua casa di Seattle, ucciso da un colpo di fucile, all’età di 27 anni. Entrava così nel famigerato “Club dei ventisette” insieme a Jimy Hendrix (anch’egli di Seattle), Janis Joplin, Jim Morrison, Brian Jones. Benché si trattasse di un suicidio, negli anni seguenti si è sviluppato un acceso dibattito sulle cause della sua morte. L’idolo della musica grunge lasciava nello sconforto totale milioni di giovani ad interrogarsi sulle ragioni di quella sua ostinata voglia di abbandonare questo sporco mondo. Il termine grunge è, infatti, ritenuto una derivazione dell’aggettivo grungy, nato attorno al 1965 come slang di dirty o filthy (sporco, sudicio), un concetto che lui ha saputo trasferire in una musica al ritmo di basso – chitarra – batteria; una sorta di predilizione per i suoni distorti e rumorosi che per primi risaltano, anche da un ascolto superficiale e dalla sua voce ruvida e bellissima. “Guardavo Kurt e pensavo: mio Dio, con la sua musica sarebbe capace di dividere in due un atomo: i Nirvana hanno alzato la temperatura per tutti: il pop preconfezionato non è mai sembrato così freddo quando sono arrivati loro. Sono riusciti a far sembrare tutto il resto ridicolo”. Questo, il commento di Bobo, degli U2 nel 51° anniversario della nascita dell’“angelo biondo”.


19 febbraio

PRIMO PIANO

Usa: creato embrione ibrido pecora-uomo in vista di futuri trapianti di organi.

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In Usa è stato creato per la prima volta in laboratorio un embrione ibrido uomo-pecora, in cui una cellula su 10.000 è umana. L’annuncio è stato dato ad Austin, in Texas, dagli scienziati dell’Università della California, che un anno fa avevano realizzato un embrione di uomo e maiale, dove le cellule umane erano una su 100.000. L’ibrido è stato ottenuto introducendo cellule staminali adulte “riprogrammate” nell’embrione di pecora, che poi è stato lasciato crescere per 28 giorni, il massimo per cui l’esperimento aveva ottenuto l’autorizzazione. Nel periodo le cellule umane si sono riprodotte, spiega Pablo Ross, uno degli autori, anche se per arrivare alla possibilità di avere un intero organo serve un rapporto di uno a 100. Aggiunge poi: “Anche se c’è molto da lavorare, gli organi prodotti in queste chimere interspecie potrebbero un giorno costituire un modo per soddisfare la domanda di organi, trapiantando ad esempio un pancreas ibridizzato in un paziente”. L’uso delle pecore, ha spiegato ancora il ricercatore al Guardian, ha molti vantaggi rispetto al maiale, a partire dal fatto che bastano quattro embrioni e non cinquanta per far iniziare una gravidanza. Anche questo animale inoltre ha organi di dimensioni simili a quelli umani. L’esperimento del gruppo di ricerca guidato dal giapponese Hiro Nakauchi, che da anni conduce studi sulla medicina rigenerativa e le cellule staminali, punta ad ottenere nell’animale un pancreas efficiente che garantisca al paziente diabetico, dal quale provengono le cellule per la creazione dell’ibrido, la soluzione della sua patologia. La sperimentazione, in cui è stato creato un embrione ibrido pecora-uomo, oltre a sollevare dubbi etici, non ha applicazioni a breve termine, in quanto c’è da superare il problema del rigetto e dei possibili virus. Quel che intanto pare certo è che l’ibridazione di ovini con patrimonio genetico umano dà origine a embrioni di una nuova specie inesistente in natura e dalle caratteristiche ignote, lo stesso fatto che si sia limitato lo sviluppo a 28 giorni, immaginando un’estensione a 70 per ottenere qualche risultato concreto, è il segnale che non si sa cosa potrebbe succedere dopo questo limite di tempo.

DALLA STORIA

I “Tagli” iconici e dirompenti di Lucio Fontana.

image001(Concetto Spaziale. Attese, 1967. Idropittura su tela. Museum Frieder Burda, Baden-Baden)

“Il buco è l’inizio di una scultura nello spazio. I miei non sono quadri, sono concetti d’arte”. (Lucio Fontana).

Per i pittori e gli scultori, come più volte commentato in questa rubrica, ciò che più conta nella loro arte è la forma, il superamento dei risultati ottenuti, fino a quel momento. La loro arte è pura ricerca espressiva in cui l’artista, attraverso un’ispirazione sente il bisogno di trasferire quell’idea, quel pensiero, che appartengono a una dimensione immateriale, in una rappresentazione formale, cioè materiale. L’arte è dunque un linguaggio e l’artista il suo interprete. Egli è, se così si può dire, lo strumento che scrive quel linguaggio nelle sue declinazioni evolutive. Ai tempi del Masaccio, nel 1400, la volta del suo famoso affresco “La Santissima Trinità, la Vergine, san Giovanni e donatori” sarà sembrata una cosa sorprendente, un vero prodigio per i contemporanei del grande pittore convinti che quella volta doveva essere, necessariamente, un buco vero dato che all’epoca, non si conosceva ancora la prospettiva. Esempi simili che hanno regolarmente, anzi quasi sempre, scandalizzato per la loro avanguardia o diversità rispetto al pensiero comune del tempo, sono tantissimi. Tra questi, nel Novecento, si può annoverare Lucio Fontana fondatore, nel 1946, del movimento pittorico dell’arte spaziale. Al passo coi tempi moderni Fontana, nel cosiddetto “Manifesto Blanco” iniziò a delineare l’urgenza di inserire come argomenti di studio le dimensioni del tempo e dello spazio e la loro sperimentazione su tela. I pittori spazialisti perciò non avevano come priorità l’immagine pittorica in sé e non desideravano semplicemente definire una corrente di stile ma, al contrario, si proponevano di affrontare, in un quadro o in una scultura, il problema della percezione onnicomprensiva dello Spazio inteso come summa delle categorie assolute di Tempo, Direzione, Suono, Luce. La presa di coscienza dell’esistenza di forze naturali nascoste come particelle, raggi, elettroni “premeva con forza incontrollabile sulla “vecchia” superficie della tela”. Tali forze si liberarono, in modo definitivo, grazie ai buchi e ai tagli che Fontana compì sulla superficie del quadro. Egli, attraverso questa nuova forma espressiva, fece il passo finale di distacco dalla “vecchia” arte verso la nuova arte spaziale creando effettivamente un “continuum” tra Spazio (tela tagliata) e Tempo (il gesto istantaneo del Taglio).

Mary Titton

IL PERSONAGGIO

Massimo Troisi: il “Pulcinella senza maschera”.

Trosi_sul_set_de_Il_postino(Troisi sul set del suo ultimo film Il Postino)

Massimo Troisi nella sua breve vita è stato il principale esponente della nuova comicità napoletana per la sua capacità sia verbale sia mimica di unire ruoli comici e riflessivi, potremmo scomodare Pirandello e parlare di “sentimento del contrario”, di quella comicità che porta a riflettere su casi e situazioni umane, affrontati con ironia e autoironia. L’attore, soprannominato “il comico dei sentimenti”, nato a San Giorgio a Cremano il 19 febbraio 1953, diceva di sé con autoironia: “Se uno nasce a San Giorgio a Cremano (alle porte di Napoli ma nel cuore di una periferia disastrata, ancora campagna, non ancora città) e cresce in una casa piccola e sovraffollata (cinque fratelli, due genitori, due nonni e cinque nipoti), o si chiama Massimo Troisi o si rassegna all’anonimato fin dall’infanzia).” Istintivo erede di Eduardo e di una napoletanità irridente e dolente, con il gruppo “I Saraceni” e poi con gli amici de “La Smorfia”, Lello Arena ed Enzo Decaro, l’attore portò la sua lingua, un napoletano vivacissimo e torrenziale, sincopato e colorito, “l’unica lingua che so parlare, a dire il vero”, come era solito dire, sulle reti televisive nazionali e poi nel cinema. Il successo del trio fu inatteso e immediato e consentì al giovane Troisi di esordire nel cinema con “Ricomincio da tre” (1981), il film che decretò il suo trionfo come attore e come regista. Seguì il clamoroso successo di “Non ci resta che piangere” (1984), dove, in coppia con Benigni, mostra tutta la sua capacità inventiva in un esilarante viaggio nel tempo fino alla Firenze medicea. Dall’inizio degli anni ottanta si dedicò esclusivamente al cinema interpretando dodici film e dirigendone quattro. Adoperò uno stile inconfondibile, attento alla società italiana ed alla Napoli successiva al terremoto del 1980, alle nuove ideologie, al femminismo e all’affermazione della soggettività. Con lui nacque la nuova tipologia napoletana dell’ antieroe, un personaggio che riflette tuttora i dubbi e le preoccupazioni delle nuove generazioni. Malato di cuore sin dall’infanzia, morì il 4 giugno 1994 all’Infernetto (Roma) per un attacco cardiaco, conseguente a febbri reumatiche, due giorni prima di terminare il suo ultimo film, “Il postino”, che, ispiratogli dal libro “Il postino di Neruda” dello scrittore cileno Antonio Skármeta, dopo la sua morte, nel 1996, ottenne quattro nominations e l’Oscar per la colonna sonora di Luis Bacalov. L’attore partenopeo disse di amare particolarmente questa pellicola, al punto di considerarla parte della sua stessa vita.


18 febbraio

PRIMO PIANO

Capodanno cinese: il 2018 è l’anno del cane.

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In questo mese si celebra il Capodanno cinese, che dà l’avvio a un periodo di festività di 15 giorni e si chiude con la festa delle lanterne, quando le famiglie si riuniscono, cenano e pregano insieme. Il Capodanno cinese, il nome reale è festa di primavera, non ha una data fissa: cade in un periodo compreso tra il 21 gennaio e il 20 febbraio, in base alla seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno. Quest’anno è stato il 16 febbraio, giorno in cui si è entrati nell’anno del cane. Il colore rosso è considerato di buon auspicio per l’anno nuovo e perciò è abitudine comune decorare le case con fiocchi e nastri di questo colore e con addobbi tipici appesi alle porte, dipinti su carta e tela secondo le arti calligrafiche, piccoli quadri o nodi tradizionali di stoffa rossa. Tipica è l’esposizione di particolari fiori: boccioli di pruno asiatico, che simboleggiano la fortuna, narciso, che simboleggia la prosperità, crisantemo, che simboleggia la longevità, girasole, benaugurante per il nuovo anno, bambù e fiori e frutti di fortunella. È pure tradizione scambiarsi buste rosse con un dono in denaro. Il numero delle monete deve essere pari, perché ai funerali si danno somme dispari, le monete non devono essere mai quattro e multipli perché malauguranti, l’8 è considerato di buon auspicio. Si crede che il denaro scacci gli spiriti maligni. Pietanze tipiche, pesce e pollo, vengono sempre consumate per motivi scaramantici e contengono spesso nel nome significati di buon auspicio; importantissima è la cena della vigilia, simile per la ricchezza delle portate alle nostre delle vigilie di Natale e Capodanno. Secondo la mitologia cinese, l’origine del Capodanno viene fatta risalire a un’antica leggenda: nei tempi antichi viveva in Cina un mostro chiamato Nian, che era solito uscire dalla sua tana una volta ogni 12 mesi per mangiare esseri umani; l’unico modo per sfuggire a questo tributo di sangue era spaventare il Nian, terrorizzato dai rumori forti e dal colore rosso. Per questo motivo ogni 12 mesi si è soliti festeggiare l’anno nuovo con canti, strepiti, fuochi d’artificio e con l’uso del colore rosso. Un’eco di questa leggenda potrebbe essere rimasta nella rituale danza del leone, praticata durante le feste, quando si sfila per le strade inseguendo una maschera di leone, che rappresenterebbe il Nian.


17 febbraio

PRIMO PIANO

Il primo fotogramma di bambini della preistoria.

ansa(fonte: Matthew Bennett) © ANSA/Ansa

Sono rimaste scolpite nel fango di uno stagno, accanto ai resti di un ippopotamo, le impronte di un gruppo di bambini che 700.000 anni fa avevano accompagnato i genitori in una battuta di caccia. La scoperta si deve ai ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma, coordinati da Margherita Mussi ed è stata pubblicata sulla rivista Scientific Reports. Il più piccolo ancora non camminava, ma era in piedi e si dondolava. Gli altri bambini di due e tre anni si muovevano intorno ai genitori, impegnati nel macellare la carcassa di un ippopotamo con schegge in pietra. Il primo autore dell’articolo, Flavio Altamura, ha detto: “Le loro tracce, scoperte in Etiopia, sono come una foto di vita preistorica”. “Per la prima volta – ha osservato Mussi – ci sono impronte di bambini molto piccoli, che indicano la loro presenza costante anche quando gli adulti scheggiavano e macellavano”. Infatti “gli adulti del gruppo stavano eseguendo tutte le normali attività quotidiane e stavano fabbricando anche gli strumenti di pietra per macellare le prede che avevano cacciato”, ha detto Matthew Bennett, dell’Università britannica di Bournemouth. È stato possibile ricostruire tutta la scena della famiglia, impegnata nelle sue attività quotidiane, perché l’intero sito di Melka Kunture è disseminato di scaglie in pietra e schegge già pronte, oltre che dei resti dell’ippopotamo. Inoltre tutte queste tracce si sono conservate intatte, arrivando fino a noi, perché erano state ricoperte dalle ceneri di un vulcano poco distante.


16 febbraio

PRIMO PIANO

Seconda medaglia d’oro per l’Italia alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang.

Michela Moioli ha vinto l’oro nella gara femminile di snowboard cross. L’atleta bergamasca, 22 anni, ha fatto segnare il secondo miglior tempo nelle qualificazioni e ha superato senza problemi i quarti di finale e la semifinale, vincendo davanti alla francese Julia Pereira de Sousa Mabileau e alla ceca Eva Samkova. In finale, dopo una partenza complicata, la campionessa bergamasca ha preso il comando nella seconda parte della gara, tagliando il traguardo per prima. In questa edizione dei Giochi, per l’Italia si tratta della seconda medaglia d’oro, dopo quella di Arianna Fontana nei 500 metri di short track. Moioli, che in carriera vanta due bronzi ai Mondiali di Kreischberg nel 2015 e in Sierra Nevada nel 2017, in questa stagione ha conquistato 4 vittorie in Coppa del Mondo, a Montafon, Cervinia e due a Feldberg. Michela Moioli sorride e si commuove parlando dello storico oro nello snowboardcross conquistato al Phoenix snow park ai Giochi di Pyeongchang: “Sono senza parole. È il più bel giorno della mia vita. Se questo è un sogno, non svegliatemi”. La bergamasca è la prima azzurra a conquistare l’oro olimpico nello snoawboard. “Quando ho tagliato la linea del traguardo ho iniziato a piangere. Sono felicissima e voglio ringraziare tutte le persone che mi hanno aiutato in questo lungo viaggio dalle ultime Olimpiadi”, ha detto, riferendosi ai Giochi di Sochi, dove vide sfumare il sogno di una medaglia per un grave infortunio al ginocchio. L’atleta, infatti, quattro anni fa alle Olimpiadi di Sochi, si era infortunata in seguito a una caduta mentre era in lotta per il terzo posto proprio nell’atto conclusivo, procurandosi la rottura del legamento crociato del ginocchio; poi, nel corso di questi quattro anni, la Moioli si è ripresa e ha vinto la coppa del mondo di snowboard cross nel 2015/16, guadagnando un secondo posto nella stagione successiva. Moioli ha mosso i suoi primi passi sulla neve a Foppolo ed è passata alla tavola su spinta dei propri genitori: la madre ha una azienda di parquet, il papà lavora nella comunità montana. I suoi idoli sono lo snowboarder statunitense Nate Holland e lo sciatore azzurro Christof Innerhofer.

DALLA STORIA

Navigatori solitari.

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Il VO 70 Maserati con cui Giovanni Soldini ha stabilito tre nuovi record fra la fine del 2013 e l’inizio del 2014: sulla tratta Cadice – San Salvador (3.884 miglia), sulla cosiddetta “Rotta dell’Oro”, la rotta che collega New York a San Francisco (13.225 miglia) e della regata Cap2Rio Yacht Race, da Cape Town a Rio de Janeiro (3.435 miglia)

“Non mollerò finché non l’avrò trovata” aveva detto Giovanni Soldini mentre si cimentava nell’impresa “difficilissima” di raggiungere l’imbarcazione, da molte ore alla deriva, della navigatrice francese Isabelle Autissier, dove si trovava dopo il ribaltamento della sua barca “Prb” durante la terza tappa della Around Alone. Prima che la barca si ribaltasse, Isabelle era al comando della classifica generale, seguita dal connazionale Marc Thiercelin e da Soldini. Appena saputo dell’incidente, il navigatore solitario aveva abbandonato la gara, ma aveva vinto la corsa contro il tempo riuscendo, quel fortunato 16 febbraio 1999, a salvare la sua amica e concorrente, rimasta in balia delle onde per 24 ore. “Salve, qui Fila. Isa è a bordo con me. Stiamo tornando in gara”. Almeno altre due imbarcazioni avevano cambiato rotta per tentare di salvare la francese, mentre le autorità marittime di Nuova Zelanda e Cile stavano predisponendo a loro volta squadre di ricerca: però le sedi di soccorso a terra più vicine distavano quasi duemila chilometri e solo Soldini, che aveva navigato tutta la notte, lottando con il tempo e le onde, alte fino a dodici metri, era in grado di raggiungere la Autissier. “Ho fatto tutta la notte di bolina, con vento a 45 nodi. Sono fradicio e gelato. Ora sono a 18 miglia dall’ultimo segnale Argos trasmesso dalla barca di Isabelle. C’è poca visibilità. Ci vorrà molta fortuna”. Aveva scritto per posta elettronica alla sua base di Milano. I solitari, soprattutto quelli che affrontano il giro del mondo senza scalo e senza assistenza esterna, sono persone fuori del comune con una predisposizione fisica e mentale non comune, oltre ad essere dei marinai preparati anche tecnologicamente. Gli ampi spazi senza continenti consentono ai sistemi depressionari di evolversi con una facilità tale da impedire, a chi naviga controvento, di effettuare le manovre opportune per evitarle. Quando ci si imbatte in tale frangente, l’imbarcazione è sottoposta costantemente a sollecitazioni, anche forti, che si scaricano e si diramano per tutta la struttura: scafo, albero, timone e chiglia subiscono per lunghissimi periodi la violenza degli elementi della natura. Infine, e questo è uno degli elementi più importanti, è da tener presente la “tenuta” del navigatore solitario. Lo stress psicologico e fisico in un giro del mondo con condizioni meteo abbastanza “favorevoli” è già elevato, nel caso del periplo “all’inverso”, lo skipper naviga per la maggior parte del tempo in bolina, con il vento, sempre forte in faccia (somma del vento reale e del vento creato dal moto dell’imbarcazione), che divora calorie ed energie, e, alle basse temperature, rende la densità dell’aria più grande. Soldini a proposito delle condizioni meteo che un solitario affronta, ha scritto “La mia tempesta l’ho vissuta al largo della Nuova Zelanda durante la regata intorno al mondo per solitari. L’avevo vista sulle carte meteo, ma non sapevo quando esattamente sarebbe arrivata e neppure quale intensità avrebbe avuto. Perché c’è una bella differenza fra 50 e 80 nodi di vento. Mi preparai al peggio, riducendo le vele e mettendomi al riparo dentro la cabina. La barca doveva andare per forza in bolina ed era sballottata da onde enormi. A un certo momento la forza del vento aumentò e fui costretto a salire in coperta e mettermi al secco di vele. In quella condizione occorre legarsi saldamente, perché basta un niente per finire in mare. Imbragato al meglio, strisciai in coperta reggendomi dove potevo e cominciai ad ammainare tutte le vele, col mare che frangeva sulla barca facendo un boato infernale. Poi, me ne tornai in cabina, dove faceva molto freddo (ma sempre meno che all’aperto). Furono 36 ore terribili, passate nel ventre buio o legato al timone di un guscio galleggiante, sballottato e rovesciato da una forza infinitamente superiore a quella umana, provando emozioni contraddittorie. Da una parte la tensione, fors’anche la paura, per i muri d’acqua, il rombo di vento, le nuvole incombenti e nere come la pece. D’altra parte l’assuefazione, l’abitudine a ripetere i gesti e a imporsi la calma; un autocontrollo dettato dall’esperienza e dalla certezza di dover contare sulle proprie forze. Mentre strisciavo in coperta per andare ad ammirare le vele, ad esempio, la mia unica preoccupazione era fare una cosa alla volta e mentre la facevo riflettevo già sulla mossa successiva. Un piccolo sbaglio o un imprevisto potevano poter dire la fine della barca e di chi era a bordo. In mare come nella vita, non si finisce  mai d’imparare: contano solo le esperienze che si accumulano e che portano nuove conoscenze e nuove soluzioni. La tempesta è il più difficile degli esami e non lascia appelli”.

Fonte: “La vela e le competizioni sportive. Di Stéphan Jules Buchet, tratto da “Civiltà del Mare. La Grande Storia della Marineria Italiana”. Editore Progetto Editoriale editions.

Mary Titton

IL PERSONAGGIO

Valentino Rossi.

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Valentino Rossi, nove volte campione del mondo di motococlismo, compie oggi 39 anni, essendo nato ad Urbino il 16 febbraio 1979, ed è già in sella alla sua Yamaha sul circuito di Burinam, dove si svolgerà il Gran Premio di Thailandia, in programma per il 7 ottobre prossimo. Fin da bambino usa sempre il numero 46, anche nelle annate in cui ha la possibilità di sfoggiare l’1 di campione in carica; è lo stesso numero utilizzato precedentemente nel Motomondiale dal padre e successivamente da un pilota giapponese di cui era molto appassionato. A Tavullia, dove vive, Valentino, grazie al padre Graziano che corse nel motomondiale negli anni ’70 e ’80, prende confidenza con i motori fin da piccolo e mostra subito il suo talento. Comincia con i go kart prendendo la licenza con un anno di anticipo, a soli 9 anni, ma passa presto alle più economiche minimoto e prende la prima licenza come pilota del Moto Club Cattolica. A 13 anni prova per la prima volta la Aprilia Futura 125 ed esordisce nel campionato Sport Production nel 1993 in sella alla Cagiva Mito 125, gestita da Claudio Lusuardi. Dall’esordio in classe 125 nel 1996, con la prima vittoria a Brno, la sua carriera è stata tutta costellata di successi. Nel 1997 si laurea campione del mondo in sella alla Aprilia RS 125 con 11 vittorie, un secondo posto ed un terzo posto. Immediato il passaggio alla 250, dove, dopo la prima stagione di rodaggio, si laurea campione del mondo con nove vittorie, due secondi posti e un terzo posto. Poi, nel 2001, il passaggio alla 500, con la Honda per la terza volta campione del mondo, infine nel 2012 il passaggio alla classe MotoGP, dove, a parte qualche momento di crisi, come nel 2010, quando, durante le prove al Mugello si procura una frattura scomposta di tibia e perone, in sella alla Yamaha e nel 2011 alla Ducati, si mostra campione indiscusso, entusiasnando i suoi fans, dando spettacolo e classificandosi quasi sempre al primo posto.


15 febbraio

PRIMO PIANO

Strage in un liceo della Florida.

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Ieri, alle 14:30, poco prima dell’orario di uscita, un giovane armato fino ai denti, ha aperto il fuoco in Florida, in un liceo, la Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, circa 70 chilometri a nord di Miami, uccidendo 12 persone nella scuola e tre fuori dall’istituto, mentre altre 2 sono morte in ospedale e 15 sono rimaste ferite in modo grave. Il responsabile della strage è Nikolas Cruz, un ex studente di 19 anni, “difficile”, fanatico delle armi, già espulso dalla scuola per motivi disciplinari. Alcuni compagni hanno affermato che Nikolas veniva a scuola sempre armato, secondo una compagna di classe, Victoria Olvera, 17 anni, c’era stato un litigio con il nuovo fidanzato di una ex di Cruz. Il ragazzo aveva da poco perso la madre adottiva per una polmonite, mentre il padre era morto qualche anno fa per un attacco di cuore. Nikolas si era trasferito con il fratello Zachary da un amico di famiglia, ma non trovandosi bene, era poi andato a vivere presso un altro amico. Le persone che lo ospitavano sapevano che Nikolas possedeva un fucile AR-15 e gli avevano chiesto di tenerlo chiuso in un armadio. Gli studenti descrivono Cruz come un ragazzo che un tempo era come tutti gli altri, ma che “progressivamente era diventato sempre più strano”. Il giovane, fuggito dalla scuola dopo aver compiuto la strage, è stato catturato dalla polizia a circa tre chilometri di distanza e si è consegnato agli agenti senza opporre resistenza. Secondo quanto dichiarato dallo sceriffo, ha usato un fucile d’assalto semi-automatico Ar-15, indossava una maschera antigas, aveva fumogeni e ha fatto scattare l’allarme per far uscire gli studenti dalle classi. Quando è stato arrestato mostrava segni di difficoltà respiratoria ed è stato portato in ospedale per un controllo, ma poi è stato condotto alla centrale di polizia. L’aggressore, che sarebbe membro delle riserve dell’esercito degli Stati Uniti, arruolato nel programma di ‘training junior’, appare in vari post su Instagram con delle armi in mano tra cui pistole e coltelli. Gli investigatori parlano di immagini e frasi “inquietanti”, come alcune in cui prende in giro i musulmani. In quasi tutte le foto il giovane indossa una maglietta nera e una sciarpa che gli copre parte del viso per celarne l’identità. Secondo l’Everytown For Gun Safety, associazione che si batte per un maggior controllo sulla vendita delle armi da fuoco, sono 19 le scuole americane in cui dall’inizio dell’anno si è verificata una sparatoria. L’episodio più grave finora era stato quello del 23 gennaio scorso, quando uno studente di 15 anni, in un liceo del Kentucky, uccise due altri studenti ferendone altri 20. Trump: “nessuno dovrebbe sentirsi insicuro a scuola …”

DALLA STORIA

Il principe Antonio De Curtis, in arte Totò.

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120 anni fa nasceva Antonio De Curtis, in arte Totò. Il grandissimo attore, uno dei più grandi interpreti nella storia del teatro e del cinema italiani, non ha certo bisogno di presentazioni. I suoi film vengono trasmessi molto frequentemente in televisione, tale è il gradimento rimasto inalterato nell’arco di quattro generazioni. Anzi il tempo ne ha consolidato la grandezza grazie alla bravura di Totò, oggi, elevato a simbolo dello spettacolo comico in Italia o, come molti amano definirlo “principe della risata”. Totò si distinse anche fuori della recitazione, lasciando contributi come drammaturgo, poeta, paroliere, compositore, cantante. Oggi lo vogliamo ricordare attraverso una lettera che sua figlia Liliana gli scrisse in occasione del suo centesimo anniversario. La lettera venne pubblicata, nel 1998, dalla rivista epistolare “Lettere il mensile dell’Italia che scrive”.
Caro Papà,
Il 15 febbraio del 1898, cent’anni fa, nascevi e iniziavi la tua vita nel quartiere della Sanità, ricco soltanto di quel talento straordinario che avrebbe fatto di te un mito, con in più una dote che quel mito costituisce l’essenza e cioè una profonda umanità. Tanti auguri, caro papà, come se invece che a commemorarti, stessi organizzando una festa per il tuo compleanno, il centesimo soltanto per l’anagrafe, in quanto sei giovane, anzi giovanissimo. Basti pensare che il tuo linguaggio fa ormai parte della cultura italiana e che i tuoi film sono, oggi, oggetto di culto. Ma poiché ti sento sempre vicino, proviamo a immaginare che cosa farei se tu fossi davvero ancora con me. Ebbene, per incominciare, preparerei una torta gigantesca, con una sola candelina simbolica, visto che ti seccherebbe moltissimo essere considerato un centenario e poi penserei a offrirti tanti regali, prima di tutto la presenza dei nipoti e dei bisnipoti che ti adorano, anche se non tutti ti hanno conosciuto. Poi, a questa meravigliosa festa di compleanno, inviterei tutto il tuo popolo, le persone di ogni età che ti ricordano e ti vogliono bene. Per contenerle tutte, naturalmente, non basterebbe un castello e allora, papà, mio, anzi paparotto, come ti chiamavo da bambina, la organizzerei all’aperto, magari sulla spiaggia, davanti a quel mare da te tanto amato. Accenderei dei fuochi e farei suonare tante canzoni, in quel clima gioioso e sereno che ti era necessario per vivere. Certo, se dal luogo tanto lontano dove ti trovi puoi vedere i festeggiamenti che sulla terra si stanno progettando per tutto, il 1998, l’anno di Totò, sarai felice, ma nello stesso tempo un po’ sorpreso. Umile in ogni occasione, anche quando eri all’apice del successo, ripetevi che, essendo un attore, avresti tramandato ai posteri soltanto chiacchiere, a differenza di un falegname che, almeno, lascia, per usare le tue espressioni,  una sedia, un tavolino, una manifestazione concreta del suo lavoro. Non immaginavi che, al contrario, la tua arte si sarebbe cristallizzata in una leggenda senza tempo, basata anche sulle tue qualità umane e quindi eterna. Caro papà, te lo dico non influenzata dall’amore filiale, ma semplicemente constatando l’affetto che ti dimostra la gente, al punto da lasciare migliaia di messaggi sulla tua tomba per testimoniarti un’ammirazione e una tenerezza commoventi. E per strano che possa sembrare, a osannarti, oggi ci sono anche i critici, gli intellettuali che quando eri vivo ti consideravano molto poco, definendoti con sufficienza un guitto. Acqua passata, papà, tanto che oggi, ammesso e non concesso che ne avessi avuto voglia, avresti potuto toglierti parecchi sassolini dalla scarpa. Ma lasciamo perdere … il tuo compleanno deve essere un’occasione di spensieratezza e di allegria che non lascia spazio a polemiche e a rimpianti. Non avrebbe senso, considerato il tuo grande trionfo di esser vivo, vivissimo stravivo a più di trent’anni dalla tua scomparsa. A questo punto, forse, dovrei elencarti tutti gli onori che ti verranno resi su questa terra per il tuo compleanno, per esempio un museo, a Napoli, sì, hai letto bene, proprio un museo, perché ormai sei patrimonio nazionale; ma preferisco che la mia lettera rimanga un dialogo intimo tra padre e figlia, destinato soltanto, in un ponte fatto d’amore per unire eccezionalmente l’aldiquà a l’Aldilà, a farti sapere ancora una volta quanto ti voglio bene, quanto ti rimpiango, in un vuoto che, però, ogni giorno, fortunatamente si colma della presenza ideale.
Ciao, paparotto, ancora auguri e non preoccuparti se gli anni che compi sono cento perché proprio non li dimostri.

Liliana.

IL PERSONAGGIO

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Sir Ernst Shackleton fa parte, insieme a Amundsen e Scott, del gruppo di pionieri che nel primo ventennio del Novecento partecipò alla corsa verso il polo Sud e che ha fatto la storia dell’esplorazione antartica. Prima della spedizione dell’Endurance (1914-1917) Shackleton aveva affrontato già due volte il continente: nel 1902 quando, colpito dallo scorbuto, venne rimpatriato da Scott, e nel 1908 quando dovette arrendersi a sole centotrentacinque miglia dal polo. Anche dopo che Amundsen conquista il polo nel 1911, lui progetta un’impresa ancora più ampia: traversare il continente da una costa all’altra. La spedizione dell’Endurance, partita da Plymouth nell’agosto del 1914, praticamente allo scoppio della Grande Guerra, fallisce però quasi prima di iniziare. Appena raggiunto l’Antartide la nave resta imprigionata nello strato di ghiaccio dei mari. La nave rimane infatti bloccata nel pack del mare di Weddell nel 1915, finendo poi stritolata dai ghiacci polari. Ma è proprio a partire da questo sfortunato evento che Shackleton dà vita alla più grande e alla più disperata delle avventure antartiche: trarre in salvo i ventisette uomini che sono con lui. Nonostante le terribili vicissitudini, durate circa due anni, Ernst Shackleton riuscirà nell’eroica impresa e raggiungerà la fama proprio per il coraggio dimostrato e per essere riuscito a portare in salvo tutti i membri del suo equipaggio.


14 febbraio

PRIMO PIANO

Un po’ d’esprit de légèreté.

pablo-picasso_galeria_principal(Pablo Picasso, Il bacio, 1925)

Mentre i media fanno da cassa di risonanza ad atroci fatti di cronaca segnati da una violenza cieca ed assolutamente ingiustificabile, che vede spesso protagonisti anche dei minorenni, e la campagna elettorale è segnata da un’aggressività verbale sempre più rissosa, oggi, giorno di san Valentino, vogliamo uscire un po’ da questa cupa atmosfera e ricordare come l’amore sia il più forte antidoto contro l’odio e la brutalità. Questa giornata, dedicata agli innamorati già dai primi secoli del II millennio, come si può rilevare nel “Parlamento degli Uccelli” di Geoffrey Chaucer e nella scena V dell’atto IV dell’“Amleto” di Shakespeare, offre a coppie giovani e meno giovani, in molte parti del mondo, soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, l’occasione di scambiarsi auguri, frasi gentili, fiori e cuori e viene festeggiata anche in Italia, in particolare a Terni, patria del vescovo da cui prende il nome, il quale, secondo alcune fonti, celebrò il matrimonio tra la cristiana Serapia, gravemente malata e il legionario romano pagano Sabino, giovani sposi che morirono insieme proprio mentre Valentino li benediceva. A chiudere il cerchio della tragedia sarebbe poi intervenuto il martirio del celebrante, considerato per questo patrono degli innamorati. Quest’anno l’Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha donato agli innamorati nel giorno della loro festa un cuore rosso: si tratta di Netrani, una piccola isola disabitata a forma di cuore, situata a circa 20 chilometri al largo della costa dello stato indiano del Karnataka, nel Mar Arabico, che per l’occasione l’Esa ha voluto fotografare dallo spazio. Una felice coincidenza: proprio oggi torna in Italia una statua acefala di Afrodite, la dea greca dell’amore, risalente al I secolo d.C., rubata nell’agosto del 2011 da un’aula dell’Università di Foggia e recuperata in Germania dai Carabinieri del comando per la tutela del patrimonio culturale.

DALLA STORIA

Le donne del sessantotto.

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In occasione del 50° anniversario della contestazione giovanile del ‘68, moltissime sono le testimonianze che raccontano quell’anno di grandi stravolgimenti sociali che segnarono una linea di demarcazione tra un prima e un dopo. Quella ribellione giovanile, consapevole e collettiva di chi aveva in mente un altro progetto di sviluppo, di società, di relazione, di cultura, di costume, di economia ha reso possibile il femminismo, una rivoluzione che ancora non è finita. Le donne del sessantotto oggi sono nonne e madri due volte: delle loro figlie e del femminismo. Sono le donne che nel ’68 accesero la miccia di movimenti, tanti, e di correnti diverse, che avevano un grande obiettivo: la conquista delle “pari opportunità”. Ovvero diritti uguali agli “altri”. Gli uomini. E il sogno di una nuova cultura. “Il corpo è mio e me lo gestisco io “, dicevano. Un modo per sottolineare una nuova consapevolezza dell’essere donna. Quante lotte, quanti slogan, quanti dibattiti, quanta rabbia. Per la libertà di divorziare, di abortire, di decidere per se stesse. E per contare come gli “altri” nella coppia, in famiglia, nel lavoro. Donne che vedono ora, nelle figlie, e nelle nipoti, il risultato di quel loro grido: la disparità tra i sessi, dura da cancellare totalmente, si è però molto accorciata (anche grazie a nuove tutele legislative). Una lotta, quella femminile, che inoltre è iniziata molto prima del ’68 perché per le donne tutto è stato, sempre, più difficile. Fino al 1945 solo gli uomini potevano votare. Fino al 1950 una donna che aspettava un figlio perdeva il posto di lavoro. Licenziata. Lentamente, con fatica, si sono costruite nuove regole di civiltà. Certo, la prima donna magistrato diventa un’immagine da fotocronache (1961, Maria Grazia Luccioli). Così come il primo capotreno in gonnella (1968). Notizie che meravigliavano l’Italia di ieri. Oggi non ci fa più caso nessuno. Oggi, più che nuove conquiste, le donne cercano di difendere quelle ottenute fin qui. La strada, però, tra corsi e ricorsi, è ancora lunga, anzi lunghissima.

Mary Titton

IL PERSONAGGIO

image001(Alan Parker, da giovane)

“Sir” Alan Parker, titolo conferitogli dalla regina d’Inghilterra per meriti artistici, è un regista inglese che tra le altre cose è stato candidato due volte all’Oscar. Per molto tempo ha lavorato come regista in pubblicità aggiudicandosi numerosi premi e riconoscimenti di settore. Il suo primo film per il cinema è del 1975, ma diventa molto famoso nel 1978 per “Fuga di Mezzanotte” (Oscar) in cui è narrata la vicenda realmente accaduta di un giovane cittadino americano arrestato per possesso di droga in Turchia che, nonostante le lunghe vicende giudiziarie, riesce a tornare in patria solo grazie ad un’evasione. Negli anni Ottanta, Parker realizza una serie di film di storie molto diverse tra loro ma che condividono una grande attenzione alla storia, al messaggio evocativo, all’uso della musica e a una suggestiva scelta fotografica delle immagini e delle sequenze. Nel 1988, con “Mississippi Burning – le radici dell’odio”, sulla segregazione negli stati del sud, in America, vince il secondo Oscar. Estimatore della musica dedica una parte importante della sua produzione cinematografica a questo argomento. Appartengono a questo filone “Piccoli gangsters”, “Saranno famosi”, “Pink Floyd The Wall”,  “Evita”, “The Commitments”, dedicato a una soul band irlandese. Auguri al grande regista che oggi compie 70 anni. Cento di questi giorni affinchè possa realizzare ancora tanti bellissimi film per la nostra delizia e come lui stesso ebbe a dire durante un’intervista: “Nel cinema è normale non andare in pensione, Billy Wilder ha fatto il regista fino 80 anni. Non smetti. Non si fa. Nella vita normale ci si aspetta che tu ti fermi. Ma qui nel cinema è previsto che vai avanti fino a che non schiatti cadendo dal dolly per un infarto”. 


13 febbraio

PRIMO PIANO

Anche Potenza ha la sua maschera: Sarachella.

SARACHELLA

Fino a qualche decennio fa, quando eravamo bambini, imparavamo a scuola i nomi delle maschere della Commedia dell’arte, caratteristiche di molte città italiane, ed eravamo un po’ invidiosi perché, pur celebrandosi in molti paesi della Basilicata gli antichi riti del Carnevale legati alla civiltà contadina, Potenza non aveva una sua maschera. Ora anche Potenza ha la sua maschera: Sarachella, personaggio umile e povero, specchio del popolo dei “sottani” e delle delle “cuntane”, gli antichi rioni potentini. Sarachella, riscoperto qualche anno fa grazie alla ricerca del dottor Lucio Tufano, cultore della storia della città, e eletto a maschera della tradizione popolare potentina, è povero, burlesco, sempre affamato ed innamorato di una donna per lui irragiungibile, Rusina. La maschera è stata così messa a punto e raffigurata grazie anche alla collaborazione del Liceo artistico cittadino: Sarachella è magrissimo come una saraca (aringa, sardina), di qui il nome, indossa una giacca verdina, pantaloni rattoppati, una camicia a quadrettoni, scarpe vecchie e rotte, ha una “coppola” in testa, in mano una saraca e nel taschino delle ceraselle, cibi tipici della cucina tradizionale locale, immancabili sulle mense dei poveri. Uomo di strada, assimilabile al banditore o “cavaliere”, che una volta girava per i vicoli della città, ha la battuta pronta, “salace ma non amara”, e, pur essendo povero, non sottomette la sua persona a nessuno, è fiero della sua dignità, proprio come il popolo che in lui s’identifica.

DALLA STORIA

Anna Politkovskaja.

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Il 13 febbraio 2001, Anna Politkovskaja veniva arrestata nella Cecenia meridionale ed espulsa con l’accusa di aver violato le norme sulla copertura giornalistica del conflitto, imposte da Mosca. Il suo volto divenne poi noto nell’ottobre del 2002, quando tentò di mediare nella crisi del teatro Dubrovka di Mosca, dove un gruppo di guerriglieri ceceni prese in ostaggio oltre 700 persone. Le trattative furono vanificate dall’intervento delle forze speciali russe che uccisero tutti i sequestratori, ma anche 90 ostaggi, colpiti da una dose letale di un gas segreto, usato per stordire i guerriglieri all’interno dell’edificio. Ma chi era Anna Politkovskaja? Oggi il suo nome è associato alla fierezza, alla caparbietà, alla forza inarrestabile, fino alla fine, di una giornalista d’inchiesta che voleva raccontare la verità e che non si è mai fatta intimorire, neanche di fronte alle minacce di morte. “L’unico dovere di una giornalista è scrivere quello che vede” affermava con semplicità e per tale ragione è stata freddata il 7 ottobre 2006 (giorno del compleanno di Vladimir Putin) da un proiettile alla testa nell’ascensore del suo palazzo a Mosca, in mano aveva ancora le buste della spesa. La giornalista stava per pubblicare un’inchiesta sulle torture commesse dalle forze, legate al primo ministro della Repubblica di Cecenia, Ramzan Kadyrov. Putin promise un’inchiesta indipendente, mentre la Novaya Gazeta affermò che non vi erano dubbi che si trattasse di omicidio politico. L’otto ottobre, la polizia russa sequestrò il computer della Politkovskaja e tutto il materiale dell’inchiesta che la giornalista stava compiendo. Il 9 ottobre, l’editore della Novaja Gazeta, Dmitrij Muratov, affermò che la giornalista stava per pubblicare proprio il giorno in cui è stata uccisa, un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramsan Kadyrov (chiamate spregiativamente kadiroviti). Muratov aggiunse che mancavano anche due fotografie all’appello. Gli appunti non ancora sequestrati vennero pubblicati il 9 ottobre stesso, sulla Novaja Gazeta. Muratov dichiarò che “L’omicidio sembra essere una punizione per i suoi articoli”. Sulla Novaja Gazeta la Politkovskaja lavorava dal giugno 1999 e raccontava quello che vedeva, né più né meno, per chi non sapeva, nell’esercizio del diritto all’informazione. Scriveva sulla Cecenia, dell’occupazione indebita russa del territorio, della continua lesione dei diritti umani e civili della popolazione. Ogni suo articolo era una denuncia precisa, che arrivava non solo al cuore di chi leggeva, ma anche all’attenzione del potere. Madre di due figli, la giornalista in passato era stata arrestata e anche minacciata per la sua opposizione al governo e per le sue denunce delle violazioni dei diritti umani commesse in Cecenia dove la giornalista si recava molto spesso, sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando i militari e civili ceceni. Nelle sue pubblicazioni non risparmiava critiche violente sull’operato delle forze russe in Cecenia e le presunte connivenze degli ultimi due primi Ministri ceceni, Achmad Kadyrov e suo figlio Ramzan, entrambi sostenuti da Mosca. Contemporaneamente pubblicava alcuni libri, il più celebre “La Russia di Putin”, un’ampia inchiesta sul governo di Vladimir Putin, sui problemi sociali ed economici e sulla gestione del dissenso da parte dei servizi segreti con l’appoggio del governo. Sapeva di essere in pericolo di vita per le numerose minacce e i tentativi di avvelenamento tanto che nel 2005, un anno prima di essere assassinata, in una conferenza di report “Senza Frontiere” a Vienna, sulla libertà di stampa, denunciava: “Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire al alta voce che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato un’informazione”. Non sono la sola a essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare”. Il “silenzio stampa” è stato imposto con la morte a moltissimi giornalisti. L’International Federation of Journalist ha commissionato un’ampia inchiesta in merito e reso pubblico un database online che documenta la morte o la sparizione in Russia di circa 300 giornalisti a partire dal 1993. A rischiare la vita per raccontare i fatti sono in molti anche fuori dalla Russia. Solo nel 2017, il 16 ottobre, la giornalista, Daphne Galizia è stata uccisa nell’isola di Malta da una bomba che ha fatto saltare in aria la sua auto, mentre lei era a bordo, per aver contribuito a svelare lo scandalo dei Panama Papers. In Messico, per esempio, la desaparecìon non sembra essere un fenomeno solo del passato e continuano le proteste contro le autorità politiche e la polizia colluse con i trafficanti di droga e colpevoli della sparizione forzata di molti reporter. Negli ultimi anni, durante il governo di Javier Duarte de Ochoa, sono stati assassinati 15 giornalisti e tutti gli omicidi sono rimasti impuniti. Tornano alla mente anche tutti quei giornalisti scomodi uccisi, nel nostro Paese, per mano della camorra, della n’drangheta, del terrorismo o di giochi politici sui quali ancora non è stata fatta chiarezza: Peppino Impastato, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Carlo Casalegno, Walter Tobagi e, l’elenco nei nomi, nazionale e internazionale, è davvero lunghissimo.

In omaggio alla giornalista russa dedichiamo una poesia della poetessa Marina Cvetaeva che la Politkovkaja scelse, come tema per la sua tesi quando, nel 1980, si laureò in giornalismo, a Mosca.

Mary Titton

AD ANNA ACHMATOVA

Un corpo sottile, non russo –
sui tomi.
Lo scialle dai paesi turchi
è sceso, come un manto.

Vi si può rendere con una sola
linea nera spezzata.
Il freddo – nell’allegria, la calura –
nel vostro sconforto.

Tutta la Vostra vita è un brivido
e si compierà – ma in che modo?
La nuvolosa – plumbea – fronte
di un giovane demonio.

Conquistare qualsiasi persona terrena
per lei è un gioco!
E il verso disarmato
mira al cuore.

Nell’ora assonnata del mattino –
mi sembra alle quattro e un quarto –
io mi sono innamorata di Voi,
Anna Achmatova.

(1915)

IL PERSONAGGIO

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13 febbraio 2000: viene pubblica sui giornali l’ultima striscia a fumetti dei Peanuts. Ma i Peanuts sono intramontabili; nelle strisce i personaggi non invecchiano mai. Arrivano dai quattro agli otto anni e lì si fermano, come Charlie Brown. Le strisce, 17.897, pensate, disegnate e curate personalmente, una ad una, da Charles Schulz, dal 1950 al 2000, praticamente senza interruzioni, diventeranno uno dei fumetti, Peanuts, più popolari di tutti i tempi. Charlie Brown & Co. appariranno su 1600 quotidiani, in 75 paesi. Parte dell’esperienza dell’autore viene riflessa nei Peanuts attraverso le somiglianze con Charlie Brown, il personaggio principale. La sua prima striscia a fumetti con cadenza regolare fu pubblicata nel 1947, dal St. Paul Press e si intitolava Li’l Folk. Il creatore della magnifica striscia, non scelse il titolo Peanuts che letteralmente significa “noccioline”, ma che qui veniva inteso come “cose da poco”, suonava riduttivo al papà di Snoopy. Il titolo scelto era Li’l Folks (personcine), ma sottoposto alla United Feature Syndicate, distributore di fumetti americano, fu giudicato simile al titolo di altri due fumetti e quindi fu scelto il nome di Peanuts. Il bracchetto più famoso del mondo, invece, ebbe una genesi piuttosto particolare. Schulz per idearlo si ispirò al carattere di un cane avuto dalla sua famiglia quando era bambino, un beagle comparso nel giardino di famiglia nel 1937. Il nome doveva essere proprio Spike, ma poi sul letto di morte, la mamma di Schultz disse che se avesse avuto un cane avrebbe dovuto chiamarlo Snupi, un termine vezzeggiativo norvegese. Snoopy comparve per la prima volta, in Italia, nel 1965, sulla rivista Linus, diretta da Oreste del Buono; prese il nome dal personaggio prediletto dell’autore, Linus van Pelt, migliore amico di Charlie Brown e fratellino di Lucy. Linus van Pelt, apparso per la prima volta nel settembre 1952, non aprì bocca per due anni. La sua riga di testo parlato è del 1954, lo stesso anno in cui compare per la prima volta la sua fedele e famosissima copertina. Grande estimatore di Schulz e della sua striscia è stato Umberto Eco che ne divenne un traduttore d’eccezione e che a proposito disse: “Se poesia vuol dire capacità di portare tenerezza, pietà, cattiveria a momenti di estrema trasparenza, come se vi passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta sian fatte le cose, allora Schulz è un poeta”. 


12 febbraio

PRIMO PIANO

Aereo russo precipitato con 71 persone a bordo: giallo sulle cause.

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Un aereo di linea russo, l’Antonov An-148 con 71 persone a bordo, è partito ieri, alle 11:22 (ora locale), dall’aeroporto Domodedovo di Mosca e, appena cinque minuti dopo, Flight Radar ne ha tracciato la discesa a una velocità di 3300 piedi al minuto (circa 1000 metri al minuto), prima di perdere il segnale.  Il velivolo si è poi schiantato vicino alla località di Argunovo, 80 km a sudest di Mosca. Testimoni del villaggio hanno riferito di aver visto l’aereo in fiamme cadere dal cielo. Secondo la Bbc, che cita fonti investigative sentite dal sito Gazeta.ru, il pilota aveva segnalato un malfunzionamento e chiesto l’ok all’atterraggio di emergenza, indiscrezione subito smentita dalle autorità russe, che sulle cause del disastro propendono per le condizioni meteorologiche o per l’errore umano. Intanto la Commissione di indagine chiesta da Putin sta cercando di accertare quanto è accaduto. In un primo momento si era diffusa la notizia di una collisione in volo tra l’Antonov e un elicottero delle Poste russe, ma l’ipotesi è stata subito smentita. Più di 200 resti di corpi umani sono stati trovati nel luogo in cui si è schiantato l’aereo. Secondo il ministro dei Trasporti, Maxim Sokolov, considerate le condizioni sul luogo dell’incidente, per identificare le vittime sarà necessario “svolgere i test del dna prelevando materiale genetico dai parenti”. Intanto, è stata recuperata una delle due scatole nere, il “voice data recorder”, che registra le conversazioni in cabina e non i dati di volo”, oltre a parti della fusoliera del bireattore della Saratov Airlines. Al momento non si esclude nessuna ipotesi sul disastro, neanche quella dell’attentato terroristico, che comunque viene ritenuta poco probabile.

DALLA STORIA

La Frontiera americana: storia di uno sterminio.

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12 febbraio 1825: i Creek cedono l’ultimo dei loro territori in Georgia al Governo degli Stati Uniti ed emigrano a Ovest. I primi Creek probabilmente discendevano dai costruttori di tumuli della cultura del Mississippi lungo il fiume Tennessee. Più una confederazione di villaggi che una singola tribù, essi vivevano nelle valli fluviali degli attuali stati americani del Tennessee, della Georgia e dell’Alabama ed erano composti da numerosi gruppi etnici che parlavano diverse lingue distinte. Quelli che vivevano lungo il fiume Ocmulgee furono chiamati indiani “Creek” dai commercianti inglesi della Carolina del sud. In seguito questo nome fu dato a tutti gli indigeni della regione. Le popolazioni indigene dell’America Settentrionale, gli Indiani, derivano la denominazione di questo nome al tempo di Cristoforo Colombo quando approdò sulle terre del “Nuovo Mondo” che, convinto di aver raggiunto le coste dell’India, chiamò gli abitanti “indios”. Il termine passò poi in tutte le lingue europee, insieme a quello di pellirosse, derivato dall’uso, proprio di alcuni fra essi, di tingersi il viso con ocra rossa. Gli Indiani basavano la loro economia sull’agricoltura, la raccolta e soprattutto, la caccia al bisonte; abitavano in tende, vestivano quasi interamente di pelli e i loro guerrieri erano armati di arco e frecce. Dipinti dalla cultura americana come selvaggi e assassini furono sterminati, nel IX secolo, dai coloni e dall’esercito degli Stati Uniti durante la colonizzazione del West. Un esempio particolarmente sanguinoso ed efferato nelle guerre tra “cowboy” ed indiani (Cheyenne gli Aragaho) è il massacro di Sand Creek. In particolare il primo scontro fra Cheyenne e bianchi ebbe luogo nel 1856. Il trattato di Laramie aveva lasciato agli Cheyenne una buona parte delle loro terre in Colorado e nell’Arkansas. Nel 1858,  quando in Colorado fu scoperto l’oro, 150.000 coloni vi accorsero in una sola primavera. Gli insediamenti dei ricercatori, sul suolo indiano, fondarono, in seguito, la città di Denver. Molti avventurieri, non trovando il prezioso metallo, sconfinarono sulle terre dei pellirossa, abbattendo o mettendo in fuga i bisonti. Nel 1861, con il trattato di Fort Wise, gli Cheyenne e gli Arapaho si videro costretti a cedere i loro territori in Colorado in cambio di terre meno estese in Arkansas, dove era più difficile cacciare i bisonti. Solo sei capi su quarantaquattro firmarono il trattato, tra questi Black Kettle (Pentola Nera), capo degli Cheyenne. La difficoltà di giungere a degli accordi tali da consentire agli indiani di vivere secondo i loro costumi e, soprattutto, di poter cacciare per vivere, portarono alla guerra, che scoppiò nel 1864. Inoltre, le continue incursioni delle forze governative e dei coloni nelle terre degli Cheyenne e degli Arapaho portarono quest’ultimi a vendicarsi: iniziarono ad attaccare le stazioni di posta e ad assaltare le diligenze e ad incendiare i ranch. Comanche, Kiowa e Kiowa-Apache, intervennero insieme ai Sioux di Spotted Tail e Pawnee Killer, come rinforzi in aiuto agli Cheyenne, sul Solomon River. Satanta, capo dei Kiowa, a Fort Larned, rubò 240 cavalli al tenente Earye e altri guerrieri indiani, tra i più giovani e combattivi, uccisero 50 bianchi catturandone altri nei loro accampamenti. I coloni abbandonarono i loro insediamenti improvvisati allontanandosi per centinaia di chilometri riparando nei forti, protetti dalle palizzate e dai cannoni. La posta diretta a ovest fu smistata attraverso il canale di Panama. Black Kattle e i vecchi capi indiani tentarono con tutte le loro forze di convincere i giovani guerrieri indiani a metter fine alle incursioni, ritenendo che fosse meglio trattare con i bianchi per stabilire accordi di convivenza pacifica, ma rimasero inascoltati. L’esercito americano non intendeva, comunque, giungere alla pace non prima di aver fatto sentire agli indiani il peso della loro supremazia. Il più feroce sostenitore di tale politica fu il colonnello John Chivington, un ex pastore metodista che saliva sul pulpito con i suoi revolver e che, diventato soldato durante la Guerra di Secessione, contribuì ampiamente al successo dell’Unione nel West. Era anche un implacabile cacciatore di indiani desideroso di sterminarli e, per ottenere questo obiettivo, reclutò un nutrito corpo di volontari. Del resto, il Governatore Evans aveva autorizzato tutti i cittadini del Colorado a dare la caccia ai pellirossa ostili. Quell’estate Black Kettle, aveva dichiarato al maggiore Wynkoop, comandante di Fort Lyon, che voleva trattare e l’altro gli aveva promesso la pace. I superiori di Wynkoop, però, non avvalorarono questa decisione, ma al contrario sostituirono Wynkoop con il maggiore Anthony. Questi aveva, comunque, autorizzato il capo Cheyenne a piantare i suoi 100 tepee (tende) vicino a Fort Lyon, in un’ansa del Sand Creek, quasi in secca, dove era giunto anche Left Hand, capo degli Arapaho, con 10 tende. Black Kettle, che era stato ricevuto dal presidente Lincoln a Washington, era convinto di essere sotto la protezione delle autorità governative; aveva innalzato la bandiera a stelle e strisce e quella bianca e si sentiva tanto al sicuro da non aver neppure messo di guardia una sentinella. Il 29 novembre 1864, alle quattro del mattino, quando tutti dormivano, 750 uomini a cavallo tra soldati statunitensi, i volontari di Chivington e le truppe del maggiore Anthony, trascinandosi dietro quattro obici, si lanciarono, con una furia selvaggia sulla silenziosa foresta di tende. “Maledetto sia chiunque simpatizzi con i nativi! Io sono venuto a uccidere i nativi e credo sia giusto e onorevole usare qualsiasi mezzo Dio ci abbia messo a disposizione per uccidere gli indiani” tuonava, nel combattimento, Chivington. Nel campo c’erano 600 indiani, la maggior parte dei guerrieri era a caccia. Dopo aver aperto il fuoco a mitraglia, gli aggressori, scesi da cavallo si accanirono su chiunque uscisse dalle tende: fracassarono la testa dei bambini sulle rocce, sventrarono le donne e tagliarono loro le dita per rubare gli anelli, tagliarono nasi, orecchie, membri che esibirono poi, con baldanza, come trofei nei saloon. Dopo i presunti accordi di pace gli Cheyenne non disponevano di molte armi avendone già consegnata una grossa parte alle autorità governative. Il massacro continuò fino alle quattro del pomeriggio. Blak Kattle, in piedi davanti alla sua tenda, cantava “ Niente vive a lungo se non la terra e le montagne”. Il maggiore Anthony avrebbe detto” Non ho mai visto sulla faccia della terra un popolo coraggiosoe valoroso quanto questi indiani”. L’intero campo venne inghiottito dalle fiamme. Delle 600 anime, di cui 200 guerrieri, che si trovavano sul Sand Creek, si contarono a terra i corpi scotennati e orrendamente mutilati di 133 indiani e, solo 28 erano di guerrieri. Contando anche coloro che non soparvvissero alle ferite si stima che circa 300 pellirossa persero la vita in questo tragico massacro. I fatti di Sand Creek ebbero una vasta eco nelle opere di cultura dedicate al periodo delle guerre tra nativi e colonizzatori, venendo riprodotti e citati più volte. Ad esso, Fabrizio De André ha esplicitamente dedicato l’omonima canzone.

Mary Titton

Fiume Sand Creek
Fabrizio De André

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
Fu un generale di vent’anni
Occhi turchini e giacca uguale
Fu un generale di vent’anni
Figlio d’un temporale

See’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek.
I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
E quella musica distante diventò sempre più forte
Chiusi gli occhi per tre volte
Mi ritrovai ancora lì
Chiesi a mio nonno è solo un sogno
Mio nonno disse sì

A volte I pesci cantano sul fondo del Sand Creek
Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
Il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso
Le lacrime più piccole
Le lacrime più grosse
Quando l’albero della neve
Fiorì di stelle rosse

Ora I bambini dormono nel letto del Sand Creek
Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte
See’erano solo cani e fumo e tende capovolte
Tirai una freccia in cielo
Per farlo respirare
Tirai una freccia al vento
Per farlo sanguinare

La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek
Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
Fu un generale di vent’anni
Occhi turchini e giacca uguale
Fu un generale di vent’anni
Figlio d’un temporale

Ora I bambini dormono sul fondo del Sand Creek

IL PERSONAGGIO

Un “menestrello” dei nostri tempi.

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Angelo Branduardi, nato il 12 febbraio 1950, a Cuggiono, piccolo comune alle porte di Milano, è il noto cantautore, che con la dolcezza della sua musica e dei suoi testi, riproduce il fascino delle antiche ballate medievali e delle leggende popolari, soprattutto francesi, ma anche tedesche, inglesi, irlandesi, ebraiche. Dopo aver conseguito il diploma in violino e aver cominciato a suonare la chitarra, mentre frequenta la facoltà di Filosofia a Milano, Branduardi compone la musica di “Confessioni di un malandrino” del poeta russo Esenin e nel 1974 debutta con l’album “Angelo Branduardi”, arrangiato da Paul Buck-master. Il primo grande successo arriva nel 1976 con l’album “Alla fiera dell’Est”, che si ispira alle favole popolari di tutto il mondo: dalla filastrocca ebraica di “Alla Fiera dell’Est” alla tradizione celtica de “La serie dei numeri”, alla poesia tedesca di “Sotto il tiglio”. La produzione di Angelo Branduardi è caratterizzata, infatti, da una proficua ricerca nel campo della musica popolare, barocca e rinascimentale, con incursioni nella musica etnica di tutto il mondo e unisce suggestioni che vanno dagli indiani d’America ai versi di poeti latini. Grande successo ottiene nel 1977 “La pulce d’acqua”, un’altra fiaba densa di riferimenti mitici, che avvince grazie al fascino della title track, alla malia funerea dello stupendo “Ballo in Fa diesis minore” e alle “launeddas”, antichissimo strumento a fiato suonato dal musicista sardo Luigi Lai. Della ricchissima produzione del cantautore lombardo, oltre alle colonne sonore di film come “State buoni se potete”, all’album “Branduardi canta Yeats”, dieci liriche del poeta irlandese William Butler Yeats, tradotte dalla moglie Luisa Zappa, oL’infinitamente piccolo”, un disco interamente dedicato a San Francesco, ci piace ricordare l’album, pubblicato nel 1979, “Cogli la prima mela”, che con la struggente melodia della title track, ottiene un ennesimo enorme successo in Italia e viene premiato dalla critica tedesca e francese come disco rivelazione dell’anno.


Mercoledì 7 febbraio è morto a Massa Martana Fabio Orsini per lunghi anni nostro Consulente commerciale, ma soprattutto un amico. Aveva vissuto in gioventù a Roma dove si era laureato in Economia e Commercio, per poi passare dal lavoro in banca alla vendita professionale di cui è stato per molto tempo brillante protagonista. La sua spontaneità, il suo carattere, la sua passione ci mancheranno moltissimo. Il suo ricordo rimarrà presente ogni giorno nel corso della nostra attività. Alla moglie Michela e alla sua amatissima Giulia tutto il nostro affetto. Ciao Fabio!

Francesco Malvasi e l’intero staff di Progetto Editoriale

11 febbraio

PRIMO PIANO

I primi 50 anni della Comunità di Sant’Egidio.

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Compie 50 anni la Comunità di Sant’Egidio, fondata nel 1968 a Trastevere, nel cuore di Roma, da Andrea Riccardi, giovane liceale, che nel clima di rinnovamento del Concilio Vaticano II, comincia a riunire un gruppo di suoi compagni di scuola, per ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. Secondo le parole del presidente Marco Impagliazzo “Sant’Egidio emerge in un contesto storico di grande contestazione da parte dei giovani occidentali, europei e americani, alle strutture fondamentali della società, alla famiglia, alla Chiesa, alla scuola, alle forze armate, alle istituzioni in genere. Una contestazione nella quale Sant’Egidio nasce senza porsi né a favore né contro ma dentro questi rivolgimenti maturando una convinzione molto chiara: lavorare per un mondo unito e una fraternità universale …”. Nel giro di pochi anni l’esperienza di questi giovani si diffonde in diversi ambienti studenteschi e si concretizza in attività a favore degli emarginati dei quartieri popolari della periferia romana. Il primo dei servizi della Comunità fu la scuola popolare per i bambini emarginati delle baraccopoli romane, come il “Cinodromo”, lungo il Tevere, nella zona sud di Roma. Dal 1973, nella chiesa di Sant’Egidio in Trastevere, la prima chiesa della Comunità, si dà il via alla consuetudine della preghiera comunitaria serale, che ha come temi centrali la misericordia di Dio per i malati e per i peccatori, la commozione di Gesù per le folle e l’invito ad annunciare il Vangelo, appuntamento serale aperto a tutti, che continua oggi in tutte le comunità sparse nel mondo. Nella seconda metà degli anni Settanta, la Comunità comincia a radicarsi anche in altre città italiane e negli anni Ottanta a diffondersi in Africa, America e Asia. Sin dalle origini, il servizio ai poveri e il sostegno ai diritti e alla dignità della persona, insieme alla promozione della cultura dell’incontro e all’impegno per la pace, ha caratterizzato la vita della Comunità, che in diversi Paesi ha attuato numerose opere di sostegno ai poveri: mense, scuole di lingua per gli immigrati, scuole pomeridiane per bambini, centri per portatori di handicap, centri per anziani, ambulatori medici e centri per persone con disagio psichico, assistenza a senza fissa dimora e nomadi, a tossicodipendenti e malati di AIDS, carcerati e condannati a morte. Oggi “il popolo delle tre P, preghiera, pace e povertà, è diffuso in oltre 70 Paesi del mondo, con 60mila persone di tutte le età e condizioni sociali. Sant’Egidio è conosciuta per il suo impegno nelle periferie più povere delle città, per l’apertura al dialogo con tutti, per i processi di pace avviati in più punti del pianeta e ultimamente anche per il progetto dei corridoi umanitari che insieme alle Chiese evangeliche sta portando avanti in Italia, Francia e Belgio.”

IL PERSONAGGIO

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Oggi parliamo di Mary Quant, più conosciuta universalmente come l’inventrice della minigonna. Eh si, proprio la minigonna vera rivoluzione a partire dagli anni ’60 della moda in campo femminile, ma ben oltre del costume in un’epoca tutto sommato recente anche se ormai lontanissima nel ricordo e nei suoi contenuti, antesignana di quel 1968 che esploderà di lì a poco cambiando per sempre il corso della storia sociale almeno nell’Occidente del mondo. Mary, di origine gallese nasce nel 1934 in un sobborgo di Londra, da genitori entrambi insegnanti universitari. Di carattere creativo e ribelle a sedici anni va via da casa per trasferirsi a Londra dove nel 1955 in uno scantinato apre un ristorante e al piano di sopra una boutique molto stravagante per il tempo. Siamo a Kings Road, nel pieno centro della capitale britannica e il successo è immediato. Con lei c’è quello che diventerà presto suo marito, Alexander Greene nipote del filosofo Bertrand Russel e Archie Mc Nair nella veste di finanziatore per eredità ricevuta. Sono i giovani a frequentare Bazaar con la loro tensione anticonformista, la voglia di cambiamento, i loro atteggiamenti originali ed estremi. Gonne corte per le ragazze, grandi ideali, capelli lunghi di protesta e musica sublime degli emergenti Beatles. La musa della minigonna sarà una giovanissima cameriera di diciassette anni detta Twiggy (per così dire grissino) che diventerà per almeno un decennio una famosissima modella molto fashion e molto “teen ager” a cui si ispireranno in tanti, senza però probabilmente il sapore e il fascino di quegli anni irripetibili. Poco male, Il fashion plasticato a cui siamo purtroppo abituati, ma così è. Tornando a noi le vicende ci dicono che Mary diventerà presto una seria imprenditrice e anche “Baronetto” della Corona, proprio come i mitici ragazzi di Liverpool. Oggi Mary Quant è una adorabile signora di 84 anni, molto ricca ma anche si dice ancora molto vivace.

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10 febbraio

PRIMO PIANO

Il Giorno del ricordo: celebrazioni per far chiarezza e non dimenticare.

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Oggi, a Basovizza, frazione del comune di Trieste, come in molte altre città d’Italia e nella capitale, si sono svolte cerimonie commemorative delle vittime delle foibe, le cavità carsiche di origine naturale dove, fra il 1943 e il 1947, vennero gettati, a volte legati l’uno all’altro con del filo spinato, vivi o morti, quasi diecimila italiani uccisi dai partigiani jugoslavi comunisti. È questa una pagina tragica del nostro passato prossimo: anche oggi, sulle responsabilità che comunismo e fascismo hanno avuto nel dramma delle foibe, si scontrano tesi opposte, sostenute dai diversi schieramenti politici e non supportate da una adeguata ricerca storica. In particolare, in alcuni ambienti della destra si afferma che le foibe sono state una “barbarie slavo-comunista”, un genocidio di cittadini inermi che avevano la “sola colpa di essere italiani” in preparazione alla successiva pulizia etnica, mentre in alcuni ambienti della sinistra è diffuso un atteggiamento “giustificazionista” e si presentano gli eccidi come una “reazione” alla brutalità e alla durissima occupazione nazi-fascista di quelle terre. Oggi, 10 febbraio, nel Giorno del ricordo, istituito dal Governo italiano con la legge 30 marzo 2004 n. 92, il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, scrive: “Le foibe, con il loro carico di morte, di crudeltà inaudite, di violenza ingiustificata e ingiustificabile, sono il simbolo tragico di un capitolo di storia, ancora poco conosciuto e talvolta addirittura incompreso, che racconta la grande sofferenza delle popolazioni istriane, fiumane, dalmate e giuliane … le foibe e l’esodo forzato furono il frutto avvelenato del nazionalismo esasperato e della ideologia totalitaria che hanno caratterizzato molti decenni nel secolo scorso. I danni del nazionalismo estremista, dell’odio etnico, razziale e religioso si sono perpetuati, anche in anni a noi molto più vicini, nei Balcani, generando guerre fratricide, stragi e violenze disumane … Oggi, grazie anche all’Unione Europea, in quelle zone martoriate, si sviluppano dialogo, collaborazione, amicizia tra popoli e stati”.

IL PERSONAGGIO

Boris Pasternak.

IMG_0147(Boris ritratto da suo padre Leonid, 1910)

Il grande poeta e scrittore nasceva esattamente 128 anni fa a Mosca. Il padre professore di pittura, la madre pianista, l’infanzia e la gioventù in un ambiente di letterati ed artisti, l’élite della cultura di quel tempo che frequentavano casa sua, fra cui uno dei più straordinari interpreti dell’anima russa, Lev Tolstoj. Passato dalla passione per la musica alla poesia, aderì presto al movimento futurista iniziando così a scrivere anche le sue prime poesie e via via diverse raccolte. Erano anni di assoluta eccezionalità. La guerra mondiale, la caduta dello Zar, la Rivoluzione bolscevica. Un vecchio mondo andava drammaticamente a scomparire e un nuovo orizzonte, nuove idee e speranze entravano nella Storia come un fiume in piena. Un tempo forgiato con il ferro e col fuoco, di cui molte tracce autobiografiche di Pasternak si trovano nella sua produzione letteraria ma soprattutto nel suo ineguagliabile capolavoro Il dottor Zivago, scritto nella Dacia di Peredelkino dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’opera, censurata subito dal regime stalinista, fu fonte per l’autore di una vera e propria persecuzione fatta di ricatti e malversazioni, ma anche di vicende proprie di una vera e propria spystory in piena “guerra fredda”. L’editore milanese Giangiacomo Feltrinelli riuscì in maniera rocambolesca ad entrare in possesso del manoscritto nel 1957 facendone un eccezionale successo internazionale. L’anno dopo a Boris Pasternak fu assegnato il Nobel per la Letteratura, ma non poté ritirarlo. Lo ritirerà invece il figlio Evgenij solo nel 1989, trent’anni dopo. Nel 1988 Il dottor Zivago sarà pubblicato per la prima volta in in cirillico in Unione Sovietica grazie a Gorbaciov e alla Perestrojka, altra irripetibile possibilità mancata. Intanto il nostro era morto il 30 maggio 1960 in povertà e immaginiamo con non poche amarezze proprio a Peredelkino, dove oggi c’è ancora ai margini della foresta la lapide della sua tomba per chi avrà voglia di rendergli omaggio, laggiù a pochi chilometri dalla metropoli moscovita. Nel 1965 il romanzo darà vita ad un altro grande successo, il film con Omar Sharif, Julie Christie e Rod Steiger che lo renderà popolare in tutto il mondo a partire dal “tema di Lara”, colonna sonora di Maurice Jarre. Bellissima la pellicola, consigliamo comunque di leggere il libro. Imperdibile.


9 febbraio

PRIMO PIANO

Al via le Olimpiadi invernali di Seul.

PyeongChangA PyeongChang, in una notte freddissima, si sono aperte le Olimpiadi e, come nell’antica Grecia, i Giochi hanno avuto il potere di far tacere le contese: nella cerimonia d’inaugurazione le due Coree hanno sfilato insieme e, cosa inimmaginabile solo due mesi fa, il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in e Yo-jong, sorella del dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-un, si sono stretti la mano, compiendo un gesto storico, di buon auspicio per un futuro di pace tra i due Paesi. Il tema della serata è stato, infatti, Peace in motion, la pace in cammino. Al centro dello stadio c’è il ghiaccio, in cielo i fuochi d’artificio, una tigre bianca, simbolo di pace, è la mascotte dei Giochi. Due gli atleti scelti per tenere la speciale bandiera con il disegno di un solo Paese, ora inimmaginabile: per il Nord la giocatrice di hockey Chung Gum Yunjong, che fa parte del team misto unificato proprio per queste Olimpiadi, mentre per il Sud il campione di bob, Hwang Won. Lo spettacolo è ripreso poi con nuove coreografie e canzoni, tra cui anche la celebre “Imagine” di John Lennon, è stata quindi issata la bandiera olimpica e il presidente Moon Jae-in ha dichiarato aperta la 23esima edizione dei Giochi invernali. Quindi ha fatto ingresso nello stadio la fiaccola olimpica e l’onore di accendere il braciere olimpico è toccato alla pattinatrice Kim Yuna, oro olimpico a Vancouver e argento quattro anni dopo nel singolo femminile di pattinaggio, nonché campionessa del mondo nel 2009. Poi hanno sfilato i 2.925 atleti provenienti da 92 nazioni (con le new entry Ecuador, Eritrea, Kosovo, Malesia, Nigeria e Singapore, mai stati finora in una rassegna invernale). Lo squadrone più nutrito è stato quello degli Stati Uniti con 242 atleti, accolti in tribuna dal vicepresidente Mike Pence, seguito dal Canada con 226 partecipanti. L’Italia ha schierato i suoi 121 atleti più due riserve, capitanati dalla portabandiera Arianna Fontana. Stadio in tripudio per l’ultima delegazione, quella mista delle due Coree, che per l’occasione ha scelto una bandiera creata apposta per l’occasione: su uno sfondo bianco l’intera penisola coreana in colore blu. Una speranza, un sogno, “una finestra per arrivarci”, come ha affermato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.

DALLA STORIA

La Valle dei Re.

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Il 9 febbraio del 2006 un gruppo di egittologi, al lavoro nella Valle dei Re, individuava una nuova tomba nei pressi di quella di Tutankhamon. Il locale conteneva sarcofagi vuoti e materiali di imbalsamazione, una camera destinata alla mummificazione e alla preparazione funeraria. La Valle dei Re o le tombe dei re di Biban-el Muluk, sulla sponda occidentale del Nilo di fronte a Karnak e Luxor (dove sorgono le enormi sale a colonne e i templi del Nuovo Regno) un tempo ospitava la necropoli di Tebe. Là, durante il Nuovo Regno, si trovavano i sepolcri dei defunti più ragguardevoli e anche i templi per i re e quelli in onore del dio Amun. L’amministrazione e il continuo ampliamento di questa gigantesca città di morti esigeva un gran numero di personale che era soggetto a uno speciale funzionario, il “principe dell’Occidente e capo dei mercenari della necropoli”. I sorveglianti abitavano in caserme; gli scavatori e i muratori, i tagliapietre e i pittori, gli artigiani di ogni sorta e finalmente gli imbalsamatori e i mummificatori che proteggevano l’involucro mortale e creavano l’eterno rifugio per il ka (anima), tutta questa gente viveva in gruppi di case che assunsero col tempo l’entità di piccoli villaggi. Ciò avveniva al tempo del Nuovo Regno, quando l’Egitto era governato dai sovrani più potenti che mai avesse avuto, i “Figli del Sole”, il primo e il secondo Ramsete. Era l’epoca della XVIII e soprattutto della XIX dinastia, all’incirca dal 1350 fino al 1200 a.C. Era un’epoca simile alla nostra, il regno della civiltà quasi pura, il periodo del nascente “cesarismo”. Si verificò allora in Egitto lo stesso fenomeno per cui la Roma dei cesari sviluppò la monumentale cultura della Grecia solo nel senso del “colossale”; così la grandezza delle piramidi dell’antico Egitto trapassò nelle gigantesche costruzioni di Karnak, di Luxor, di Abido. La stessa cosa avvenne a Ninive, la “Roma assira”, per opera di Sanherib, col cesare cinese Hoang-ti e nelle gigantesche costruzioni indiane successive al 1250. Era l’epoca in cui succedeva alla cultura degli Egizi quello che succede oggi a noi, occidentali del Nuovo Mondo gravitante intorno a New York, città dei grattacieli. Ma come si svolgeva la pratica della mummificazione in quelle camere appositamente allestite? Erodoto ci informa di tre sistemi di mummificazione, dei quali il primo era tre volte più caro del secondo; il terzo era il più conveniente e se lo potevano concedere anche gli impiegati inferiori (ma certamente nessuno dei tre era accessibile all’uomo del popolo, che doveva affidare la sorte del proprio cadavere alla clemenza del clima). Nei tempi più antichi si riusciva solo a conservare le forme esteriori del corpo. Più tardi si trovò il modo di evitare il raggrinzamento della pelle e si incontrarono mummie in così buono stato da conservare ancora i tratti del viso in tutta la loro individualità. In genere il cadavere veniva sottoposto al seguente trattamento: dapprima, attraverso le fosse nasali, si estraeva il cervello mediante un gancio metallico. Poi, con una lama di pietra, si apriva la cavità addominale e si asportavano i visceri (l’operazione, probabilmente, veniva eseguita anche attraverso l’ano) che venivano collocati nei cosiddetti “canopi” (brocche o vasi). Il cuore era sostituito da uno scarabeo di pietra. Seguiva poi un completo lavaggio esterno e la salma era sottoposta durante un mese a una “salatura”. Finalmente aveva luogo l’essiccazione, che, secondo alcune notizie, durava fino a settanta giorni. La mummia era tumulata spesso in parecchie bare di legno (che avevano per lo più la forma del corpo umano) o sarcofaghi; altre volte le bare di legno, inserite l’una dentro l’altra, erano racchiuse in un sarcofago di pietra. La salma era collocata in posizione distesa: le mani in croce sul petto o sul grembo o le braccia allungate lungo i fianchi. I capelli degli uomini erano tagliati corti, quelli delle donne lasciati in tutta la loro lunghezza e splendidamente ondulati. I peli del pube venivano rasati. Per evitare l’afflosciamento, il corpo era riempito di sostanze aromatiche e, strano a dirsi, anche di cipolle. Anche i seni femminili erano riempiti. Cominciava poi il lungo procedimento per cui si avvolgeva il corpo con bende e panni di lino che con l’andare del tempo si imbevevano di sostanze asfaltate che gli scienziati non riuscirono sempre a svolgerli accuratamente. Oggi la Valle è meta di innumerevoli stranieri che vengono da tutto il mondo. Uno dei più ricchi tesori che mai sia venuto alla luce da suolo antico, fu scoperto tutto sommato, non tantissimo tempo fa. Ed è emozionante e ridicolo, per chi tiene davanti agli occhi la straordinaria storia della valle del Nilo, dei suoi re e delle sue genti leggere sulla guida: “Le tombe più importanti e il sepolcro di Tutankhamon sono illuminati elettricamente nella mattinata tre volte la settimana!”.
Fonte: “Civiltà sepolte” di Ceram. Ed. Einaudi

Mary Titton

IL PERSONAGGIO

image001(Mia Farrow con Robert Redford nel film Il grande Gatsby)

Tanti auguri a Mia Farrow che oggi compie 73 anni! L’attrice ha recitato in tanti film memorabili e ha avuto una vita incredibile tra quattordici figli e una brutta storia con Woody Allen. Interprete in più di cinquanta film, tra cui grandi successi come Rosemary’s Baby, il grande Gatsby e in molti film di Woody Allen: La rosa purpurea del Cairo, Hannah e le sue sorelle, Broadway Danny Rose, Alice, Settembre e tutti gli altri, autentici capolavori, era figlia del regista australiano John Farrow e dell’attrice irlandese Maureen O’Sullivan. A 19 anni iniziò una relazione con Frank Sinatra, di trent’anni più vecchio di lei: si sposarono nel 1966 e restarono insieme due anni. Dal 1970 al 1979 fu la terza moglie del pianista e direttore d’orchestra André Previn (di 16 anni più vecchio), da cui ebbe tre figli, tra cui la piccola coreana Soo-Yi. Dopo il divorzio da Previn iniziò la sua discussa relazione con Woody Allen, che finì nel 1992 quando la Farrow scoprì delle fotografie pornografiche della figlia Soo-Yi, allora ventenne, scattate da Allen (che poi sposò Soon-Yi): fu l’inizio di una battaglia legale per l’affidamento dei figli ma soprattutto di un continuo scambio di pesanti accuse di ogni tipo che continua ancora oggi e che coinvolge alcuni del quattordici figli che Mia Farrow ha avuto, tra naturali e adottati. Negli ultimi anni Mia Farrow si è occupata di iniziative benefiche legate all’infanzia e all’immigrazione (è ambasciatrice dell’ Unicef e molto impegnata in Africa).


8 febbraio

PRIMO PIANO

La prima scoperta archeologica egiziana del 2018.

In Egitto, il 2018 si è aperto con una straordinaria scoperta archeologica. In un cimitero faraonico a Giza è stata rinvenuta una tomba datata 2.400 a.C. circa. Poco lontano dalla piramide di Chefren, la tomba, presentata da Khaled El-Enany, ministro dell’Antichità, durante una conferenza stampa, appartiene alla V Dinastia e presenta affreschi ben conservati. È dalla metà dell’Ottocento che questa necropoli, scelta per la sepoltura di moltissimi funzionari dell’Antico Regno, è oggetto di studio. Dopo gli scavi di Zahi Hawass, solamente pochi mesi fa, sono ripresi gli scavi grazie a dodici missioni, tra cui quella condotta dal segretario generale del Supreme Council of Antiquities, Mostafa Waziry che ha portato alla scoperta della tomba. Una tomba che, denominata G9000, apparteneva a Hetepet, la Sacerdotessa di Hathor (dea dell’amore e della bellezza) e “Conoscente del Re”. Di lei, in realtà, non si sa molto: doveva trattarsi però di una personalità importante, essendo stata sepolta da sola. Realizzata con blocchi di calcare e mattoni di fango, la tomba presenta un corridoio a L che conduce alla cappella, al suo bacino di purificazione e alla tavola per l’incenso e le offerte. Pregevoli sono gli affreschi rinvenuti dai colori accesi e dai motivi originali. Tra le scene di vita quotidiana, con uomini e donne che pescano, coltivano i campi, cacciano, macellano bovini, lavorano il cuoio o i metalli e rendono omaggio a Hetepet con danze e doni, spiccano due scimmie (all’epoca animali domestici), una che raccoglie frutti da un albero e li mette in una cesta, l’altra che balla davanti a un’orchestra durante un banchetto funebre. Tuttavia non si tratta, probabilmente, di una scoperta inedita. Al Liebieghaus di Francoforte e al Neues Museum di Berlino sono custoditi ormai da tempo diversi reperti di Hepetet, frutto di una spedizione tedesca condotta, nel 1909, ma di cui non è mai stato segnalato l’esatto luogo di ritrovamento. Per saperne di più restiamo in attesa di ulteriori sviluppi.

DALLA STORIA

L’embargo contro Cuba.

402px-Fidel_Castro_-_UN_General_Assembly_1960(Fidel Castro ad un incontro delle Nazioni Unite)

L’embargo contro Cuba, conosciuto anche come el bloqueo, è il blocco economico, commerciale e finanziario, che, imposto dagli Stati Uniti all’isola caraibica all’indomani della rivoluzione castrista, scattò ufficialmente nel 1962 con il Proclama 3447. Prima della rivoluzione guidata da Fidel Castro e Che Guevara, Cuba, sotto la feroce dittatura del generale Batista, era uno Stato fantoccio degli USA, che controllavano il petrolio, le miniere, le centrali elettriche, la telefonia e un terzo della produzione di zucchero di canna, comprando il 74% delle esportazioni e fornendo il 65% delle importazioni dell’isola. Dopo la presa del potere da parte dei rivoluzionari di Fidel Castro, il 17 maggio 1959 venne varata la prima riforma agraria cubana, affidata all’INRA, Istituto Nazionale per la Riforma Agraria, che aveva il compito di espropriare e ridistribuire la terra. La legge di riforma prevedeva la nazionalizzazione delle proprietà al di sopra dei 405 ettari e l’affidamento delle terre espropriate a cooperative agricole o a singoli coltivatori, con un indennizzo per gli espropriati in buoni del tesoro ventennali al 4%. Poiché gli espropri colpirono cittadini e compagnie statunitensi, nell’ottobre 1959 il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower approvò un piano, proposto dal Dipartimento di Stato e dalla CIA, che prevedeva il supporto agli oppositori interni e includeva raid degli esuli contro l’isola, partendo dal territorio statunitense. I rapporti con gli Stati Uniti andarono sempre più deteriorandosi: Cuba stabilì vantaggiose relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica, da cui ottenne un prestito di cento milioni di dollari, e strinse un accordo per scambiare imponenti quantitativi di zucchero cubano con un’importante fornitura di petrolio sovietico; la prima conseguenza fu che il 29 giugno 1960 il ministro dell’industria Che Guevara firmò il decreto di nazionalizzazione delle compagnie statunitensi Standard Oil, Esso e Texaco e della britannica Shell, dopo il rifiuto delle stesse di raffinare 300.000 tonnellate di petrolio acquistate dai sovietici. Il 6 luglio 1960 il Congresso degli Stati Uniti votò una prima misura economica contro Cuba, autorizzando il presidente USA a ridurre o sopprimere le importazioni di zucchero da Cuba, il giorno dopo Eisenhower emanò un provvedimento che ridusse drasticamente tali importazioni per l’anno in corso. Lo stesso 7 luglio il Parlamento cubano rispose con una legge di nazionalizzazione di tutte le società statunitensi operanti a Cuba, prevedendo indennizzi attraverso buoni governativi trentennali al 2%; tale provvedimento provocò il ritiro dell’ambasciatore statunitense e la decisione di ridurre ulteriormente i commerci bilaterali. Il nuovo presidente John Fitzgerald Kennedy, che durante la campagna elettorale aveva accusato Richard Nixon (candidato repubblicano e già vicepresidente con Eisenhower) di aver consegnato Cuba al comunismo, autorizzò, nel febbraio 1961, l’attuazione di un piano segreto di intervento, denominato operazione Zapata, già approvato dall’amministrazione Eisenhower il 17 marzo 1960: l’azione iniziò con alcuni bombardamenti aerei su piccola scala che resero palese l’intento di procedere a un’invasione ed ebbero come prima conseguenza il fermo di molti dissidenti cubani. Il 16 aprile 1961 Castro dichiarò Cuba Stato socialista. Il giorno successivo avvenne lo sbarco nella baia dei Porci, messo in atto da un gruppo di esuli cubani e mercenari, addestrati dalla CIA, che progettavano di conquistare Cuba, cominciando dalla parte sud-ovest dell’isola. L’operazione è conosciuta in inglese come “Bay of the Pigs Invasion”, tra i cubani col nome spagnolo di “invasión de Playa Girón” o “batalla de Girón”. L’invasione si risolse in un clamoroso fallimento: circa 1189 controrivoluzionari furono arrestati, imprigionati e processati, venti mesi dopo, il 23 dicembre 1962, furono rilasciati in cambio di 53 milioni di dollari in alimenti per bambini e farmaci. Sentendosi minacciato dalla vicina superpotenza americana, il governo cubano chiese all’Unione Sovietica l’installazione di batterie di missili nucleari sul proprio territorio: il 14 ottobre 1962 un aereo spia U-2 statunitense evidenziò la costruzione di una postazione missilistica sull’isola, il 22 ottobre il presidente Kennedy annunciò in un appello televisivo la scoperta delle installazioni e dichiarò l’Unione Sovietica direttamente responsabile di eventuali attacchi missilistici provenienti da Cuba. Kennedy ordinò inoltre una “quarantena” navale per l’isola per prevenire ulteriori consegne di materiale militare, evitando di utilizzare il termine blocco navale, in quanto interpretabile come atto di guerra in base al diritto internazionale. Con l’acuirsi, così, della guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica il pericolo di una guerra nucleare su scala mondiale fu allora vicinissimo. La crisi terminò il 28 ottobre con il ritiro dei missili sovietici in cambio del ritiro dei missili statunitensi dalla Turchia e della garanzia che gli Stati Uniti non avrebbero appoggiato un’invasione di Cuba, la quarantena navale venne rimossa il 20 novembre. Terminata la crisi dei missili, Kennedy intensificò le sanzioni contro Cuba: il 7 febbraio 1963 venne proibito il trasporto di merci statunitensi su navi straniere che avessero fatto tappa nei porti cubani; l’8 luglio 1963, utilizzando il Trading with the Enemy Act, vennero infine varati i Cuban Assets Control Regulations (CACR), “regolamenti sul controllo dei patrimoni cubani”, con cui si proibiva l’esportazione di prodotti, tecnologie e servizi statunitensi a Cuba sia direttamente che attraverso Stati terzi. Venne inoltre proibita l’importazione di prodotti cubani, sia direttamente che indirettamente, fatta eccezione per materiale informativo e opere d’arte con valore inferiore ai 25.000 dollari. Si sancì pure il totale congelamento dei patrimoni cubani, sia statali sia dei cittadini, in possesso statunitense e venne posto l’assoluto divieto di mandare rimesse a Cuba o di favorire viaggi verso gli Stati Uniti, prevedendo licenze particolari solo in caso di emergenze umanitarie. In questi anni l’ONU si è espressa molte volte contro l’embargo, l’ultima nel 2017, con 191 voti favorevoli e 2 contrari (USA e Israele). Il 17 dicembre 2014 il presidente statunitense Barack Obama annunciò l’intenzione di porre fine all’embargo, tuttavia, per poter essere effettivamente rimosso, sarebbe stato necessario il voto favorevole del Congresso americano, controllato dal Partito Repubblicano, che era contrario. Con la fine della presidenza Obama, il nuovo presidente, Donald Trump, ha fatto marcia indietro e ha rinnovato l’embargo fino a quando non ci saranno libere elezioni nell’isola.

IL PERSONAGGIO

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8 febbraio 1931: nasce James Dean! La sola pronuncia del suo nome provoca un’agitazione del sangue. Dean è l’archetipo che la cultura giovanile ha introiettato senza peraltro veder diminuito il suo sottile fascino e la sua attualità. La sua breve vita si riassume perfettamente nel titolo del suo film più celebre: “Gioventù bruciata”, in inglese letteralmente “ribelle senza una causa”; (Il regista lasciò libero Dean di interpretare, nel film, il suo personaggio con una recitazione istintiva e imprevedibile). Restò a Hollywood appena diciotto mesi ed ebbe il tempo di recitare solo in tre pellicole, ma rivoluzionò non soltanto la vita di milioni di teenagers, ma anche lo stile di recitazione di parecchi attori cinematografici. Truffaut scrisse di lui, dopo la sua morte: “Dean va contro cinquant’anni di cinema. Lui recita qualcos’altro da quello che pronuncia, il suo sguardo non segue la conversazione, provoca una sfasatura tra l’espressione e la cosa espressa. Ogni suo gesto è imprevedibile. Dean può, parlando, girare la schiena alla cinepresa e terminare in questo modo la scena, può spingere bruscamente la testa all’indietro o buttarsi in avanti, può ridere là dove un altro attore piangerebbe e viceversa, perché ha ucciso la recitazione psicologica il giorno stesso in cui è apparso sulla scena”. John Lennon giunse addirittura a dichiarare che “senza James Dean non sarebbero mai esistiti i Beatles”, li univa un legame spirituale intessuto con la cultura della musica rock. James Byron Dean, (il suo nome per esteso) star di Hollywood, dio pagano del ventesimo secolo, ruvido e disperato è un mix di esasperato egocentrismo e di una tensione senza fine. Un giovane anticonformista, un vulnerabile ragazzo in jeans, ribelle e impudente che muore come è vissuto, di corsa. Si schianterà contro una Ford sedan sbucata all’improvviso alla guida della sua “bambina”, una Porsche spyder 550, un bolide da trecento chilometri all’ora, all’età di 24 anni.


7 febbraio

PRIMO PIANO

Tra le note di Sanremo 2018.

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Ieri sera ha preso il via la 68esima edizione del festival di Sanremo, che con la performance iniziale di Fiorello e il suo duetto con Baglioni, ha toccato il picco di 17,2 mln di ascolti. Il ciclone Fiorello ha travolto l’Ariston con un fuoco di fila di battute su Erdogan, sul festival, sulla politica, sul canone Rai, ha poi impersonato Morandi-Baglioni e duettato con Claudio, al posto della malata Pausini, sulle note di E tu. Baglioni, il direttore artistico del festival che è stato affiancato nella presentazione dalla elegantissima Michelle Hunziker e dal bravo Pierfrancesco Favino, ha mantenuto la promessa della vigilia di dare spazio soprattutto alle canzoni e così è stato: canta Morandi con Baglioni, incantando con “Se non avessi più te” il pubblico, canta Favino, che ha alternato, con ironia, canzoni famose a qualche verso di celebri classici italiani, il cast di A casa tutti bene canta Bella senz’anima, canzone chiave del nuovo film di Gabriele Muccino, nelle sale dal 14 febbraio. E veniamo alle canzoni in gara: molti i motivi apprezzati e gli applausi per Ermal Meta e Fabrizio Moro, Nina Zilli, Noemi, Annalisa, Ron, che ha presentato un brano inedito di Lucio Dalla, Ornella Vanoni che si esibisce con Pacifico e Bungaro. Il colpo di scena è arrivato però con Lo Stato sociale, la band bolognese che ha conquistato il pubblico facendo danzare in Una vita in vacanza Paddy, una anziana ballerina professionista di 80 anni, già stella di Britain’s Got Talent. La serata si è chiusa con una prima classifica, del tutto provvisoria, che divide i cantanti in tre “aree”, alta media e bassa, secondo i voti della giuria demoscopica. Nell’area più bassa ci sono Red Canzian, i Decibel, Diodato e Roy Paci, Avitabile e Servillo, Facchinetti e Fogli, Le vibrazioni, Renzo Rubino; nell’area centrale Barbarossa, Elio e le Storie tese, Caccamo, Biondi, The Kolors e Vanoni-Pacifico-Bungaro. Infine, nella zona più alta, Annalisa, Lo Stato sociale, Max Gazzè, Meta-Moro, Zilli, Noemi e Ron. Stasera, mercoledì, apriranno la gara le Nuove Proposte, seguite dai Campioni. Tra gli ospiti Il Volo con un omaggio a Sergio Endrigo: Canzone per te. Biagio Antonacci duetterà con Baglioni su Mille giorni di te e di me, Sting e Shaggy arriveranno col brano nuovo e con Muoio per te. Fra gli altri ospiti Franca Leosini, il Mago Forest e Pippo Baudo che torna a Sanremo 50 anni dopo il primo Festival.

DALLA STORIA

Rosa Luxemburg. (“La libertà è sempre libertà di dissentire”, Rosa Luxemburg).

image003(Rosa Luxemburg in una fotografia scattata tra il 1895 e il 1900)

Il 7 febbraio del 1914, sei mesi prima dello scoppio della prima guerra mondiale, Rosa Luxemburg pronunciava la sua famosa autodifesa, al Tribunale di Francoforte, durante il processo intentatole per incitamento alla diserzione. La Luxemburg aveva manifestato contro la guerra e incitato i soldati alla disobbedienza. (“… che i popoli possono già attualmente limitare il numero delle guerre, opponendosi a coloro che le guerre le fanno e le dichiarano; che questo diritto spetta in modo particolare alle classi operaie, che sono quasi le sole che vengono chiamate al servizio militare e che per questa ragione sono le sole che possono dare una sanzione; … bisogna agire con il massimo impegno onde evitare una guerra fra popolo e popolo che, al giorno d’oggi, in quanto guerra fra i lavoratori, quindi fratelli e cittadini, sarebbe da ritenersi civile…). La Luxemburg, come motivava le sue convinzioni? “Le crisi”, osservava “sono fenomeni organici inseparabili dall’economia capitalistica”, essendo esse “il solo metodo possibile di risolvere lo iato tra la capacità illimitata d’espansione della produzione e gli stretti limiti del mercato. Nello sviluppo del capitalismo, il militarismo svolge un ruolo decisivo rendendo possibile la conquista militare di interi continenti e fra paesi capitalistici per il controllo di aree non ancora capitalisticizzate. Il militarismo è dunque il più fruttuoso alleato del capitalismo. Sicchè, secondo la Luxemburg, è la guerra (come esito necessario del capitalismo), ancor più delle crisi economiche, a rendere necessaria la rivoluzione”. Rosa Luxemburg, questa donna fragile, “con un corpo piccolo, una grande testa e gli occhi profondi, bellissimi”, come la descrisse Lev Trosky, segnata da una malattia che l’aveva resa claudicante, una delle menti più brillanti dell’ideologia marxista è stata una politica, filosofa e rivoluzionaria indomita che dedicò tutta la sua esistenza alle lotte per l’emancipazione dei lavoratori e per questo assassinata. Rosa Luxemburg verrà uccisa, insieme al suo compagno di lotte Karl Liebknecht, dai Freikorps, corpi militari agli ordini del governo socialdemocratico di Frederich Ebert, durante il moto rivoluzionario spartachista che vuole seguire in Germania l’esempio della rivoluzione bolscevica russa. Ma non precorriamo i tempi. Rosa, polacca di nascita nacque il 5 marzo 1871, anno della Comune di Parigi, a Zamosc, in provincia di Lublino, quando la Polonia era parte dell’Impero russo, oppresso dal duro autoritarismo degli Zar. I Luxemburg, ebrei come un terzo degli abitanti della città, non avevano particolari contatti con la comunità ebraica. In casa non si parlava l’yiddish, ma il polacco e si conosceva bene il tedesco e il russo, la lingua ufficiale. La Luxemburg, autodidatta, imparò a leggere e a scrivere da sola e, quando nel 1884 fu iscritta al Secondo Liceo femminile, rivelò subito un’indole passionaria aderendo al gruppo rivoluzionario clandestino “Proletariat” e, in seguito, all’“Unione dei lavoratori polacchi”, altro gruppo di opposizione fondato nel 1889, entrambi decimati dagli arresti che minacciarono anche lei. La Luxemburg si batteva per concretizzare “Un mondo dove essere socialmente uguali, umanamente diversi e totalmente liberi”. “Nel corso della sua breve vita, conobbe tre grandi rivoluzioni e prese parte ai più importanti dibattiti tra i socialisti internazionali. Questi non avevano un modello di rivoluzione socialista di successo ma erano alle prese con il problema dei lavoratori e del come essi avrebbero dovuto lottare e prendere coscienza del bisogno di cambiamento della società. Quando Rosa si trasferì in Germania, a seguito di una repressione di Stato, si era già affermata tra i socialisti internazionali come pensatrice marxista. Si attivò all’interno del partito socialdemocratico tedesco, il più grande partito a favore della classe operaia del mondo. Schieratasi fermamente nel 1914 contro l’adesione della Socialdemocrazia alla guerra, abbandonò il partito, giudicandolo ormai un “cadavere maleodorante”; e nel 1915 fondò insieme a Karl Leibknecht la “Lega di Spartaco”, un movimento collocato sull’estrema Sinistra e che prendeva il nome da quello Spartaco, un movimento che aveva condotto la rivolta degli schiavi a Roma e che tanto caro era a Marx”. Proprio la “Lega di Spartaco”, dopo il conflitto, promuoverà la fondazione del Partito comunista tedesco. Rosa fu marxista, creativa e ragionevole, pronta a difendere le idee di Marx ed Engels ma predisposta a svilupparle, se necessario”. … (Simona Verchiani e Diego Fusaro). Molto del fascino che esercitava Rosa Luxemburg, infatti, deriva dal suo rifuggire dagli schemi, da tutti gli schemi, così come ce la racconta lo scrittore e giornalista Paolo Soldini in una trasmissione radiofonica a lei dedicata: “… fu socialista, ma sono sue le critiche più feroci ai partiti socialdemocratici del tempo e alla II Internazionale; fu comunista, ma colse e denunciò il pericolo degli esiti dittatoriali della lotta di classe; ammirò la rivoluzione d’ottobre, ma non amava i bolscevichi e diffidava di Lenin presagendo quasi la degenerazione della costruzione tragica sul socialismo in un solo Paese; credeva nella Rivoluzione, ma una crudele beffa della Storia la portò a morire proprio durante una sanguinosa insurrezione che lei non aveva voluto, ma che aveva cercato anzi di evitare perché sapeva che i tempi non erano maturi e alla quale, però, alla fine aveva aderito per lealtà verso i compagni e il loro capo Karl Leibknecht; fu una femminista radicale e coraggiosa, ma riteneva che la vera liberazione della donna potesse arrivare a compimento soltanto nella liberazione delle classi oppresse. Gli elementi della complessità di Rosa Luxemburg, spiegano perché il suo pensiero abbia esercitato ed esercita ancora un peso importante nella cultura della sinistra europea. Le questioni affrontate da lei nella sua breve vita, fu uccisa a soli 48 anni, sono quelle in fondo in cui il movimento operaio socialista europeo ha dovuto fare difficilissimi conti, in parte ancora non del tutto chiusi. Il rapporto con la democrazia politica e il parlamentarismo, per esempio, il ruolo della lotta sindacale, il valore dell’Internazionalismo. Proprio da un contrasto sul valore dell’internazionalismo, nella fase cruciale in cui i partiti socialisti europei si schierarono nella guerra mondiale cui gli imperialismi precipitavano nel Continente, venne la rottura con il riformismo socialdemocratico simboleggiato dalla rottura del sodalizio politico e umano con Karl Kautsky, assieme al quale Rosa aveva lottato contro il revisionismo di Bernstein. Furono queste le scelte della Luxemburg che evidenziano la parte più originale del suo pensiero politico, in cui spicca l’autonomia delle posizioni e la radicalità delle analisi, nell’arco degli ultimi cinque, sei anni della sua vita. …”. Incarcerata più volte per il suo attivismo, scrisse anche durante la detenzione. La Luxemburg lascia una vastissima produzione scritta di carattere teorico, economico e sociale. Dopo la stesura del suo libro più famoso, “L’accumulazione del capitale”, lei stessa commentò: “Il periodo in cui scrissi “L’accumulazione” è tra i più felici della mia vita … il processo del pensiero, quando rigiravo una questione intricata passeggiando lentamente su e giù (…) oppure la stesura, il fatto di dare una forma letteraria con la penna in mano. (…) Ho scritto l’intero libro d’un fiato, in quattro mesi …”. Poche personalità, a cavallo tra fine ‘800, la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’ottobre ebbero la complessità di Rosa Luxemburg. Una complessità contrassegna da un fascino intellettuale che è sotto i nostri occhi ancora oggi, dopo tanto tempo e che produce una vasta bibliografia sulla sua figura che ispira ed è un punto di riferimento per una parte importante della sinistra europea.

Ora è sparita anche la Rosa rossa.

Dov’è sepolta non si sa.

Siccome disse ai poveri la verità

I ricchi l’hanno spedita nell’aldilà.

(Bertolt Brecht, “Epitaffio”, 1919)

image002(Rosa Luxemburg in una conferenza a Stoccarda nel 1907)

Mary Titton

IL PERSONAGGIO

Ricordiamo oggi un grande attore italiano, Romolo Valli, nato il 7 febbraio 1925, un grande signore fuori e dentro il set. Un intellettuale puro, dalla cultura profonda, laureato in giurisprudenza solo per far contenti i genitori per poi dedicarsi a tutto ciò che era spettacolo, la sua predilezione: spettacoli di rivista, letture sceniche, critiche teatrali e cinematografiche, organizzazione di circoli del cinema, regia di commedie. Attore con la Compagnia del “Carrozzone di Fantasio Piccoli nel 1949 costituì, nella stagione 1954-55, la “Compagnia dei giovani” con Giorgio De Lullo, Rossella Falck e Annamaria Guarnieri, che resta uno dei più importanti e duraturi esempi di compagnia privata ad alto profilo professionale. Romolo Valli si provò in un numero importante di ruoli da lui sempre affrontati con grazia intelligenza e vigore interpretativo, memorabili le sue “performances pirandelliane”. Importante anche la sua carriera cinematografica (vinse tre Nastri d’argento come migliore attore non protagonista) in ruoli incisivi e sotto la direzione dei più grandi registi da De Sica ne “Il Giardino dei Finzi Contini” come in “Novecento”, di Bernardo Bertolucci o Mario Monicelli ne “La grande Guerra” e moltissimi altri. Negli anni ’70 fu direttore artistico del Festival dei Due Mondi di Spoleto e successivamente del Teatro Eliseo e del Piccolo Eliseo di Roma con Giuseppe Patroni Griffi e Giorgio De Lullo, compagno storico nella vita e in teatro. Morì, troppo presto, nel febbraio del 1980 in un incidente sull’Appia Antica.

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6 febbraio

PRIMO PIANO

Echi della visita di Erdogan a Roma: real politik e diritti umani.

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In una capitale blindata per evitare le manifestazioni di protesta delle comunità curde e dei gruppi che avebbero levato la voce in nome dei diritti umani negati, si è svolta ieri la visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che è stato ricevuto in udienza da Papa Francesco per poi incontrare il Presidente della Repubblica Italiana Mattarella e il Presidente del Consiglio Gentiloni. La stampa in genere si è limitata alla notizia, senza darle particolare risalto e tenendo un basso profilo, perché Erdogan non ha per niente le carte in regola, in quanto la repressione dei diritti umani in Turchia, da anni sotto la lente di ingrandimento dell’Unione Europea, si è aggravata dopo il fallito golpe del luglio 2016 a cui è seguita una vera e propria caccia alle streghe, durante la quale sono finite in carcere oltre 51mila persone. Inoltre l’operazione militare turca “Ramoscello d’ulivo” nel Nord della Siria, ufficialmente organizzata da Ankara contro il terrorismo di matrice curda e jihadista, ha già provocato oltre 100 vittime. Erdogan si è recato in udienza in Vaticano per trovare un appoggio nella lotta contro la decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, riconoscendola automaticamente capitale dello Stato d’Israele, e per crearsi un credito di rispettabilità. La porta della Chiesa non si sbatte in faccia a nessuno, ma era opportuno riceverlo come capo di uno Stato che esercita una repressione sistematica e violenta delle minoranze e dei diritti umani? Una donna curda, al sit-in di protesta a Castel Sant’Angelo, ha urlato: “Ecco la vostra democrazia noi siamo qui a difendere le nostre madri e i nostri figli. Oggi avete perso voi e anche il Papa. Il popolo curdo è qui a chiedere la pace. Avete perso l’umanità”. Erdogan è venuto in Italia soprattutto per accreditarsi come leader di primo livello sullo scacchiere internazionale e ha incontrato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Paolo Gentiloni nonché gli amministratori delegati delle più importanti aziende italiane per solleciteare l’ingresso dela Turchia nella UE. Ci chiediamo se tale visita fosse opportuna proprio quando l’Unione Europea ha ribadito la condanna del giro di vite sulla libertà di stampa e sui diritti umani in Turchia. Purtroppo una cosa sono le dichiarazioni di principio e una cosa sono i fatti. Come scrive il giornalista Gabriele Crescente dell’Internazionale “la Turchia è semplicemente troppo importante. Può far riesplodere in un attimo la crisi dei migranti, rompendo l’accordo con l’Unione europea che nel 2016 ha chiuso la rotta balcanica. E può approfondire ulteriormente il suo coordinamento con la Russia, togliendo agli europei qualunque possibilità di influenzare l’esito della guerra in Siria e il futuro assetto del Medio Oriente. Due minacce temibili soprattutto per l’Italia … che ha bisogno della collaborazione della Turchia per stabilizzare la Libia e che ha ad Ankara uno dei partner cruciali del gasdotto Tap e degli altri progetti energetici nella regione.” La Turchia resta uno dei mercati più importanti per l’industria bellica italiana e ha appena firmato un accordo preliminare per lo sviluppo di un sistema di difesa aerea con il consorzio franco-italiano Eurosam, di cui fa parte la Leonardo, l’ex Finmeccanica, controllata dal governo italiano. Dobbiamo constatare che ancora una volta, come sempre dal lontano Seicento, a predominare è la ragion di stato.

DALLA STORIA

Mary Leakey.

image002(Louis e Mary Leakey esaminano il palato di “Zinyanthropus boisei”)

Nel panorama della ricerca archeologica e prim’ancora in quella antropologica una figura femminile, in un mondo dominato da personalità maschili, si staglia per importanza per aver rinvenuto, grazie alla sua competenza ed intuito, reperti antropologici di valore fondamentale per lo studio sulle origini dell’uomo. Lei è Mary Leakey universalmente considerata l’archeologa e paleoantropologa più famosa del XX secolo. Era nata a Londra, il 6 febbraio 1913 ma, fin da piccola suo padre, famoso pittore di paesaggi la portò con sé nei suoi viaggi in tutta Europa ed in Egitto, dove trovava ispirazione per i suoi quadri che rivendeva poi in Inghilterra. Fu durante un lungo soggiorno nella regione francese della Dordogna, un’area ricca di siti preistorici e archeologici (qui erano stati rinvenuti, per esempio, scheletri di Uomo di Cro-Magnon, una antica forma di Homo sapiens) che Mary provò interesse verso quel lontanissimo mondo primordiale. Interesse che ben presto si trasformò in una grande passione che l’accompagnerà per tutta la vita. Con la morte del padre, avvenuta prematuramente nel 1926, Mary subì un brusco cambiamento nello stile di vita. Ritornò con la madre a Londra e fin da subito rivelò un carattere ribelle tanto da venire espulsa dalle varie scuole a cui la madre la iscriveva. Era insofferente all’insegnamento scolastico verso il quale non provava alcun interesse ma, dimostrò una particolare abilità nel disegno che la portò a seguirne, non iscritta, alcuni corsi. Lì incontrò Mortimer Wheeler, un importante archeologo inglese che le chiese di seguirlo in alcuni scavi. Mary, a soli diciassette anni, partecipò così come illustratrice a una campagna di scavi in un sito del Neolitico, nel sud dell’Inghilterra. Per due anni illustrò l’avanzamento degli scavi realizzando schizzi e disegni dei resti fossili e degli utensili preistorici rinvenuti sotto la guida dell’archeologo Dorothy Liddell. Nel 1930 intraprese studi universitari di archeologia e biologia specializzandosi in paleoantropologia, senza però laurearsi. Nel frattempo i suoi disegni attirarono le attenzioni di un’altra archeologa, Gertrude Caton Thompson, che nel 1933 le chiese di illustrare il suo libro. Nello stesso anno, all’Università di Cambridge incontrò il famoso e carismatico paleontologo Louis Leakey che sposerà nel 1936 e con il quale, a partire dalla fine degli anni Trenta, parteciperà a numerose spedizioni in Africa orientale. I coniugi Leakey trascorreranno lunghi periodi fra Kenya e Tanzania, presso la gola di Olduvai, sito archeologico nella pianura del Sergenti. Le conoscenze e le competenze accumulate sul campo nel corso degli anni consentirono a Mary di poter lavorare in piena autonomia. La sua prima scoperta importante risale al 1948, anno in cui nell’isola keniota di Rusinga ritrova un teschio fossile di Proconsul, un primate estinto del Miocene. Nel 1959 Mary e il marito fanno la loro prima grande scoperta:  nella gola di Olduvai, un canalone eroso dalle acque, profondo un centinaio di metri, a nord-est del lago Eyasi (Tanzania) viene ritrovato un cranio ben conservato di Australopithecus boisei, che chiamarono Zinyanthropus boisei, o più semplicemente “Ziny”. È il primo ben conservato e anche il più antico resto di ominide conosciuto all’epoca. Il sistema di datazione potassio-argo, applicato alle ceneri vulcaniche, gli assegna infatti un’età di un milione e ottocentomila anni. “Ziny”, chiamato anche “schaccianoci” per l’eccezionale potenza delle sue mascelle, rese di colpo la famiglia Leakey famosa in tutto il mondo. All’inizio degli anni ’60 Mary e Louis Leakey si trasferirono definitivamente in Tanzania, in modo da potersi dedicare costantemente alle ricerche nella gola di Olduvai. Nel 1964 marito e moglie ebbero un altro grande successo: scoprirono una nuova specie, più antica dell’erectus di un milione di anni. Venne battezzata Homo habilis, dalla sua capacità di scheggiare ciottoli. Nel 1974 Mary iniziò gli scavi nelle vicinanze di Laetoli e nel 1976 il suo team portò alla luce un gran numero di impronte animali fossilizzate dalla cenere di un vulcano. Nel 1978 fece la sua più grande scoperta: alcune file di impronte fossili lasciate da ominidi bipedi. Dopo la morte del marito Mary sarà la responsabile di tutte le successive campagne di scavo per ritirarsi, dall’attività sul campo, nel 1983 trasferendosi a Nairobi, dove morì il 9 dicembre 1996, all’età di 83 anni.    

IL PERSONAGGIO

Ricordiamo oggi l’anniversario di nascita di un celebre poeta e scrittore italiano, Ugo Foscolo, tra i letterati il massimo esponente del Neoclassicismo. Foscolo nasce a Zacinto (oggi Zante) il 6 febbraio 1778, isola del Mar Ionio allora governata dalla Repubblica di Venezia. Il padre, Andrea, è medico; la madre, Diamantina Spathis, è greca. L’essere nato in terra greca e da madre greca ha sempre rivestito molta importanza per Foscolo, sentendosi per tali origini profondamente legato alla civiltà classica e suo ideale erede. L’isola natia è rimasta sempre nella memoria come simbolo di bellezza, gioia vitale, fecondità e l’ha cantata più volte nella sua poesia. Buon ascolto a tutti!

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde
Ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
Del greco mar, da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
Col suo primo sorriso, onde non tacque
Le tue limpide nubi e le tue fronde
L’inclito verso di colui che l’acque
Cantò fatali, ed il diverso esiglio
Per cui bello di fama e di sventura
Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.


5 febbraio

PRIMO PIANO

La cronaca e l’orrore.

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I fatti sono noti. Quello che è successo nei giorni scorsi a Macerata ci rimanda ancora una volta a quel tempo buio che scorre spesso impalpabile ma onnipresente a fianco dei nostri giorni normali. Come dire, il buio oltre la siepe. Oltre il giardino di casa.
Ricapitoliamo, Pamela Mastropietro, una giovane ragazza tossicomane si allontana dalla Comunità di accoglienza dove era ricoverata probabilmente alla ricerca del suo veleno abituale e si imbatte in un pusher nigeriano. Poi succede (non si sa ancora bene come) che muoia lì a casa dello spacciatore e venga letteralmente fatta a pezzi al fine di sbarazzarsi in fretta del suo corpo in due trolley abbandonati lungo una strada fuori città. Agghiacciante, ma ancora di più che il suo cuore e le sue viscere non si trovino, scomparse, rimandando al peggio che si conosce da tempo circa la mafia nigeriana, in preoccupante espansione in Italia così come in Europa. Alla sua proverbiale crudeltà e ai suoi allucinanti riti tribali di iniziazione. Il carnefice massacratore viene arrestato quasi subito.
Passano quindi solo due giorni dal ritrovamento dei poveri resti di Pamela e un’altro giovane di 28 anni, fascista dichiarato ed ex candidato della Lega nel 2017 alle Comunali di Corridonia, centro lì a pochi chilometri, pensa bene di dar vita ad un raid punitivo, altrettanto criminale, impazzando in auto per le strade della città sparando allo “straniero”. Sei feriti, di cui 2 gravi. Dopo due ore di vero e proprio panico procurato, si ferma, scende dalla macchina, si copre con il tricolore, inneggia al suo credo demenziale  e si consegna senza fare resistenza alle forze di polizia davanti al monumento ai caduti.
Una follia devastante collega questi due gravissimi episodi che sarebbero potuti capitare  dovunque e non necessariamente nella tranquilla città marchigiana, comunque non nuova in passato da altri fatti terribili e feroci.
Riteniamo però che non si possa imputare tutto alle pericolose e tante patologie che accompagnano questo nostro tempo. Proviamo a capire. In primo luogo, al di là delle responsabilità soggettive, non si può dire che lo “spaccio” riguarda solo gli extracomunitari, di cui tanti sono impegnati senza dubbio  in questo vigliacco commercio, ma qui da noi (prima gli italiani) non ci facciamo mancare proprio niente in proposito, anzi. Proprio ieri la Cronaca romana di Repubblica ricordava un caso similare del 2014 finito anche quello in tragedia, ma senza successiva macelleria. In quel caso il pusher non era un africano bensì un nostro compatriota, adesso sotto processo. Stesso discorso per il massacro riservato a Pamela. Lo scorso ferragosto sempre a Roma, un insospettabile concittadino residente fece a pezzi la sorella, distribuendone i resti in sacchi della spazzatura distribuiti nei cassonetti del quartiere Parioli. Come detto in altre occasioni, non si tratta di minimizzare un fenomeno reale quale quello dell’immigrazione clandestina che crea indubbiamente disagio e insicurezza a prescindere, dando vita molto spesso a tensioni sociali evidenti, ma capire una volta per tutte che ci troviamo a fare i conti con un fenomeno biblico di portata epocale, rispetto al quale non sono possibili né scorciatoie, né tantomeno una facile e pericolosissima demagogia d’accatto. Siamo in presenza di un flusso inarrestabile di persone, esseri umani come noi, donne uomini bambini che fuggono via da guerre, umiliazioni, violenze, carestie o più semplicemente da condizioni terribili di esistenza e pensano di salvare le proprie vite ed il proprio futuro attraversando deserti e montagne, solcando il mare, per trovare anche loro una condizione più degna, a cui la nostra società ci ha abituati, anche  nelle sue pieghe più marginali e difficili. Quale colpa possono avere costoro se non quella di essere nati sfortunatamente in un’altra parte del mondo? Certo fra milioni di individui in fuga ci sono sicuramente delinquenti comuni, razziatori, mercanti di schiavi così come veri e propri criminali. Non potrebbe essere altrimenti. Però è responsabilità dei governi e fra questi quello italiano in particolare, predisporre una politica adeguata che dia regole precise ai flussi, alla distribuzione sui territori, ai criteri di selezione e ai rimpatri, senza dimenticare contemporaneamente che è prioritario e indispensabile creare allo stesso tempo reali condizioni di accoglienza tali da favorire si l’integrazione, ma anche un pieno rispetto delle leggi e dei contesti ospitanti.
Non è facile. Ci vuole tempo, coesione e pazienza, così come è urgente una iniziativa internazionale forte e sincera nei Paesi di provenienza, facendo comunque prevalere sempre la stella polare della libertà, della democrazia  e dei diritti, che non può non ispirarsi ad un principio generale di ridistribuzione della ricchezza e di progressiva riduzione delle diseguaglianze.
Ogni logica che proponga invece semplificazioni autoritarie, che agiti fantasmi e paure per ragioni di bassa politica, è destinata a condurci inevitabilmente verso un buio della mente ancora più profondo della “follia vendicatrice” del giovane giustiziere di Macerata.
E’ una strada già drammaticamente conosciuta nel passato, tale da generare piccoli e grandi mostri, ma soprattutto una frantumazione delle coscienze, facile mercé della xenofobia, del razzismo, dell’intolleranza e della violenza.
A breve ci sarà nel nostro Paese una incerta tornata elettorale che potrà essere ci auguriamo un banco di prova per interrogarci tutti circa il nostro cammino, con la speranza che si possa ritrovare la via maestra della fiducia, ma soprattutto del buon senso e una dimensione di un sentire comune oggi dispersa.
F.M.

DALLA STORIA

La storia non si ripete ma fa le rime.

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Riprendiamo oggi le pubblicazioni del DayByDay attraverso alcune riflessioni sollecitate dagli articoli di approfondimento che hanno contrassegnato questa rubrica dedicata, accanto alla cronaca della notizia del giorno, alla narrazione degli avvenimenti storici. Fatti del passato che tracciano non solo date e percorsi storiografici ma che cercano, nello sviluppo narrativo, attraverso le testimonianze, la ricerca documentata e le divergenti opinioni, di rinnovarne la memoria per trarne, se possibile, insegnamento. Oggi, perciò, vogliamo dedicare lo spazio dell’approfondimento al tema della memoria per richiamare l’importanza fondamentale e la condizione indispensabile che essa rappresenta, per non dimenticare. La memoria, dunque, come possente strumento per capire e per rispondere alle sollecitazioni del presente. “La Storia non si ripete, anche se spesso fa le rime con se stessa”. (Mark Twain). Guardando al passato pensiamo, così come ci ricorda Carlo Greppi, dottore di ricerca in Studi storici che “è doloroso rendersi conto del fatto che, in quanto uomini e donne, possiamo essere terribili quanto possiamo essere meravigliosi”. Di fronte all’attuale crescita dei movimenti xenofobi, al ritorno del nazionalismo, agli sbarramenti e alla tendenza autartica del mercato, si coglie un clima che rimanda, per analogia, agli anni della Repubblica di Weimar, dove il Governo sottovalutando la ferocia nazista ne decretò l’avvento. Nell’intervista rilasciata al giornalista Marco Sferini, lo storico Carlo Greppi pensa che è fondamentale sapere riconoscere le rime e che questi movimenti dovrebbero essere combattuti con le parole, innanzitutto, anche se è faticoso e anche se può essere persino pericoloso. “Bisognerebbe cominciare” sostiene il professor Greppi “dal nostro vocabolario, abolendo la parola “identità”: gli antropologi lo scrivono da anni, e sono rimasti inascoltati. Ciascuno è identico solo a se stesso (e forse neanche in questo caso) e se i promotori delle nuove crociate identitarie si fermassero a riflettere anche un solo secondo, scoprirebbero che tutto ciò che credono di essere è stato in gran parte costruito a tavolino, neanche troppi anni fa. … la nostra autopercezione è gran parte una costruzione culturale capace di produrre dei danni spaventosi”. Pensando al tema della “zona grigia” che lo storico ha affrontato nel suo ultimo libro (Uomini in grigio), statisticamente, se il presente dovesse prendere una direzione drammatica come la storia di cui stiamo parlando, la stragrande maggioranza di noi non sarebbe carnefice o cacciatore di uomini, né sarebbe vittima, ma starebbe in quel magma indistinto tra i due estremi. Questo tema, a lungo ignorato, è tuttora oggetto di feroci polemiche”. Se la società attuale è sempre più omologata, un posto dove si innalzano muri invalicabili e dove i sentimenti di odio e di paura fanno vedere l’altro, il “diverso”, come il nemico da eliminare e così via, “è certamente più comodo pensare che il male sia sempre una faccenda lontana da noi, che sia stato un affare di altri, in un tempo lontano, che non può tornare. “Ma certe rime”, continua Greppi “si fanno sempre più sentire, e se provo a guardare il nostro presente con gli occhi degli storici del futuro, mi chiedo: come ci definiranno? Cosa diranno di noi, di noi che sapevamo tutto o quasi? Come racconteranno il nostro tempo?

Mary Titton

IL PERSONAGGIO

Il 5 febbraio del 1944 nasce a Cervia in Romagna Piero Focaccia, cantante italiano abbastanza famoso soprattutto negli anni ’60. Proprio nel 1963 incide e lancia Stessa spiaggia e stesso mare, canzone che rimarrà nel tempo il suo più grande successo, ma anche tormentone che per più di tre anni invaderà le spiagge italiane e le sale bar un po’ d’appertutto, gettonata implacabilmente fra flipper e calciobalilla, fra una sambuca e un Rosso Antico. Scritta da Edoardo Vianello sarà incisa anche da Mina. Il buon Piero partecipa a diverse edizioni del Festival di Sanremo e di Un disco per l’estate. Ricordiamo in proposito altri due pezzi di successo: Permette signora del 1970 e Il sabato a ballare dell’anno successivo. Nel 1972 trasferisce tutta la sua esuberanza romagnola in un film di Mariano Laurenti, La bella Antonia, prima monica e poi dimonia, interpretando fra l’altro come autore la canzone La mutanda (sic!). È attualmente vispo e attivo nelle tante serate fra locali e balere di cui è mattatore assoluto. Musica ragazzi.

Focaccia

https://m.youtube.com/watch?v=qvaCyff7Jn4


2 febbraio

RIPRENDIAMO LE TRASMISSIONI …

da lunedì prossimo il DayByDay riparte con la sua cadenza giornaliera e ci accompagnerà come in questi due anni precedenti, lungo il corso di tutto il 2018. Ci saranno molte novità sia nell’impostazione ma anche sotto il profilo tecnico per rendere quanto più fruibile ed interessante questa nostra piccola ma importante rubrica che, come scrivevamo nei saluti di Natale, ci sta riservando non poche gradite sorprese, per numero di utenti e per l’assidua frequentazione degli stessi. Forse un po’ ingenuamente pensavamo che già a gennaio, saremmo stati pronti con la nuova veste editoriale di cui avevamo dato notizia, ma la complessità del lavoro e degli interventi necessari avrebbero fatto invece slittare almeno per ancora altri due mesi la ripresa delle pubblicazioni. Pertanto abbiamo deciso di procedere comunque secondo programma, però lavorandoci giorno per giorno, dando modo a tutti i nostri lettori di vivere con noi in diretta le novità e i cambiamenti previsti.

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… quindi, continuate a seguirci affezionatamente.

Buona lettura a tutti!


25 gennaio

image001Cari lettori,

ci siamo quasi. La redazione nel confermarvi che il DayByDay sarà presto di nuovo in linea, ricorda che nel 2017 fra le notizie, a nostro giudizio maggiormente degne di nota, figura sicuramente il caso Regeni. Oggi nel secondo anniversario del ritrovamento del corpo di Giulio, abbandonato in un fosso lungo l’autostrada che porta ad Alessandria d’Egitto, non possiamo non proseguire nella campagna di ricerca della verità sulla sua morte. Il giovane ricercatore, scomparso al Cairo la sera del 25 gennaio 2016, ritrovato cadavere dopo alcuni giorni, merita almeno questo da parte di chiunque abbia a cuore un elemento anche minimo di giustizia. Partecipiamo quindi idealmente alle iniziative in corso in molte città d’Italia e siamo vicini ai genitori, che mai si sono arresi di fronte ai silenzi e alle difficoltà che hanno caratterizzato sul fronte egiziano l’inchiesta fin dall’inizio.