Del lavoro di Gino Marotta sono state spesso segnalate le tangenze con la storia dell'arte (soprattutto con la Pop Art , ma anche con il Barocco, l'Arte Povera e il Dada), con le problematiche sociali (il rapporto tra artefatto e natura), o con le tematiche culturali (la scena teatrale, l'innovazione tecnologica). La critica ha così delineato alcuni valori di base sui quali egli non ha mai cessato di riflettere: il capovolgimento della priorità tra “trovata fantastica” e “innovazione tecnica” (Gillo Dorfles); il superamento del dilemma tra la bellezza del “pezzo unico” e l'asciutto funzionalismo del prototipo di serie (Renato Barilli); il passaggio dell'ambiente naturale e quello tecnologico (Tommaso Trini); il rapporto tra “homo faber” e “homo ludens” (Pierre Restany); la nostalgia dell'Eden (Maurizio Fagiolo); “l'adesione del tutto autonoma e lucida all'ideologia pop” (Lara-Vinca Masini).
Sebbene non contrastanti fra loro, queste interpretazioni disegnano dell'opera di Marotta un'immagine quanto meno complessa e articolata, nella quale emerge soprattutto la ricerca di un incerto equilibrio tra le opposte sfere dell'essere e dell'apparire.
La linea di luce e di colore che definisce queste forme animali, vegetali o ambiguamente oggettuali circoscrive un vuoto nel quale si addensano i significati più pregnanti dell'opera e si propone come un'indistinta frontiera in cui si cela, in qualche parte, il varco (per usare un termine caro a Marotta) oltre il quale è di nuovo possibile l'azzardo del rilancio.
Per Marotta l'ideazione di un'icona consiste nella drastica riduzione del reale al suo delicato fantasma. Ma in questa, che fu la tendenza dominante dell'arte del XX secolo, egli intuisce il germe di una crescita ulteriore.
Il suo continuo vagabondare dalla sfera della natura a quella della tecnologia, dall'oggettuale al metafisico, dall'arte al design, dalla cosa al suo trasparente doppio induce a una destabilizzazione illuminante: la verità del mondo si presenta come dilemma tra due opzioni ugualmente convincenti, ma va inseguita nello stretto “varco” ipotizzabile fra esse.
La ricerca di Marotta, già nitidamente definita nell'intensa stagione degli anni Sessanta, ha proseguito sullo stesso solco nei decenni successivi e si apre ora su una nuova epoca senza aver perso nulla della sua vitalità. La ragione è evidente. Essa ha contenuto fin dall'inizio l'idea germinale della doppia identità delle cose e di noi stessi; e in questa prospettiva, che agita sotterraneamente la riflessione postnovecentesca, è ancora in grado di indicarci percorsi praticabili e mète struggenti.

Maurizio Vitta


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